Acqua. Dopo il referendum non arrivi la palude

I movimenti per l’acqua pubblica lanciano l’allarme sul tradimento della consultazione popolare. Cosa è in gioco
Protesta acqua pubblica

La maggior parte di acqua presente sul Pianeta è salata; quella dolce, ghiacciai compresi, rappresenta appena il 3 per cento del totale. Si tratta di un bene destinato a diventare sempre più raro, tanto da rappresentare un’emergenza più preoccupante dello stesso petrolio.

In Europa, assieme a Spagna, Germania, Belgio e altri Stati minori, l’Italia soffre, tra siccità, malagestione e inquinamento, di «stress idrico»: secondo il water exploitation index stiamo richiedendo più acqua di quella disponibile. In Puglia, ad esempio, esiste il più grande acquedotto d’Europa proprio perché la regione ha poche risorse disponibili sul territorio.

Al di là dei proclami, siamo davanti alle condizioni ottimali per farne oggetto di un mercato. Già la gran quantità di fonti di acqua minerale sono state concesse a gestori privati, spesso a cifre irrisorie, per ricavarne profitti stratosferici in un Paese dove cresce il timore per la qualità delle falde acquifere. Ma la partita più importante si gioca sulla gestione del ciclo idrico integrato, quello che va dal prelevamento alla distribuzione fino allo smaltimento delle acque reflue. La campagna nel referendum del giugno 2011 è riuscita a fare breccia nell’immaginario di molti proponendo un concetto forte: l’acqua non è una merce e non può generare profitti. In particolare il secondo quesito ha inteso eliminare dalla nostra bolletta quel 7 per cento di “remunerazione del capitale investito” che costituisce l’interesse che attira le grandi società del settore.

Una nuova corsa all’oro
Il movimento dell’acqua pubblica non vuole lasciare tutto in mano a uno statalismo inefficiente, preda di clientele politiche, ma propone, richiamandosi alla Costituzione, di arrivare a una gestione efficiente perché trasparente, comunitaria e partecipata di un bene comune per definizione.

I pareri contrari a questa impostazione sono diffusi nelle forze politiche maggiori e tendono a sottolineare come non sia in questione la proprietà dell’acqua, che resta pubblica, quanto la sua gestione che è meglio affidare a società specializzate esterne. Ma il discorso è del tutto aperto. Metropoli come Parigi, ad esempio, hanno visto, dal 2010, il ritorno in mani pubbliche di tutto il ciclo idrico dopo anni di polemiche per la conduzione del servizio da parte delle multinazionali Veolia e Suez, quest’ultima interessata anche al controllo dell’italiana Acea in competizione con il gruppo Caltagirone. Secondo il rendiconto dell’ente pubblico parigino, nei primi due anni di gestione pubblica, si registra una diminuzione del costo delle bollette pari all’8 per cento e un risparmio di 70 milioni di euro sui costi dell’ente.

Quella che sembra una questione tecnica, incomprensibile ai più, rivela un noto scenario, e cioè che l’acqua potabile è destinata a scatenare la nuova corsa all’oro e quindi a costituire uno dei temi decisivi della politica internazionale dei prossimi anni. Per averne una maggiore consapevolezza meritava partecipare , nel giugno 2012, alla presentazione del libro di Giancarlo Elia Valori, “Geopolitica delle acque”, nella sala conferenze del romano Palazzo Weedekind di piazza Colonna, accanto a Montecitorio. L’autore, manager di primo piano nel mondo dell’economia italiana e che vanta ottimi rapporti internazionali, Israele e Cina su tutti, ha esposto un quadro evolutivo dei prossimi anni in cui è prevedibile l’attrazione della finanza privata mondiale sul controllo delle risorse naturali destinate a diminuire. Valori appartiene a un mondo assai lontano dai movimenti dell’acqua, eppure cita spesso la profezia rinascimentale secondo cui «l’acqua diventerà fuoco»; non solo per i conflitti armati generati, nel mondo, dal suo controllo, ma per la diminuzione delle fonti di superficie che si accompagna all’inquinamento delle falde e ai costi insostenibili della loro “ripulitura”, mentre la popolazione aumenta concentrandosi nelle città.

Chi paga?
Esiste un diritto di accesso a un quantitativo minimo gratuito di acqua potabile al giorno che non è affatto garantito a oltre un miliardo di persone. Area destinata ad aumentare se non si interviene sulla tutela ambientale con provvedimenti adeguati e urgenti, altrimenti resterà solo il quantitativo riservato a chi potrà pagare.

Dopo oltre un anno dal referendum che ha visto la partecipazione di 27 milioni di elettori, negli ultimi giorni di dicembre 2012, nel pieno delle feste natalizie, l'Autorità per l'energia elettrica e il gas ha approvato un nuovo “metodo tariffario” per l’acqua che, secondo il Forum dei movimenti per l’acqua pubblica, «nega il secondo referendum sulla remunerazione del capitale e lascia che si possano fare profitti sull'acqua, cambiando semplicemente la denominazione in "oneri finanziari", ma non la sostanza: profitti garantiti in bolletta».

Insomma gli utenti sosterranno non solo il costo del servizio idrico ma anche il margine di guadagno da assicurare alle società che gestiscono il ciclo idrico. Il costo dell’acqua in bolletta continua ad aumentare; secondo Federconsumatori si è arrivati al 98 per cento nel periodo 1998-2012. Per non vedere collassare acquedotti e sistemi di smaltimento, occorrono 60 miliardi di euro da investire nei cantieri dei prossimi 30 anni. Chi li pagherà? Il ruolo dell’intervento pubblico e il metodo di gestione di un bene vitale per l’uomo resta, perciò, uno dei punti che nessuna agenda politica può rimuovere.

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