Ai piedi della montagna

La religione s’è fatta in montagna. O almeno sui colli. Dal monte Moria al desertico Sinai, all’Oreb dove Elia ascoltò il mormorare del venticello di Dio, dal tondeggiante Tabor al Golgota, dal monte della Verna – dove Francesco ricevette le stigmate – alle aride pendici del monte Hira dove Muhammad s’era ritirato a meditare, agli incantevoli villaggi alpini delle Dolomiti dove Chiara Lubich e le sue compagne fecero straordinarie esperienze di Dio, molte grandiose pagine della storia delle religioni sono state scritte sulle alture. Alla tradizione cristiana è molto caro anche un monticello che si leva in Israele sulla riva del lago di Tiberiade, appena sopra la cittadina di Tabgha, a poco più di un chilometro dalle rovine dell’antica Korazim, lungo la strada che anticamente univa questa città a Cafarnao. È chiamato semplicemente Monte delle beatitudini. Lì un giorno, o forse a più riprese, Gesù s’è seduto, e i suoi ascoltatori – i discepoli, i simpatizzanti, i curiosi – stavano accovacciati sull’erba un po’ più in basso. Forse era primavera, forse non faceva ancora troppo caldo e spirava una leggera brezza dal lago… forse. In quel luogo Gesù disse parole che sono scolpite, o dovrebbero esserlo, nel cuore d’ogni cristiano fino alla fine dei tempi: beati i poveri in spirito, beati gli afflitti, beati i miti, beati i misericordiosi, beati i puri di cuore. Un rabbino dei nostri tempi ha immaginato d’essere catapultato indietro di duemila anni, anche lui accovacciato sull’erba ad ascoltare quelle eccezionali parole di Gesù e gli altri discorsi che fece su quel colle, e che Matteo ci ha tramandato in quella parte del suo Vangelo chiamata Discorso della montagna. È un rabbino di tutta eccezione: il professor Jacob Neusner, una delle personalità scientifiche più rilevanti del XX secolo in campo umanistico e il più grande specialista vivente nel campo della letteratura rabbinica antica. Neusner ascolta le parole di Gesù ed è sorpreso dalla loro audacia, dalla loro vibrante novità: Oggi, essendosi trasformati molti insegnamenti in banalità e luoghi comuni, è difficile recepire la sfida, il pungolo, la carica polemica di queste parole . Egli comprende che la novità assoluta del cristianesimo è l’incontro con Gesù. Poi, quando si fa sera, la gente s’accomiata e torna alle proprie dimore; molti di loro son certi d’aver colto in quelle parole il profumo del cielo, e cambieranno per sempre la loro vita. Neusner invece è pensieroso: Gesù mi osservava già prima che lo vedessi e con un gesto mi indicò di unirmi a lui lungo la strada, cosa che feci. Aspettai che mi parlasse, ma egli rimase in silenzio e io feci lo stesso. Ma in silenzio, camminando al suo fianco, riflettevo…. Da questa riflessione nasce il volume Un rabbino parla con Gesù (San Paolo). Papa Benedetto XVI lo cita nel suo Gesù di Nazaret: Il grande erudito Jacob Neusner in un importante libro si è, per così dire, inserito tra gli ascoltatori del Discorso della montagna e ha poi cercato di avviare un colloquio con Gesù… Questa disputa condotta con rispetto e franchezza tra un ebreo credente e Gesù, il figlio d’Abramo, più di altre interpretazioni del Discorso della montagna a me note, mi ha aperto gli occhi sulla grandezza della parola di Gesù e sulla scelta di fronte alla quale ci pone il Vangelo. Parole forti, non comuni, sulla bocca di un papa. Ma in che cosa consiste il valore di questo libro che, sempre secondo Ratzinger, è il saggio di gran lunga più importante per il dialogo ebraico-cristiano che sia stato pubblicato nell’ultimo decennio? Consiste nella qualità del dialogo. Ora, può rimanere un po’ disorientato chi intende per dialogo il cantare