L'esperto risponde / Persone e storie

Chiara D’Urbano

Psicologa e Psicoterapeuta EMDR, Consultore del Dicastero per il Clero, Perito della Rota Romana e dei Tribunali del Vicariato di Roma, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna. Con l’editrice Città Nuova ho pubblicato tre libri: La pietra della follia, Per sempre o finché dura e Percorsi vocazionali e omosessualità.

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Vita consacrata

Il perdono ha davvero senso

Sono un sacerdote, accompagno molte esperienze comunitarie. Rifletto però sui numerosi conflitti e stati di solitudine che ho modo di affiancare. Conosco approfonditamente diverse storie e pensarle non solo nella vita di coppia, ma anche nelle comunità che scelgono per vocazione la vita in comune, ha un impatto forte su di me. Si fanno incontri, corsi di formazione, colloqui, ma chissà se rimettere al centro e al fondo di molte dinamiche l’imparare a perdonare non ridurrebbe lo sfaldamento delle relazioni. So che non è una cosa banale e “tanto per dire”, e forse è proprio questo il limite del perdono: lo abbiamo capito e appreso male, rendendolo una roba da catechismo.

Fonte: Pexels

La prima volta che mi sono accostata agli studi sul perdono sono rimasta senza fiato. Eppure provengo da una formazione cristiana. Per dire: grazie dell’argomento che avete aperto, e sebbene in questa rubrica abbia già trovato spazio, non è mai abbastanza. Anzi, mi dispiace se molti passaggi sembreranno frettolosi. Oggi mi fermo proprio sull’iter del perdono, in una prossima rubrica potrei affrontare più nel concreto quanto sia vitale anche nelle realtà di coppia e comunitarie.

Le scienze umane negli ultimi decenni hanno compreso, finalmente, che perdonare non è un atto solo religioso, di esclusiva competenza delle fedi e della spiritualità. È un atto essenzialmente umano, e per il credente è anche religioso, di levatura altissima, che può essere indagato scientificamente nei suoi presupposti e nei suoi effetti, con tutta la dignità di una capacità e una propensione umana. Numerose ricerche, infatti, hanno dimostrato la correlazione tra la disposizione a perdonare se stessi e gli altri e la salute psichica e fisica: «l’acredine tossica» (tratto da Teoria e clinica del perdono che è il testo di riferimento per questo numero) è nociva, appunto, e incide su depressione, stanchezza, sonno e ansia, come sulla pressione arteriosa e sul sistema immunitario ed endocrino. È solo un accenno che meriterebbe però di essere approfondito per bene.

Il nostro titolo di oggi è interessante in quanto può essere letto come un’affermazione o come una domanda: il perdono ha davvero senso. Oppure: il perdono ha davvero senso? Con un bel punto interrogativo finale.

Non so dare una definizione di perdono, magari i lettori stessi ne possono ricavare una convincente, oltre quelle già diffuse. Preferisco, piuttosto, cercare di coglierne l’essenza: si tratta innanzitutto di un atto intrapsichico, rivoluzionario nella sua portata, ai vertici della maturità e dell’amore.

Inciampo n. 1. La confusione tra perdono e riconciliazione (un comportamento a due): perdonare non vuol dire necessariamente riprendere i rapporti con “l’aggressore” (chiamiamo così chi ferisce), perché non sempre questo è possibile – pensiamo a un genitore che non c’è più o un partner violento – e neppure è sempre opportuno farlo.

Inciampo n. 2. Attendere che chi fa del male chieda perdono: potrebbe non avvenire mai e intanto chi subisce rimane bloccato nella sofferenza. Il perdono è legato, quanto ad attivazione, a chi lo vuole veramente. Alcuni Autori, tuttavia, ritengono che il perdono sia pienamente rigenerante quando anche il colpevole accoglie e interiorizza il dono dell’altro, scopre che non è capace solo di male e che non sarà condizionato per sempre da ciò che ha fatto.

Inciampo n. 3. Far dipendere il perdono dai sentimenti positivi di chi subisce un torto verso chi lo ha inferto. È ingannevole, in quanto compassione, benevolenza ed empatia rimangono un “plus” che richiede tempo e presupposti favorevoli, ma non condizionano la possibilità di perdonare. Notevole. Non si alleggerisce la grandezza del perdono, piuttosto lo si libera dall’alibi «purtroppo non riesco a provare affetto per Marco dopo quello che mi ha fatto. Inutile che tenti di perdonarlo».

Inciampo n. 4 (molto diffuso). «La memoria non mi aiuta, ho troppo vivido quello che è successo. Non mi parlare di perdono». Certo, se dipendesse dall’oblio o da un’amnesia il perdonare, non andremmo a scomodare un processo che sconvolge il rapporto con noi stessi e con la vita. Inoltre, dobbiamo far la pace col dato che proprio quando tentiamo di dimenticare o cancellare un ricordo, ecco che questo arriva prepotente nei nostri pensieri a disturbare quel senso di superficiale “superamento” nel quale speravamo. Perciò è un’illusione che possiamo dimenticare il male ricevuto ed è di frequente un altro alibi per non mettersi in gioco in prima persona.

Potremmo continuare a lungo su ciò che non è perdono. Non è essere ingenui e far vincere il male, la giustizia deve poter fare il suo corso; non è neppure cedere alla debolezza, giustificando l’accaduto: «sì Francesca ha commesso quel fatto, ma non è poi così grave». Dinamiche psichiche non rare negli abusi su minori o nelle violenze domestiche. Il perdono può – quindi non è una sua componente essenziale – essere facilitato dalle scuse, che riconoscono l’entità del danno (ti ho tradito/mi ha tradito), ma ridimensionano la responsabilità del colpevole (mi dispiace/in effetti anche io ho contribuito a portarlo a quel punto). Attenzione, però, insisto che scusare non è l’essenza costitutiva del perdono, altrimenti sarebbero due costrutti sovrapponibili; in altre parole: sono perdonabili i torti scusabili.

Il perdonare è su un piano del tutto diverso. È un processo che, in quanto tale, richiede volontà, pazienza, e tempo. Tanto tempo, fatto di tappe non lineari. Pensare, quindi: «vado agli Esercizi Spirituali così perdono» è fantasia. «Sono entrata in chiesa e ho perdonato», anche.

Forse in quei momenti si prende coscienza che è necessario farlo, perché la rabbia mi sta consumando e sto ancora a questo punto, o perché in fondo sono io a star male, mica lui/lei. Spesso nelle storie di sofferenza ordinaria e straordinaria la persona arriva proprio qui: si rende conto che la rabbia era utile all’inizio per non soccombere alla depressione, ma adesso sta invadendo la mente e le relazioni, che pure non c’entrano nulla. Che la voglia di vendetta poteva tenere in piedi le giornate, ma tutto sommato non basta: la fiducia, il tempo consumato dal dolore, le energie perse, quelle non le restituisce nessuno.

Perdonare è un cambio di logica. Radicale. Da quella mercantile o di giustizia retributiva a una logica di gratuità e novità, e di giustizia restitutiva. Prendiamo atto che non sta funzionando niente di quello che pensavamo fosse utile, i ricordi si affollano e non c’è verso di scacciarli, rumino continuamente, l’acredine e il rancore lievitano, l’esistenza sembra sospesa al punto di quell’evento o di quella scoperta.

È l’ora del perdono, una via “obbligata”, l’unica che veramente possa risolvere il malessere e far uscire dalla gabbia me, che sono stata atterrata e schiacciata dalla delusione e trasformare quei sentimenti di distruzione che coltivo per chi mi ha fatto del male.

Il perdono rigenera me, e, come vedremo, anche l’altro. Restituisce a me la mia vita che si era bloccata, all’altro la sua (se accoglie il perdono). Riaccende la speranza che si era offuscata.

