Assisi, e poi . . .

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Un duomo luterano, una cattedrale cattolica, una basilica ortodossa, una moschea, una sinagoga, un tempio giainista, indù o zoroastriano, una montagna sacra… L’imponente struttura metallica che ricopriva piazza San Francesco non albergava segni religiosi, salvo un olivo, umile simbolo della pace. Ciò ha permesso a ogni fedele, a qualsiasi religione appartenesse, di ricostruire il proprio luogo di culto sotto quella tenda contemporanea, al riparo di quel muro rosso innalzato per delimitare uno spazio. Lo spazio di quella preghiera oltremodo gradita a Dio che è il dialogo, la fraternità. È anche questo lo spirito di Assisi: non ha assolutamente nulla a che fare con una rinuncia alla propria fede, ai suoi simboli e ai propri culti. È piuttosto il privilegio dato – per un momento almeno – all’accettazione della peculiarità dell’altro: “Unico è lo scopo – dirà il papa – e medesima è l’intenzione; ma pregheremo secondo forme diverse, rispettando le altrui tradizioni religiose”. La pace è stata ad Assisi il loro comune denominatore; quella pace che praticamente tutte le fedi identificano con Dio, o con un suo dono. L’origine prima dell’evento va cercata sempre nella cittadina umbra, nell’incontro del 27 ottobre 1986, ed in tutti quelli che, promosse da diverse chiese ed organizzazioni religiose, hanno riunito da allora esponenti di diverse tradizioni. L’Intercity della fraternità L’avvenimento, diffuso via satellite nel mondo intero, non si è limitato alle cerimonie svoltesi nella città di Francesco, il santo amatissimo dai cri- stiani ma anche da fedeli di altre religioni. L’evento del 24 gennaio è in effetti cominciato alla stazione ferroviaria vaticana, da dove è partito il treno che ha portato i trecento membri delle delegazioni ufficiali fino alla stazione di Santa Maria degli Angeli. Il viaggio in treno, una sorta di simbolico moderno pellegrinaggio, ha favorito saluti, incontri e mutua comprensione, tanto che, al loro arrivo nella piazza San Francesco, le tremila persone che la gremivano hanno potuto applaudire, nei loro copricapi e abiti delle più varie fogge e colori, uomini e donne di religione distesi, sorridenti e gioiosi: forse anche perché avevano vissuto tre ore di fraternità sulle rotaie umbre e laziali che collegano Roma ad Assisi. È quanto notava, ad esempio, un uomo di cultura come Leonardo Mondadori: “Sembrano tutti fratelli e sorelle “. O un conosciutissimo uomo politico italiano, desideroso di restare anonimo perché presente “solo come cristiano”: “La religione – mi diceva – oggi insegna alla politica come fare la pace: cominciando col dialogare col più vicino”. O, ancora, un uomo di solidarietà come Ernesto Olivero, visibilmente soddisfatto: “Questa amicizia tra uomini di religione costruisce il futuro”. Un papa dalla voce ferma Sembrava di rivedere il Giovanni Paolo II di Tor Vergata: energico, con la voce decisa e il sorriso sulle labbra, quello che vive gli ultimi anni della sua vita costellandoli di alti segni profetici. La scenografia centrata sulla sua figura diceva involontariamente che senza la sua ferrea volontà di uomo impavido, forse la terza visita ad Assisi coi rappresentanti delle grandi religioni non ci sarebbe mai stata, dopo i funesti eventi di settembre. Commentava Rabbi Eherenkranz, del Connecticut: “Il papa è un leader mondiale, non solo cattolico. Gli ho detto: “Il mondo ha bisogno di lei””. E il venerabile Handa, buddista tendai, giapponese, leggermente paradossale: “Abbiamo più o meno la stessa età, e guardiamo al mondo con distacco, ormai. È un uomo al di sopra delle religioni”. Le parole del papa, che hanno coronato quelle pronunciate dai rappresentanti delle confessioni cristiane e delle grandi religioni (vedi i riquadri di questo speciale), hanno ribadito i fondamenti umani e divini della pace, con una chiarezza rara. Giovanni Paolo II ha presentato – riassumendo in certo modo quanto declamato da chi l’aveva preceduto -, l’uomo della pace: colui che ascolta e dialoga, che rispetta la vita e la natura, che opera per la giustizia e il perdono. Poi un appello forte: “Le tradizioni religiose possiedono le risorse necessarie per favorire la reciproca amicizia e il rispetto tra i popoli. Affermiamo che chi utilizza la religione per fomentare la violenza ne contraddice l’ispirazione più autentica e profonda”. Quindi la conclusione, a braccio: “Ha parlato anche il vento, un vento forte. Dice la Scrittura: “Spiritus flat ubi vult”. Voglia oggi questo Spirito Santo parlare ai cuori di noi tutti qui presenti”. “Lo Spirito ad Assisi era presente”, hanno commentato in tanti, cardinali e mufti, rabbini e gran sacerdoti. Nei corridoi del Sacro Convento Oltre