Apriti cielo

Cento lavori di Giovanni Lanfranco, uno dei creatori dei “trionfi” barocchi in Italia ed Europa. Chissà perché, dai primi anni del Seicento per tutta Italia – e poi, un secolo dopo, per tutta Europa – si sfondano i cieli su cupole e volte di palazzi chiese e abbazie. Facendo precipitare in un volo fantasmagorico angeli sgambettanti sulla folla dei fedeli, sbalorditi e impauriti, da un salto nel vuoto di tutto il paradiso. Certo, oggi, abituati a prevedere un prossimo viaggio su Marte e dintorni, la domanda può sembrare sprecata. A meno che anche noi non ci mettiamo sotto la cupola di Sant’Andrea della Valle a contemplare la Gloria paradisiaca fra i girotondi di santi; oppure, a San Giovanni dei Fiorentini, a veder ascendere il Cristo dentro la luce: facendoci “sentire” (sì, è la volta di usare la parola abusata) una doppia sensazione: di voler salire noi con lui e di esser lui a guardarci per portarci su. Forse è appunto quello che si augurava Giovanni Lanfranco – sulla scia di Correggio, e poi dei “colleghi” Domenichino, Reni, Cesari – succedesse agli ammirati contemporanei. I quali il paradiso lo volevano vedere, reale se possibile, incarnato (secondo la didattica tridentina) in visioni piene di luce e di movimento. Il miracolo è che questo film pittorico abbia funzionato (anzi, funzioni ancora, per chi non ha perduto la voglia di incantarsi), che lo spettacolo non divenga retorica, ma narrazione convincente, ricca di vitalità. Si apprezza tutto meglio, osservando i lavori da cavalletto di Giovanni, dipinti nei suoi soggiorni a Parma (dove è nato), Napoli e Roma – dove muore a 65 anni nel 1647 – , creando a ripetizione un repertorio di pale d’altare minuscole o grandiose, scene mitologiche e letterarie, ritratti psicologici e gruppi di famiglia. Con una cifra stilistica tutta sua, per cui conosce Caravaggio ma non ne è sopraffatto; Domenichino, ma non lo imita. Apre anzi la strada ai “napoletani” Preti, Giordano e Rosa, durante i suoi soggiorni partenopei, alternando visioni scure a melod r a m m i gioiosi e a voli pieni di fantasia. Dovunque, c’è il suo calore, una foga anche, a fatica controllata. Ma siamo nel Seicento, l’arte è vita, colore, sentimento esibito. Lanfranco se ne farà interprete nei palazzi Borghese, Farnese e Mattei a Roma, o ai Santi Apostoli e Sant’Andrea; a Napoli nella cappella di San Gennaro e nella Certosa di San Martino… Oscurato nel tempo e nella stima postuma dalla concorrenza, Giovanni si prende la rivincita ora con la sua prima rassegna romana completa. Ne emerge come un grande comunicatore di idee, emozioni di un’epoca alla ricerca della felicità. Lui la descriveva, questa felicità, aprendo i cieli, a far sognare – ed avviare – gli uomini.

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