Afghanistan, due anni dopo il ritorno dei talebani

Due anni fa, il 15 agosto 2021, gli ultimi militari statunitensi ed alleati occidentali lasciavano drammaticamente Kabul nelle mani dei talebani, 20 anni dopo l’invasione seguita all’attacco alle Torri Gemelle.
Afghanistan talebani
Un combattente talebano fa la guardia mentre le donne aspettano di ricevere le razioni di cibo distribuite da un gruppo di aiuti umanitari a Kabul, Afghanistan, martedì 23 maggio 2023. (AP Photo/Ebrahim Noroozi, archivio)

L’abbandono statunitense di Kabul ad agosto 2021 era stato preparato dal Trattato di Doha (febbraio 2020) voluto da Donald Trump e confermato dal suo successore alla Casa Bianca, Joe Biden, eletto pochi mesi dopo. Delle promesse fatte dai talebani a Doha in riferimento al terrorismo internazionale e al traffico di droga non è rimasto ben presto poco o nulla, com’era purtroppo prevedibile.

Per quanto riguarda gli attacchi terroristici dall’Afghanistan verso e oltre il confine pakistano in questi ultimi 2 anni sarebbero aumentati del 73%, soprattutto ad opera di una sigla denominata Ttp (Tehreek-i-Taliban Pakistan), un gruppo che mira a fondare anche in Pakistan un emirato islamico. Solo nel 2023 questa guerriglia avrebbe ucciso in Pakistan almeno 450 persone. Ma non ci sono solo i talebani: sono aumentati anche gli attacchi dell’Is-K (Isis Khorasan), che si oppone ai talebani, considerati troppo moderati. In ogni caso l’emirato afghano sostiene di non aver nulla a che fare con tutti questi attacchi, che ha anzi dichiarato haram (proibiti).

Per quanto riguarda la produzione di oppio (alla base dell’eroina), fino ad aprile 2022 le coltivazioni illegali erano aumentate del 30% rispetto all’anno precedente, fornendo l’80% della produzione mondiale. Ad aprile 2022, l’emirato ha effettivamente proibito la coltivazione del papavero, anche se la produzione 2022 è stata esentata dal decreto e le scorte sembra che fossero consistenti. Comunque la vendita avrebbe prodotto nel 2022 entrate complessive per 1,5 miliardi di dollari. Dollari che sono finiti prevalentemente nelle tasche dei trafficanti, in parte in quelle del governo talebano (attraverso una specie di Iva) e l’ultima parte anche nelle tasche dei coltivatori di papavero.

Pare che effettivamente quest’anno sia stato messo in atto il decreto dell’emiro talebano Hibatullah Akhundzada che ha dichiarato illegale la coltivazione dell’oppio. Ma la contrazione dell’offerta di droga sta provocando due principali effetti: l’aumento dei prezzi dell’oppio grezzo sui mercati illegali di tutto il mondo e l’avvio o l’incremento della coltivazione in altri Paesi asiatici: uno dei candidati “più promettenti” ad integrare la minore produzione afghana sembra essere il Myanmar del regime militare guidato dal generale Min Aung Hlaing, sostenuto (e armato) in modo particolare dalla Russia e aiutato dalla Cina.

Un altro grande capitolo delle presunte mancate promesse talebane di Doha riguarda i diritti delle donne. In realtà i talebani avevano promesso che avrebbero rispettato i diritti delle donne afghane tenendo conto della sharia islamica. Il fatto è che l’interpretazione della sharia secondo i talebani è talmente fondamentalista e arbitraria da suscitare repulsione nella maggioranza dei musulmani di tutto il mondo.

Si sono susseguite in questi anni, nei confronti delle donne afghane, una serie di imposizioni e restrizioni. L’elenco sarebbe lungo, ma in breve: obbligo di indossare il burqa integrale, accesso negato a parchi, luna park, hammam (bagni pubblici) e palestre. Chiusi migliaia di parrucchieri e saloni di bellezza a causa di trattamenti ritenuti non islamici. Proibizione di viaggiare e di praticare attività sportive. Ma soprattutto: esclusione da tutte le scuole secondarie e da tutte le università, e proibizione di svolgere qualsiasi attività lavorativa, compreso il lavoro per le Ong umanitarie. In pratica, tolte le bambine, l’esclusione dal lavoro, riguarda circa 16-18 milioni di donne e ragazze maggiorenni.

L’unica eccezione ammessa è l’impiego in campo medico-infermieristico, ma solo in ambito femminile. È per questo che Emergency conta nel suo staff 377 donne afghane: certo, è una scelta coraggiosa, anche solo quella di restare, ma è una goccia nell’oceano per le donne. In un Paese con gravissime carenze alimentari che colpiscono il 50% della popolazione, e dove la povertà pesa su almeno l’85% degli afghani, i talebani hanno di recente trovato che era importante proibire la musica: «La promozione della musica porta alla corruzione morale e suonare inganna i giovani», ha spiegato un funzionario del “Ministero per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio”.

Nell’interpretazione di un altro funzionario governativo, la condizione degli afghani non è poi così grave e soprattutto non è colpa loro, ma il risultato delle sanzioni internazionali e del congelamento dei beni afghani operato negli Usa. Ed è anche vero, ma non è certamente tutto lì. Il funzionario ha aggiunto che le persone mentono sulla loro condizione e che il governo sta identificando i bisognosi e si sta adoperando per creare nuovi posti di lavoro (donne comunque escluse). Se si considera che quei pochi che hanno un lavoro (coltivatori di papaveri a parte) guadagnano in media l’equivalente di 1 dollaro al giorno, è evidente che resta ben poco da scialare. Anzi, che siamo di fronte ad un’emergenza umanitaria che colpisce molti milioni di persone. Che fare se qualcuno di loro riuscisse ad arrivare clandestinamente in Europa?

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