Consultori e terzo settore, oltre le polemiche

Accompagnare e difendere la vita è un impegno che richiede la reale volontà politica comune di agire sulle tante cause che conducono all’aborto. Sterile contesa pre elettorale se si impoverisce il servizio sanitario e quello sociale. I consultori sono solo il 60% di quelli previsti dalla legge. Da dove ripartire
Camera dei deputati. Voto sul Pnrr aprile 2024. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Ancora una volta ci troviamo a commentare uno scontro mediatico nato su un tema drammatico e delicatissimo come il ricorso delle donne all’aborto.

La notizia, che ha suscitato discussioni accorate in Parlamento e sui giornali, è l’inserimento, da parte dell’attuale maggioranza, di un articolo che stabilisce la possibilità di affiancamento di personale volontario appartenente ad associazioni del Terzo Settore nei Consultori pubblici, all’interno della legge sull’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza che comporta la presentazione di progetti per utilizzare i fondi previsti dall’Unione Europea.

Sembra strano che tale norma venga inserita in un testo che riguarda totalmente altro, ma tant’è. La levata di scudi dell’opposizione è stata immediata e durante le dichiarazioni di voto e del voto sugli emendamenti si è assistito anche a scontri veri e propri, accuse reciproche e dichiarazioni drammatiche.

Il nocciolo della questione è che le realtà favorevoli all’autodeterminazione della donna, in tema di salute riproduttiva e di interruzione di gravidanza, temono che la presenza di volontari cosiddetti “pro life” possa generare sofferenza nelle donne in un momento drammatico della propria esistenza mettendo a rischio la libertà di scelta.

Da parte delle associazioni che di definiscono  per la vita si è invece gridato alla vittoria richiamando la possibilità di attuare finalmente la lettera della legge 194/1978 che, in realtà già prevede la collaborazione strutturata tra pubblico e terzo settore.

La legge 194, normalmente conosciuta come la legge che ha depenalizzato l’aborto in Italia è una legge in realtà complessa, costituita da 22 articoli che già nel suo titolo evidenzia l’idea di voler guardare al la questione a 360 gradi: “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”.

All’articolo 1 afferma che «Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite.

Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni  e competenze,  promuovono   e   sviluppano   i  servizi socio-sanitari,  nonché  altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite».

La 194 all’articolo 2 affida ai consultori familiari (istituiti con la legge 405/1975) il compito di affiancare la donna «informandola  sui  diritti  a  lei  spettanti  (…) sui servizi sociali, sanitari e assistenziali  concretamente  offerti  dalle  strutture  operanti nel territorio»;   «sulle  modalità  idonee a ottenere il rispetto delle norme della legislazione sul lavoro a tutela della gestante;  di attuare direttamente o proponendo all’ente locale competente (…) speciali interventi, quando  la gravidanza o la maternità creino problemi»;     di contribuire «far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza».

È dagli anni ’70 del secolo scorso, quelli in cui si cominciava a parlare di questi temi eticamente sensibili che in Italia ci si divide con conseguenti scontri, discussioni, accuse reciproche senza riuscire ad affrontare un problema così drammatico con pacatezza e collaborazione e soprattutto con rispetto ed attenzione verso il bene delle persone coinvolte.

Da quegli anni si è assistito ad un cambio epocale della situazione: il numero degli aborti è diminuito progressivamente, se nel 1982 si sono superati i 230.000 in un anno, gli ultimi dati disponibili (che risalgono al 2021) ci mostrano circa 63.000 Ivg; si è diffusa la contraccezione e si sono introdotti i cosiddetti contraccettivi di emergenza “la pillola del giorno dopo”; il numero delle nascite è precipitato e ormai siamo scesi sotto i 400.000 nuovi nati all’anno. I giovani arrivano tardi al desiderio di genitorialità. Resta però uguale il fatto che, in alcuni casi, l’arrivo inatteso di un figlio generi disorientamento, paura, rifiuto.

