Quel nuovo arcobaleno che c’è

Perché molte riforme di comunità partono coi migliori auspici e poi si bloccano? Dalla rivista Città Nuova n. 9/2023
Il riflesso della luce disegna un arcobaleno sulle pietre. Foto di 14578371 da Pixabay.

L’arte più preziosa e rara da imparare quando si inizia una riforma di una comunità, è riuscire ad arrivare fino in fondo al processo. La prima fase di una riforma è quasi sempre accompagnata da consensi, incoraggiamenti e applausi, perché, in genere, i movimenti e le comunità iniziano le riforme troppo tardi, quando ormai è evidente (quasi) a tutti che bisogna cambiare molto per non morire; e così il nuovo governo che pone mano a questo lavoro riformatore è salutato come si saluta un salvatore. In pochi sono coscienti che quella riforma necessaria era da fare molti anni prima, quando ancora i sintomi della malattia collettiva erano quasi invisibili e tutto parlava di salute e di successo.

Per questa ragione, i primi tempi di un processo di rinnovamento, di qualsiasi rinnovamento di un corpo che soffre, scorrono lisci, veloci, accompagnati da soddisfazione e dal grande sollievo tipico di ogni inizio di una cura necessaria. I riformatori si sentono sostenuti dalla comunità intera, e tutto è corredato da un clima di ottimismo e di nuova primavera. Si comprende quindi che nelle riforme i momenti più importanti e decisivi sono i secondi, non i primi, quel “secondo tempo” quando si riduce e poi esaurisce l’apertura di credito quasi infinita dell’inizio.

Molte riforme si bloccano, si impantanano in questa seconda fase e non raggiungono la terza, quella essenziale dell’implementazione vera e concreta della riforma, quando gli annunci si sarebbero dovuti trasformare in grandi cambiamenti di governance. Accade così come a quei giovani che si immergono con la sola maschera perché sanno che dopo 10 metri si arriverà in una grotta emersa dai colori bellissimi: dopo i primi metri sentono diminuire l’ossigeno, si impauriscono, tornano indietro e riemergono in superficie. Se avessero resistito ancora per qualche altro secondo sarebbero arrivati all’aria della grotta stupenda, e invece si sono fermati a metà del cammino.

Perché ci si ferma? Che cosa accade nella fase intermedia che blocca le riforme necessarie e che (quasi) tutti vorrebbero? Un indizio sulle ragioni del fallimento della seconda fase ce lo suggerisce il filosofo francese De Tocqueville (Democrazia in America), con il suo famoso “paradosso”. Studiando le rivoluzioni e le trasformazioni sociali dei popoli, Tocqueville aveva capito qualcosa di importante: non appena i membri di una comunità iniziano a vedere i tanto agognati primi segni di cambiamento, di nuova partecipazione e di democrazia, cominciano a chiedere sempre di più, molto più di quanto i riformatori possono concretamente fare in quella prima fase.

L’appetito di riforma cresce molto più velocemente dei suoi primi risultati. E così, quei riformatori apprezzati, lodati e incoraggiati nel momento dell’annuncio della riforma, appena incominciano a compiere i primi atti riformatori, vedono la stima originale trasformarsi in critiche e insoddisfazione, perché quei primi cambiamenti appaiono troppo timidi, lenti e insufficienti. Al tempo stesso, questo malcontento proveniente oggi dagli stessi entusiasti di ieri, genera delusione e scoraggiamento nei riformatori perché considerano le critiche ingiuste e ingrate. Questo “effetto a tenaglia” – critiche dalla comunità e scoraggiamento nel governo – può bloccare l’esplorazione in apnea per una veloce marcia indietro.

Tante mancate riforme sono quelle “abortite” nella seconda fase, non quelle mai iniziate. Una riforma incominciata e non portata a termine è però peggiore di una mancata riforma. Perché mentre una comunità che non ha mai tentato una riforma necessaria può sempre iniziarne una; quando una comunità ha fallito una prima riforma, diventa molto difficile, se non impossibile, avviarne una seconda, perché la gestione di quel primo fallimento ha consumato molte delle energie disponibili, e quel primo entusiasmo collettivo, necessario per iniziare, nella seconda eventuale riforma sarà molto ridotto se non addirittura inesistente. Nelle riforme delle comunità carismatiche solo “la prima è buona”, la seconda possibilità, che c’è sempre, è (facilmente) inefficace.

Quando allora il governo di una comunità mette mano a una riforma, deve essere consapevole che arriverà la seconda fase delle critiche e dello scoraggiamento. Deve metterlo in conto, non farsi cogliere di sorpresa dal suo arrivo. E così, quando ci mancherà il fiato, continueremo fiduciosi l’immersione, in cerca del nuovo arcobaleno.

Le più recenti puntate della rubrica di Luigino Bruni sono pubblicate mensilmente sulla rivista Città Nuova

Sostieni l’informazione libera di Città Nuova! Come? Scopri le nostre rivistei corsi di formazione agile e i nostri progetti. Insieme possiamo fare la differenza! Per informazioni: rete@cittanuova.it

I più letti della settimana

Chiara D’Urbano nella APP di CN

La forte fede degli atei

Edicola Digitale Città Nuova - Reader Scarica l'app
Simple Share Buttons