Aiuti umanitari per la Ghouta Est

Continua il calvario nel territorio prossimo alla capitale siriana che il governo di Assad vuole riconquistare dalle mani dei ribelli. La gravissima crisi umanitaria

Dopo una settimana di trattative, finalmente il primo convoglio Onu di 46 camion ha raggiunto la martoriata regione della Ghouta Est, in Siria, attraversando il valico di Wafidin, pochi km a Est di Duma. Trasportava generi alimentari di prima necessità e presidi sanitari per 27.500 persone. L’attesa è stata lunga per la mancanza di autorizzazione da parte dei governativi e per l’opposizione dei ribelli. Nel frattempo i bombardamenti non si sono praticamente mai arrestati, eccetto qualche breve pausa, provocando morte e distruzione. Alla fine i governativi hanno concesso il via libera, ma «i kit per i traumi, il materiale per la chirurgia, la dialisi e l’insulina sono stati respinti dalla sicurezza», come ha dichiarato un funzionario dell’Organizzazione mondiale della sanità. Da parte loro, pare che i ribelli abbiano acconsentito al transito del convoglio in cambio di una parte degli aiuti umanitari.

Aid convoy enters Syria's besieged Eastern Ghouta

«Il convoglio di aiuti dell’Onu, della Croce Rossa e della Mezzaluna rossa siriane, per la Ghuta orientale sta lasciando Duma dopo quasi 9 ore – scrive su Twitter Sajjad Malik, rappresentante dell’Unhcr in Siria, lasciando intendere che non è stato possibile consegnare tutti gli aiuti previsti –. Abbiamo consegnato quanto più abbiamo potuto sotto i bombardamenti. I civili sono intrappolati in una situazione tragica». È «un primo passo positivo», afferma un portavoce del Comitato internazionale della Croce Rossa, ma non basta certo a risolvere i problemi dei civili intrappolati nella zona. Si calcola che in ciò che resta dell’enclave ribelle assediata da 5 anni dalle forze governative siriane si trovino quasi 400 mila persone, forse i combattenti (soprattutto salafiti, qaedisti e islamisti, ma anche dissidenti politici) sono meno di 20 mila, gli altri 380 mila almeno, sono civili, e fra loro molti sono i bambini.

I governativi stanno avanzando da Sud verso Duma, a meno di 20 Km da Damasco e principale centro della regione: hanno finora occupato circa un terzo della sacca. I centri di Nashabiyah e Otayba a Sud sono ormai controllati dall’esercito. Il governo siriano lascia aperto il corridoio di Beit Sawa (6 Km a Sud-Ovest di Duma), dove stazionano gli autobus messi a disposizione dei civili che riescono a lasciare la sacca. Fino alla settimana scorsa, però, erano transitate da Beit Sawa solo 4 persone: due anziani pakistani e 2 ragazzini, in qualche modo filtrati fra le maglie della rete imposta dagli oppositori del governo. Negli ultimi giorni, invece, sarebbero passate alcune centinaia di persone, qualcuno dice addirittura 2 mila. I pass distribuiti finora per accedere al corridoio sarebbero però almeno 100 mila.

Per comprendere meglio e più a fondo il dramma umano dei civili della Ghouta Est è utile leggere un articolo pubblicato nel febbraio scorso su Foreign Policy (tradotto in italiano a cura di Un ponte per su dinamopress.it), che tenta una puntuale analisi dell’assedio venutosi a creare in questi quasi 5 anni, a partire dell’ottobre 2013. L’autrice è l’australiana Annie Sparrow, medico e docente alla Icanh School of Medicine del Mount Sinai Hospital di New York, nonché autorevole membro di Human Rights Watch, la ong internazionale che si occupa di difesa dei diritti umani. La posizione della Sparrow è molto critica nei confronti del governo siriano e soprattutto della gestione degli aiuti internazionali da parte delle Nazioni Unite, senza peraltro giustificare in alcun modo le posizioni ideologiche degli oppositori del governo. È piuttosto una denuncia circostanziata delle violazioni dei diritti umani, fondata su una notevolissima e diretta esperienza personale, oltre che sui dati. Pur con gli indispensabili distinguo, l’analisi di Annie Sparrow appare comunque interessante per avvicinare alcune fra le complicatissime situazioni che purtroppo segnano l’evolversi del conflitto siriano. La scomoda denuncia della dottoressa australiana è di grande aiuto anche per valutare la veridicità di alcune notizie, molto spesso ingolfate tra una marea di superficiali annunci copia-incolla, fake news e mezze verità tendenziose difficili da distinguere senza poter attingere ad una chiave di lettura autorevole e controcorrente per quanto certamente anche discutibile.

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