l’ufficialità, un altro momento ha messo in luce la fraternità: la preghiera, nelle sale del Sacro Convento, per il momento forse più importante della giornata. Scriverà il card. Martini: “Il primato della preghiera è uno dei messaggi più alti che siano emersi ad Assisi”. D’altronde, proprio con questo scopo erano stati invitati i rappresentanti delle diverse fedi. In quelle sale e in quei corridoi si ascoltava il silenzio della preghiera, contrappuntato dal salmodiare degli ebrei, dai ritmi del culto taoista su legni votivi, o da quelli africani su tamburi di pelle. Si leggevano i Sacri Libri in lingue diverse, con intonazioni sussultorie o melodiose o declamatorie, o ancora sussurrate. Ecco, al Sacro Convento c’era il sussurro dell’anima del mondo intero. Poi i rappresentanti delle diverse religioni hanno sciamato coi paramenti del culto nei corridoi, iniziando una straordinaria sequenza di abbracci, strette di mano, inchini e sguardi di intesa. Abbracci tra gli eredi di Abramo, tra i seguaci di Shiva e quelli del Tao, tra quelli di Zoroastro e coloro che venerano gli antenati in Africa… Nel frattempo i fraticelli passavano da una sala all’altra stanchi ma incantati, non immaginando che Francesco avrebbe riservato loro anche questa sorpresa. Lì ho incrociato Hassan Bin Talal, principe giordano, presidente della Wcrp: “In questa città di pace – mi ha detto -, ogni nostra città diventa anch’essa città di pace. Anche Kabul, anche New York, anche Amman. La pace ha bisogno di gente di pace”. E Henry Stobel, vulcanico rabbino di San Paolo: “La vocazione dell’uomo è la pace, non la guerra. Quello che vediamo qui lo dimostra”. Il pranzo, peraltro frugale e vegetariano, veniva definito nel programma ufficiale “agape fraterna”. Mai espressione è sembrata più appropriata, con quel silente richiamo all’amore fraterno, nel senso più forte (e reciproco) del termine. L’anima della pace Le lampade della pace hanno poi fatto la gioia dei fotografi e dei cameraman, nel corso della cerimonia finale. Sono state deposte da ogni rappresentante su un comune braciere: chi col passo sveglio del giovane uomo, chi con la deambulazione faticosa del vegliardo, chi ancora afflitto dalla malattia. In certo modo quelle andature così diverse erano l’ennesimo simbolo di una giornata peraltro già carica di segni: sembrava raffigurare l’avvicinarsi faticoso ma ineluttabile dell’umanità alla pace di Dio. L’auspicio espresso in apertura di giornata dal cardinale Van Thuan – “L’umanità ha bisogno di vedere gesti di pace” – trovava lì il suo culmine estetico e, in certo qual modo, anche liturgico (nel senso etimologico del termine: servizio pubblico). Prima che il treno ripartisse da Santa Maria degli Angeli, la commozione generale si è tramutata di nuovo in scambi di gesti e parole, rivolti al futuro questa volta. Prendiamo Gerusalemme, dalle due parti. Ci diceva il gran mufti della città santa, lo sceicco Abdel Salam E. H. Abushukhaidem: “L’incontro di Assisi è un inizio nuovo nel mettere insieme i fedeli di tutte le religioni. E il fatto di avere incominciato è molto più importante che essere soltanto tristi o lamentarsi di ciò che è successo”. E il rabbino capo di Gerusalemme, David Rosen: “Non è possibile fissare delle scadenze per questa ineluttabile marcia verso la pace. Ma bisogna credere che ci arriveremo. Gente come quella oggi presente ad Assisi dice che ciò non solo è possibile, ma è già un fatto”. Altre voci del coro. Konrad Raiser, segretario generale del Consiglio ecumenico delle chiese, espressione di quell’ecumenismo tra cristiani che sempre più appare come un imperativo categorico di questo inizio di millennio in cerca di pace: “Gli ultimi incontri a carattere interreligioso, e questo di Assisi in primo luogo, hanno creato un clima di apertura, fiducia e impegno per un dialogo continuo tra le diverse famiglie religiose”. E, da più lontano, il principe indù Shri Krishnaraj Vanavarayar, espressione di una delle religioni più antiche al mondo: “Parto da Assisi con la convinzione che la religione debba permettere all’uomo di realizzare sé stesso: cioè l’amore infinito e la compassione “. Altri hanno sottolineato come nello “spirito di Assisi” non sia ammesso di “mercanteggiare la propria identità religiosa in un vuoto sincretismo” (parole di Jovan, metropolita di Zagabria); e come sia “l’ora dei laici, dopo la parola dei capi religiosi” (mons. Bettazzi); o ancora, secondo quanto ci ha detto il rev. Keishi Miyamoto, del movimento buddista Myochikai, come “ora si debba continuare con più lena a realizzare atti di pace e di fraternità”. Insomma, un’onda lunga sembra essere partita da Assisi, provocata dalle parole finali del papa: “Mai più violenza! Mai più guerra! Mai più terrorismo! In