“Tanto ci pensa il mercato?”. Se un patto rompe il tabù

Cosa impedisce davvero l’adozione del giuramento di Genovesi  per gli economisti? Pubblichiamo la prima parte dell'intervista a Lorenzo Sacconi, economista all’università di Trento e direttore di  EconomEtica, centro interuniversitario per l’etica economica e la responsabilità sociale d’impresa
Economia e finanza

Come afferma Luigino Bruni, per sostenere l’adozione di un giuramento per gli economisti, «la chiesa, le religioni, non hanno inventato le liturgie e i simboli: hanno solo, attraverso i millenni, custodito e potenziato (con la forza della spiritualità e della fede) una dimensione antropologica e sociale che era pervasiva nelle culture classiche, e che la modernità occidentale, tutta basata sulla ragione – e oggi sulla neopagana fortuna – e sull’individuo senza passioni e simboli, vorrebbe disfarsi ed eliminare».

Sulla proposta del “giuramento di Genovesi” avanzata dalle pagine di Città Nuova si è aperto un dialogo molto interessante (il dibattito tra Mario Maggioni e Luigino Bruni sulle colonne di Avvenire è riportato integralmente sul sito online di EdC) che apre scenari che travalicano il confronto tra specialisti.

Cerchiamo di approfondire la materia ponendo alcune domande al professor Lorenzo Sacconi, direttore di EconomEtica,  Centro interuniversitario per l’etica economica e la responsabilità sociale d’impresa. Al Centro, fondato da sei atenei (Università Bicocca Milano, Università Bocconi Milano, Università di Trento, Università di Siena, Università di Bologna e Università di Verona) si sono associate molte altre importanti università italiane.

“I simboli e le liturgie laiche non mi hanno mai convinto” afferma, tra l’altro, il professor Antonio Maggioni. Quale è il suo parere su tale obiezione?       
«È un argomento standard spesso riproposto contro l’etica pubblica, civica e laica, ma è anche un’obiezione che non sta in piedi. Al contrario, abbiamo il grande esempio di ciò che Tocqueville già chiamava la religione civile americana – cioè l'etica pubblica. Molta della riflessione contemporanea sull'etica, dagli illuministi scozzesi in poi, si basa sul riconoscimento che una società si tiene assieme perché esistono convezioni e norme sociali condivise. C’è poi una lunghissima esperienza di deontologie professionali che, certo, sono piene di limitazioni di contenuto e falle nell’applicazione, ma ciò non di meno ottengono storicamente nel corso del tempo un elevato grado di osservanza e rispetto volontari, anche senza imposizione di sanzioni giuridiche, con al massimo sanzioni di tipo sociale interne alla comunità professionale, specie nei Paesi in cui non esiste la tradizione ordinistica che nasce dalla Francia napoleonica (ovvero i paesi anglosassoni in cui l'etica professionale e anche più estesa che nei paesi di tradizione ordinistica). E d'altra parte le norme sociali e le convezioni esistono proprio a causa dell'incompletezza e delle falle dei contratti e della legge, e dell'inevitabile imperfezione dell'imposizione esterna della legge».

Si può proporre il giuramento al termine del corso universitario?
«Non avrei obiezioni, i principi generali, come quelli affermati da un giuramento, sono importanti. Il problema semmai è capire quali istituzioni potrebbero promuoverli e applicarli nei fatti, per evitarne lo svuotamento che è immediato quando si ha la sensazione dell'ipocrisia. Se non esistono, infatti, delle condotte raccomandate in vari ambiti e in modo più concreto, è difficile poter capire se si è coerenti con il giuramento prestato. Il dispositivo appropriato per un codice morale è sempre costituito da un insieme di principi astratti e generali (come quelli di un giuramento) e da un insieme di regole di comportamento precauzionali descritte più concretamente e in modo esemplare, alla luce del rispetto delle quali si può formare la reputazione circa l’osservanza dei principi.

