A Fontem e ritorno

Articolo

Chi arriva a Fontem per la prima volta difficilmente dimentica la strada che da Dschang si inoltra nella foresta e, fra curve e controcurve, si avvicina alla vallata che accoglie il principale centro abitato della popolazione bangwa, Nveh. Vi sarà chi ricorda le buche, chi pensa alle soste impantanati nel fango, chi ha saputo apprezzare le bellezze naturali. I primi focolarini medici vi arrivarono negli anni Sessanta, di notte, accolti da Pa’ Mathias, il catechista. Oggi tutto è più semplice, ma è la stessa strada percorsa dai giovani che offrono la loro disponibilità per vivere un periodo a Fontem, collaborando nell’ospedale e in altre iniziative a servizio della popolazione. È la stessa strada percorsa per l’ultima volta qualche mese fa da Jane Dubé, miss Jane, come era chiamata da tutti a Fontem: un incidente d’auto ha interrotto improvvisamente la sua vita. Anche Jane, inglese, era arrivata molti anni orsono ancora giovanissima per collaborare allo sviluppo sociale della zona. Vi era poi rimasta, facendo “carriera”, se così si può dire, e diventando l’apprezzata e amata direttrice del college “Seat of Wisdom”, Sede della sapienza, fucina educativa già di due o tre generazioni di bangwa. Come Jane, molti altri giovani si sono alternati in questi anni fra medici e infermieri nell’ospedale o insegnanti nel college. “Ce la farò?” Questo flusso è ripreso con maggiore lena dopo il Genfest dell’agosto 2000, in cui è stato avviato il Progetto Africa, con l’obiettivo di rinsaldare i legami di fraternità con il popolo bangwa e di realizzare alcuni progetti in campo sanitario ed educativo. Una componente fondamentale è proprio l’impegno personale e diretto dei giovani, purché professionalmente preparati e disponibili a spendere un periodo di tempo non inferiore a un anno. Le motivazioni che li spingono nascono a volte da esperienze già fatte, come è stato per Suzanne, infermiera olandese: “Avevo già trascorso alcuni mesi in Namibia, per la mia tesi. Ho visto con i miei occhi una povertà che non conoscevo: un vero choc. Ritornata in Olanda, il benessere intorno a me non aveva più significato e ho sentito il desiderio di tornare in Africa appena terminati gli studi”. Suzanne viene a sapere della necessità di infermiere per l’ospedale di Fontem. Offre perciò la sua disponibilità. “Ho pensato: ce la farò davvero? I primi giorni in ospedale non sono stati facili, perché seppure introdotta dalla direttrice a un diverso approccio con i pazienti, a un modo differente di lavoro da quello cui ero abituata, non riuscivo a dimenticare metodi e modalità del mio paese. Pian piano, però, affiancandomi agli infermieri locali, ho compreso il loro modo di comunicare coi pazienti e ho proseguito il mio lavoro con gioia”. Ricchi per i poveri? Quando si pensa a questi tipi di volontariato, il pensiero va quasi sempre a chi dai paesi “ricchi” si trasferisce per un periodo in quelli “in via di sviluppo”. Ma il Progetto Africa sta creando una corrente di reciprocità che potremmo definire sud-sud. Nell’ospedale di Fontem, ad esempio, incontriamo Gina, un’infermiera filippina con alcuni anni di lavoro alle spalle. Se invece ci spostiamo a Manila, troviamo John e Elvis, due falegnami di Fontem che stanno svolgendo un periodo di aggiornamento tecnico in un centro di formazione all’ebanisteria del Movimento dei focolari. John è un bangwa sorridente e gentile, padre di cinque figli, sua moglie attende il sesto. Da vari anni lavora nella falegnameria di Fontem, con un’esperienza professionale legata soprattutto alla pratica: “Ora sto specializzandomi nel mio lavoro, che già amo molto, apprendo nuove tecniche, conosco nuovi materiali per poter offrire alla mia gente una migliore qualità. Così daremo ai giovani di Fontem delle nuove opportunità di formazione professionale”. La scelta delle Filippine non è casuale; si sposa, in effetti, con il livello tecnologico più simile fra i due paesi. Troppo spesso infatti la formazione tecnica viene fatta in contesti non comparabili, con macchinari che in Africa per il momento non esistono. Grazie all’aiuto di due falegnami italiani di lunga esperienza, Carlo Degasperi e Mario Vismara, da maggio scorso ad oggi è stata avviata la ristrutturazione della falegnameria già esistente, curando la manutenzione dei macchinari, ampliando i locali, acquistando nuove attrezzature inviate con due container nel gennaio di quest’anno. Mario è anche lui pronto a ripartire per Fontem con l’obiettivo di avviare i corsi di formazione entro l’anno in corso. Se la prima volta era solo, questa volta vi andrà anche sua moglie Bruna; ormai in pensione, potranno mettere parte della loro vita a servizio dei bangwa. Émilie e l’archivio Talvolta le esigenze concrete non corrispondono alle competenze: è stato il caso di Paul, insegnante scozzese, che si è dedicato a organizzare il magazzino del materiale collegato alla centrale idroelettrica, un lavoro prezioso per sollevare i tecnici della manutenzione, occupati dalle mille emergenze. O come Émilie, francese di Saint-Etienne: “Mi aspettavo di essere in contatto con i pazienti,desideravo incontrare tanta gente… Mi sono invece ritrovata in un ufficio a fare dell’archiviazione. Non era il massimo per me… Avevo sospeso degli studi interessanti per… archiviare. Ad un certo punto mi sono detta: “Ricordati, sei venuta per donare il tuo aiuto dove c’è bisogno”. In quel mese la Parola di vita era: “Ogni cosa nella nostra vita può diventare preghiera”. Così mi sono messa a vivere. A Fontem è importante essere pronti ad aiutare dove c’è bisogno”. Vivendo in un luogo, si inizia a conoscerne la cultura, nel semplice contatto quotidiano: “Visitare una famiglia, condividere con loro un pasto (impresa non facile di fronte a cibi così diversi dai nostri), ascoltare le loro storie, soffrire con loro per la morte di un familiare o gioire per la nascita di un bimbo o per un matrimonio – racconta Doris di Torino – ci ha permesso di entrare almeno un po’ nelle loro vite e di penetrare più a fondo la realtà di questo popolo, tanto affascinante quanto, per certi aspetti, misterioso”. Lo scambio prosegue e si arricchisce di nuovi elementi: alcuni giovani di Fontem hanno partecipato ai congressi internazionali dei giovani dei Focolari svolti in Italia nello scorso dicembre, presentando le proprie esperienze. Altri giovani europei stanno preparandosi a partire per Fontem nel corso di quest’anno. Ma non è solo la prestazione di un servizio, che anche altri potrebbero svolgere; vuole essere il contributo a una formazione culturale aperta, che trova nella fraternità vissuta il suo fondamento e che viene messa alla prova nella vita di tutti i giorni, una volta tornati a casa. Fontem si chiamerà poi Amsterdam o Glasgow, Torino o Manila: dovunque possono maturare semi di pace e di unità.

I più letti della settimana

Innamorati di Dio

Edicola Digitale Città Nuova - Reader Scarica l'app
Simple Share Buttons