nome di Dio ogni religione porti sulla terra giustizia e pace, perdono e vita. Amore”. “L’amore è l’anima della pace”, era scritto su uno striscione all’entrata della città. Un pellegrinaggio di pace Alcuni passaggi del discorso di Giovanni Paolo II. “Vogliamo recare il nostro contributo per allontanare le nubi del terrorismo, dell’odio, dei conflitti armati, nubi che in questi ultimi mesi si sono particolarmente addensate all’orizzonte dell’umanità. Per questo vogliamo ascoltarci gli uni gli altri: già questo – lo sentiamo – è un segno di pace (…). Le tenebre non si dissipano con le armi; le tenebre si allontanano accendendo fari di luce (…). L’odio lo si vince solo con l’amore. “Nel messaggio del 1°gennaio scorso, ho posto l’accento su due “pilastri” sui quali poggia la pace: l’impegno per la giustizia e la disponibilità al perdono. Giustizia, in primo luogo, perché non ci può essere pace vera se non nel rispetto della dignità delle persone e dei popoli, dei diritti e dei doveri di ciascuno e nell’equa distribuzione di benefici ed oneri tra individui e collettività (…). E poi anche perdono, perché la giustizia umana è esposta alla fragilità e ai limiti degli egoismi individuali e di gruppo. Solo il perdono risana le ferite dei cuori e ristabilisce in profondità i rapporti umani turbati (…). “È doveroso, pertanto, che le persone e le comunità religiose manifestino il più netto e radicale ripudio della violenza, di ogni violenza, a partire da quella che pretende di ammantarsi di religiosità, facendo addirittura appello al nome sacrosanto di Dio per offendere l’uomo (…). “Il nostro maestro e Signore Gesù Cristo ci chiama a essere apostoli di pace. Egli ha fatto sua la regola d’oro nota alla sapienza antica:”Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” ed il comandamento di Dio a Mosè:”Ama il prossimo tuo come te stesso”, portandoli a compimento nel comandamento nuovo:”Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (…). “Pregare non significa evadere dalla storia e dai problemi che essa presenta. Al contrario, è scegliere di affrontare la realtà non da soli, ma con la forza che viene dall’Alto, la forza della verità e dell’amore la cui ultima sorgente è in Dio (…). “Vogliamo mostrare al mondo che lo slancio sincero della preghiera non spinge alla contrapposizione e meno ancora al disprezzo dell’altro, ma piuttosto ad un costruttivo dialogo, nel quale ciascuno, senza indulgere in alcun modo al relativismo né al sincretismo, prende anzi più viva coscienza del dovere della testimonianza e dell’annuncio”. Noi ci impegniamo a… A nome dei presenti, i rappresentanti delle religioni hanno espresso un impegno per la pace. Raccolti qui, ad Assisi, abbiamo insieme riflettuto sulla pace, dono di Dio e bene comune dell’intera umanità. Pur appartenendo a tradizioni religiose diverse, affermiamo che per costruire la pace è necessario amare il prossimo rispettando la “regola d’oro”: “Fa’ agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te”. Con questa convinzione, non ci stancheremo di lavorare nel grande cantiere della pace e per questo noi ci impegniamo: a proclamare la nostra ferma convinzione che la violenza e il terrorismo contrastano con l’autentico spirito religioso (…); ad educare le persone a rispettarsi ed a stimarsi reciprocamente, perché si possa realizzare una convivenza pacifica e solidale tra appartenenti ad etnie, culture e religioni diverse; a promuovere la cultura del dialogo, perché crescano la comprensione e la fiducia reciproca fra gli individui e i popoli (…); a difendere il diritto di ogni persona umana a vivere una degna esistenza secondo la propria identità culturale e a formarsi liberamente una propria famiglia; a dialogare, con sincerità e pazienza, non considerando quanto ci differenzia come un muro invalicabile (…); a perdonarci vicendevolmente gli errori e i pregiudizi del passato e del presente(…); a stare dalla parte di chi soffre nella miseria e nell’abbandono (…); a far nostro il grido di chi non si rassegna alla violenza e al male (…); ad incoraggiare ogni iniziativa che promuova l’amicizia fra i popoli (…); a chiedere ai responsabili delle nazioni di fare ogni sforzo perché, a livello nazionale e internazionale, si edifichi e si consolidi, sul fondamento della giustizia, un mondo di solidarietà e di pace; noi, persone di tradizioni religiose diverse, non ci stancheremo di proclamare che pace e giustizia sono inseparabili e che la pace nella giustizia è l’unica strada su cui l’umanità può camminare verso un futuro di speranza (…). Mai più violenza! Mai più guerra! Mai più terrorismo! In nome di Dio ogni religione porti sulla terra giustizia e pace, perdono e vita, amore!

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