Il difetto delle deontologie delle professioni economiche e giuridiche, piuttosto, è che esse sono state dettate in una prospettiva ristretta e  legata unicamente al rapporto di lealtà tra professionista e cliente, senza apertura ad una responsabilità sociale più ampia, ad esempio nei confronti degli stakeholder del cliente e degli effetti sociali delle politiche raccomandate dal professionista al cliente. Ad ogni modo penso che un giuramento su poche massime può essere efficace per la sua semplicità. Anche se la loro applicazione può essere difficile da riscontrare, ciò nondimeno esse possono agire sulle motivazioni delle persone, toccando i loro sentimenti morali». 

Tra i punti proposti come impegno c’è quello di trattare sempre i lavoratori come persone…
«È l’espressione su scala ridotta della seconda formulazione dell’imperativo categorico kantiano e cioè “non tratterai mai un’altra persona come mero mezzo, ma sempre anche come fine a sé”. È la base su cui costruire la relazione con gli altri, lasciando da parte per ora la distinzione tra individuo e persona, che in effetti può differenziare diversi sistemi etici. Credo che non solo nei rapporti con i lavoratori, ma con tutti gli stakeholder dell’impresa questa massima kantiana debba essere considerata essenziale: se essa viene applicata dal manager e dall’imprenditore è chiaro che l’impresa ha come fini gli interessi essenziali di tutti gli stakeholder, non li tratta cioè come meri mezzi per la massimizzazione del profitto… ».

C’è poi l’impegno a non sfruttare a proprio vantaggio la disparità delle informazioni….
«È giusto. Assieme a questo impegno sarebbe anche da considerare la questione più radicale, attuale e alla base della crisi, dell’informazione incompleta che comporta la stipula di contratti incompleti, la cui applicazione lascia ampi margini alla discrezionalità di uno dei soggetti, come può essere l’imprenditore, il professionista e il consulente. Ad esempio, molti dei contratti finanziari, che sono stati protagonisti della crisi, erano incompleti, e il comportamento dei prodotti derivati finanziari non era previsto dalle parti. Chi conduce le  imprese ha poi un margine di discrezione molto ampio dovuto alla natura incompleta di tutti i contratti che lo legano, non solo agli azionisti, ma a tutti gli stakeholder. Ciò spiega la natura fiduciaria delle relazioni che dovrebbe avere con loro, e quindi la necessità di soggiacere a doveri fiduciari, cioè a obblighi prima di tutto etici».

Ma in fondo non esiste di fatto, inculcato nello stesso insegnamento universitario, un altro giuramento imperante? Quello cioè basato sul principio dell’individualismo competitivo?
«Non me la prenderei tanto con l’individualismo, anche perché esistono diversi significati del termine. Esiste, ad esempio, l’individualismo di tipo metodologico che serve a comprendere i fenomeni aggregati a partire dai comportamenti dei singoli e dalle loro interazioni. Questo mi pare un punto metodologicamente utile. Inoltre, tutta la concezione della moralità contemporanea si basa sull’idea del soggetto morale come individuo autonomo, non condizionato, razionale e, come tale, capace di obbedire all’imperativo categorico che abbiamo citato. Molto più semplicemente, i nostri colleghi economisti ortodossi accettano l’avidità e l’egoismo come componenti ovvie del sistema, non tanto perché credono che siano giustificati in base ad una visione antropologica sulla cui bontà vorrebbero giurare, ma perché pensano che esista un meccanismo automatico che finisce per funzionare comunque, e armonizzare anche queste motivazioni amorali. È un atteggiamento mentale di fuga dalla complessità (complessità per loro, per le loro menti spesso un po’ ristrette) della responsabilità morale. Dicono: “tanto ci pensa il mercato”.   Tutto il modo di ragionare dei macroeconomisti ortodossi, come di molti operatori pratici, si basa su questa convinzione che non occorre complicarsi la vita con riferimenti a codici morali e alla responsabilità di osservarli. Si professa la fiducia cieca nelle virtù di un "meccanismo"  che tanto funzionerebbe da solo».

(continua)

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