Ancora sangue

Non basta la forza a fermare l’opposizione al governo sostenuto da Mosca. Sono tante le anime della guerriglia in un territorio sempre più povero. Dal nostro corrispondente
Cecenia
     Grozny è ritornata sulle testate dei giornali, e ancora per gli  scontri tra ribelli e forze fedeli a Mosca. Tre morti e diciassette feriti tra uomini delle forze di polizia e personale del parlamento regionale, oltre ai tre guerriglieri: questo il bilancio dell’attacco al Parlamento. Alcuni dettagli sui momenti vissuti sotto i colpi di kalashnikov e di lanciagranate sono stati riferiti da un deputato della regione di Sverdlov (Urali), Igor Danilov, che si trovava lì insieme ad una delegazione della sua regione per trattare un piano di collaborazione. «Volevano spiegarci come si vive oggi nella pacifica Cecenia», ha riferito il deputato al quotidiano Kommersant, aggiungendo che stavano per attraversare il cortile tra l’albergo e l’edificio principale, quando si è scatenata la battaglia.

       Non si può dire che sia stato un attacco devastante. Il parlamento ceceno ha proseguito i lavori del giorno qualche ora dopo. Ma l’audacia degli aggressori di entrare in una delle zone di più alta sicurezza della capitale cecena ha avuto un notevole impatto.

 

    I tre uomini attrezzati di kalashnikov e tanto di esplosivi hanno semplicemente preso un taxi fino all’ingresso del territorio del Parlamento, aspettato che le guardie aprissero per fare entrare la macchina di uno dei deputati, e si sono fatti avanti svuotando i caricatori su chi cercava di fermarli. Sapevano che non sarebbero usciti vivi da lì e si sono fatti esplodere quando non potevano continuare a combattere. Le autorità russe dicono che si tratta probabilmente di persone legate al leader ribelle Hussein Gakaiev, che considerano anche responsabile di un’altra azione altrettanto temeraria: l’attacco a Tsenteroi, il villaggio natale di Ramzan Kadirov, alla fine di agosto. Anche in quella occasione i dodici guerriglieri hanno compiuto un’azione “senza via di ritorno”, e quelli che non sono caduti sotto le pallottole delle forze del governo si sono fatti esplodere come i tre del parlamento di Grozny. Alcuni osservatori parlano di una nuova tattica dei ribelli, altri della crisi della leadership dei guerriglieri che spinge alcuni a cercare di farsi notare.

           

   È da qualche mese che si parla di divisioni fra i ribelli del Caucaso. Sembra che Doku Umarov, l’uomo che ha assunto il comando dei guerriglieri dopo la morte di Aslan Maskhadov e di Shamil Bassaiev, abbia perso l’autorità presso alcuni dei leader ribelli. Affermare la sua superiorità potrebbe essere il motivo per cui alcuni dei “comandanti” vengono spinti a scatenare operazioni rischiose. Umarov si è proclamato “amir” dell’ “Imarat” del Caucaso, che comprende, non solo la Cecenia, ma quasi tutti i territori del Caucaso nord, come il Dagestan, l’Inguscezia e la Cabardino-Balkaria. In tutte questi regioni appaiono regolarmente notizie di attentati contro le forze locali o contro le autorità. Non è chiaro se si tratta di gruppi locali, o forze ribelli che hanno come scopo il cambiamento della situazione politica.

Con analoga regolarità si fanno sentire le dichiarazioni ufficiali di azioni di truppe speciali in cui sono stati eliminati alcuni “banditi”. Ma il cerchio di violenza sembra non aver fine. Secondo il leader ceceno, Ramzan Kadirov, i guerriglieri «non sono più di 60 o 70», ma la situazione nella regione non cambia sostanzialmente, nonostante il tono ottimista delle dichiarazioni della polizia cecena.

    Kadirov può vantarsi della ricostruzione di Grozny e di altre città, avvenuta avvalendosi delle abbondanti dotazioni di Mosca, ma il clima di instabilità continua a non permettere investimenti efficaci in quel territorio. Di conseguenza la disoccupazione domina, lasciando un pesante contrasto tra i poveri e i benestanti collaboratori del governo locale. Situazione che non è molto diversa rispetto a quella che si vive nelle vicine repubbliche.

   La strategia del Cremlino di puntare su Kadirov – prima il padre Akhmad, poi il figlio Ramzan – si è rivelata vincente quando si trattava di usare la forza contro i ribelli, ma si mostra insufficiente allorchè si tratta di rompere il cerchio di violenza che continua ad asfissiare il Caucaso. 

 

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