Fede e politica, la breve storia dei cristiani per il socialismo

Il percorso di una generazione che, negli anni della novità conciliare, scelse di rompere con l’unità politica dei cattolici nella Dc. Il rapporto difficile con il Pci ,“l’altra Chiesa”. Dialogo con Luca Kocci
Referendum Divorzio. Cortei e festeggiamenti per le vie di Roma per la vittoria del "NO". Roma, 13 maggio 1974 ARCHIVIO ANSA

Si discute periodicamente del posto dei cattolici in politica, soprattutto in viste delle tornate elettorali, evidenziando la mancanza di incisività dopo la diaspora seguente alla fine della Dc. Per capire il presente è necessario conoscere la storia anche recente, quando ad esempio, negli anni 70, si rese palese il dissenso di una parte dei credenti verso l’unità politica dei cattolici sotto le insegne dello Scudo crociato. Luca Kocci, redattore dell’agenzia Adista e giornalista del quotidiano Il Manifesto, ha pubblicato con l’editore Il pozzo di Giacobbe il libro “Cristiani per il socialismo 1973-1984. Un movimento fra fede e politica” che analizza un breve ma intenso periodo di una vicenda che coinvolse parti importanti della realtà ecclesiale italiana, a cominciare dalle Acli, a passare da una posizione antagonista della sinistra ad una scelta esplicitamente socialista. Di cosa si trattò? Perché è significativo ricordare questa vicenda che ha toccato nodi tuttora attuali? Ne abbiamo parlato con Luca Kocci in questa intervista.

Sappiamo che il movimento dei cattocomunisti  dell’immediato secondo dopoguerra è rimasto una componente minoritaria ma molto influente nel Pci di Berlinguer con Rodano, Tatò e altri. Il ruolo dei Cristiani per il socialismo (Cps) è, invece, rimasto marginale. Perché?
Il ruolo dei Cps nel Pci è stato marginale soprattutto per responsabilità dei dirigenti di quel partito che, anche perché il contesto era quello del “compromesso storico”, hanno privilegiato le relazioni con i soggetti istituzionali della Chiesa e i rapporti con la Dc e con le masse cattoliche delle parrocchie e dell’associazionismo ecclesiale piuttosto che con le minoranze del cosiddetto dissenso, anche in considerazione dei rapporti di forza nella società. Del resto anche il Pci era una sorta di “chiesa”, poco tollerante verso le eresie, sia quelle proprie, come dimostra per esempio la vicenda del gruppo del “manifesto”, sia quelle degli altri, come appunto i Cps, che insieme alle Comunità di base, si configuravano come “eresia”. Alle elezioni politiche del 1976, poi, il Pci di Berlinguer ha fatto una scelta diversa, quella dei cattolici indipendenti, ovvero di candidare nelle proprie liste autorevoli personalità del mondo cattolico, come Raniero La Valle, Mario Gozzini e altri.

La loro breve esperienza è dovuta al fatto di esprimere delle elites intellettuali?
È vero che nei Cps non c’erano le grandi masse operaie e contadine, ma non c’erano nemmeno le elites intellettuali. L’esaurimento dell’esperienza è dovuto ad altri fattori. Innanzitutto ad alcune contraddizioni interne mai risolte, a cominciare dal nodo fede e politica: aggregare i cattolici su un piano di fede o su un piano politico-sociale? Poi una contraddizione identitaria sulla natura del movimento, mai chiarita fino in fondo: era uno spazio di riflessione e confronto, un’organizzazione politica o un luogo di elaborazione culturale? Infine la dialettica interna, che dopo il 1976-1977 diventa vero e proprio scontro, fra i militanti delle due sinistre presenti nel Cps: sinistra storica e nuova sinistra. E poi, a livello generale, anche i Cps vengono attraversati da due dinamiche complessive che riguardano l’intera società e che contribuiscono a indebolire ulteriormente il movimento: da un lato la “ricomposizione” del mondo cattolico, dopo gli anni tumultuosi del post Concilio; dall’altro il riflusso della militanza che, sebbene non costituisca una categoria interpretativa in grado di spiegare univocamente questa fase, ha coinvolto molte organizzazioni politiche della sinistra.

Alla fine la militanza dei Cps si è orientata prevalentemente nella sinistra cosiddetta estrema. Si è trattato, secondo te, dell’esito naturale della concezione laicale di un cristianesimo lontano da ogni struttura gerarchica di nuove chiese come poteva essere il Pci?
In parte sì, perché è vero che il Pci era una sorta di chiesa. Anche se in realtà fino al 1976 nel movimento hanno convissuto abbastanza pacificamente entrambe le sinistre, quella storica e quella radicale, come dimostra il fatto che le indicazioni di voto fornite dai Cps, soprattutto alle elezioni regionali del 1975 e alle politiche del 1976, è stata genericamente per i partiti della sinistra. È a partire dal 1977, quindi dopo la nascita dei governi di solidarietà nazionale con il Pci non più all’opposizione, che le aree della nuova sinistra sono diventate nettamente maggioritarie e hanno assunto in un certo senso l’egemonia nel movimento, anche in seguito all’afflusso di molti giovani provenienti dai fermenti del Settantasette e non particolarmente legati all’associazionismo cattolico.