Concretamente come perdonare? Lo dirò in poche battute per ovvie ragioni di spazio.

  1. Primo passo: riconoscere l’accaduto.
  2. Secondo passo: riconoscere l’inefficacia della rabbia e della vendetta.
  3. Terzo passo: riconoscere che i tentativi fatti fino a quel punto per sentirsi meglio sono stati miseri.
  4. Quarto passo: il bisogno di risollevarsi, non volersi più sentire vittima e dipendente dalla persona e dal fatto, incastrati in quel segmento di vita, e insieme rinunciare a coltivare l’odio verso l’altro, l’aggressore, l’offensore. Fondamentale la chiarezza dell’obiettivo: rifiutare la condizione di sottomesso/a, anche se rimane il torto subito e la perdita di qualcosa/qualcuno di importante. Accettare che siamo noi a dover trasformare la lettura dell’accaduto.

Aiutano questo difficile processo, ma non lo condizionano in modo assoluto:

  • la presenza di un interlocutore qualificato. Rimuginare in se stessi potrebbe peggiorare le cose anziché migliorarle. Partendo dalla propria volontà e dalla presa di coscienza della necessità di cambiare logica, intraprendere un dialogo favorisce il graduale – davvero graduale – abbassamento del tono emotivo e dell’impatto doloroso dei ricordi e della rabbia.

È un lavoro sulle motivazioni. Fondamentale.

Il bisogno di rivalersi si trasforma poco per volta nel bisogno di recuperare se stessi e di volersi liberare dalla schiavitù in cui ci si sente. Inizia a spostarsi il focus e si allarga. Inizia, allora, una paziente e graduale uscita da quel francobollo di storia che si ripercorre nella mente all’infinito, e un lento condurre l’attenzione su altro, coadiuvati dal non essere soli (l’interlocutore qualificato) e dalla capacità, anch’essa graduale, di riprendere attività magari sospese per mancanza di energie.

  • La possibilità di sviluppare sentimenti di benevolenza (accennati all’inizio) e ricevere la richiesta di perdono di chi ci ha fatto del male. Aiuta una personalità non incastrata nel rimuginio.
  • I valori religiosi. Molto interessanti gli studi sulla preghiera: pregare trasforma interiormente (o dovrebbe trasformare) chi prega, le sue motivazioni e la disposizione verso se stessi, verso l’altro e verso la vita. Non trasforma l’altro, non è una richiesta che scenda il fuoco sull’offensore e lo consumi (cf. Lc 9, 54), anche quando ne avremmo voglia.

Concludo con una serie di “”: sì, chiunque può perdonare, anche se ci sono personalità e condizioni che velocizzano il processo. Sì, qualunque situazione è perdonabile. Sì, ha senso perdonare perché la vita è degna di essere vissuta al meglio. Sì il perdono è un dono, il dono dei doni, dipende solo dalla volontà libera e incondizionata del donante, ma è lui il primo a beneficiarne.

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Comunità

Vivere insieme: essere generativi

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Gent.ma Chiara, potrebbe dirci una parola sull’esercizio della maternità (intendendo con questa espressione la maternità buona, il prendersi cura) da parte delle consacrate nei confronti degli altri membri della comunità? Penso, in particolare, alla realtà del monastero, che è quella in cui vivo, e che a volte mi sembra piuttosto rischiosa riguardo alla possibilità di ripiegarsi su di sé, a causa della solitudine nel lavoro e nella cella. Questi spazi personali, pensati come tali per favorire quel silenzio necessario all’ascolto della voce di Dio, danno occasioni per lasciarsi plasmare dallo Spirito e diventare sempre più capaci di comunione, ma rischiano di diventare luoghi nei quali appiattirsi sui propri ritmi, sulle proprie necessità ed esigenze, fino a rendere difficile l’uscita da sé nei momenti comunitari.

Dato per assunto il rispetto della coscienza dell’altro/a di cui ha parlato in «Rigidità e maturità umana» (e altrettanto quanto ha scritto nello stesso articolo a proposito dell’area cieca della finestra di Johari), come aiutare ad acquisire consapevolezza, nel momento in cui si riscontra nell’altra un ripiegamento? E anche (soprattutto) come vigilare su di sé? Grazie!Una Monaca


Una gran bella domanda per iniziare il 2021 nella nostra rubrica. Grazie anche per l’accuratezza e la fedeltà di lettura. Mi colpisce la parola «maternità» perché è un’immagine, un’icona tanto bella quanto ambivalente. Mi muoverò così: un cenno sulla parola da lei utilizzata, qualche spiegazione evolutiva, e infine alcune considerazioni sulla vita insieme. Nelle realtà di vita in comune, soprattutto femminili (ma non solo), credo che il pericolo più diffuso sia la ripetizione più o meno consapevole del giocare a «mamma e figlia» di storica memoria: una impersona la genitrice che dà indicazioni, guida, decide per tutte, e le altre assumono il ruolo di figlie, ancora a 40, 50, 60 anni…così la comunità diventa la brutta copia di un quadro domestico. E la maternità scade rispetto al suo significato più profondo. Se si gioca, il gioco a un certo momento termina, e comunque nelle famiglie sane i figli crescono e i genitori si fanno da parte per permettere l’autonomia della prole e l’assunzione di responsabilità. Uno degli 8 stadi dello sviluppo umano descritti da Joan Erikson, tra i maggiori psicoanalisti americani, è proprio la fase generativa, collocata tra le tappe evolute dell’età adulta. Questa viene contrapposta – ogni fase viene rappresentata per antitesi – alla stagnazione/preoccupazione esclusiva di sé. In questa tappa la sfida evolutiva è: si è produttivi e creativi, o stagnanti? Cerco di chiarire. Primo: attenzione, la dimensione «generativa» non ha nulla a che vedere con un gioco di ruoli, e non coincide con la genitalità, o la procreazione fisica. Quindi: non ci sono eccezioni, tutti siamo chiamati a diventare madri e padri nel senso dell’uscita da sé = della capacità di amare. Secondo: dopo lo stadio in cui la persona apprende la vicinanza e l’intimità (vs. l’altra polarità dell’isolamento), quello successivo, appunto, è l’espansione di se stessi attraverso il prendersi cura dell’altro. Nessuna indicazione morale, l’attenzione fuori dai propri confini è un indice psicologico di evoluzione sana. Qualche esempio molto concreto della non-espansione, di chi fa il nido e non vuole uscirne, rallentando così tutta la comunità e facendola ristagnare in una sorta di pensionato:
  • l’ossessione per la propria salute per cui, parafrasando S. Teresa d’Avila, ci si mette a riposare in anticipo, caso mai dopo arrivasse il mal di testa;
  • il rigido adempimento del proprio compito e basta, per cui non c’è verso di dare una mano oltre quello che «mi tocca fare»;
  • la mormorazione seriale, per cui diventa un’abitudine e uno stile di vita il pettegolezzo, lo sparlare in corridoio, il «chiacchiericcio» (temi molto cari a Papa Francesco), senza la capacità di affrontare le difficoltà col diretto interessato, o comunque negli spazi e nei tempi appropriati;
  • la diffidenza verso il diverso da sé, in termini culturali, etnici, di idee. Questo favorisce i clan interni e i gruppi chiusi che appesantiscono la comunità, la rendono asfittica e senza energia vitale.
Si potrebbe andare avanti ancora parecchio con gli esempi, ma torniamo alla vita in comunità. Ogni membro che è dentro un processo vocazionale (sacerdotale o di consacrazione) ha un mandato naturale di crescita – senza esoneri – verso la cura e la dedizione agli altri. La domanda è: gli ambienti di vita in comune favoriscono questa evoluzione, stimolano il senso di appartenenza, che a sua volta permette di sviluppare il bisogno di dare se stessi? Allenano la capacità di amare, amare e amare sempre di più? O viceversa, tendono a rattrappire, a infantilizzare le persone? L’interrogativo vale per la vita monastica, ma vale anche per quelle realtà che, invece, prevedono cambi geografici e missioni esterne. Credo sia un rischio enorme per i percorsi vocazionali (le coppie hanno altri rischi e certamente si può dire altrettanto) il favorire la stasi dei suoi membri – ha ragione la Sorella che scrive – in quanto tra comodità fisiologiche al gruppo (c’è chi fa la spesa, cucina, paga le bollette), regole e «obbedienza» si corre il pericolo di adagiarsi, non raggiungere mai una vera autonomia. Il processo però è a due, come sempre nella vita umana: la comunità che crede di fare del bene dirimendo ogni questione, dirigendo i suoi membri, imponendo un pensiero unico, in realtà crea danni enormi per la crescita di chi ne fa parte. D’altro canto la maturità individuale rimane essenziale. La persona matura – a rilevarlo è la comunità scientifica internazionale – mette in atto comportamenti propositivi, prende iniziative, propone idee e progetti, si fa carico della scelta assunta e non la delega ad altri. Perciò, se un giovane o meno giovane aspetta sempre indicazioni prima di mettersi in gioco, conteggia gli impegni, è lamentoso, chiacchierone, o ipercritico…qualche domanda sulla riuscita umana e vocazionale andrebbe posta, e senza mezzi termini. Non ci sono sempre e solo questioni sessuali a mettere in discussione una vocazione, ma direi ancora di più questioni evolutive. Per cui ciascuno potrebbe interrogarsi: sono propositivo? Come contribuisco alla vita comunitaria? Se chiedessi agli altri come mi vedono, cosa direbbero? E forse potrebbe essere utile vivere, in contesti adeguati, quell’ammonimento reciproco che aiuta a migliorarsi. Concludo con le parole di Papa Francesco nella magnifica Esortazione Apostolica Amoris Laetitia (162), precisando che ogni vocazione contribuisce all’altra e fa da specchio a risorse e debolezze rispetto al proprio stato di vita, per cui quanto segue è altrettanto vero nella direzione opposta, del bene che noi famiglie riceviamo dall’amicizia e dalla profezia della vita in comune: «Il celibato corre il rischio di essere una comoda solitudine, che offre libertà per muoversi con autonomia, per cambiare posto, compiti e scelte, per disporre del proprio denaro, per frequentare persone diverse secondo l’attrattiva del momento. In tal caso, risplende la testimonianza delle persone sposate. Coloro che sono stati chiamati alla verginità possono trovare in alcune coppie di coniugi un segno chiaro della generosa e indistruttibile fedeltà di Dio alla sua Alleanza, che può stimolare i loro cuori a una disponibilità più concreta e oblativa».
Vita in comune

