Il Documento di Abu Dhabi cinque anni dopo

Il 4 febbraio 2019 papa Francesco e il Grande Imam di al-Azhar, Ahmad al-Tayyeb, firmavano un documento breve e semplice nella sua struttura e nel suo linguaggio, ma destinato a fare storia, il “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”
Papa Francesco, e Ahmad Al Tayyeb, Archivio Ansa EPA/MOHAMED AL HAMMADI

Il Documento di Abu Dhabi è un testo alla portata di tutti che, nella sua intenzione originaria, voleva trasformare le tensioni fra occidente cristiano e mondo musulmano (in particolare mediorientale e nordafricano) nella possibilità di conoscersi, di scegliere la via comune della pace e della fratellanza, di collaborare a iniziative comuni per dimostrare che le religioni possono essere dalla parte della soluzione piuttosto che da quella del problema e, infine, di aprire vie di collaborazione accademica.

In quegli anni – sembra passato un secolo con l’insorgere del Covid e lo scoppio della guerra Russo-Ucraina e di quella recente in Medio-Oriente – la grossa tensione internazionale pareva essere quella religiosa fra mondo islamico e occidente cristiano, o forse meglio dire post-cristiano.

Il quinquennio dal 2019 a oggi pare aver coperto mezzo secolo, ma non ci ha reso abbastanza coscienti che per salvarci abbiamo bisogno di ‘essere insieme’. Quella frase pronunciata da papa Francesco nella notte del marzo del 2020, in pieno lock-down in una Piazza San Pietro deserta, non è limitata alla tragedia della pandemia.

Era attuale nei tempi precedenti con il crescere delle tensioni fra occidente cristiano e mondo medio-orientale musulmano e resta più che attuale oggi con i conflitti all’interno dei quali le religioni non sono del tutto estranee. E il documento di Abu Dhabi si inserisce su questa traiettoria che l’umanità deve imparare a percorre: quella dell’essere sempre più coscienti che è necessario lavorare insieme per andare avanti.

In effetti, il documento co-firmato negli Emirati Arabi vuole essere un monito per tutto il mondo che non esiste alternativa: o costruiremo insieme l’avvenire o non ci sarà futuro. Il testo ha, senza dubbio, aperto una prospettiva nuova, non solo fra musulmani e cristiani ma fra tutti gli uomini e donne che credono e che cercano con sincerità la verità al di là di ogni religione.

La situazione drammatica che si sta svolgendo sotto i nostri occhi, da quasi tre anni, in Ucraina e, più recentemente, in Terra Santa ci dice quanto sia sempre più urgente ed attuale che cristiani e musulmani – ma anche seguaci di altre religioni – lavorino insieme per promuovere la pace ed essere strumenti di pace.

È necessario resistere alla tentazione che quelle carte siano una delle tante proposte pro-forma che hanno lasciato o che lasciano il tempo che trovano. Tutt’altro. Sono molteplici le iniziative che si sono susseguite in questi anni, sia a livello locale che internazionale per realizzare un punto o l’altro di quel testo. Fra queste, non penso debba passare inosservato l’impegno di Pluriel, la piattaforma universitaria sull’Islam in Europa e in Libano, nata negli ultimi anni dall’impegno della Federazione delle Università Cattoliche dell’Europa (Fuce). Proprio in questi giorni, accademici di varie università che aderiscono al progetto si incontrano a Abu Dhabi per celebrare l’anniversario della firma del Documento.

Tre le questioni all’ordine del giorno. Innanzi tutto, il tema socio-giuridico che si propone di esaminare la questione della piena cittadinanza nelle società multiculturali e multireligiose, con particolare attenzione alla tutela giuridica delle minoranze religiose. Un secondo aspetto al centro dei lavori è quello della geopolitica, che metterà a fuoco il ruolo della religione e dell’ideologia nei conflitti attuali. Si cercherà di individuare esempi positivi di processi volti a contrastare l’estremismo religioso e l’intolleranza. Infine, l’asse teologico-dialogico esplorerà la riflessione teologica suscitata dal Documento sulla fraternità umana.

Proprio a questa iniziativa si è rivolto papa Francesco con un messaggio di incoraggiamento e benedizione, mettendo in rilievo, come spesso fa nella sua pedagogia, la necessità di superare tre aspetti prioritari che spesso costituiscono ostacoli insormontabili nel dialogo. Innanzi tutto, ovviare alla mancanza di comprensione reciproca. Infatti, sottolinea Bergoglio, «i problemi di oggi e di domani resteranno insolubili se non ci conosciamo e non ci valorizziamo a vicenda, e se restiamo isolati. Conoscere l’altro, costruire la fiducia reciproca, cambiare l’immagine negativa che possiamo avere di questo altro, che è mio fratello in umanità, nelle pubblicazioni, nei discorsi e nell’insegnamento, è il modo per avviare processi di pace accettabili per tutti».

Un secondo aspetto, che necessita un intervento tempestivo, è l’incapacità di saper ascoltare. «Quanti mali si eviterebbero se ci fossero più ascolto, silenzio e parole vere, nelle famiglie, nelle comunità politiche o religiose, persino all’interno delle università e tra i popoli e le culture! Creare spazi in cui si possano ascoltare opinioni diverse non è una perdita di tempo, ma un guadagno in umanità».

Ed infine, c’è oggi la necessità di una formazione alla flessibilità intellettuale. «L’educazione e la ricerca devono mirare a rendere gli uomini e le donne dei nostri popoli non rigidi ma flessibili, vivi, aperti all’alterità, fraterni». È necessario un lavoro accademico serio che aiuti a superare la paura di uscire dalle proprie discipline, restando aperti alla curiosità, ascoltando gli altri e restando flessibili, soprattutto intellettualmente.

Un percorso sfidante, certo, ma un aiuto concreto alla realizzazione della Carta di Abu Dhabi e un contributo a costruire una cultura del dialogo.

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