Appello per porre fine alle violenze contro la Comunità di pace di San José de Apartadó in Colombia

Due nuove vittime, una donna e un ragazzo, che si aggiungono alle tante persone uccise dal 1997 della comunità di contadini che in Colombia hanno scelto la resistenza pacifica in un contesto segnato dalla violenza scatenata da forti interessi economici. La richiesta di solidarietà lanciata da Operazione Colomba, corpo civile di pace della Comunità Papa Giovanni XXIII, intervenuta nel novembre 2023 al convegno nazionale della Chiesa italiana “Non c’è pace senza perdono”
Comunità di pace di San José de Apartadó in Colombia. Foto: Operazione Colomba

Era ancora scombussolata dal viaggio aereo transcontinentale Silvia De Munari, volontaria dell’Operazione Colomba, quando il 16 novembre 2023 a Roma ha portato la testimonianza della Comunità di Pace di San José de Apartadó in Colombia.

È di questi giorni la notizia dell’uccisione di Nayeli Sepulveda, 30 anni ed Edison David, 15 anni, rispettivamente moglie e fratello di uno dei leader della Comunità di Pace. I sicari hanno sparato facendo irruzione nel villaggio La Esperanza, nel Dipartimento di Antioquia.

Una regione del tutto assente dai radar dell’informazione di massa per un fatto di cronaca usuale in un territorio segnato endemicamente dalla violenza ma le parole pronunciate dalla De Munari in Campidoglio durante il convegno nazionale “Non c’è pace senza perdono” promosso, per i 60 anni della Pacem in terris,  dalla pastorale sociale della Chiesa italiana hanno permesso di accorciare le distanze e conoscere meglio la straordinaria esperienza controcorrente di una realtà comunitaria che resiste in maniera nonviolenta dentro la filiera del narcotraffico internazionale  e dell’estrazione di materie prime che ci riguarda direttamente.

Il testo dell’intervento di Silvia De Munari, volontaria dell’Operazione Colomba della Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII (Apg23), è pubblicato su cittanuova.it. Parla della scelta di un gruppo di contadini che ha scelto di costituirsi come comunità di pace in un Paese come la Colombia dove «nonostante gli importanti passi in avanti fatti in tema di accordi di pace, è colpito, da oltre 60 anni, da una guerra “civile” che ha causato, oltre 450mila morti, centinaia di migliaia di persone scomparse, milioni di persone sfollate».

Il bollettino mensile dell’Operazione Colomba aggiorna periodicamente su esperienze similari in diversi luoghi di conflitto rendendo ragione di una logica che sfugge alle nostre categorie e interroga le nostre coscienze. Difficile da capire una scelta raccontata in questo modo: «Siamo nati come Comunità nel 1997 rifiutando l’uso delle armi come risposta ai massacri perpetrati nei nostri confronti, rifiutando la collaborazione con attori armati, ma soprattutto rifiutando e lavorando giorno per giorno affinché in noi mai si piantassero semi di odio e di vendetta. Volevamo trovare un’alternativa per vivere in mezzo alla guerra senza farne parte».

Come sottolinea in un comunicato l’Apg23 «dal 1997 ad oggi la Comunità di Pace ha avuto più di 300 persone assassinate. Sebbene le violazioni dei diritti umani non siano mai cessate, era dal 2005 che non avveniva un tale massacro. Dalla firma degli Accordi di Pace del 2016, la Comunità di Pace ha continuato a denunciare la forte presenza dei gruppi paramilitari nell’area».

Secondo la testimonianza di Monica Puto, operatrice del corpo nonviolento di pace della Comunità Papa Giovanni XXIII presente sul posto dal 2009 come forza di interposizione nonviolenta «nelle ultime due settimane noi di Operazione Colomba eravamo presenti in qualità di osservatori internazionali nel villaggio La Esperanza proprio a causa degli ultimi attacchi ricevuti. Io ero ripartita da quel villaggio il giorno prima del massacro».

Come riferisce Monica Puto «la Comunità di Pace aveva subito di recente diversi attacchi: invasioni di terreno nella proprietà privata Las Delicias, all’interno del villaggio, danni materiali a beni di sua proprietà, minacce, calunnie per screditare la resistenza pacifica che portano avanti da 27 anni per proteggere la loro terra da grandi progetti estrattivi. Il Municipio di Apartadó, gli enti locali e il governo nazionale erano a conoscenza di quanto stesse accadendo prima del massacro».

Nel suo intervento a Roma lo scorso novembre, Silvia De Munari aveva riportato la testimonianza di Maria Brigida González, una delle fondatrici della Comunidad de Paz de San José de Apartadó: «Credo che il perdono, il non portare odio, il non sentire quella maledetta sete di vendetta, sia  il miglior rimedio per costruire la pace. Ma non c’è solo l’odio e la vendetta nella guerra… c’è il potere, il potere politico, il potere economico che si concentra nell’essere umano e che fa perdere valore alla vita, tanto da farci sentire così potenti da uccidere qualsiasi persona per mantenerlo».

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