Solstizio d’inverno, un “fenomeno” di archeoastronomia

Il 22 dicembre, giorno più corto dell’anno, la particolare inclinazione della Terra rispetto al sole, creerà albe e tramonti spettacolari da ammirare nei siti archeologici di Sicilia, Sardegna e Basilicata
Nuraghi Losa, in provincia di Oristano. Di © Hans Hillewaert, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15554250

La data tanto attesa dagli astronomi per i loro complessi calcoli stellari e dagli archeologi per i loro riscontri stratigrafici quest’anno cade il 22 dicembre. È il giorno del solstizio d’inverno, cioè il momento in cui, come dice la parola latina “sol-stitium”, si ha l’impressione che il “sole si fermi”. In realtà ciò che accade è che l’emisfero settentrionale della Terra, quello in cui si trova l’Italia, raggiunge la posizione di massima distanza dal sole, dandoci in assoluto meno ore di luce e più ore di buio. Da questo momento in poi l’emisfero settentrionale inizia lentamente a riavvicinarsi al sole e i tempi di luce riprendono ad aumentare.

Archeoastronomia: chi è costei?

Fin qui la teoria, ma in pratica cos’ha di tanto speciale un solstizio da indurci a restare svegli fino all’alba o in contemplazione fino al tramonto? E poi, che c’entra l’archeologia che è la scienza delle “pietre” con l’astronomia che invece si occupa delle stelle? Intanto occorre sapere che in epoche preistoriche spesso i luoghi di culto, i villaggi, i dolmen, i menhir, i nuraghi e perfino le fenditure e i fori praticati nelle rocce erano realizzati dall’uomo grazie a complessi calcoli di orientamento geografico ed astronomico. Accadeva così che alcuni punti ben precisi dei predetti siti e monumenti fossero infallibilmente raggiunti e attraversati con precisione quasi millimetrica dal sole sorgente o tramontante. Questi fenomeni solari che sono ancor’oggi visibili e che creano spettacolari effetti scenografici, un tempo erano uniti anche alla celebrazione di rituali sacri e propiziatori. Si tratta però di fenomeni che si verificano solo in alcuni specifici giorni dell’anno, che sono appunto i solstizi invernali ed estivi. L’archeoastronomia che unisce studi astronomici e archeologici ha proprio il compito di ricercare e indagare, attraverso reperti, documenti, stratigrafie, il livello delle conoscenze astronomiche possedute dalle civiltà antiche e verificare scientificamente se i collegamenti tra fenomeni solari e posizione dei monumenti fossero voluti dall’uomo oppure derivassero da casuali fenomeni della natura.

Calendari di pietra e ierofanie

La realizzazione dei cosiddetti “monumenti solstiziali” aveva finalità di culto religioso nelle cosiddette ierofanie solari, cioè nelle manifestazioni del sacro espresse in forma di riti e culti ispirati appunto al sole. Quelle complesse misurazioni astrali però avevano anche fini pratici consentendo di stabilire l’alternanza delle stagioni, i cicli della semina e dei raccolti, e persino gli spostamenti e la tosatura delle greggi evitando i freddi improvvisi. Insomma, quegli ingegnosi e fenomenali “calendari di pietre e stelle” scandivano il ritmo di una vita primordiale sì, ma molto ingegnosa.

«Stonehenge?» L’Italia non è da meno.

Il sito archeologico dei solstizi è per antonomasia Stonehenge, in Gran Bretagna, dove circa 5 mila anni fa l’uomo architettò un’ enorme struttura circolare fatta da megaliti al centro dei quali il tramonto del solstizio d’inverno va perfettamente a posizionarsi. Ma per chi non volesse andare tanto lontano anche in Italia è possibile ammirare i fenomeni di archeoastronomia in luoghi altrettanto spettacolari come Sicilia, Sardegna e Basilicata.

L’alba del “Campanaru”

Nell’alta valle del Belice, alle pendici del Monte Iato, nel cuore di uno straordinario sito archeologico dell’età del bronzo, scorgiamo un’altura di quasi 600 metri detta “Monte Arcivocalotto”. Sulla sommità c’è un grande masso roccioso con al centro un foro dal diametro di circa 2 metri realizzato dall’uomo in epoca preistorica e che gli abitanti del luogo per la sua forma e forse anche per la sua simbologia rituale hanno soprannominato “U Campanaru” (il campanile). Posizionandoci a nord-ovest di questo megalite vedremo il sole del 22 dicembre sorgere proprio al centro di quel foro.

Tramonto a “Nuraghe Losa”

I meno mattinieri invece, sempre in tempo per il 22 dicembre, possono raggiungere Abbasanta, un paesino della provincia di Oristano, in Sardegna, dove si trova il complesso monumentale di Nuraghe Losa. Il villaggio risale al XV secolo a.C., e i muretti perimetrali e il suo ingresso ovest il giorno del solstizio d’inverno sono, con calcolata e voluta precisione, illuminati frontalmente dalla luce del sole che tramonta.

Il crepuscolo di “Petre de la Mola”

In Basilicata, invece, nel “Parco naturale di Gallipoli Cognato”, raggiunte le piccole Dolomiti lucane, in vetta ai 1150 metri del Monte Croccia, troviamo il sito archeologico rupestre di “Petre de la Mola”. All’interno del villaggio frequentato dall’VIII fino al III sec. a.C., proprio nel punto sommitale dell’acropoli, separati da una stretta fenditura con dei gradini intagliati nella roccia, vi sono due grandi massi. È tra questi due megaliti che, con astronomica precisione, il 22 dicembre, scenderà uno spettacolare crepuscolo solare.

La “prova” del solstizio d’inverno

Non possiamo sottacere infine che tutt’ora rispetto ai predetti tre “siti solstiziali” vi sia chi nega la volontarietà umana nel realizzarli e li ritiene il frutto casuale di fenomeni naturali. Certo è che l’archeoastronomia ha dimostrato l’esatto contrario e, nel contempo, antropologia e geofisica hanno provato che il solstizio invernale costituisce la ripresa di quel ciclo vitale della luce che in tutte le civiltà della Terra è da sempre fonte di tradizioni, culti e soprattutto di vita. Non a caso il più importate evento della cristianità e di molte altre religioni ricorre proprio il giorno del 25 dicembre. La nascita del Cristo coincide infatti con questo fenomeno astronomico e solare che è sì universale ma è anche profondamente interiore. E da qui parte anche il mio augurio affinché ciascuno, recandosi nei tre luoghi suggeriti, possa trovare il proprio solstizio d’inverno e in esso la prova dell’esistenza della luce di Dio. Certo la ricerca si presenta lunga e difficoltosa, e spesso sarà fatta solo di semplici indizi, ma non bisogna scoraggiarsi, perché: «Un indizio è un indizio – diceva Agata Christie -, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova».

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