Omosessualità e verifica comunitaria

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La scorsa volta lei ha fatto cenno che avrebbe affrontato l’argomento dell’omosessualità dal punto di vista comunitario. Attendevo proprio anche questa prospettiva, perché conosco molti fallimenti nell’inserimento di persone omosessuali in comunità. Un lettore


Lei ha ragione. In diversi numeri di questa rubrica abbiamo affrontato l’argomento dell’omosessualità legata ai processi vocazionali, soprattutto dalla prospettiva della persona singola. Ora la riflessione si sposta e si concentra in modo particolare sull’ambiente comunitario. Andrebbe distinto il tempo formativo dei primi anni, dalla vita in comune già avviata, ma non possiamo allargare ulteriormente l’argomento, comunque già affrontato qui, come nei testi sul tema dell’omosessualità usciti di recente. Come premessa aggiungo che non girerò attorno alla «cosa» in quanto i lettori di questa rubrica ormai hanno familiarità con il tema. Per chi fosse in prima lettura, l’approccio potrebbe sembrare fin troppo diretto, e me ne scuso, ma sono diversi mesi che in questo spazio procede uno scambio interessante, dinamico e sempre più approfondito, da cui il mio desiderio di fare un passo avanti. Stavolta propongo qualche breve vignetta clinica. 1) Carlo è omosessuale. È un religioso prete. Vive con altri confratelli. Ha voluto parlare apertamente di sé solo con qualcuno in casa che sente più “amico”, con cui è in sintonia. Tra quei fratelli è a proprio agio a parlarne e perfino a scherzare perché il clima è sereno, leggero, perciò anche le questioni toste possono essere affrontate con un po’ di ironia. Non ha motivo, però, di parlarne a tutti – senza nulla togliere all’affetto e alla stima che prova per gli altri – in fondo non ne vede la necessità e non ne sente il desiderio. Non c’entra col selezionare i fratelli: aprire la propria intimità, anche nelle famiglie naturali, non avviene in modo omogeneo e indistinto, ma secondo la sintonia che si crea con un genitore piuttosto che con l’altro, con un fratello, una sorella... C’è Paolo anziano e Carlo non vuole turbarlo, tra loro c’è un dialogo buono, collaborano anche per diversi aspetti (entrambi di occupano della liturgia), ma Carlo non ritiene opportuna un’apertura di se stesso ulteriore. Sa che per Paolo sarebbe faticoso e doloroso entrare nel tema e non c’è motivo di forzare lo scambio personale. La sintonia è comunque profonda. C’è Mario che ogni tanto fa battute sui gay e a tavola dice che sicuramente quel tizio che viene in parrocchia è omosessuale – «guarda come si muove!»; molti ridono dell’osservazione e confermano l’impressione, aggiungendo altri dettagli. Carlo non ha paura del loro giudizio, ma non gli va di star lì a discutere sulla questione; del resto una domanda esplicita non c’è mai stata per cui va bene così. 2) È il momento della verifica comunitaria (ogni realtà ha un’espressione specifica per i momenti di confronto di gruppo): si parla delle fatiche personali, uno condivide che sta affrontando un momento duro per la sua fede, in quanto si sono assommate diverse difficoltà. Ha perso il padre di recente e sul lavoro le cose non vanno. Il confronto è profondo e particolarmente intenso. Un bel momento comunitario. 3) Il giorno successivo Carlo e Mario devono partire qualche giorno per una missione. La parrocchia che li ospita dispone di pochi spazi per cui i due confratelli dividono la camera per un paio di giorni. Alla sera hanno alcuni scambi sull’esperienza vissuta durante il giorno. Sono due adulti, le “coordinate” comportamentali sono acquisite dallo stile comunitario a cui appartengono: pudore, rispetto, prudenza. La mia domanda è: in che modo la dimensione omosessuale di un fratello o di una sorella può interferire nella vita comune? Sebbene nello scorso numero ne abbia già fatto cenno, qui riporto una tabella a mio parere molto chiara ed efficace (Percorsi vocazionali e omosessualità, p. 31), con cui cerco di fare distinzioni nel vasto mondo della nostra espressione corporea e sessuale. Lo schema sottostante (attinto dallo studioso Dettore) è importante per dire che non bisogna confondere l’orientamento sessuale, inteso complesso affettivo, relazionale ed erotico con un disagio nell’identità di genere, con stranezze comportamentali, con forme istrioniche e cose simili. L’obiezione: «non mi sento libero di parlare di tutto sapendo che c’è un omosessuale tra i miei fratelli/tra le mie sorelle», intercetta chiaramente un errore di fondo che è proprio quello di confondere tout court piani diversi: orientamento e mascolinità/femminilità. Tipici e insoddisfatti. Alcune persone con orientamento omosessuale possono essere insoddisfatte della loro corporeità, anche se si comportano secondo la “normale” mascolinità o femminilità. I maschi, più delle femmine di questo gruppo, tendono ad inseguire un ideale maschile fisicamente perfetto, come nel caso del cosiddetto complesso di Adone, i “malati di muscoli”. Atipici e insoddisfatti. Alcune persone con orientamento omosessuale possono avere espressioni di ruolo difformi dal sesso di appartenenza, ad esempio uomini effeminati e donne molto mascoline, e sono a disagio anche col proprio corpo. Queste, però, sono una minoranza di omosessuali. Atipici e soddisfatti. Stanno bene nel proprio corpo, ma ne estremizzano l’espressione in modo definito "ultratipico", ad esempio il gay macho che mette in evidenza caratteristiche maschili quali «barba, pelosità, abiti aggressivi eccetera, ma sono appagati dal loro corpo virile» (D. Dettore, Identità di genere, p. 50). Tipici e soddisfatti. Ci sono anche, naturalmente, persone con orientamento omosessuale tipiche e soddisfatte che vivono «tranquillamente la propria esistenza senza espressioni di genere varianti o insoddisfazione corporea». Questi, quindi, per dirlo in modo molto semplice e concreto, non sono riconoscibili, conducono una vita soddisfacente e sono persone serene e nella norma culturale   Vado al pratico ponendo domande che vorrebbero orientare il processo di crescita comunitaria (sono solo alcune e vengono dalla mia esperienza, per cui non sono valide universalmente, e non hanno la pretesa di essere quelle giuste):
  • La comunità, ente non astratto ma concreto, non credo abbia un “diritto” di conoscere tutto dei suoi membri, semmai ha un desiderio e auspicio che ciò avvenga, perché ciascuno ha trovato un clima che lo consente: possibilità di parlare, confrontarsi, rimanere in toni non polemici, garanzia di riservatezza. Tuttavia, proprio perché ogni comunità è a sé, per arrivare a questo punto di autoconsapevolezza e di libertà la comunità deve fare un cammino verso la direzione di una condivisione fraterna autentica. Non nasce accogliente e libera. E neppure trasparente e matura. C’è questo ambiente? Se sì, in quale modo? Se no, cosa manca?
  • La comunità, a livello locale o generale, si è mai interrogata su quale stile di vita proponga? Le comunità sono organizzate a partire dall’identità eterosessuale (presunta) dei suoi membri. C’è qualcosa che potrebbe confliggere con tale organizzazione qualora un membro fosse omosessuale? Le domande richiedono risposte concrete, che si incarnino cioè in esplicitazioni pratiche e non vaghe.
  • Di fronte alla possibilità, ormai sempre meno remota, che un/una giovane/meno giovane omosessuale chieda di entrare in vita comune, l’ambiente è pronto, è disponibile? O ha delle riserve? Quali sono i suoi parametri di riferimento? È necessario renderli espliciti.
  Qualunque posizione comunitaria va rispettata, purché ci si metta sempre in discussione e le decisioni sull’eventuale non accoglienza di omosessuali (perché ad esempio la comunità non è pronta, è diffidente, non conosce bene la questione) non siano il punto finale e indiscutibile. Concludo con alcune considerazioni, alcune non nuove, ma a me care perché significative:
  • L’orientamento sessuale è una parte di un tutto. Attenzione a non ingigantire questa dimensione come la totalità dell’individuo, ma anche a non sopprimerla, perché è il tesoro che la persona porta in sé per poter rispondere alla vita e all’Amore.
  • Tralasciando la questione (di cui non sono competente) di “chi chiama”: Dio, la Chiesa… di fatto la vocazione sacerdotale e/o religiosa ha a che fare con un rapporto fortissimo della persona con Dio e con il Suo popolo. Quella strada, ministeriale o di consacrazione, è considerata la via regale per dare se stessi al massimo, per cercare di vivere al massimo (possibile a ciascuno) il vangelo, per consegnare se stessi al servizio fraterno. La comunità dovrà riflettere su cosa impedisce l’accesso ad un fratello o una sorella omosessuale con queste premesse sempre che, ovviamente, ci siano le condizioni psico-affettive per tale percorso.
  • Infine, facendo mie le parole della teologa Cristina Simonelli (in L. Moia, Chiesa e omosessualità: «la Chiesa è di per sé sempre su un crinale: non siamo pronti del tutto perché il Vangelo ci precede sempre. E tuttavia possiamo e dobbiamo muovere dei passi, senza attendere di essere perfettamente attrezzati». E ancora: «[…] chiedere perdono, delle tante discriminazioni, del disprezzo che va dalle battute sarcastiche all’esclusione, ma anche di un disagio nei confronti della sessualità che agisce trasversalmente».
Vita in comune

