Ospitalità, fra amore e disamore

Come è cambiato nella storia il significato di questa parola: dai Greci e Latini, fino ad oggi.
Ospitalità (creazione di Mara Torricelli)

Il grande commediografo Plauto diceva: l’ospite è come il pesce, dopo tre giorni puzza[1]. Con questo proverbio popolare, che sembra lontanissimo dal concetto di ospitalità sacra del mondo antico, affrontiamo la riflessione sull’ospitalità ieri e oggi. Il proverbio di partenza, sembra già lontano da come l’ospitalità era vissuta nel mondo antico, in cui l’ospite era considerato da amare e curare come un Dio.

Un ospite che diventa un “incomodo” dopo pochi giorni, ci catapulta, invece, in un mondo moderno, dove la sua cura è affidata a noi in prima persona e non ad una schiera di servitù (tipica della società aristocratica). In un modo in cui si lavora per vivere, si è presi da mille impegni, interessi, corse, fatiche… la disponibilità, per forza di cose, si affievolisce.

C’è da dire che, all’origine, anche l’ospite aveva delle leggi da rispettare: doveva comportarsi in modo da non essere di peso o d’ingombro, e in futuro doveva ricambiare l’ospitalità, qualora se ne fosse presentata l’occasione. Doveva rispondere alle domande che gli venivano fatte e accettare i doni che gli venivano offerti (gli xenia[2], in greco) che erano quanto di meglio la casa da cui si era ospitati potesse offrire. Ulisse, ad esempio, viene accolto, naufrago, nell’Isola dei Feaci, da Alcinoo, padre di Nausica. Durante la cena in suo onore, gli viene chiesto chi egli sia, da dove venga, perché sia arrivato fin lì. Ulisse sa che deve rispondere, e lo fa (pur fra le lacrime, perché deve dolorosamente ripercorrere le tappe della sua partenza da Troia, dove tutto comincia).

Al riconoscimento, segue uno dei più grandi esempi di ospitalità della nostra letteratura classica: i Feaci accolgono l’ospite sconosciuto, con tutti i riguardi. Già Nausica quando l’ha visto emergere, dopo il naufragio, sporco di salmastro e alghe, spaventoso come un mostro, non è fuggita per paura, come le ancelle, di fronte ad uno “straniero” che interrompeva la quieta tranquillità dell’isola, ma lo ha accolto con parole che dimostrano la grande considerazione data a questo gesto: «Poiché ai nostri lidi sei approdato non ti mancheranno né vesti né cibo» (Odissea, VI), e Alcinoo, dice ai re del suo regno: «Ciascuno porti qui un mantello ben lavato, una tunica e un talento di oro puro…. perché l’ospite abbia tutto tra le mani e venga a cena con la gioia nel cuore» (Odissea, VIII). Ulisse poi si allontana con il suo cospicuo dono…

Ma non dobbiamo pensare che sia tutto “rose e fiori”, come si direbbe oggi. Anche nel mondo omerico, emergono dubbi sul comportamento di eroi che passano la vita a compiere lunghi viaggi, e ad “accettare” molte ospitalità, al punto tale che si lascia trapelare il dubbio che certi eroi durante i loro viaggi accumulino immense quantità di beni preziosi (per esempio Odissea IV 78 ss., XIX 268 ss.).

Con il naturale dovere di “ricambiare”, l’ospitalità creava un legame fra le persone e di essa rimaneva il ricordo, una sorta di “parentela” rispettosa. Nell’Iliade[3], sul campo di battaglia, si incontrano in eserciti opposti, Glauco e Diomede. Potrebbero uccidersi a vicenda, ma si riconoscono per essere stati reciprocamente ospitati dai propri padri. Uno scambio alla pari, che fu possibile finché le varie etnie e i vari livelli di ricchezza sociale, in un mondo non paritario o riconoscibile, non mutarono.

Nel mondo latino il senso dell’ospitalità “sacra” ha le stesse caratteristiche, almeno finché sia necessario mettere in luce gli aspetti del Mos Maiorum che richiamano a comportamenti aderenti a vecchi e sani valori[4] repubblicani. Cioè fin quando la res Pubblica non si frantumò sotto la spinta di altre filosofie e culture[5] e poi verso l’età, sempre più corrotta e corruttibile, degli Imperatori. L’ospitalità allora si adegua all’immagine dei tempi: si alternano momenti conviviali e amichevoli, più vicini al quotidiano (il poeta Catullo, dice, in una sua poesia famosa all’amico Fabullo  (Carmen XIII) che si era autoinvitato, di portarsi la cena perché «il suo borsellino era pieno solo di ragnatele»; lui potrà offrire in cambio solo quello che la sua “casa”- il suo oikos – gli permette: unguenti, profumi, buona compagnia, risate!) a momenti di accoglienze orgiastiche in casa di ricchi corrotti (come avviene nella Cena di Trimalcione[6], dove il liberto arricchito Trimalcione accoglie alla sua casa “tutti”, senza distinzione o cura; l’ospitalità viene offerta solo a chi cerca piacere fisico e non …morale).

