Franco Marini e lo sguardo del sindacalista sul mondo

Franco Marini e il cattolicesimo sociale alla prova della storia. La testimonianza di Fausto Bertinotti

Franco Marini, il sindacalista “democristiano” scomparso a 87 anni il 9 febbraio 2021, ha ricoperto, dal 2006 al 2008, la carica di presidente del Senato ed è stato ad un passo da salire al Quirinale nel 2013, quando un Pd ancora in forze tentennò perdendosi in strategie interne che portarono, alla fine, alla rielezione di Napolitano. Resta emblematica di quei giorni una frase di Stefano Fassina, ricordata da Chiara Geloni e altri: «Mio cognato ha cinquant’anni, fa l’elettrauto, non sa chi è Rodotà. Ma sa chi è Franco Marini, un difensore dei lavoratori!».

Abruzzese della provincia aquilana, primo di sette figli di una famiglia con padre operaio, formazione nell’Azione Cattolica e nelle Acli, tessera della Dc presa da giovanissimo, a 17 anni, e poi un lungo impegno nel sindacato della Cisl fino a diventare segretario generale nel 1985 e ministro del Lavoro nel 1991.

Marini rappresenta un pezzo di storia che va conosciuta meglio per capire cosa ha voluto dire un certo mondo del cattolicesimo politico radicato nella società. Anche Giorgio Cremaschi, rappresentante del sindacalismo conflittuale di sinistra, lo ha ricordato con affetto: «eravamo agli estremi opposti del sindacalismo confederale», ma «era anche espressione di un’idea popolare e di massa del sindacato e della politica, che non ha nulla a che vedere con ciò che accade oggi. Per questo nella politica attuale poteva finire quasi all’estrema sinistra. Non perché egli fosse cambiato, era sempre quello».

Stare dentro il conflitto sociale ha voluto dire anche attraversare i difficili anni ’70 e bisogna leggere il testo di Saverio Allevato (“La P38 e la Mela”) su quegli anni per ricordare l’intervento, grazie a Marini, dei sindacalisti Cisl, a difesa degli allora giovani cattolici popolari (CL) della Sapienza di Roma presi di mira da settori dell’Autonomia operaia. Lo stesso sindacato Cisl, tra l’altro, dove trovavano posto gli esponenti più avanzati e radicali delle istanze sociali, ma estranei al dogmatismo della Cgil del tempo.

Era poi quanto mai ricca di diversità la Dc, con le sue correnti che rappresentavano fisiologicamente analisi e posizioni molto diverse, ma capaci di stare all’interno di un partito che in qualche modo ha rappresentato, letteralmente in tutti i sensi, la Nazione.

Originale, ad esempio, la corrente di Forze Nuove, quella di Marini, legata al cattolicesimo sociale di Carlo Donat Cattin, artefice, con altri dello Statuto dei Lavoratori nel 1970 e che si presentava come ministro “dei lavoratori” e non genericamente “del lavoro”. Una buona fonte per chi vuole approfondire quel mondo dalle radici profonde è senz’altro la Fondazione Donat Cattin.

Ma Franco Marini ha, poi, vissuto il momento della scomparsa della Dc, le spaccature e la diaspore conseguenti alla mancanza del collante costituito dal pericolo sovietico. È stato segretario del Partito popolare nel 1997 fino ad approdare, tra i fondatori, al Partito democratico, quella fusione di cui realisticamente, come già nel sindacato, avvertiva la possibile egemonia culturale degli ex Pci nei confronti dei “popolari”.

Oggi, anche prima della scissione renziana, appare difficile definire la linea prevalente tra i democratici e la reale incidenza cattolico democratica e sociale, ma le istanze di cui è stato portatore vanno oltre le contingenze del panoramica politica attuale.

Per questo è significativo ascoltare la testimonianza di Fausto Bertinotti, altro esponente politico che, provenendo dall’impegno sindacale, ha poi ricoperto la carica istituzionale di presidente della Camera nel 2006. Un percorso molto diverso dal suo collega “democristiano”, dal Psiup fino al partito della Rifondazione comunista che ha guidato, negli anni (1994-2006) di un significativo consenso, nel segno di una vicinanza poco ortodossa ai movimenti alternativi al neoliberismo.

Nell’intervista audio che ci ha concesso, l’ex presidente della Camera parla del rapporto di stima e amicizia con Franco Marini dal quale lo separava molto, ma non il medesimo modo di guardare il mondo: lo sguardo del sindacalista.

Esistono tante descrizioni di quella vocazione autenticamente intesa, dalle lettere di Simone Weil al profilo delineato dal cardinal Carlo Maria Martini. A Bertinotti abbiamo chiesto cosa significa lo sguardo del sindacalista, cioè di chi fa una scelta di parte, ma mantiene una visione sull’intera umanità: «Significa “stare dalla parte degli ultimi”, come dicono i cattolici, ma lo possiamo dire tutti oggi. Chi era ed è di scuola marxista parla di proletari, una condizione di spoliazione che mette e ha messo in moto dei processi di lotte e di conquiste sociali, di emancipazione e liberazione da ogni forma di sfruttamento.  Sono questi gli occhiali che si indossano per tutta la vita, con la pretesa di rappresentare questa parte di umanità, liberando la quale si libera tutta l’umanità, come diceva un “grande vecchio” (Marx, ndr).

Tale tratto comune dell’esperienza sindacale (la liberazione ma io uso anche il termine redenzione per dire l’orizzonte di tale emancipazione), è depositata – aggiunge Bertinotti – nelle differenti culture, marxiste come cristiane, che hanno animato una parte importante di questa storia e che oggi trova nella missione del pontefice (papa Francesco, ndr) un punto di enorme riconoscimento come terreno dell’incontro degli uomini e donne di buona volontà».

Ascolta l’intervista integrale a Fausto Bertinotti sulla figura di Franco Marini.

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