Una spiegazione per tutto

Premiato nella sezione Orizzonti a Venezia ’23 è in sala il film dell’ungherese Gàbor Reisz. Un ritratto dell’Ungheria e dell’Europa attuale.
Il regista ungherese Gabor riceve il premio al Miglior Film per la sezione Orizzonti al Festival del Cinema di Venezia. ANSA/CLAUDIO ONORATI

Non perdere un film girato con budget bassissimo in 20 giorni eppure intrigante, autentico. Ironico e commovente.

Abel, 18 anni, prepara il suo esame di maturità. È incerto, dubbioso, pieno di sogni e di paure, legato e innamorato in segreto dell’amica Janka alla quale confida le pulsioni, le frustrazioni. In casa, il padre è un convinto nazionalista. A scuola un professore di storia, progressista, lo prende di punta e lo umilia perché sulla giacca porta una spilla con la coccarda patriottica. Per il ragazzo è una semplice dimenticanza, per il professore un motivo per trattarlo male, bocciarlo e litigare con il padre in un confronto durissimo con punte di graffiante tragicomicità. Il fatto viene risaputo dai media, gonfiato, esasperato, il ragazzo può ripetere eccezionalmente l’esame – il padre ha “amici” nel provveditorato – e lo scandalo diventa nazionale.

Le dispute si accendono e la realtà si fa chiara: l’Ungheria è spaccata in due, i nazionalisti tesi ai valori del passato e diffidenti con l’Occidente e i progressisti che danno una interpretazione diversa della storia ungherese. Nessuno ascolta, sa più ascoltare, da ogni parte, anche in famiglia. Escono ed esplodono rancori, disprezzo, denunce, una guerra fredda nella calda e umida Budapest estiva, mentre i giovani pensano alla libertà e al futuro, ma di fatto sono soli e smarriti. Abel è uno di questi ed è commovente da una parte il desiderio timidissimo di amore con l’amica e dall’altra la voglia di evasione dallo smarrimento che la società gli getta addosso, volendo “spiegare tutto” ma generando solo confusione.

Grazie alla bravura dei giovani interpreti Lilla Kislinger e Adoni-Walsh Gàspàr il film offre uno spaccato di un mondo diviso in due di splendida naturalezza e verità, senza alcuna retorica giovanilistica occidentale, ma con una disarmante sincerità. Ne esce grazie al ritmo svelto e ai dialoghi essenziali con punte drammatiche e ironiche, un racconto riflessivo non solo sull’Ungheria di Orbàn in fibrillazione, con un passato che pesa come un macigno, ma anche sull’Europa che cerca l’unità ma è incapace di ascolto reciproco e di reciproco rispetto. Vale anche per l’Italia di oggi.

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