Ci sono donne che decidono di non diventare madri e questa decisione è frutto di una scelta consapevole e determinata; in altri casi l’instabilità affettiva con la scarsa tenuta delle relazioni, la precarietà economica e lavorativa, problemi di salute propri o del bimbo che si porta in grembo, spiegano questo rifiuto che però è sentito come una costrizione perché se ci fossero altre condizioni esterne, sarebbe diverso.

Un società responsabile e realmente a servizio del benessere dei propri cittadini, farebbe di tutto per “superare le cause…”. Purtroppo, spesso nel tentativo di non intralciare l’autodeterminazione della donna si è giunti ad una sorta di abbandono sociale in cui è la donna che deve “risolvere il suo problema”.

I Consultori familiari sono presidi importanti, dovrebbero essere luoghi di prossimità in cui si aiutino i ragazzi e le ragazze a conoscere la propria fertilità e a viverla in modo responsabile; in cui la salute psico fisica della donna e del bambino sia promossa; in cui si accompagni la donna nel difficile discernimento nel caso di situazioni difficili relative alla gravidanza e all’aborto; in cui si sostenga la genitorialità biologica o adottiva con un accompagnamento nelle fasi più delicate.

La legge 34/1996 che adeguava alle necessità emergenti i compiti di questi servizi territoriali, parlava della necessità di uno ogni 20.000 abitanti, cioè di circa 3.000 consultori sul territorio nazionale. Una indagine dell’istituto Superiore di Sanità effettuata tra il 2018 e il 2019 ha registrato invece una realtà molto diversa con solo 1.800 consultori in Italia, il 40% in meno del previsto, 1 ogni 32.000 abitanti circa, che con gli ulteriori tagli alle spese sanitarie sono depotenziati nel numero e anche nelle figure professionali realmente presenti.

Stare accanto alle donne nella gravidanza, nel parto, nell’allattamento è importante, ma va fatto con discrezione non certo con i proclami. Il personale pubblico e molte realtà del privato sociale di diverso orientamento fanno molto per stare accanto alle donne prima, durante e dopo la gravidanza che, per quanto sia un evento naturale, al giorno d’oggi suscita più paure e disorientamento che in passato…

Il fatto che di temi così delicati e drammatici, in ambito politico, se ne parli in modo più o meno episodico e senza suscitare un vero confronto ma usando tecnicismi politici o andando avanti per paradigmi ideologici da una parte e dall’altra a ridosso di una campagna elettorale non è un buon segno. Come al solito è un modo maldestro di utilizzare certi temi sensibili per sperare di racimolare un po’ di voti.

Nè la destra, nè la sinistra agiscono per aiutare e sostenere veramente la vita. Non c’è la volontà politica perché altrimenti si stanzierebbero fondi per adeguare il numero dei consultori, si aiuterebbero le famiglie giovani con sostegni economici per i primi anni di vita del bambino, si perseguirebbero drasticamente le aziende che ostacolano fattivamente le donne che desiderano avere un figlio, penalizzandole.

Il privato sociale fa molto, soprattutto in termini relazionali di prossimità e di accompagnamento nel dopo parto, nel post aborto (una fase a volte dolorosissima), nel sostegno alla genitorialità, nella promozione di adozione e affido, ma non può certo rimuovere le cause strutturali che conducono alla rinuncia della maternità, questo è compito della politica.

Non possiamo nasconderci dietro un dito, lo sappiamo bene, in politica prevalgono altre priorità, una fra tutte: il Governo attuale e anche alcune forze dell’opposizione vogliono portare la spesa militare al 2% del Pil con tutte le sfide sociali che ci troviamo a vivere, con la povertà in aumento, la denatalità, la difficoltà di accesso di molti alle cure necessarie. Parliamoci chiaro: Lo sforzo per promuovere e difendere la vita è un’altra cosa.

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