Quello che è certo, comunque, dalla Roma imperiale al Cristianesimo dilagante, alla nascita del Medioevo è che il piacere dell’ospitalità che ci porta ad amare il prossimo comunque rimane vivo. Pensiamo ai molti episodi della Bibbia e in particolare al Vangelo,  dove un Gesù desideroso di lasciare un messaggio perenne, lava i piedi al fratello, con cura amorosa, umiltà e attenzione[7].

E pensiamo al Medioevo, dove, durante o poco dopo le invasioni barbariche vicino ai muri dei Conventi nascono i primi centri dell’ospitalità. Sono “ospitali”, creati da monaci che, strappando la terra dalle ortiche e dai resti delle devastazioni, ricavano un piccolo quadrato terra. Poi lo animano, vi piantano alcune erbe. Il luogo è quasi segreto, si chiamerà Hortus conclusus, e i monaci che ci lavorano saranno i “semplici”. Il giardino dei semplici ha erbe officinali per curare: quando, verso il X secolo, cominciò la ripresa dei viaggi e degli spostamenti su vasta scala, gli ospiti arrivarono a frotte, e vennero accolti negli “ospizi”. I monaci curano, accolgono e rifocillano chi non può permettersi ostelli o osterie. Da essi derivano i significati di “ospedale”, “ospizio” ,“Ospitaletto” viventi ancora oggi anche nei numerosi toponimi.

E oggi? Cos’è rimasto di questa parola? Oggi che l’ospitalità sembra relegata alle reclames degli hotels e degli alberghi di lusso, oppure delle case vacanza, come va di moda adesso? Un rapporto fra enti diversi, che non si conoscono, che non sono “amici” ma hanno bisogno l’uno dell’altro, per guadagnare!

Ma nelle case? Nel nostro intimo? Dentro di noi, oggi, il piacere di ospitare rischia di venir frantumato dalla paura che ci iniettano certe notizie di cronaca: torni a casa e la trovi occupata. Quasi ti viene suggerito di non allontanarsi troppo… di non aprire a tutti: chiunque bussi alla porta, può essere un nemico[8]. E poi, sembra difficile predicare “ospitalità” quando le tanto grandi potenze economiche costringono popoli interi all’emigrazione, salvo, poi, non essere disposte ad accogliere chi arriva.

Così, è solo se non ci facciamo accecare dalla paura, a favore di un più saggio realismo consapevole[9], che possiamo riconoscere di non poter provare disamore verso gli ospiti e il concetto di ospitalità in sé.

Sarà perché dentro di noi sappiamo che, così facendo, alcuni hanno accolto un angelo senza saperlo[10].

[1] Nam hospes nullus tam in amici hospitium devorti potest, / quin, ubi triduum continuo fuerit, iam odiosus siet; / verum ubi dies decem continuos sit, east odiosum Ilias.(Quando un ospite si stabilisce a casa di un amico, bastano tre giorni per farlo puzzare, se poi ci rimane dieci giorni ne nasce un’Iliade di mugugni). Plauto, Miles gloriosus, III-II sec. a.C.

[2] Doni dati all’ospite, in greco xenos.

[3]  (Iliade VI 119 ss.).

[4] basati sulla serietà, la sacralità, la fede nella patria e negli dei. Ovidio1-2 sec. d.C (che racconta  ne Le Metamorfosi la storia di Filemone e Bauci, due vecchietti poveri ma puri e semplici che accolgono senza troppe domande i due mendicanti che si presentano alla porta (senza sapere che sono dei venuti per sondare la fede degli uomini). Si apprestano subito a donare il meglio che la povera casa offre: latte cagliato, noci, e perfino l’unica anitra che hanno, riserva dell’inverno

[5] Nel primo sec.a.C. dopo la conquista dei regni ellenistici, Roma apprende dai Greci, la filosodia e l’Humanitas, che porta una comprensione ed un’apertura ai sentimenti, alle cose più piccole e quotidiane, come è visibile nel Carmen  XIII di Catullo, di seguito citato.

[6] Petronio, dal Satyricon (1 sec.d.C.), denuncia il comportamento a-morale della classe sociale nuova, quella degli “improvvisamente” ricchi, opulenti per beni materiali che si trovano ad avere accumulato ma privi di ricchezza morale, o culturale.

[7] Giovanni 13, 12-15 12 “Gesù terminò di lavare i piedi ai discepoli, riprese la sua veste e si mise di nuovo a tavola…”

[8] Tralasciamo l’interessante analisi che dice che la parola hospes, in origine fosse legata a quella classicamente conosciuta come nemico: hostis. Chi si presentava alla porta, era chiamato hostis, che non voleva ancora dire nemico, se si voleva indicare “una persona non delle famiglia”. Fu quando le caste sociali mutarono sensibilmente che si sentì la necessità di distinguere i due termini. E hostis, divenne per sempre il nemico.

[9] La conoscenza realistica delle cose, ci libera dalla paura, dice Lucrezio. Cfr https://www.feltrinellieditore.it/news/2009/08/05/nicola-gardini-il-cuore-delle-parole-10938/

[10]  Dalla lettera di Paolo agli Ebrei 13, 2

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