Politiche migratorie, occorre buonsenso

L’esecutivo Meloni prosegue nella strategia inefficace di frenare l’arrivo in Italia dei migranti “irregolari”. L’ Europa resta divisa al suo interno. A chi arriva per chiedere asilo verrà chiesto di versare 5 mila di euro per sottrarsi all’obbligo di restare nei nuovi centri di permanenza e rimpatrio fino a 18 mesi
Migrazioni Foto LaPresse - Massimo Paolone

Non è difficile comprendere ciò che sta accadendo in tema di politiche migratorie. Il Governo sta portando avanti quanto dichiarato espressamente durante la campagna elettorale, ossia che si sarebbero fatti tutti gli sforzi possibili per frenare gli arrivi irregolari di cittadini stranieri via mare e che contemporaneamente si sarebbe data la possibilità di venire in Italia per lavorare a migliaia di persone tramite l’implementazione del “decreto flussi”.

Il decreto flussi è lo strumento che consente alle imprese italiane di invitare un lavoratore che risiede in determinati Paesi esteri – individuato con nome e cognome – e che in presenza di alcuni presupposti può ricevere il visto di ingresso per venire a lavorare.

Va detto che i Paesi da cui possono essere invitati i lavoratori e le lavoratrici sono un elenco ristretto e che anche le categorie di lavori che possono essere svolti sono “a numero chiuso”.

Sebbene sia apprezzabile lo sforzo di questi decreti, ne sono evidenti anche i limiti, primo tra tutti – ma un solo un esempio – la difficoltà dell’imprenditore a dichiararsi prontissimo ad assumere una persona che non ha mai visto né incontrato prima.

Per quanto riguarda lo sforzo del Governo a bloccare gli arrivi via mare, stiamo assistendo alla vicenda del memorandum con la Tunisia, che coinvolge l’Unione Europea (come già accaduto per l’accordo con la Turchia per bloccare lì i siriani in fuga dalla guerra) e non solo l’Italia (il memorandum con la Libia è firmato dall’Italia e non dall’Unione Europea).

Poiché i tempi per chiudere il memorandum con la Tunisia sono lunghi (non tutti i Paesi UE sono d’accordo), il flusso degli sbarchi a Lampedusa prosegue intensamente.

Non ci interessa sapere se è il Presidente tunisino che spinge in questa direzione, oppure soltanto i trafficanti che approfittano delle buone condizioni del mare. Il fatto è che alcune decine di migliaia di persone sono giunte in Italia.

E come è stato ben detto nella prima puntata di Fratelli di Crozza, se venissero distribuiti tra tutti i Comuni italiani (8000) avremmo 15 persone “a testa”.

E in cosa consiste la storia dei 5.000 euro di cui si sente parlare? Il principio che il Governo dichiara e intende affermare è questo: “In Italia potrà entrare solo chi diremo noi” (attraverso le quote di ingresso per lavoro) e quindi se il cittadino straniero arriva in modo irregolare (cioè senza visto di ingresso) e ha diritto a chiedere asilo, deve essere trattenuto in luoghi appositamente allestiti per verificare se ha veramente diritto all’asilo oppure no.

Cosa cambia? Sino a pochi giorni fa il cittadino straniero al suo arrivo veniva inserito in un centro per essere identificato (registrazione dei dati anagrafici, delle impronte e di una foto) per poi passare in una struttura di accoglienza, da cui durante la giornata si può uscire liberamente.

Questo percorso adesso potrà essere attivato se lo straniero dispone della somma – garantita con fideiussione – corrispondente al costo mensile nel centro di accoglienza per vitto, alloggio, effetti personali di prima necessità oltre l’importo per l’eventuale rimpatrio.

Se lo straniero non dispone di questa somma (e ripeto: anche in presenza di altri presupposti definiti dalle più recenti leggi, tra cui il cd. decreto Cutro) sarà inserito per un mese in un luogo da cui non potrà muoversi.

Nel corso di un mese dovrebbe completarsi il procedimento per valutare il diritto dello straniero a rimanere in Italia; se questo diritto viene disconosciuto allora il cittadino straniero sarà ulteriormente trattenuto fino all’espulsione (che può avvenire solo se vi sono accordi bilaterali di rimpatrio e altri presupposti).

Quindi il periodo del “trattenimento si allunga a dismisura, fino a 18 mesi.

A questa disposizione – di cui si è tanto parlato nei giorni scorsi ma che è inserita in un testo di legge ben più articolato – si aggiungono le dichiarazioni della Francia e della Germania a proposito del controllo dei confini che alimentano il dibattito politico: dichiarazioni e ripensamenti di scarso valore sostanziale.

È una partita che si gioca sul piano dei numeri a chi ne ha di più” (parliamo di persone costrette alla partenza dai loro Paesi) e si respira aria di ripicca più che di ricerca di soluzioni.

Le parole del presidente Mattarella sulle regole vigenti in Europa («gli accordi di Dublino sono preistoria. Era un altro mondo. Sono fuori dalla realtà») e i decisi interventi di papa Francesco sulla dignità delle persone migranti, cadono nel nulla – politicamente e giuridicamente – ma sono essenziali per dare coraggio e per ravvivare le forze di chi tutti i giorni è accanto agli stranieri per lanciare un salvagente, per dare una parola di speranza o anche solo un pasto caldo davanti ad una parrocchia.

Sembra una situazione senza soluzioni, ma non è così. Certo, ci vorrebbero altre prospettive politiche, un modo diverso di ragionare sui numeri e sulle categorie sociali, un diverso impiego di soldi e di energie pubbliche (per i centri per il trattenimento sono stati stanziati venti milioni di euro solamente per il 2023, cioè per i prossimi tre mesi).

Non servono moralismi o buonismo e spirito di umanità (che non ci stanno male, sia ben chiaro), ma un po’ di intelligenza politica e di lungimiranza per rendere scorrevole e fluida una situazione che assorbe anche gran parte dei telegiornali, mentre i problemi dell’Italia e dell’Unione sono anche altrove.

Ma al momento non possiamo che prendere atto di questa ristrettezza, sotto tutti i profili.

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