L'esperto risponde / Persone e storie

Chiara D’Urbano

Psicologa e Psicoterapeuta EMDR, Consultore del Dicastero per il Clero, Perito della Rota Romana e dei Tribunali del Vicariato di Roma, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna. Con l’editrice Città Nuova ho pubblicato tre libri: La pietra della follia, Per sempre o finché dura e Percorsi vocazionali e omosessualità.

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Vita consacrata

Il perdono ha davvero senso

Sono un sacerdote, accompagno molte esperienze comunitarie. Rifletto però sui numerosi conflitti e stati di solitudine che ho modo di affiancare. Conosco approfonditamente diverse storie e pensarle non solo nella vita di coppia, ma anche nelle comunità che scelgono per vocazione la vita in comune, ha un impatto forte su di me. Si fanno incontri, corsi di formazione, colloqui, ma chissà se rimettere al centro e al fondo di molte dinamiche l’imparare a perdonare non ridurrebbe lo sfaldamento delle relazioni. So che non è una cosa banale e “tanto per dire”, e forse è proprio questo il limite del perdono: lo abbiamo capito e appreso male, rendendolo una roba da catechismo.

Fonte: Pexels

La prima volta che mi sono accostata agli studi sul perdono sono rimasta senza fiato. Eppure provengo da una formazione cristiana. Per dire: grazie dell’argomento che avete aperto, e sebbene in questa rubrica abbia già trovato spazio, non è mai abbastanza. Anzi, mi dispiace se molti passaggi sembreranno frettolosi. Oggi mi fermo proprio sull’iter del perdono, in una prossima rubrica potrei affrontare più nel concreto quanto sia vitale anche nelle realtà di coppia e comunitarie.

Le scienze umane negli ultimi decenni hanno compreso, finalmente, che perdonare non è un atto solo religioso, di esclusiva competenza delle fedi e della spiritualità. È un atto essenzialmente umano, e per il credente è anche religioso, di levatura altissima, che può essere indagato scientificamente nei suoi presupposti e nei suoi effetti, con tutta la dignità di una capacità e una propensione umana. Numerose ricerche, infatti, hanno dimostrato la correlazione tra la disposizione a perdonare se stessi e gli altri e la salute psichica e fisica: «l’acredine tossica» (tratto da Teoria e clinica del perdono che è il testo di riferimento per questo numero) è nociva, appunto, e incide su depressione, stanchezza, sonno e ansia, come sulla pressione arteriosa e sul sistema immunitario ed endocrino. È solo un accenno che meriterebbe però di essere approfondito per bene.

Il nostro titolo di oggi è interessante in quanto può essere letto come un’affermazione o come una domanda: il perdono ha davvero senso. Oppure: il perdono ha davvero senso? Con un bel punto interrogativo finale.

Non so dare una definizione di perdono, magari i lettori stessi ne possono ricavare una convincente, oltre quelle già diffuse. Preferisco, piuttosto, cercare di coglierne l’essenza: si tratta innanzitutto di un atto intrapsichico, rivoluzionario nella sua portata, ai vertici della maturità e dell’amore.

Inciampo n. 1. La confusione tra perdono e riconciliazione (un comportamento a due): perdonare non vuol dire necessariamente riprendere i rapporti con “l’aggressore” (chiamiamo così chi ferisce), perché non sempre questo è possibile – pensiamo a un genitore che non c’è più o un partner violento – e neppure è sempre opportuno farlo.

Inciampo n. 2. Attendere che chi fa del male chieda perdono: potrebbe non avvenire mai e intanto chi subisce rimane bloccato nella sofferenza. Il perdono è legato, quanto ad attivazione, a chi lo vuole veramente. Alcuni Autori, tuttavia, ritengono che il perdono sia pienamente rigenerante quando anche il colpevole accoglie e interiorizza il dono dell’altro, scopre che non è capace solo di male e che non sarà condizionato per sempre da ciò che ha fatto.

Inciampo n. 3. Far dipendere il perdono dai sentimenti positivi di chi subisce un torto verso chi lo ha inferto. È ingannevole, in quanto compassione, benevolenza ed empatia rimangono un “plus” che richiede tempo e presupposti favorevoli, ma non condizionano la possibilità di perdonare. Notevole. Non si alleggerisce la grandezza del perdono, piuttosto lo si libera dall’alibi «purtroppo non riesco a provare affetto per Marco dopo quello che mi ha fatto. Inutile che tenti di perdonarlo».