Omosessuale in comunità

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Gent.ma Chiara, ho inviato il suo articolo ad alcuni amici per avviare un dialogo sull’argomento che lei ha affrontato nella sua rubrica (Omossessualità: le parole pesano). Prima ancora di questo confronto, voglio farle arrivare la mia reazione personale. […] Credo che l’ingresso di una persona di “orientamento omosessuale” in una comunità che prevede una convivenza fra soggetti dello stesso sesso, possa essere considerato come mera eccezione, un caso d’accademia che serve a riaffermare che nessun prodigio è impossibile all'Amore. […] Secondo me, quanto ha scritto, non tiene in dovuta considerazione (almeno nella stessa considerazione) il bene della comunità quanto il bene della persona che ha un “orientamento omosessuale”. […] Io penso sinceramente che sarebbe un tradimento degli ideali comuni entrare in una comunità che prevede la convivenza fra persone dello stesso sesso, non rivelando la propria omosessualità almeno a tutte le persone con cui si convive, oltre che ai propri responsabili. Tenere nascosto l'orientamento sessuale significa non potere di fatto condividere gli occhi con cui si guarda il mondo, vivere nella falsità. Soffrire non potendo manifestare i propri gusti, la propria umanità. […] Rischiando, dico che non è per niente prudente accettare in una comunità che prevede la convivenza fra soggetti consacrati dello stesso sesso persone di “orientamento omosessuale”. ". (Non credo si tratti di una posizione discriminatoria. Personalmente non giudico il valore delle persone a seconda del loro orientamento sessuale). In tutti i casi che conosco in cui è avvenuta questa decisione ha generato dolore nella comunità e dolore nelle persone. […] Secondo me deve essere una regola (non giuridica ma di buon senso) che le persone vicine e conviventi debbano conoscere l'orientamento sessuale di chi sta accanto a loro. L'orientamento sessuale non è una caduta morale, un peccato da confessare, una cosa del foro interno. È una condizione dell'essere. Non si può entrare in una comunità senza condividere i tratti essenziali del proprio essere, sarebbe una contraddizione in termini, il tradimento di un patto: io rivelo a voi me stesso, voi rivelate a me voi stessi, perché vogliamo essere una cosa sola, una comunità, un corpo vivo. […] Il modo di procedere del suo ragionare sulla questione, a mio parere, agisce sotto l'influenza di una certa cultura che mette al centro l'individuo credendo di mettere al centro la persona. […] La concessione del proprio sé agli altri rimane indispensabile quando si decide di legarsi così strettamente ad altri. […] Quando mi unisco in un vincolo stretto, di famiglia, non rischio solo me stesso. Qualcuno rischia con me, almeno quanto me.


