Addio alla guerra giusta

Il ruolo decisivo dell’Onu e la “responsabilità di proteggere” chi è aggredito. Il caos iracheno pone davanti a scelte esigenti “facendo memoria” di tragedie recenti, come dice il papa. 
guerra in siria

Come ha messo in evidenza Massimo Toschi su questo quotidianoweb, la macchina mediatica, con le solite prevedibili eccezioni, non ha potuto associare il concetto di guerra giusta alle inequivocabili parole di papa Francesco rilasciate nella conferenza stampa tenutasi sull’aereo di ritorno dallo storico viaggio in Corea. Il messaggio, a livello internazionale, è molto chiaro perché mette al centro la responsabilità dell’Onu secondo una coerente linea dei papi del Novecento che uno studio di Francesco Occhetta sulla civiltà cattolica del 2010 (quaderno 1852) fa risalire a Pio IX esule a Gaeta, molto prima delle immani stragi dei futuri conflitti mondiali. Sotto quel pontificato, tra l’altro,  fatto pressoché sconosciuto, cattolici e protestanti promossero insieme a Roma una scuola per lo studio del diritto internazionale e la formazione di arbitrati internazionali indipendenti. La priorità di una pace giusta e duratura, non solo quindi come assenza di guerra, è stata man mano mesa al centro del magistero fondandosi sulla lettura di Tommaso D’Aquino come esposto in un testo di Fabrizio Truini pubblicato da Città Nuova, tanto che Occhetta mette in evidenza come l’enciclica Pacem in terris di  Giovanni XXIII ponga le basi perché «l’etica civile in ricerca della pace non fosse né religiosa né antireligiosa ma “laica” fondata su una razionalità etica condivisa». E’ pertanto su tale fondamento che resta sempre valido l’appello di Paolo VI nel discorso alle Nazioni Unite del 1965: «il sangue di milioni di uomini e innumerevoli e inaudite sofferenze , inutili stragi e formidabili rovine sanciscono il patto che vi unisce, con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: mai più la guerra, mai più la guerra!». Lo stesso grido lanciato da Giovanni Paolo II per scongiurare quell’attacco Usa, e degli alleati “volenterosi”, all’Iraq nel 2003 che è all’origine del caos attuale, come ormai quasi tutti gli osservatori sono obbligati a riconoscere contrariamente alla frettolosa e trionfante esclamazione con cui il presidente George W. Bush, nel primo maggio di quello stesso anno, dichiarava, a bordo della portaerei Lincoln, la «liberazione dell’Iraq».

La richiesta del papa è perciò non genericamente pacifista o utopica ma attraversata da un solido realismo mosso, come descrive lo scrittore della Civiltà Cattolica, «dal fine di proteggere i più deboli, di limitare i danni dei conflitti e di costruire coscienze e comunità di pace» tanto più in questo momento tragico che vede la minoranza cristiana, assieme alla realtà degli yazidi, violentemente perseguitata e notevolmente ridotta di numero: gli appartenenti alle varie confessioni cristiane erano un milione e 400 mila del 2003 contro gli attuali scarsi 400 mila. A tal fine papa Francesco ha chiaramente posto un limite preciso e puntuale pur usando il tono colloquiale della conferenza stampa: .  «In questi casi, dove c’è una aggressione ingiusta, soltanto posso dire che è lecito fermare l’aggressore ingiusto. Sottolineo il verbo: fermare. Non dico bombardare, fare la guerra: fermarlo. I mezzi con i quali si possono fermare, dovranno essere valutati. Fermare l’aggressore ingiusto è lecito. Ma dobbiamo avere memoria, pure, eh? Quante volte sotto questa scusa di fermare l’aggressore ingiusto, le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto una vera guerra di conquista!». Inoltre è da sottolineare come davanti ai criteri di analisi, formalmente ossequiosi ma decisamente riduttivi, che spiegano solitamente le prese di posizione della Santa Sede con la sola preoccupazione della protezione delle comunità dei fedeli, Francesco ha dichiarato che «qui ci sono uomini e donne, minoranze religiose, non tutte cristiane, e tutti sono uguali davanti a Dio, no? Fermare l’aggressore ingiusto è un diritto che l’umanità ha ma c’è anche un diritto che ha l’aggressore, di essere fermato perché non faccia del male». Ora tutto sta nel comprendere come questo principio non della guerra giusta, categoria improponibile, ma della “responsabilità di proteggere”, recepito dalle Nazioni Unite nel 2005 e fatto proprio all’unanimità dal Consiglio di sicurezza nel 2006,verrà attuato e, prima ancora, interpretato.

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