Inciampo n. 4 (molto diffuso). «La memoria non mi aiuta, ho troppo vivido quello che è successo. Non mi parlare di perdono». Certo, se dipendesse dall’oblio o da un’amnesia il perdonare, non andremmo a scomodare un processo che sconvolge il rapporto con noi stessi e con la vita. Inoltre, dobbiamo far la pace col dato che proprio quando tentiamo di dimenticare o cancellare un ricordo, ecco che questo arriva prepotente nei nostri pensieri a disturbare quel senso di superficiale “superamento” nel quale speravamo. Perciò è un’illusione che possiamo dimenticare il male ricevuto ed è di frequente un altro alibi per non mettersi in gioco in prima persona.

Potremmo continuare a lungo su ciò che non è perdono. Non è essere ingenui e far vincere il male, la giustizia deve poter fare il suo corso; non è neppure cedere alla debolezza, giustificando l’accaduto: «sì Francesca ha commesso quel fatto, ma non è poi così grave». Dinamiche psichiche non rare negli abusi su minori o nelle violenze domestiche. Il perdono può – quindi non è una sua componente essenziale – essere facilitato dalle scuse, che riconoscono l’entità del danno (ti ho tradito/mi ha tradito), ma ridimensionano la responsabilità del colpevole (mi dispiace/in effetti anche io ho contribuito a portarlo a quel punto). Attenzione, però, insisto che scusare non è l’essenza costitutiva del perdono, altrimenti sarebbero due costrutti sovrapponibili; in altre parole: sono perdonabili i torti scusabili.

Il perdonare è su un piano del tutto diverso. È un processo che, in quanto tale, richiede volontà, pazienza, e tempo. Tanto tempo, fatto di tappe non lineari. Pensare, quindi: «vado agli Esercizi Spirituali così perdono» è fantasia. «Sono entrata in chiesa e ho perdonato», anche.

Forse in quei momenti si prende coscienza che è necessario farlo, perché la rabbia mi sta consumando e sto ancora a questo punto, o perché in fondo sono io a star male, mica lui/lei. Spesso nelle storie di sofferenza ordinaria e straordinaria la persona arriva proprio qui: si rende conto che la rabbia era utile all’inizio per non soccombere alla depressione, ma adesso sta invadendo la mente e le relazioni, che pure non c’entrano nulla. Che la voglia di vendetta poteva tenere in piedi le giornate, ma tutto sommato non basta: la fiducia, il tempo consumato dal dolore, le energie perse, quelle non le restituisce nessuno.

Perdonare è un cambio di logica. Radicale. Da quella mercantile o di giustizia retributiva a una logica di gratuità e novità, e di giustizia restitutiva. Prendiamo atto che non sta funzionando niente di quello che pensavamo fosse utile, i ricordi si affollano e non c’è verso di scacciarli, rumino continuamente, l’acredine e il rancore lievitano, l’esistenza sembra sospesa al punto di quell’evento o di quella scoperta.

È l’ora del perdono, una via “obbligata”, l’unica che veramente possa risolvere il malessere e far uscire dalla gabbia me, che sono stata atterrata e schiacciata dalla delusione e trasformare quei sentimenti di distruzione che coltivo per chi mi ha fatto del male.

Il perdono rigenera me, e, come vedremo, anche l’altro. Restituisce a me la mia vita che si era bloccata, all’altro la sua (se accoglie il perdono). Riaccende la speranza che si era offuscata.

Concretamente come perdonare? Lo dirò in poche battute per ovvie ragioni di spazio.

  1. Primo passo: riconoscere l’accaduto.
  2. Secondo passo: riconoscere l’inefficacia della rabbia e della vendetta.
  3. Terzo passo: riconoscere che i tentativi fatti fino a quel punto per sentirsi meglio sono stati miseri.
  4. Quarto passo: il bisogno di risollevarsi, non volersi più sentire vittima e dipendente dalla persona e dal fatto, incastrati in quel segmento di vita, e insieme rinunciare a coltivare l’odio verso l’altro, l’aggressore, l’offensore. Fondamentale la chiarezza dell’obiettivo: rifiutare la condizione di sottomesso/a, anche se rimane il torto subito e la perdita di qualcosa/qualcuno di importante. Accettare che siamo noi a dover trasformare la lettura dell’accaduto.

Aiutano questo difficile processo, ma non lo condizionano in modo assoluto:

  • la presenza di un interlocutore qualificato. Rimuginare in se stessi potrebbe peggiorare le cose anziché migliorarle. Partendo dalla propria volontà e dalla presa di coscienza della necessità di cambiare logica, intraprendere un dialogo favorisce il graduale – davvero graduale – abbassamento del tono emotivo e dell’impatto doloroso dei ricordi e della rabbia.