Gent.mo lettore, innanzitutto una parola di stupore grato e ammirato per l’accuratezza della sua lettura, e per aver raccolto il mio invito a portare avanti una riflessione onesta e critica, e non solo “adesiva”. Mi rammarico che il suo testo, ben più ampio, non possa essere riportato interamente per ragioni di spazio, ma cercherò di non perdere nessun contenuto di quanto lei condivide, nel caso qualcosa sfuggisse sarebbe solo per la vastità dell’argomento. In questo numero condivido uno spaccato del rapporto individuo-comunità, mentre nel prossimo numero approfondirò nello specifico la prospettiva comunitaria. Un po’ di teoria e un po’ di pratica, senza alcuna pretesa né di verità assoluta (ci mancherebbe), né che sia la prospettiva migliore. È la mia, frutto di studio, ricerca ed esperienza di tanti anni, anche accanto alle comunità di vita consacrata, che, da credente, stimo profondamente. La vita in comune è una realtà umano-trascendente di persone adulte che sono accomunate da un Ideale, via privilegiata per una compiutezza di sé, anch’essa umano-trascendente. Seminario e/o realtà comunitaria diventano l’intuizione di un percorso che la persona percepisce come significativo, come luogo di incontro con Dio e di espressione massima delle proprie risorse e talenti. Parliamo volentieri di famiglia, in quanto è la categoria antropologica più affine. Eppure la realtà carismatica non coincide esattamente con la famiglia umana: i membri si ritrovano inizialmente come “estranei”, entrando già adulti, almeno cronologicamente, con storie di vita diverse alle spalle. Insieme, essi compiono un cammino di fraternità da costruire e custodire quotidianamente. Quindi:
  1. il ritrovarsi accomunati da un carisma, da una “chiamata”, attiva una dinamica originalissima di rapporto personale con Dio e nello stesso tempo di apertura all’altro, mio fratello, mia sorella, in un ritmo dal sapore unico di io-noi, dove nessuno dei due poli può esaurirsi in se stesso. Sono «io» a vivere un rapporto con Dio, e siamo «noi» a camminare e a costruire una fraternità carismatica, a coltivare «un sogno comune», come lei scrive in un passaggio molto bello della sua lettera.
  2. La comunità non è un blocco già pronto in cui si entra, è qualcosa da far nascere e portare avanti, è un processo. Sì, la comunità è un processo di espansione di sé, un laboratorio di umanità, veramente riuscita quando i membri riescono ad aprirsi, a condividere dimensioni profonde, ad essere autentici. In questo sono pienamente d’accordo con lei.
  Però occorre arrivarci. Devono esserci condizioni, anche umane, che consentano l’apertura di sé. Occorre un clima accogliente, sereno, non giudicante (e non solo di facciata) – che coinvolge i responsabili e i fratelli e le sorelle – dove questa consegna di se stessi sia libera e desiderata dalla persona stessa, anzi un’esigenza profonda, quasi un’urgenza personale e non certo una regola né giuridica, ma neppure di buon senso. Quando questo non accade – la persona non rivela in toto «chi è» – siamo onesti, è responsabilità solo della persona? E la comunità che parte ha? Quando un figlio omosessuale non riesce a parlare liberamente dentro casa e rivela se stesso fuori delle mura domestiche piuttosto che dentro la famiglia, siamo certi che sia una negligenza tutta sua? Credo doverosa la domanda e ineludibile. Sarebbe bello e auspicabile, direbbe p. Giuseppe Piva – gesuita che da anni si occupa di Esercizi spirituali e di accompagnamento «di frontiera» –, se fosse «una cosa normale» che la persona omosessuale potesse comunicare se stessa ed il proprio orientamento ai suoi confratelli/consorelle fin dall’inizio, ma di fatto questo non accade e non può accadere (aggiungo io). Gli ambienti formativi e comunitari, infatti, non sempre sono pronti, disponibili e preparati a questo. C’è ancora paura, sospetto, imbarazzo di fronte all’omosessuale, uomo o donna, che creano reticenza, diffidenza, e scissione in chi entra tra ciò che può dire e ciò che non può dire. È giusto riconoscerlo e dirselo in comunità. Se ne parla mai di questo? Come accoglieremmo un fratello o sorella omosessuale? Siamo pronti a farlo? Quando il clima domestico lo consentisse, allora certamente dovrebbe essere desiderio e bisogno della persona parlare di se stessa, anche perché è un’esperienza stupenda potersi aprire in casa propria e sentire un’accoglienza serena e benevola. Domandiamoci se davvero ci siano le condizioni comunitarie di fiducia per farlo, e quale violenza sarebbe il forzare con un obbligo la propria intimità. Riflettiamo su come rendere i nostri ambienti, famiglia, seminario, comunità, spazi dove sul serio ciascuno è se stesso e viene accompagnato – a partire da quello che è, orientamento incluso – a crescere nella verità e nel dono di sé, senza ingenuità o menzogna. I nostri ambienti sono ancora troppo impacciati su questo. Un altro aspetto che mi sta a cuore riprendere, e chiedo scusa se sarò diretta e purtroppo rapida: l’omosessualità non coincide con una difficoltà di «identità di genere», il sentirsi maschio o femmina. E neppure con una difficoltà di continenza affettiva e/o sessuale. La invito – con semplicità, dato che a mia volta cito un altro studioso – a dare un’occhiata alla tabella proposta da Dettore su eterosessuali ed omosessuali «tipici e soddisfatti» (Percorsi vocazionali e omosessualità, Città Nuova 2020, pp. 30-31), coloro, cioè, che non presentano difficoltà di accettazione del ruolo di genere, né di corporeità. In altre parole: stanno bene con se stessi e non sono «riconoscibili» come omosessuali. Dare, quindi, per inteso che l’omosessualità in qualche modo falsi le dinamiche relazionali, mi pare presupponga un qualche scompenso di genere, quanto meno. Le dinamiche relazionali sono falsate anche da quelle competitive, di gelosie e pettegolezzi, non certo legate alla dimensione omosessuale (cito ancora, a braccio, le parole di p. Piva sj). L’orientamento omosessuale è un aspetto importante della persona, eccome, dice qualcosa di lei, del suo desiderare, essere attratta, amare, ma ciò non equivale a falsare le dinamiche interne ad un ambiente. Esiste, del resto, a monte, un codice non scritto di rispetto, prudenza, discrezione nel vivere insieme, proprio dell’essere adulti-consacrati-chiamati da Dio. Non ci si prende per mano, non si dorme nello stesso letto e possibilmente nella stessa camera, non si gira nudi per casa. Tanto per essere chiari. C’è (o ci dovrebbe essere) un decoro nel vestire, nel parlare, nel mangiare, nel vivere un apostolato. Credo che la stessa dignità sia doverosa anche in famiglia: è bene che un padre o una madre conservino il pudore del proprio corpo davanti ai figli. Allora, e nuovamente, per concludere: magari si potesse raggiungere una trasparenza di apertura di sé, in modo che gli scambi, le interazioni, la crescita del gruppo fossero fondati su una base di franchezza e autenticità, ma questo non si può supporre in partenza, né obbligare. Se nel tempo dovessi scoprire che un fratello con cui ho vissuto è omosessuale e me lo rivela solo dopo anni di amicizia, una domanda su cosa di me non gli abbia permesso questa condivisione me la porrei. A livello individuale e comunitario. Come dire: peccato non aver messo Mario nelle condizioni di essere quello che è. Quando Mario o Francesca riescono, invece, a parlare in casa della propria omosessualità, quale ricchezza emergerà per tutti. Che opportunità preziosissima di lavorare insieme come comunità, di crescere nella comprensione reciproca e nella verità dei figli di Dio chiamati alla pienezza dell’amore celibe e casto. Quale forza avrà quel gruppo che saprà costruire e offrire un clima di fiducia e stima reciproca, condizioni essenziali per il self-disclosure (l’apertura totale di sé) e poi l’integrare la specialità e la peculiarità di ciascuno come un tesoro irrinunciabile per essere una fraternità vera che cammina verso il sogno comune.    
Vita in comune

Omosessualità: le parole pesano

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Ho letto l’interessante numero precedente di questa rubrica, sul foro interno ed esterno. Sono un formatore all’interno di una Congregazione di sacerdoti-religiosi (noi arriviamo al ministero e professiamo i voti) e mi domandavo se l’orientamento omosessuale di un giovane o comunque di un membro di comunità, sia una di quelle dimensioni che andrebbero condivise con altri. Eventualmente con chi? Altrimenti, perché no? Oggi è sempre meno raro che un giovane si apra su questo aspetto e mi piacerebbe che lei dicesse qualcosa di più in merito al mio interrogativo che, posso dirle, è oggetto di confronto anche con altri sacerdoti che si occupano di accompagnare i cammini in seminario.


