Musei e decolonizzazione

A fine gennaio il ministro spagnolo della Cultura, Ernest Urtasun, parlando di musei ha detto: «Si tratta di creare spazi di dialogo e di scambio che ci permettano di superare questo quadro coloniale» e che «si traducano in un processo di revisione» delle collezioni dei musei statali. Cosa intendeva dire? Forse che la Spagna dovrebbe restituire certe opere d’arte?
Il ministro spagnolo della Cultura, Ernest Urtasun, alla cerimonia di insediamento del governo. Foto Ansa/ EPA/ZIPI

Certe dichiarazioni in bocca a personaggi di un certo rilievo si prestano subito ad essere manipolate o malintese. È accaduto di recente al ministro spagnolo della Cultura, Ernest Urtasun. Dopo le sue dichiarazioni lo scontro politico era servito, e la reinterpretazione del passato imperiale della Spagna tornava sulle prime pagine dei giornali. C’è chi si è sentito offeso e c’è invece chi ha visto con normalità la proposta di «decolonizzare i musei».

La questione non è nuova: già nel 1970 l’Unesco stabilì un quadro internazionale per prevenire il furto e il saccheggio delle opere e promuoverne la restituzione e il ritorno. Ancora prima, nel 1946, nacque il Consiglio internazionale dei musei (Icom) con lo scopo di promuovere la cooperazione tra loro all’indomani della guerra che devastò l’Europa. L’Icom promosse nel 1986 una magna charta, il Codice etico Icom per i musei, che fissa gli standard di condotta professionale e di prestazioni per i musei. Il codice è accessibile sul sito dell’istituzione nelle sue lingue ufficiali (inglese, francese, spagnolo), ma c’è anche la traduzione ufficiale in italiano (www.icom-italia.org) realizzata nel 2009 da Icom Italia in collaborazione con Icom Svizzera.

Lì si legge, al paragrafo 6.3 intitolato “Restituzione di beni culturali”:

«Qualora il Paese o il popolo di origine richiedano la restituzione di un oggetto o di un esemplare, dimostrando fondatamente che esso è stato esportato o comunque trasferito in violazione dei principi stabiliti dai trattati internazionali e nazionali, e dimostrino che l’oggetto appartiene al patrimonio culturale o naturale di quel popolo o paese, il museo interessato, purché la legge gli consenta di agire in tal modo, deve prontamente e responsabilmente attivarsi per collaborare alla restituzione».

E al successivo paragrafo 6.4 intitolato “Beni culturali provenienti da un Paese occupato”:

«I musei devono astenersi dall’acquistare o acquisire beni culturali provenienti da territori occupati. Sono altresì tenuti a rispettare pienamente leggi e convenzioni che regolano importazione, esportazione e trasferimento di materiali facenti parte del patrimonio culturale o naturale».

La restituzione di opere d’arte è dunque una pratica sviluppata da tempo. Nel 2021, per esempio, la Francia ha consegnato al governo del Benin 26 opere d’arte rubate alla fine del XIX secolo. Anche la Germania ha restituito pezzi alla Namibia nel 2019 e alla Nigeria nel 2022. E ci sono molti altri esempi.

Quello che scuote la mente dei critici con la dichiarazione del ministro Urtasum sono appunto i concetti stesi di «colonia» e di «furto». Sono diversi gli storici, in particolare dell’altra sponda dell’Atlantico, le cui ricerche mettono in questione la cosiddetta «leggenda nera» sul passato imperiale della Spagna.

Ci vuole un distinguo, intanto: le terre conquistate nel Nuovo Mondo dalla fine del XV secolo in poi non furono considerate colonie ma province, con legami amministrativi con la Spagna diversi da quelli di una colonia. Le colonie sono sorte più tardi in Africa e in Asia. Di conseguenza, il traffico di opere d’arte dalle province non dovrebbe essere considerato come quello dalle colonie. E poi molti pezzi presenti in musei spagnoli sono donazioni o acquisizioni più recenti, quando quelle province erano già diventate Stati sovrani.

Certo, la dimensione politica della polemica non si cancella nell’immediato, anche perché se ne può approfittare per favorire interessi elettorali. Ecco perché conviene sentire la voce degli esperti. La professoressa Izaskun Álvarez Cuartero, docente di Storia dell’America all’Università di Salamanca, così si è espressa al riguardo in un articolo pubblicato da El País: «Il dibattito su “conquista sì, conquista no”, o sulle “vittime e i cattivi”, non ha nulla a che fare con la decolonizzazione dei musei. Decolonizzare un museo non significa mantenere narrazioni vicine al “tu di più”, sul fatto se siamo stati più gentili o più giusti degli inglesi con le popolazioni native, sul risarcimento ai paesi dell’America Latina per l’estrazione di oro e argento o sul chiedere perdono per atti violenti passati. Concentrare la questione su questo tema è completamente sbagliato e confonde l’opinione pubblica».

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