L’amore e l’orientamento sessuale

Alcune considerazioni sull’orientamento omosessuale in rapporto alla vocazione, dopo le polemiche seguite ad alcune parole del papa su questo tema
Piazza San Pietro, Città del Vaticano, foto Ansa.

L’orientamento sessuale, secondo l’American Psychological Association si riferisce a un modello stabile di attrazione emotiva, romantica e/o sessuale. In modo ancora più semplice e sintetico il Premio Nobel per la Medicina Eric Kandel ne parla come di attrazione romantica.

Due definizioni di ampio respiro che mettono in primo piano l’aspetto del “cuore”, il desiderio di vicinanza e intimità, mentre non hanno a che vedere con la capacità della persona di vivere la relazione con l’altro, e ancor meno con la modalità di gestione di emozioni, sentimenti e sessualità, e quindi col suo comportamento.

Sono coordinate essenziali che già possono guidare la comprensione di questa dimensione importante dell’essere umano, che dice molto del suo mondo interiore, ma poco del maggiore o minore grado di benessere dell’individuo. In altre parole, l’orientamento eterosessuale come quello omosessuale preso in se stesso (cosa concretamente impossibile, ma proviamo a immaginarlo scomponibile dal resto) non può essere indicativo di quanto la persona sia generosa, onesta, leale, disponibile a darsi agli altri, fedele.

Allora, coerentemente, non si possono attribuire dei giudizi di valore alla persona in base al suo orientamento, pensando che la sola attrazione emotiva e romantica dica se sia matura o immatura, possa/non possa raggiungere un buon equilibrio complessivo, secondo il suo stato di vita e la sua condizione culturale.

È importante avere presente che tutto il mondo scientifico concorda che le categorie di sano/patologico sono inadeguate a rappresentare in se stesso l’orientamento sessuale, per cui si può approfondire la propria storia personale e familiare, come siamo diventati ciò che siamo per poterci migliorare, ma non è corretto cercare la causa o peggio la “colpa” di un orientamento piuttosto che di un altro, perché eteroaffettività e omoaffettività sono espressioni diverse, ma naturali, della sessualità umana.

Doni di Dio, risorse preziose, motori splendidi della vita dell’uomo e della donna che possono essere messi a disposizione di scelte di vita di speciale appartenenza, come nella vocazione sacerdotale e religiosa.

C’è un pericolo insito nell’orientamento omosessuale che alla prima occasione utile qualcosa sfugga di mano? Non si troverebbe la ragione e la giustificazione ad un’eventuale presunzione simile.

C’è una corruzione di fondo, magari legata ad un deficit sotterraneo, che porterebbe l’omosessuale, uomo o donna, prima o poi, a una deriva affettiva e relazionale, come a rapporti promiscui, rigidi, o a un uso improprio della dimensione genitale, o a comportamenti eccentrici? No. Questo è un dato chiarissimo. Affermare il contrario sarebbe antiscientifico e privo di consistenza. Ci possono essere e ci sono sacerdoti e consacrati/e omosessuali realizzati. Sacerdoti e consacrati/e eterosessuali realizzati.

La vocazione, che è quell’intreccio folle e affascinante di divino e umano, a partire da un’intuizione che supera la persona e nello stesso tempo passa attraverso di lei, può compiersi attraverso tante condizioni che dall’inizio del “sì”, poi devono continuare a essere sostenute per tutta la vita. L’orientamento sessuale entra nella dinamica vocazionale dovendo essere conosciuto e quindi integrato nel tutto della persona.

Una vocazione felice, un sacerdote, un religioso, una religiosa felice è di chi, omosessuale o eterosessuale, avendo trovato la propria strada, armonizza cuore, corpo e mente all’interno di un percorso specifico, che, certamente, richiede una grande e continua attenzione, una vita intensa di preghiera e un equilibrio psico-affettivo che non è una volta per tutte. Il potere, il ruolo, il denaro, la carriera possono minacciare la riuscita di una vocazione, qualunque vocazione, e fare del male agli altri, non l’orientamento sessuale (omosessuale).

Più durante la formazione, in seminario o in comunità, la persona ha l’opportunità di conoscere se stessa, di aprirsi in modo autentico con quanti l’accompagnano, più ha la possibilità di realizzare e portare avanti una bella e serena integrazione di tutto ciò che la caratterizza, per poter amare a pieni polmoni. Chi prima, chi dopo, tutti incontriamo fatiche, tentazioni, momenti di stallo, dubbi, forse qualche caduta, altrimenti non si parlerebbe di vocazione, ma di “protocollo” da seguire.

Abbiamo bisogno di vocazioni profetiche che ci aiutino ad alzare lo sguardo, che ci diano la speranza che tutto non finisce qui, che ci indichino quell’oltre che spesso ci sfugge schiacciati da un quotidiano talvolta grigio, pesante o doloroso. Gratitudine a chi, sacerdoti, consacrati e consacrate, eterosessuali e omosessuali, con la loro vita e nonostante i tempi per nulla facili che stiamo vivendo, continuano a credere e a camminare.

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