le meraviglie della controparte. Neusner non fa questo. Anzi, egli non ha alcun timore d’affrontare a viso aperto le differenze fra l’insegnamento di Gesù e quello dei rabbini, come egli lo intende: Non loderò con complimenti esagerati, irrilevanti, il Dio di qualcun altro: è degradante e disonesto. Il dialogo infatti per essere fruttuoso e non ridursi a un simpatico quanto inconcludente passatempo così apprezzato nella nostra società, deve poggiare su alcuni pilastri. Innanzitutto per dialogare, affermava il filosofo Martin Buber – grande esperto in materia – è necessario essere saldi e preparati nella propria fede. Inoltre è necessario il rispetto fra gli interlocutori e un sistema di riferimento accettato dalle due parti, che consenta quindi di parlare della stessa cosa, nei termini che entrambi ritengono importanti dal loro punto di vista. Neusner riesce a fare questo. A tratti questo dialogo fra lui e Gesù prende i toni d’una intensa discussione. Nella mia religione – scrive Neusner – la discussione rappresenta un aspetto della liturgia allo stesso titolo della preghiera: una discussione argomentata su problemi sostanziali, fondata sul rispetto per l’altro e l’accordo sulle premesse. Questo tipo di controversia non è soltanto un gesto di stima e di rispetto per l’altro, ma offre anche il dono dell’intelletto sull’altare della Torah. Sì perché il Dio d’Israele ama l’arguzia con cui gli uomini argomentano con lui. Abramo discusse con Dio per salvare Sodoma; Mosè e molti altri profeti, come Geremia, discussero accesamente con Dio. Molti santi lo fecero. Neusner, nato nei tolleranti Usa, cresce in ambiente largamente cristiano. Per ricambiare la benevolenza che la comunità cristiana gli ha sempre riservato, egli si propone di interessarsi alla loro religione e quindi di… discutere con essa. Ovviamente è necessario essere coscienti di due pericoli opposti. Il primo: che il confidare totalmente su una distorta visione della fede sganciata dalla ragione – e quindi, se hai fede puoi credere in certe cose, se no è inutile parlarne – non è un atteggiamento maturo, e vanifica ogni tentativo di avvicinamento fra chi vive esperienze diverse. Il secondo: che la discussione, pure rispettosa, è solo uno dei variegati modi in cui si esprimono il dialogo e la testimonianza di fede. Ma al di là di queste forse scontate premesse, nessun onore è maggiore fra gli ebrei che intavolare una franca ed accesa discussione, anche se un po’ litigiosa, nella quale si onora l’intelligenza e ci si riscopre compagni. Perché discutere significa prendere sul serio il punto di vista dell’altro. Se avrò successo – continua Neusner – … tanto gli ebrei quanto i cristiani dovrebbero trovare in queste pagine della ragioni per sentirsi rafforzati nella propria fede. Da quello che scrive il papa, sembra che il rabbino ce l’abbia proprio fatta nel suo intento. Come finisce la lunga e articolata discussione? Per Neusner, che reputa sua missione fare parte dell’Eterno Israele, non c’è che un’ovvia conclusione al suo incontro con Gesù ai piedi del monte: Ci incontreremmo, dialogheremmo, ci lasceremmo da amici – ma ci lasceremmo. Egli sarebbe andato per la sua strada a Gerusalemme e al luogo che a suo parere Dio aveva preparato per lui; io sarei andato per la mia strada, a casa da mia moglie e dai miei figli, dal mio cane, al mio giardino. Egli sarebbe andato per la sua strada gloriosa, mentre io sarei andato ai miei compiti e alle mie responsabilità. Per i cristiani invece Neusner offre comunque un’occasione, per ritrovare un po’ di freschezza nella loro fede. Guardando le cose da una prospettiva insolita.

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