La domanda è acuta e insieme impegnativa. È un’occasione preziosa per riprendere la riflessione su questo argomento, che però necessita di un passo indietro. Ripeto volentieri, peraltro, che quando ci accostiamo a temi sensibili che toccano la vita delle persone, dovremmo farlo pensando innanzitutto che non si fa (solo) della teoria, ma si avvicinano le storie, le esistenze, conquiste, sconfitte e lacerazioni di Mario, Francesco, Paola, Carla… Lo dico – se posso condividere una parola personale – a partire dall’esperienza del mio lavoro clinico che ha ri-formato il mio modo di rapportarmi allo studio e a domande come quelle che il sacerdote pone, riducendo un po’ la superbia di pensare in modo disincarnato. Perciò, non posso iniziare la nostra rubrica su tematiche simili senza esplicitare, innanzitutto, che al centro c’è un uomo, una donna, giovane e meno giovane, che cerca di corrispondere ad una vocazione. E che la vocazione è autentica quando rende lui o lei persone migliori, più mature e compiute. Altra precisazione: le risposte a interrogativi come quelli posti dal formatore non possono essere dicotomiche – “sì” o “no” –, perché ciò che riguarda l’essere umano deve poter rispettare la complessità che gli è propria, altrimenti riduciamo tutto a una “questioncina” da manuale. L’orientamento omosessuale è un aspetto “nucleare” della persona. È una dimensione che coinvolge la percezione di sé, il voler bene, l’amare, il mettersi in relazione con gli altri, la sessualità. Quindi è qualcosa di profondo e intimo, che necessariamente diventa significativo in una scelta di vita sacerdotale e di vita fraterna. La persona, infatti, risponde alla vocazione – per usare un linguaggio comune – con tutta se stessa, mente, cuore e corpo. L’orientamento sessuale, allora, è un tratto importante della persona, la quale «andrà conosciuta in quella complessità inedita di cui quel tratto è una parte, ma non il tutto, e che pure con quel tratto esprime qualcosa della propria umanità» (intervista a don Stefano Guarinelli, in L. Moia, Chiesa e omosessualità, Ancora 2020). In due parole: l’orientamento omosessuale è una dimensione significativa, ma non totalizzante. Inoltre, l’omosessualità non indica un qualche deficit specifico, non rimanda automaticamente e di diritto a qualcosa che “non va” nella persona. Pertanto un omosessuale (uomo o donna) non è identificabile come portatore sano di una patologia che prima o poi diventa evidente, creando scompensi nell’equilibrio personale e di comunità (per un approfondimento sul tema: C. D’Urbano, Percorsi vocazionali e omosessualità, Città Nuova 2020). Tutto quanto detto finora va integrato, ed è ciò che intendevo con la complessità dei processi umani: l’omosessualità non è irrilevante, ma non è neppure patologica in se stessa. E veniamo alle domande. Quando una persona in formazione condivide questa dimensione di sé in sede di accompagnamento spirituale, come dicevamo nel precedente numero, il contenuto è di foro interno, per cui in alcun modo può essere portato fuori da quella sede. L’accompagnatore spirituale potrà, semmai, lavorare con la persona perché sia lei ad aprirsi con chi la affianca nella formazione. Se è, invece, il formatore/la formatrice a ricevere questa confidenza (foro esterno), si aprono vari scenari. La domanda sul significato e sull’effetto del dire che “Francesco è omosessuale”, “Carla è omosessuale” potrebbe scoperchiare, piuttosto, nel formatore/formatrice che se la pone, dubbi, paure e forse ignoranza personale sull’argomento. È assolutamente necessario che gli incaricati della formazione siano competenti su questo tema, per non commettere imprudenze o per non sentirsi scomodi di fronte ad esso. Quale sarebbe il beneficio di condividere fuori dall’equipe formativa un’informazione sull’orientamento omosessuale del/la giovane, per esempio al parroco nella cui parrocchia andrà a fare apostolato, o della missione in cui la ragazza si immette? Attenzione, quindi, che come non si condivide tout court nessun aspetto intimo della persona, al di là delle sedi in cui questo possa rendersi utile alla persona stessa – è lei e il suo processo vocazionale al centro –, ogni parola di troppo diventa una “chiacchiera” o può diventare tale. Non solo non favorisce l’individuo, ma crea confusione su di lui. Vediamo ora cosa accade una volta che la persona esca dalla formazione. In comunità (qui mi riferisco alle comunità di vita consacrata, possiamo approfondire in un altro numero la dimensione del sacerdote diocesano), sebbene non ci sia nulla di codificato dal punto di vista giuridico, la questione non è molto diversa. Immaginiamo che Paola, consacrata quarantenne, oppure Matteo, religioso trentenne, si aprano con i propri responsabili di comunità su questa dimensione di sé. Decidono di farlo perché si sentono liberi con lui o lei e vogliono essere autentici al massimo. Questa è una posizione molto bella, di verità su di sé, come molte altre condivisioni significative rivolte a chi accompagna. Ebbene, il resto della comunità non ha un “diritto” di conoscenza di dimensioni così personali, in quanto – mi si passi l’espressione forte – non deve attrezzarsi in un modo speciale se un suo membro ha un orientamento omosessuale. Come scrive p. Giuseppe Piva, gesuita che da anni nella pastorale accompagna «le nostre sorelle lesbiche» e i «nostri fratelli gay, bisessuali e transessuali» (in L. Moia, op. cit.), «capiamo bene la differenza tra una persona omosessuale, un tossicodipendente e un malato psichiatrico». I tanti “sì, ma…” – se poi ci si trova insieme? Se poi si fanno viaggi apostolici insieme? Se si dorme nella stessa camera? – rimandano alle premesse iniziali: l’orientamento omosessuale, è parte “nucleare” e profonda della persona e del suo modo unico di essere lei e lei-in-vocazione. Diventa problematico solo se – come nel caso dell’orientamento eterosessuale – non è integrato nel tutto armonioso della persona che è in cammino per corrispondere alla chiamata, anche col proprio corpo, con la propria sessualità. All’interno della comunità, che come ripeto non è un consesso di amici, ma una fraternità adulta di fede, le relazioni e il modo di viverle hanno già (o dovrebbero avere) un loro “codice” (non scritto) a tutela della privacy, della adultità dei rapporti e dell’essere, appunto, una realtà carismatica e non goliardica. Occorre aggiungere altre cautele? Semmai, se l’ambiente comunitario lo consente perché il clima fraterno è sereno, è autentico, è accogliente – noi psicologi parleremmo di un sistema di attaccamento “sicuro” – allora, forse, sarà naturale per il membro che ne è parte, decidere di parlare di sé agli altri, alle altre. Quante volte questo effettivamente si realizzi non so! Ma la decisione appartiene alla libertà personale. In comunità ci sono maturità, sensibilità, esperienze ed età diverse per cui non tutto può essere messo a conoscenza di tutti. Come in famiglia, tuttavia, quando le condizioni domestiche lo consentono è più probabile che i figli saranno aperti e schietti con i genitori e magari con gli altri fratelli e sorelle. Non ritengo giusto, invece, che ci sia una regola valida sempre e comunque per cui le informazioni personali debbano essere esplicitate apertamente. Di fronte all’obiezione (valida) che però l’occasione fa l’uomo ladro, per cui meglio sapere se un fratello o una sorella ha un orientamento omosessuale, credo si possa dire – pur distinguendo tra il tempo della formazione iniziale e quello successivo – che ciascun membro cammina e va aiutato a conoscere se stesso e tutto ciò che potrebbe rappresentare un impedimento o un inciampo alla propria vocazione. Quindi, la tutela iniziale della prima formazione, poi dovrebbe lasciare il posto all’autonomia dell’adulto che si presume abbia maturato il senso di appartenenza alla realtà vocazionale e il senso di responsabilità. Questo comprende il voler – egli/ella in prima persona – essere fedele a ciò che ha scelto, essere fedele all’Amore che la/lo motiva. In sintesi: a mio parere troverei davvero poco rispettoso dell’altezza e della grandezza della vocazione non tener conto che è la chiamata di Dio, che poi la Chiesa vaglia, all’origine dei processi di risposta di ministri e consacrati. Inzeppare di prescrizioni – in nome della prudenza – il vivere insieme abbassa la fraternità al livello di uno studentato. Concludo dicendo che la rubrica è uno spazio di scambio e confronto, oltre che di approfondimento di aspetti specifici. È sempre arricchente, quindi, se arrivano opinioni diverse che nutrono il dialogo e lo rendono vivo e non uniforme.
Vita in comune