Non è mai balenata l’idea, tra i militanti, di essere stati in fondo degli “utili idioti” secondo la famosa espressione di Lenin?
Direi di no, anche perché secondo i Cps la militanza politica andava esercitata non nel movimento ma nei partiti e nelle organizzazioni della classe operaia per sconfiggere la Dc. È vero che ai dirigenti del Pci, soprattutto da parte dei militanti dei Cps iscritti al partito, è stato più volte rimproverato di non aver dato un riconoscimento pieno e formale al movimento e di utilizzarlo come “traghetto di voti”, ma questo non significa percepirsi come “utili idioti”.

L’unica incidenza politico elettorale dei Cps sembra che sia stata la posizione sui referendum divorzio e aborto. Eventi che hanno cambiato il volto del Paese verso la secolarizzazione di una società che poi è stata plasmata dalla tv di Mediaset. Non si è trattato di una vittoria di Pirro?
Credo che i Cps, oltre alle vittorie referendarie, abbiano contribuito al raggiungimento anche di altri risultati. Innanzitutto la piena legittimità per un cristiano di votare a sinistra senza dover rinunciare o abiurare la propria fede. E poi, in tempi più lunghi, l’indebolimento del “cattolico” come categoria politica e sociologica: a parte qualche ministro che ogni tanto brandisce il rosario o rivendica il ruolo identitario del cattolicesimo, oggi non si parla quasi più né si fanno appelli al “voto cattolico”. Non definirei i referendum su divorzio e aborto come “vittore di Pirro”, al di là di quello che poi è avvenuto negli anni Ottanta e Novanta: sono state delle consultazioni che hanno consentito di confermare due leggi importanti. E soprattutto, per quanto riguarda la sostanza dell’impegno dei Cps, hanno contribuito ad affermare il principio di laicità dello Stato, ovvero che non va imposto per legge quelle che per un cristiano sono delle scelte di fede, come per esempio l’indissolubilità del matrimonio. Sull’aborto poi i Cps hanno espresso una posizione piuttosto articolata, sforzandosi di tenere insieme difesa «non astratta» della vita e autodeterminazione delle donne: quindi favorevoli a una legge come la 194, ma contrari alle posizioni di liberalizzazione assoluta dell’aborto portate avanti dal Partito radicale.

Rotta l’unità forzata dei cattolici nella Dc, i Cps possono rientrare nella fine delle espressioni collettive che si rifanno ad un’ispirazione cristiana? È rimasto solo l’impegno personale anonimo?
L’esperienza dei Cps inizia ad arrancare all’inizio degli anni Ottanta e termina nel 1984, sebbene senza formalizzazioni ufficiali. Il movimento non ha lasciato eredi organizzati, ma credo che abbia trasmesso un’eredità importante ai singoli cristiani impegnati nella società. Ovvero quella di riuscire a vivere la militanza politica in stretto rapporto con una fede liberata da ideologie religiose, senza dualismi, cioè senza separare la fede dalla politica; senza intimismi, cioè senza ridurre la fede a dimensione privata; senza integrismi, cioè senza derivare le scelte politiche dalla fede; ma riscoprendo la politicità del messaggio evangelico.

Che tipo di rapporto c’è stato con i nuovi movimenti ecclesiali?
I Cps hanno avuto un rapporto molto conflittuale con Comunione e liberazione, di cui criticavano l’integralismo, oltre il sostegno alla Dc. Con i nuovi movimenti invece non ci sono state relazioni, sia perché hanno iniziato ad assumere maggiore importanza proprio mentre i Cps iniziavano la loro parabola discendente, sia perché questi movimenti hanno avuto una connotazione e un impegno prevalentemente ecclesiali, mentre i Cps sono stati un movimento politico. Rapporti solidi ci sono stati invece con le componenti di sinistra di alcune storiche associazioni del mondo cattolico, perlomeno fino al 1976, in particolare le Acli dell’“ipotesi socialista” e i metalmeccanici della Cisl, che nel 1973 hanno contribuito alla nascita del Cps in Italia, insieme ai gruppi e alle riviste della contestazione cattolica e ai giovani evangelici. E hanno guardato con attenzione ai Cps anche centinaia di aderenti alle grandi associazioni ecclesiali, dalla Fuci all’Agesci, che negli anni Settanta vivevano una fase di grande effervescenza.

Quale realtà attuale esprime tratti ed esigenze dei Cps?
Quella dei movimenti popolari, spesso citati anche da papa Francesco. Su un piano più culturale c’è poi l’esperienza di Dialop, che porta avanti un progetto di dialogo tra marxisti e cristiani europei. In generale direi alcune che istanze evidenziate a suo tempo dai Cps si possono ritrovare oggi in chi, anche nella chiesa, si oppone e cerca alternative al dominio del neoliberismo.

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