Medio Oriente: servizi segreti all’opera

Le ultime vicende nella regione non rassicurano, nello stesso tempo evidenziando come le intelligence delle forze implicate siano in piena attività. Sperando che si evitino massacri maggiori
Un'immagine dei funerali di Salweh al-Ahouri, il numero due di Hamas, ucciso in Libano. Foto Ansa/EPA/ABBAS SALMAN

Negli ultimi giorni abbiamo assistito a un’accelerazioni delle vicende mediorientali. Non tanto sul quadrante di Gaza, dove purtroppo si continua a combattere e a morire. L’emergenza umanitaria e sanitaria è tale che non ci sono più parole per spiegarla, anche perché c’è chi vuole che non se ne parli proprio: l’opera di demolizione di Hamas deve andare in porto e non ci sono ostacoli che tengano, nemmeno lo strazio dei civili. Se sulla natura terroristica dell’organizzazione palestinese non vi sono dubbi, non altrettanto si può dire sulla liceità della risposta israeliana, che non sembra avere proporzionalità col danno subito. Ma su questo le discussioni possono andare avanti all’infinito.

Intanto, il numero due di Hamas, almeno così sembra, perché sulle gerarchie del movimento antisionista se ne sono dette di tutti i colori, è stato colpito “chirurgicamente” (ma ci sono altri cinque morti) nella periferia sud di Beirut, quella sciita, a Moucharrafié, grazie a un drone israeliano ben istruito. Al funerale di Saleh al-Arouri, però, Hezbollah, che pure dava ospitalità al dirigente palestinese, s’è ben guardata dallo sventolare le sue bandiere, c’erano solo quelle di Hamas. Perché la milizia-partito filoiraniana che domina militarmente il Libano meridionale, ha voluto ancora una volta non manifestare pubblicamente il suo sostegno all’organizzazione palestinese, di cui pure è alleata?

Perché, come all’indomani dell’attacco del 7 ottobre, Hezbollah non è scesa in campo? Vecchie questioni di attriti infra-musulmani, tra sciiti e sunniti? Paura dell’intervento statunitense (che ha un paio di portaerei nelle acque mediterranee, in caso di attacco da parte delle truppe filo-iraniane nel sud del Libano, dove pur stazionano, sembra, 150 mila missili a disposizione di un eventuale iniziativa contro Israele lungo la frontiera attualmente mantenuta immutata dalle forze dell’Unifil, tra cui 1200 militari italiani)? Il capo della fazione sciita libanese, Nasrallah, continua ogni venerdì a minacciare sfracelli, ma nei fatti gli arsenali di Hezbollah non sono stati ancora aperti.

Un altro scenario estremamente complicato è quello siriano (e in misura minore iracheno) dove quotidianamente, ormai, le operazioni militari israeliane e statunitensi colpiscono obiettivi “sensibili”, mai veramente specificati, ma in ogni caso legati al regime di Assad e ai suoi alleati iraniani. Nei media internazionali, è sceso un silenzio assordante, da tempo ormai, sul quotidiano percorso del combattente dei siriani rimasti a casa, che debbono lottare contro un’inflazione difficilmente calcolabile e contro penurie di ogni genere, mentre i combattimenti continuano soprattutto nel nord del Paese, la parte occupata dai turchi. Senza dimenticare che, in ogni caso, in Siria sono di stanza truppe e servizi di Mosca.

Ma le questioni non si limitano al Libano, all’Iraq e alla Siria, che da decenni ormai ci siamo abituati a considerare “altamente instabili”. A Kerman in Iran, in occasione delle commemorazioni della morte, un anno fa, del generale iraniano Qessem Suleimani, ucciso in Iraq ad opera dei servizi segreti israeliani e statunitensi congiunti, v’è stata la carneficina di più di cento sostenitori del governo iraniano, sembra ad opera del redivivo Stato Islamico, che ha rivendicato l’attentato, l’ormai quasi dimenticato Daesh. Anche in questo caso l’intelligence è intervenuta, nel senso che i servizi segreti israeliani e statunitensi hanno voluto smentire categoricamente di essere parte dell’attentato, che fonti governative iraniane avevano lasciato intendere fosse opera di non meglio definiti “mercenari stranieri”.

Altro fronte avvolto nella nebbia di operazioni militari poco chiare è quello dello Yemen, altra guerra, altro massacro interminabile, che oppone sciiti filo-iraniani (i ben noti houti) a truppe sunnite, tra qui quelle dell’Arabia Saudita, che godono della “simpatia” di israeliani e statunitensi. Il tentativo di turbare o bloccare il transito delle merci nel canale di Suez, provocando una inevitabile crisi economica in Europa, non sembra ancora avere ottenuto un chiaro successo: si moltiplicano in effetti gli interventi delle forze statunitensi, soprattutto, ma anche di altre nazioni europee che contribuiscono in qualche modo alla stabilizzazione del Mar Rosso, grazie alle basi militari che Gibuti ha concesso di aprire da tempo (il piccolo Paese africano vive di esse).

Insomma, il povero cittadino di un qualsiasi Paese del mondo che cerca di informarsi seriamente, non può che sentirsi piccolo piccolo dinanzi alla guerra tra titani che sta avendo luogo nella regione mediorientale, ancora in mano, salvo a Gaza, più ai servizi segreti dei diversi Paesi che agli eserciti. Tra l’altro, si parla poco, se non nulla, delle influenze russe e cinesi nella regione, che pur esistono, seppur silenziose. Non capiamo cioè quello che succede, non abbiamo gli elementi per giudicare. Quel che è certo, è che qualcosa potrebbe sfuggire di mano in tale guerra nascosta, e allora sarebbero guai per la pace mondiale. Nella regione si ama scherzare col fuoco.

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