Africa, la sfida dell’inculturazione

Dialogo nuovo nome della missione. Come accompagnare gli adulti, provenienti dalla religione tradizionale, verso il battesimo
 Sono Jos Van Boxel, padre bianco belga. Ho vissuto 23 anni in Africa. Prima in Zambia, sei anni in una parrocchia rurale, e tre anni nel seminario nazionale dove ho insegnato filosofia, psicologia e spiritualità. Poi ho trascorso sette anni in Tanzania nella formazione dei nostri candidati africani. Infine sono stato altri sette anni in Uganda come rettore di un consortium di filosofia per studenti di nove congregazioni religiose.

Adesso mi trovo qui a Roma nella casa generalizia come vicario o primo assistente del nostro superiore generale, Richard Baawobr, originario del Ghana. Sono incaricato della formazione permanente, dei confratelli anziani e dell’ecumenismo.

Dialogo e inculturazione

La nostra Società dei Missionari d’Africa è stata fondata da mons. Charles Lavigerie in Algeria nel 1868 con tre scopi specifici: il dialogo con l’Islam, l’evangelizzazione dell’Africa e la lotta contro la tratta degli schiavi.Penso che il nuovo nome della missione è dialogo. Infatti la missione autentica è cominciata con l’incarnazione, quando il Verbo è venuto sulla terra. Gesù stesso ha iniziato un dialogo con gli uomini del suo tempo, ma nello stesso tempo questo dialogo continua con tutti gli uomini di tutti i tempi.

Oggi in Africa questo dialogo si chiama “inculturazione”. Per partecipare a questo dialogo occorre una conoscenza profonda dei due poli di questo dialogo: da un lato Gesù e il suo Vangelo, dall’altro lato gli africani con la loro cultura e religione tradizionale. Nell’inculturazione si tratta da un lato di “sollevare” ad un livello più alto tutto ciò che è positivo, buono, vero e bello, e dunque valido in questa cultura; dall’altro lato di criticare e respingere tutto ciò che non è in armonia o sintonia con il Vangelo di Cristo.

Vivere la Parola

Come fare? Prima di tutto dobbiamo cercare di essere una “Parola vissuta”, di mettere in pratica il Vangelo di Gesù per avere il suo spirito, la sua mentalità. A tale proposito possiamo riferirci alla pratica della Parola di vita nel Movimento dei Focolari. Poi c’è anche bisogno di studiare bene la cultura locale, cercando di capire in profondità la religione tradizionale. Nel Movimento parliamo di “farsi uno” con l’altro: è un’apertura verso l’altro per accoglierlo fino in fondo, per condividere le nostre esperienze di vita, di cultura e di religione. Si tratta di un atteggiamento di ascolto, del desiderio di imparare e soprattutto di amare.

Per esempio, ci sono valori nella cultura e nella religione africana tradizionale come l’ospitalità, il rispetto per gli anziani, la relatività del tempo, l’importanza della famiglia, la fede in un Essere Supremo, la solidarietà ecc. Questi valori sono espressi nel modo di parlare delle persone e nei proverbi. Nella cultura bantù e nella lingua swahili si dice spesso: “Mungu yupo”, che vuol dire “Dio c’è”. Si tratta di una confidenza in Dio, soprattutto nei momenti difficili o di sofferenza. Riguardo all’uso del tempo, in Africa si dice: “Voi europei avete l’orologio, ma noi abbiamo il tempo!”. Poi nella cultura africana, salutare le persone al mattino e durante il giorno è molto importante. Mi è accaduto spesso di entrare in qualche ufficio o negozio e di aver subito chiesto che cosa volevo fare o comprare. Ma il mio interlocutore prima di tutto mi ha detto: “Buon giorno, padre, e come va alla missione?”. Allora mi sono scusato di non averlo salutato.

Il Vangelo può sollevare tutti questi valori a un livello più alto. Per esempio, quando si parla di solidarietà, essa è quasi sempre praticata con le persone della stessa famiglia, clan o tribù. Ma il Vangelo ci insegna a praticare la solidarietà con tutte le genti, di ogni clan o tribù, senza distinzione, e così la solidarietà diventa un valore universale.

Nell’inculturazione si tratta anche di proibire o condannare certe pratiche che vanno contro il Vangelo, come il sacrificio di bambini (per esempio, uno dei gemelli), la stregoneria, l’eredità delle vedove ecc. Però bisogna fare la critica con rispetto, pazienza e prudenza.

Verso il battesimo

È stata molto forte per me, durante i primi anni in parrocchia, l’esperienza di accompagnare i nuovi candidati al battesimo. C’era bisogno di spiegare bene che arrivare al battesimo voleva dire fare una lunga strada di 2 o 3 anni di preparazione. Quando chiedevo a questi candidati, persone adulte che provenivano dalla religione tradizionale, perché volevano farsi cristiani e cambiare religione, molto spesso rispondevano con tre ragioni o motivi.

Il primo motivo era l’immagine di Dio. Loro erano impressionati dall’immagine di un Dio cosi vicino e pieno di amore. Nella loro concezione dio era molto lontano, dovevano trovare i suoi favori e benedizioni con sacrifici di animali ed altro. Questo dio poteva anche arrabbiarsi e punire severamente.

Il secondo motivo era la testimonianza dei cristiani. Vedevano come i cristiani si aiutavano a vicenda, e che la loro solidarietà non era soltanto per i membri dello stesso clan o della stessa tribù, ma per tutte le persone senza discriminazioni.

La terza ragione era la paura della stregoneria. Avevano paura di essere accusati di stregoneria, soprattutto quando qualcuno moriva improvvisamente, senza una spiegazione, e bisognava trovare un colpevole che sarebbe stato mandato via dal villaggio.

In Cristo, invece, trovavano Qualcuno che era più forte di tutti gli spiriti cattivi e che poteva liberarli dal loro potere.

Nei miei 23 anni in Africa ho imparato che come persone abbiamo in comune molto di più di quello ci divide, e che vale la pena vivere fino in fondo il dialogo per contribuire a far avanzare l’unità fra tutti gli uomini.

 

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