Comunità: a proposito di foro interno ed esterno

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Leggo con profondo interesse la vostra rubrica da cui traggo spunti per il mio quotidiano! In uno degli articoli, riguardo alla formazione nella vita religiosa e in seminario, lei accenna alla differenza tra foro esterno e foro interno. Potrebbe approfondire l’argomento? Una consacrata  


La ringrazio per la domanda, molto attuale, in quanto oggi negli ambienti formativi si riflette sul diritto alla privacy dei candidati/o membri di comunità e la necessità di accedere ed eventualmente condividere le informazioni su di lui/lei, con un’equipe. Premetto che per foro interno si intende in senso stretto solo ciò che viene condiviso nella confessione o nella direzione spirituale. Ci sono eccezioni solo in situazioni estreme. Tecnicamente non sono di foro interno, invece, gli scambi e i confronti con formatori/formatrici o responsabili di comunità. Non accada che queste dimensioni interne ed esterne siano gestite da un’unica persona! Come il caso di un padre spirituale che diventi rettore nello stesso sessennio di formazione di un gruppo di seminaristi; cioè rispetto agli stessi ragazzi prima direttore spirituale e poi rettore. Questo a grandi linee. A me, però, sta a cuore non la dimensione giuridico-canonica, diritti e doveri, che non è di mia competenza, quanto quella esperienziale. La prospettiva è quella psicologica caratterizzata da una deontologia che tutela la privacy (in senso lato di “foro interno”), anche nell’accompagnare i processi vocazionali. E qui la questione si fa complessa. Proprio in seguito all’articolo scritto con don Marco Vitale su questa rubrica, più di qualche sacerdote o consacrato/a ha reagito dicendo che i suoi ricordi degli anni di formazione sono abbastanza negativi riguardo alla riservatezza. Un sacerdote, in particolare, ricordava la scarsa fiducia verso il suo accompagnatore spirituale in seminario, in quanto alcune informazioni che avrebbero dovuto essere strettamente riservate a quell’ambito, “finivano”, invece, tra quelle condivise anche col Rettore. Superfluo dire che questo è gravemente scorretto. I confini devono essere chiari. Però si parla di percorsi, di storie e di accompagnamento concreto, non di teoria, perciò il tema si complica. Partirei da un presupposto, non nuovo, per chi segue la rubrica. La formazione vocazionale è a beneficio della persona e non valuta se quell’uomo o quella donna siano abbastanza intelligenti o di buona volontà. Non si tratta neppure di un concorso per meriti, ma di un’indagine, negli anni, se quello specifico percorso, con le sue caratteristiche, è la strada che renderà la persona realizzata spiritualmente e umanamente. In altre parole, secondo un linguaggio comune (che mi piace meno, lo confesso): se la vita sacerdotale o di consacrazione corrispondono alla volontà di Dio su quella persona. Questo significa in senso positivo che, se la persona è realizzata, la comunità circostante e la Chiesa tutta ne beneficerà. Viceversa, se la persona è sempre in conflitto, si sente stretta in quel contesto, sperimenta continua angoscia, difficile credere che quella strada sia la “croce che Dio le assegna” (e dunque sia volontà di Dio). Peraltro a lungo andare l’infelice potrebbe fare danni all’interno della comunità o nell’apostolato. Non mi soffermo su questo punto. La premessa mi sembra importante per dire che se l’orientamento dei formatori/formatrici è il benessere di chi arriva, e non un reclutamento di forze per tenere in vita la congregazione o l’istituzione, allora è la persona al centro. Con questa attenzione essenziale: parliamo di persone adulte (a parte i seminari minori), che quindi vanno trattate come tali. Provo a spiegarmi: in ambito spirituale e psicologico non ci sono dubbi che la tutela dei contenuti è massima. Tuttavia, proprio perché si tratta di aiutare le persone a scegliere la cosa migliore per loro, quando si intercetta un aspetto significativo, che può essere rilevante ai fini del discernimento e dell’accompagnamento, chi accompagna può far comprendere alla persona l’importanza di essere autentica anche col suo formatore, formatrice. È la persona – non altri – che poi condividerà se stessa, se comprende il valore della franchezza. Non si può manipolare questo passaggio: la persona va aiutata ad aprirsi con i soggetti deputati alla formazione, senza sostituirsi a lei. E fin qui mi sembra che l’argomento sia lineare. Cosa accade, però, di fronte ad un formatore/formatrice che ha competenza in quanto foro esterno? Mi pare verta qui la domanda. Come gestirà le informazioni riservate che la persona condivide con lui o lei? In tal senso è vitale costruire relazioni di fiducia reciproca: il soggetto, sia nella fase iniziale che in quella successiva, deve poter contare su un ascolto prudente e cauto, che non faccia di quelle condivisioni una materia comune. Sarebbe grave. Del resto i soggetti deputati alla formazione e all’accompagnamento sono individuati già in partenza dall’istituzione, per cui solo loro, e nelle modalità più opportune, potranno essere coinvolti qualora ci fossero aspetti rilevanti di cui dovrebbero venire a conoscenza. Non altri. In alcun modo. D’altra parte la persona che sta in un ambiente di vita comunitaria dovrebbe aver maturato fiducia verso chi la affianca, in quanto è “in famiglia”, pur con tutte le dovute differenze da una famiglia naturale. Se si crede che chi è stato scelto nel ruolo formativo (ruolo che nessuno si auto-attribuisce), ne abbia la grazia e le capacità, allora diventa più facile confidare che l’altro mi abbia a cuore, farà scelte per il mio bene, non vorrà di certo ledermi. Qui non mi sembra ci siano regole scritte. A chi è incaricato della formazione è richiesta prudenza (tanta) e anche la giusta competenza per non commettere delle ingenuità che paga poi la persona interessata. Un ultimo aspetto, questa volta relativo ai rapporti alla pari. La persona in comunità è tenuta a condividere con gli altri/le altre aspetti importanti di se stessa? In questo caso ritengo fondamentale richiamare l’unicità e l’anomalia della vita religiosa e fraterna secondo un carisma. Non essendo un gruppo di amici, l’apertura dei membri varia in base a tanti fattori: composizione della comunità, maturità dei membri, contenuti della condivisione (un ricordo della propria storia, un evento accaduto di recente, una condizione interiore…). Per essere comunità non è che tutti debbano sapere tutto! Rischio che forse gli ambienti femminili corrono maggiormente. Occorre rispetto e delicatezza verso ciascuno/a, e non può esserci un obbligo a tutti i costi di apertura agli altri (o self-disclosure). È chiaro che quanto più un ambiente ha costruito relazioni sane, autentiche, non morbose né fredde – un contesto di “attaccamento sicuro”, si potrebbe dire – tanto più è probabile che l’apertura di sé sarà spontanea, anzi desiderata. Tuttavia, ripeto, ci vuole prudenza: ogni storia è a sé, come lo è ogni ambiente comunitario, fatto di persone adulte, con maturità e sensibilità diverse.
Vita in comune

