All’università buddhista

La presidente dei Focolari parla della propria fede ai giovani monaci del più importante ateneo del Nord.
Maria Voce
Anche qui scalzi. Non è un tempio, né un’aula sacra, ma per accedere nell’edificio principale dell’università Mahachulalongkorn Rajavidyalaya, il più importante ateneo buddhista del nord della Thailandia, le calzature vanno lasciate all’esterno. E sono in gran numero, per la presenza di studenti, professori e, oggi, anche di visitatori provenienti dall’Italia. La temperatura aiuta. Qui a Chiang Mai, distesa su una pianura circondata dalle montagne tra cui si erge il Doi Intanon, la cima più alta del Paese, la stagione è asciutta e il clima è il migliore dell’anno, 28-30 gradi e contenuta umidità.

La città, 180 mila abitanti, è un centro nevralgico dal punto di vista spirituale. Oltre trecento templi dicono il senso del sacro della popolazione. I monasteri costituiscono un sicuro punto di riferimento e i monaci sono consiglieri ascoltati dalle persone più diverse per la loro ricerca della verità guidata da una vita ascetica e da una disciplina interiore, che per noi intiepiditi occidentali suona ad un tempo come monito e attrattiva.

La figura di Ajahn Thong, grande maestro del buddhismo theravada, gode nel Paese di un’indiscussa autorevolezza. Nel 1996 incontrò Chiara Lubich e nacque un’amicizia e un cammino che ha fruttato quattro simposi tra buddhisti e cristiani, l’ultimo dei quali appena concluso nell’accogliente monastero del maestro. Nel 1997 l’abate invitò la fondatrice dei Focolari a parlare all’università e questa volta lo stesso raro onore – perché donna, laica e cristiana – è stato riservato a Maria Voce.

 

«Devo dirvi la mia gioia e la mia emozione di essere qui», aveva esordito la presidente del movimento davanti a un centinaio di selezionati giovani monaci studenti. Nei 19 giorni di permanenza in Thailandia (e un’agenda fitta di impegni), quello resterà un appuntamento di straordinario significato. Confermava infatti sia stima e apertura di influenti personalità buddhiste nei confronti del carisma della Lubich, che sintonia spirituale nella pur doverosa distinzione tra le due religioni. Fattori, entrambi, che, stanno favorendo conoscenza reciproca, dialogo proficuo, testimonianza vitale in un territorio in cui il consumismo globalizzato ha già posto le sue tende.

Presenta la Chiesa cattolica, Maria Voce, e le sue finalità. Parla di Gesù. È «un annuncio rispettoso», come auspicato da papa Wojtyla, ma partecipato in modo affascinante. Racconta anche dei più recenti doni dello Spirito, i nuovi carismi, e comunica la storia di Chiara e del movimento, la scoperta di Dio Amore e del progetto di unità per l’umanità racchiuso nel Vangelo. Nelle loro tonache in prevalenza di colore arancione i monaci si fanno più attenti.

 

Ascoltano le caratteristiche dell’amore cristiano e la misura del rapporto: «Per accogliere l’altro è necessario fargli tutto lo spazio interiore possibile, spegnendo tutto in sé», sottolinea la relatrice. Poi precisa: «Questa è la condizione che favorisce la scoperta dei semi di verità in ciascuno. Dialogare è amare nella verità, e questo è un cammino non sempre facile». Sulla sinistra del palco è posizionata una piccola statua di metallo bronzeo di Buddha.

 

Gli studenti sono monaci ma anche giovani di oggi, per cui qualcuno di loro si muove, qualche altro parla con il vicino o consulta il cellulare. Ma quando scocca il turno del dialogo, le idee sono chiare. «Ho adesso una nuova visione dei cristiani – esordisce il primo –. Scopro la vostra apertura. Ci amate e ci possiamo amare reciprocamente. È quello che insegnano le religioni. Questo ci incoraggia ad avere un rapporto migliore anche con i musulmani per diventare autentici fratelli».

Un monaco cambogiano fa presente: «Buddha insegna che per essere felici bisogna fare contenti gli altri. Questo è il programma da realizzare includendo le diverse generazioni e le altre religioni. Auguri al lavoro dei Focolari». «Sono grata di questa occasione – saluta alla fine Maria Voce – che apre di più il cuore di tutti noi. Il dialogo interreligioso è una via per aprirci reciprocamente».

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