Addio Kissinger, ma cosa ci lasci?

Il centenario ex segretario di Stato degli Stati Uniti se n’è andato proprio quando la geopolitica creata dalla sua generazione sta andando in mille pezzi. Il suo ruolo nei rapporti tra Stati Uniti e Cina. Un’eredità difficile da raccogliere
Il presidente cinese Xi Jinping e l'ex segretario di Stato Usa Henry Kissinger a Pechino nel 2015. Kissinger fu appunto uno dei grandi attori del dialogo tra i due Paesi sin dai tempi della Guerra Fredda. (Jason Lee/Pool Photo via AP, File) Associated Press/LaPresse Only Italy and Spain

Un uomo tutto d’un pezzo, morto centenario, dopo una vita che sicuramente troverà un regista capace di farne un film di successo. Perché Kissinger era un uomo di successo, che seppe fare della tragedia della Shoah di cui era stato vittima con la sua famiglia una pietra d’inciampo per tanti detrattori, ma soprattutto un trampolino di lancio per la sua carriera politica e per la sua ricerca politologica.

Biografia in breve. Henry Kissinger, anzi Heinz Alfred Kissinger (cambiò il nome arrivato negli Stati Uniti), veniva dalla Germania, dove era nato nel 1923, di origini ebraiche. Era un figlio della Shoah: la sua famiglia, appartenente alla classe media, aveva abbandonato la Germania in seguito alle persecuzioni antisemite operate dai nazisti contro gli ebrei. Passarono a Londra, i Kissinger, poi optarono per gli Stati Uniti, a New York, grazie all’aiuto di alcuni parenti. Negli Stati Uniti seppe far valere ben presto la sua tenacia e la sua intelligenza, anche prima di imparare l’inglese, riuscendo ottimamente negli studi serali, lavorando per mantenere la famiglia in una fabbrica di spazzole, poi in una di pennelli da barba e infine alle Poste.

Fu lo scoppio della guerra a cambiare la sua vita: si arruolò e prese la cittadinanza statunitense. Fu inviato in Germania come interprete e aiutante di campo del generale a capo dell’84° divisione. Diede prova di efficienza, riuscendo a riorganizzare un territorio abitato da mezzo milione di persone allo sbando dopo la fuga dei nazisti. Tornato dalla guerra terminò gli studi e intraprese la carriera accademica ad Harvard, in Scienze politiche. Nel 1955, David Rockfeller, amico del presidente Eisenhower, lo introdusse alla vita politica. Nel 1958 pubblicò il suo primo libro, Nuclear Weapons and Foreign Policy (“Armi nucleari e politica estera”), un best seller, che lo fece conoscere ovunque negli Stati Uniti. Collaborò anche con Kennedy, ma senza mai riuscire a trovare perfetta sintonia con le visioni democratiche del presidente, lui che era naturalmente conservatore, il che lo portò tra le file del Partito Repubblicano.

Fu consigliere per la sicurezza nazionale e poi segretario di Stato durante le presidenze di Richard Nixon e di Gerald Ford, tra il 1969 e il 1977. La sua politica era, se così si può dire, “pop”, rispetto a quello cui si era abituati nell’amministrazione di Washington. Era innovativo, Kissinger, un po’ brutale, con metodi che prevedevano interventi e interferenze anche militari ovunque nel mondo. Ma, soprattutto, verrà ricordato per la sua capacità negoziale: il pianeta doveva essere mantenuto in equilibrio da un “negoziato permanente”. L’uscita dalla guerra del Vietnam lo fece paladino dei negoziati persino con l’Unione Sovietica e poi con la Cina.

Nel 1973 Kissinger vinse con il rivoluzionario vietnamita Le Duc Tho il premio Nobel per la Pace per aver «messo fine alla guerra in Vietnam e ristabilito la pace». Ma questo premio non mutò il suo piglio deciso, che non escludeva interventi diretti nei Paesi che non mettevano la testa a posto: conservatore, volle così mettere la museruola a fenomeni poco sintonici col suo pensiero in vari Paesi dell’America Latina, tra cui Cile e Argentina.

Dal 1975 si ritirò a vita privata, ma non cessò di farsi sentire nella politica internazionale con i suoi libri e con le sue capacità si direbbe innate di influenzare gli eventi principali della geopolitica. Nel luglio 2023, due mesi dopo aver compiuto cent’anni, s’è sobbarcato un viaggio in Cina per incontrare il segretario del Partito comunista cinese, Xi Jinping, aprendo la strada al successivo incontro tra i presidenti Xi e Biden. È morto il 29 novembre 2023 nella sua casa nel Connecticut, centenario.

La storia giudicherà. Serviranno decenni per capire appieno la portata dei suoi interventi, la sua attenzione costante per Israele e la Palestina (spesso con posizioni non perfettamente allineate sull’alleato di Tel Aviv), la sua naturale tendenza conservatrice e poco sensibile alle rivendicazioni dei popoli oppressi, anche se la sua intelligenza creativa lo portava a trovare soluzioni “politiche”, e non “umanitarie” alle varie situazioni di crisi che scoppiavano sul pianeta all’epoca in cui era al timone della diplomazia statunitense. Bon vivant, apprezzava le cose buone della vita, sapeva attirare amicizie potenti e glamour, anche se non scendeva mai al banale do ut des di tanti, troppi politici. Non ne aveva bisogno.

Se c’è un pregio da sottolineare in Henry Kissinger, senza scomodare la sua non comune visione geopolitica, dovuta anche agli studi profondi che aveva voluto seguire, è la sua flessibilità, la sua capacità di escogitare formule non praticate in precedenza (come in Vietnam o nei negoziati per il disarmo con l’Unione Sovietica), pur di ritrovare la pace, o piuttosto uno stato di non-belligeranza.

Pregio attenuato nella considerazione mondiale dal fatto che per lui la pace doveva sempre e comunque avere la targa a stelle e strisce, e con il nemico comunista tenuto a distanza di sicurezza. Il suo mondo doveva e voleva essere guidato dagli Stati Uniti, e a questo scopo non esitava a scendere a compromessi anche dolorosi e talvolta inspiegabili.

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