Avventi (al plurale)

La parola “avvento” non è sconosciuta al lessico cristiano, né poco valorizzata nella coscienza della Chiesa.
Simpboliche

La parola “avvento” non è sconosciuta al lessico cristiano, né poco valorizzata nella coscienza della Chiesa. Basti pensare che un intero periodo dell’anno liturgico, e tra i più sentiti, è quello delle quattro settimane di avvento che ci apprestiamo a vivere in preparazione al Natale.

 

Meno vivace, per lo più, è invece in noi l’attesa di un secondo e altrettanto decisivo avvento: quello di Gesù alla fine dei tempi. Eppure di esso egli parla non poco ai suoi discepoli, invitando a vigilare e a star pronti. Perché è allora che si consumerà il significato ultimo della nostra storia, personale e collettiva, manifestando ciò che per sempre resterà, trasfigurato, nella luce di Dio e ciò che invece cadrà irreparabilmente nella vanità che già lo abitava.

 

Ma tra questi due avventi ve n’è un terzo, al quale forse siamo ancor meno sensibili, benché anch’esso sia di rilevante importanza: perché realizza quella crescita di amore e di giustizia, di fraternità e di libertà che fa maturare il primo avvento di Gesù indirizzando la storia dell’umanità verso il Suo ritorno alla fine dei tempi.

Penso sia a motivo di questa striminzita attenzione che Benedetto XVI ne parla così diffusamente a conclusione del secondo volume del suo Gesù di Nazareth. Il papa vi illustra questa «venuta intermedia» di Gesù dicendo che essa si fa strada in molti modi: «Egli viene mediante la sua parola; viene nei sacramenti, specialmente nella santissima Eucaristia; entra nella mia vita mediante parole e avvenimenti».

 

Ma subito aggiunge una considerazione che certo gli è cara, perché più volte è dato rinvenirla nel suo magistero: «Esistono anche modi epocali di tale venuta. L’operare delle due grandi figure – Francesco e Domenico – tra il XII e il XIII secolo è stato un modo in cui Cristo è entrato nuovamente nella storia, facendo valere in modo nuovo la sua parola e il suo amore… Una cosa analoga possiamo dire delle figure dei santi del XVI secolo: Teresa d’Avila, Giovanni della Croce, Ignazio di Loyola, Francesco Saverio… Il suo mistero, la sua figura appare nuovamente – e soprattutto: la sua forza, che trasforma gli uomini e plasma la storia, si rende presente in modo nuovo».

 

Leggendo queste parole non ho potuto non andare con la mente e il cuore a Chiara Lubich, Igino Giordani, Chiara Luce Badano. Anche perché, nel carisma dell’unità che essi hanno testimoniato, sono centrali la fede e la pratica di “Gesù in mezzo”: e cioè di Gesù che si fa presente qui e adesso in mezzo a noi, là dove gli fa casa l’amore reciproco e verso tutti.

Soprattutto così, penso, la nostra storia può diventar oggi nuova. E ce n’è tanto bisogno!

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