Alzare lo sguardo

Dal bicchiere d’acqua all’acquedotto, dall’utopia alla sfida del quotidiano

Nei primi anni ’70 Chiara Lubich affascinava noi giovani con la sfida del mondo unito, perché il Vangelo è una rivoluzione sociale che non si gioca solo dai tetti in su, ma anche dai tetti in giù. Sentivo il fascino trascinatore della proposta, ma ero anche immersa nella contestazione studentesca a Trento, la mia città. Era necessario prendere posizione rispetto alla storia, alla trasformazione della società, non bastava una convinzione carismatica. Rischiavo o la deriva spiritualista o la scissione della vita con la fatica di far convivere tutto.

Due sponde mi salvarono. Da una parte gli approfondimenti culturali di don Foresi, teologo e filosofo che traduceva il carisma di Chiara in cultura. Quelle “traduzioni” mi fornivano argomenti per rendere ragione del mio ottimismo nell’umanità e nella sua storia, argomenti che potevo spendere con i miei amici, a scuola e nel gruppo femminista di cui facevo parte. Non sempre, infatti, nella vita quotidiana si possono spendere parole “im-mediate” del Vangelo.

L’altra sponda fu la conoscenza con un gruppo di persone del Movimento realizzate nella loro professione: impegnati in politica; casalinghe che costruivano nel quartiere catene di solidarietà suggerendo soluzioni alle istituzioni; manager d’impresa… Gente che stava cambiando il mondo, a cominciare dal proprio angolo e assumendosene la responsabilità. Gente capace, perché legata da alleanze generative reciproche, di non perdere mai la meta: un mondo unito, in pace e giusto! Persone che sapevano unire la dimensione del bicchiere d’acqua da dare all’assetato con la costruzione di acquedotti per rispondere stabilmente al bisogno.

Sin da allora ho vissuto come necessarie tre dimensioni, per tenere assieme l’utopia con la sfida del quotidiano, e la meta di un mondo unito con la ricerca della felicità.

La dimensione spirituale, l’annuncio evangelico che nasce da un Dio Comunità che custodisce e alimenta l’Immagine vera dell’umanità. La dimensione concreta di incarnazione, fatta di competenza, scelte coraggiose quotidiane e fedeltà. La dimensione culturale, per rendere la nostra esperienza universale, capace di durare nel tempo e dialogante con l’ambiente attorno.

Ma come agiva Chiara Lubich? Mai ha scelto, come prima mossa, di mettersi a tavolino per organizzare la vita! Invece incontrava le persone e si lasciava sfidare da ogni incontro. Durante la guerra incontra Duccia, impegnata come partigiana, la travolge nel suo ideale, la ascolta, non la accoglie in focolare, ma le affida il “fuori”, inventando un modo diverso di tenerla stretta nella stessa unità di intenti.

Incontra Igino Giordani e accoglie in lui la diversità di un’altra umanità. Attraverso di lui conosce altri politici e li unisce nel Centro S. Caterina.

Poi si aggiunge un gruppo di medici e nasce il Centro s. Luca e così man mano da quella vita in comune, nascono alleanze generative di diversità in dialogo.

Non facciamo l’errore, oggi, di mettere l’accento sulle strutture, dimenticando l’importanza di ascoltare le domande dell’umanità, guardare al disegno di singoli e comunità, passare all’azione, e poi, solo poi, organizzare la vita.

«Serve per la fraternità universale? Se sì, non avere paura, buttati, anche se costa, vai senza paura!», questa risposta cristallina di Chiara a una mia domanda è un faro e un criterio di discernimento. Partire quindi dalle domande che emergono nel territorio dove viviamo, mettendo in luce la vita che attorno a noi già c’è.

Un’ultima osservazione. Stefano Sarzi, nel suo libro Comunità e democrazia nei quartieri (Erickson, Trento 2016), invita ad alzare gli occhi dal proprio angolo di competenza, per girarsi, ampliare lo sguardo verso la piazza, la città che ci contiene. Incrociando lo sguardo di chi vive e lavora accanto a noi, in altri settori o ambiti, riusciremo a “vedere” (finalmente!) il territorio in cui agiamo, per partire non dalle nostre competenze, ma dalle domande che ci stanno davanti. Qualunque sia il nostro posto dentro la città, una casalinga o un sindaco, un panettiere o una infermiera, un giovane o un bambino, ognuno di noi e tutti assieme abbiamo in affidamento tutta la città, il posto dove Dio ci ha pensato come strumento di unità.

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