A Est di niente

Viaggio nella fotografia contemporanea dei Paesi dell'Asia postsovietica. E nell'altra Europa.
I cinque componenti del Hudsovet Group di Bishkek, nel Kirghizistan, costituitosi nel 2008, si ritraggono in uno dei riti di purificazione praticati dallo scintoismo, il mizugori: ci si immerge sotto il getto d’acqua di una cascata gelata. È uno dei riti più spettacolari ed efficaci per purificarsi, per rischiarare la propria mente e ottenere un potere sacro. Il neofita deve praticarlo sette volte al giorno per almeno cento giorni dell’inverno.

 

Spostandoci in un’altra area geografica, nel Kazakistan, una foto mostra due barche arenate sulla terra gialla. Sono vecchie carcasse abbandonate su quel che resta del lago Aral. L’immagine è emblematica di ciò che ha lasciato anni di dominio sovietico prosciugando i fiumi che alimentavano il lago, rubandone l’acqua per la strenua coltura intensiva del cotone voluta dall’Urss nel dopoguerra. Infatti, dal 1960 ad oggi l’Aral è stato ridotto al dieci per cento della sua dimensione originaria: come ha scritto Al Gore nel suo Earth in the bilance, è «il più grave disastro nella storia dell’umanità».

 

Accanto ad altre 42 immagini dell’uzbeko Said Atabekov, e ad altre cento opere di una trentina di giovani artisti, costituiscono la mostra A Est di niente. La grande e ambiziosa rassegna si propone di fornire la più completa e ampia ricognizione mai tentata sull’arte contemporanea dell’Asia centrale, includendovi le cinque repubbliche già sovietiche (Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan, Tagikistan, Turkmenistan, che insieme al Xinjiang ora cinese già formavano il Turkestan ottocentesco), ma anche l’Afghanistan e la Mongolia, che condividono con esse una fase di dominio sovietico e ampie affinità etniche e culturali. Larghe minoranze di tutte le cinque repubbliche, infatti, vivono da decenni in Afghanistan, con cui condividono l’Islam; mentre la Mongolia buddhista, dove vive una consistente comunità kazaka, è la vera e propria culla di quelle civiltà nomadi che hanno segnato la storia e la cultura di tutta l’area in questione.

 

Alcuni di questi artisti li avevamo già incontrati alla Biennale d’arte di Venezia. Come Said Atabekov, Almagul Menlibayeva e Erbosyn Meldibekov del Kazakistan. Nomi isolati anche se internazionali e sconosciuti ai più, ma anticipatori di un fermento creativo già da tempo in atto in questa vasta area geografica, misteriosa e ricca di fascino, nota soprattutto per gli eventi drammatici che ricordano le logiche del “grande gioco” ottocentesco: la guerra di spie e di reciproche destabilizzazioni tra impero zarista e impero britannico resa celebre dallo scrittore Rudyard Kipling.

La configurazione di una “Grande Asia centrale” è stato tra gli eventi più rilevanti del nuovo millennio: questa mostra si propone di documentarne l’arte visuale come un fenomeno ampio, innovativo, audace e capace di fare i conti con un tempo di trasformazioni straordinarie, che vanno ben oltre il luogo comune della cosiddetta “globalizzazione”, mettendo in campo nuove accelerazioni ideologiche e permettendo il riaffiorare di antiche culture presovietiche e persino preislamiche.

Accanto alle opere storiche degli artisti citati e ai lavori site specific, ecco la produzione di giovani artisti ancora sconosciuti in Occidente. Sono opere specialmente fotografiche attraverso le quali la nuova generazione di artisti centroasiatici affronta le eterne questioni della violenza e del conflitto, dello sciamanesimo e dell’Islam, delle metropoli già sovietiche e della “steppa eterna”, avvalendosi dei media tecnologici come video e fotografia, dei materiali tradizionali come il feltro, dei linguaggi canonici come la pittura e la scultura. Un’arte sospesa tra Oriente e Occidente, in una perpetua ricerca d’identità “orientali” continuamente contaminate dagli influssi “occidentali”.

 

A Est di niente. Arte contemporanea dall’Asia postsovietica. Torino, Centro per l’Arte, fino al 27/9 (catalogo Edizioni 107).

 

 

L’altra Europa di Monika Bulaj

 

«Ho cominciato nell’inverno del 1985, sul confine orientale della Polonia, che ho attraversato a piedi da Nord a Sud, per campi e boschi. Ho vissuto con contadini, capaci di rompere, nell’estasi, ogni barriera di lingua e natura… Ho viaggiato tra i vecchi credenti della Polonia e i rom della Macedonia, gli armeni della Romania e i lemki della Polonia, tra gli hutzuli ucraini e i tartari bielorussi…».

Non è solo un libro fotografico ricco di bellissime immagini. Quello della polacca Monika Bulaj (Genti di Dio. Viaggio nell’altra Europa, Edizione Frassinelli, euro 35) è il racconto avvincente di un viaggio nel sacro, attraverso confini non solo geografici ma soprattutto fra culture e religioni, fra le genti di Dio in un’altra Europa, come esprime il titolo del suo volume. Quei mondi minori, tra Baltico, mar Nero e Mediterraneo, alle frontiere della spiritualità orientale, in bilico fra cristianesimo, Islam ed ebraismo, cattolicesimo e ortodossia.

Fotografa, giornalista e scrittrice, la Bulaj condensa nelle sue parole e nelle sue immagini silenzi e fervori di mondi spirituali che resistono «contro l’aggressione dei pensieri unici e delle intolleranze… straordinari anticorpi allo scontro tra fondamentalismi».

Coglie gesti, espressioni, momenti di vita. Ne insegue il ritmo, il respiro del cuore, la pregnanza dei riti. Immagini che hanno la forza di immergerci nei luoghi e fra le genti che lei ha incontrato, o solo sfiorato, ai quali ha “rubato” l’anima, facendocene dono.

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