Se il Covid entra in comunità

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Sono un giovane religioso da molti anni in comunità. In questo tempo di pandemia stiamo vivendo un’esperienza particolare: la possibilità di essere contagiati e di contagiare. Infatti un nostro confratello sacerdote si è effettivamente ammalato. Da qui nasce l’esperienza di colpa e di diffidenza verso l’altro. Vorrei concentrare la mia attenzione sulla colpa. Come non colpevolizzare, incolpando i nostri fratelli o sorelle di comunità? E come non sentirsi in colpa quando accade che qualcuno di noi risulti contagiato? Siamo una comunità femminile di “governo”, per cui piccola e circoscritta. Accanto a noi, però, abbiamo sorelle che sono impegnate nell’apostolato, per cui stanno necessariamente a contatto col pubblico. Viviamo un clima veramente strano e direi unico fino ad oggi: ci sentiamo come “in punta di piedi” l’una con l’altra non sapendo se l’una potrà essere untrice per l’altra. Le nostre età e condizioni di salute sono diversificate, per cui immagini che la paura che qualcuna si ammali seriamente è realistica e non solo lontana. Parlando con altre comunità ci siamo rese conto che non è così rara questa situazione interna.


Grazie per queste condivisioni che esprimono sul versante maschile e femminile gli stessi interrogativi. Purtroppo è il tema attuale dominante: vicinanza e distanza da reinventare perfino in comunità. In due incontri Zoom durante il tempo del lockdown, ideati da Aurora Nicosia direttrice di Città Nuova, si era data voce a diverse esperienze comunitarie dall’Italia al Cile, dall’Argentina al Messico, dal Brasile all’Uruguay, sul tema della pandemia. Molto interessante. Sono stati espressi e messi in comune timori, angosce, speranze, sguardi positivi, sguardi sconfortati. Oggi lo scenario è in parte diverso: mentre prima si era quasi tutti accomunati da uno stare “dentro”, ora quantità e tipologia di impegni, spesso fuori comunità, mettono le persone più vulnerabili effettivamente a rischio di essere contagiate da questo virus insidioso. Dunque le due riflessioni centrano proprio la fase che stiamo attraversando. Credo che dobbiamo partire dal nome che in quell’occasione di scambio intercontinentale avevamo dato all’evento Covid: un trauma. Qualcosa, cioè, che irrompe nella vita ordinaria in modo del tutto imprevedibile e ingestibile e la travolge, anzi la stravolge. Scombina le certezze, cambia i parametri ordinari dei rapporti, della modalità di lavoro, della possibilità stessa di lavoro, della percezione degli spazi. Nessuno può farci nulla. Non si può chiamare direttamente in causa nessuno. Qualcuno ha provato ad attribuire la dolorosa pandemia alla volontà punitiva di Dio del tipo «ve lo avevo detto che stavate sbagliando». Saremmo fuori strada. Allora escluso Dio, ed essendo impossibile andare in cerca della fonte primaria di tutto questo sconvolgimento – che poi noi cittadini comuni non abbiamo competenze e strumenti – sorge la necessità di scaricare la tensione su qualche “colpevole”. Direi che questo è un meccanismo umano atavico: l’attribuzione di colpa ad un capro espiatorio. In tal modo si identifica “l’oggetto” su cui scaricare rabbia e frustrazione, incertezza del presente e angoscia del futuro, per poi rimproverarlo di imprudenza e incuria. E se diamo la colpa a noi stessi (ma è più raro!) paradossalmente ci mettiamo in pace: di tutto questo caos “sono io a dover essere punito”. Come se questo risolvesse la questione. Accade di frequente nella società di ridurre la lettura dei problemi ad un’unica causa, e accade anche negli ambienti comunitari. In ciò non c’è nulla di anomalo. Tendiamo tutti a cercare “lo straniero” di turno e lo guardiamo come il colpevole dei conflitti comunitari, della mancanza di dialogo, dell’apostolato che non funziona, della carenza di vocazioni. Il che, appunto, ci rasserena. Tuttavia, è ovvio, questo sistema non aiuta per niente il vivere insieme. Convogliare su uno o più confratelli/consorelle il demerito di aver portato il virus dentro casa non ha senso e finisce per aumentare il livello di paura, di diffidenza reciproca, perfino di astio: «se tu non fossi uscito», «ti avevo detto che dovevi essere più attenta». Questo vale anche in qualsiasi famiglia umana. Si potrebbero fare molte riflessioni su questi aspetti, io mi muovo sul mio terreno, che è quello psicologico, e condivido alcune considerazioni. Di fronte a un evento traumatico – dalle Torri gemelle al Covid che ha portato via molte persone care e tuttora circola – ciascuno di noi reagisce diversamente. Il tipo di reazione è il frutto di una serie di fattori che vanno dalla famiglia di origine, alle risorse personali, alle esperienze vissute, fino alla condizione attuale. Perciò nessuno deve sentirsi in colpa se non sente dentro di sé le energie per vivere bene, con pace e speranza questo tempo. Anzi, lo dica, chieda aiuto. Non si è migliori o peggiori di altri se di fronte a contingenze irruenti si risponde con più o meno grinta e ottimismo. D’altro canto, non si risolvono o leniscono queste stesse esperienze pensando che è la negligenza altrui a determinarla. È chiaro che, come ci viene ogni giorno richiamato, è richiesta attenzione reciproca, prudenza, cura verso i soggetti più deboli (anziani e immunodepressi in particolare). Il ben noto Manuale diagnostico di ultima generazione – noto, intendo, per chi segue questa rubrica – mette un segnale rosso quando qualcuno è: «confuso e inconsapevole dell’impatto delle proprie azioni sugli altri». Avere cura è essere presenti a se stessi e a quello che possono attivare i propri comportamenti. E questo vale su molti fronti. Tuttavia, lo stesso testo ci ricorda che la vita vissuta «come […] pericolosa», per cui tutto e tutti sono una minaccia, è indicativo di una difficoltà propria (e non dell’altro). Precisamente della capacità progettuale che, forse, si è inceppata in qualche frangente di vita. Inoltre: la paura dell’altro, del diverso da sé, che mi disorienta e a cui attribuisco «spesso ed erroneamente intenti distruttivi» è un campanello d’allarme di una mia difficoltà relazionale, e qui, più precisamente, nell’area dell’empatia. Il fratello o la sorella, in tal caso, mi mette in crisi, i suoi pensieri e le sue azioni mi spaventano, penso che lui o lei possa farmi del male, per cui sto alla larga, lo temo, diventa il mio possibile untore. Voglio dire che la tendenza umana di fronte alle paure che portiamo nel cuore – e Dio sa quante ne abbiamo passate nella vita per essere così timorosi – per poterle guardare e gestire, è di personificarle in un volto sui cui dirigere il nostro scontento. Ma non aiuta buttarle né su noi stessi sotto forma di colpa, né sugli altri. Non ho “consigli” da offrire. Credo, piuttosto, che se intercettiamo in chi ci sta accanto una particolare difficoltà ad attraversare questi mesi di rinnovata tensione, dovremmo inventarci strategie di soccorso. Da quella più semplice e a portata di mano: dare e inventare spazi per mettere in comune tutte queste esperienze interiori, al suggerire un aiuto professionale se l’ascolto non è sufficiente. Le tensioni naturali di questo tempo vanno disinnescate in tutti i modi possibili, perché (almeno) l’ambiente domestico sia uno spazio senza filo spinato.
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