È un lavoro sulle motivazioni. Fondamentale.

Il bisogno di rivalersi si trasforma poco per volta nel bisogno di recuperare se stessi e di volersi liberare dalla schiavitù in cui ci si sente. Inizia a spostarsi il focus e si allarga. Inizia, allora, una paziente e graduale uscita da quel francobollo di storia che si ripercorre nella mente all’infinito, e un lento condurre l’attenzione su altro, coadiuvati dal non essere soli (l’interlocutore qualificato) e dalla capacità, anch’essa graduale, di riprendere attività magari sospese per mancanza di energie.

  • La possibilità di sviluppare sentimenti di benevolenza (accennati all’inizio) e ricevere la richiesta di perdono di chi ci ha fatto del male. Aiuta una personalità non incastrata nel rimuginio.
  • I valori religiosi. Molto interessanti gli studi sulla preghiera: pregare trasforma interiormente (o dovrebbe trasformare) chi prega, le sue motivazioni e la disposizione verso se stessi, verso l’altro e verso la vita. Non trasforma l’altro, non è una richiesta che scenda il fuoco sull’offensore e lo consumi (cf. Lc 9, 54), anche quando ne avremmo voglia.

Concludo con una serie di “”: sì, chiunque può perdonare, anche se ci sono personalità e condizioni che velocizzano il processo. Sì, qualunque situazione è perdonabile. Sì, ha senso perdonare perché la vita è degna di essere vissuta al meglio. Sì il perdono è un dono, il dono dei doni, dipende solo dalla volontà libera e incondizionata del donante, ma è lui il primo a beneficiarne.

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Vita in comune

La solitudine dei sacerdoti

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Vedevo da tempo un mio confratello sempre più giù di morale, sempre più isolato e meno disposto a partecipare agli incontri di presbiterio. Gli ho chiesto se andava tutto bene e lui mi ha detto che era solo molto stanco. Gli ho creduto. Invece ha iniziato a bere, e nessuno di noi si è accorto che la cosa era ben più grave di quanto lui riuscisse ad ammettere. Oggi la sua condizione di salute è peggiorata molto. Questo mi genera forti sensi di colpa e l’angoscia che ciascuno di noi possa cadere vittima della solitudine. Ho pensato di condividerle questa triste esperienza. Un giovane sacerdote diocesano


Quanto lei dice è una cosa molto seria e veramente dolorosa, la ringrazio per la franchezza e per aver avuto il coraggio di parlarne qui. Se la vita in comune incontra le fatiche dello stare insieme tra persone di provenienze, età e sensibilità differenti, l’aspetto più faticoso del sacerdote diocesano è quello della solitudine, lei ha ragione, talvolta per la distanza rispetto agli altri presbiteri, ma il più delle volte perché ciascuno è preso dagli impegni e da tutto ciò che ruota attorno alla propria parrocchia. Ci può essere la presenza di un altro sacerdote, ma quanti giovani lamentano di affiancare o essere affiancati da confratelli molto anziani che al massimo garantiscono le celebrazioni eucaristiche, mentre difficilmente rappresentano un sostegno “amicale”. In molti casi sono soprattutto le famiglie del territorio a stare vicino, con il loro affetto e qualche invito a casa, alla vita dei propri parroci. Questo però non è sufficiente. Innanzitutto perché il sacerdote non sempre se la sente di raccontare se stesso e condividere le proprie preoccupazioni, e i propri carichi interiori, con i laici che collaborano con lui. Magari non lo ritiene opportuno, o non vuole angosciare uomini e donne che hanno abbastanza cose a cui pensare, oppure non si sente sufficientemente compreso da chi non sperimenta la stessa esperienza quotidiana. Se vive un momento difficile accade, perciò, che possa trascorrere un lungo tempo prima che il prete trovi l’opportunità o il coraggio di rivolgersi al proprio vescovo, semplicemente per sfogarsi (e, a dire il vero, è proprio raro che accada). Quando ha nel presbiterio un sacerdote amico, allora quello può essere lo spazio per confidare il proprio stato d’animo e chiedere consiglio, ma neppure questa è la norma purtroppo. Diversi sacerdoti giovani raccontano, infatti, di aver attraversato un periodo complicato e colmo di impegni, senza che nessuno si sia reso conto del loro disagio, né loro stessi hanno avuto la forza di chiedere aiuto. Come mai può accadere una situazione simile? Come può succedere che un prete arrivi ad una solitudine “mortale”? Non c’è da scandalizzarsi, ma non tutto si può risolvere dicendo che è solo questione di fede (anche, ma non solo). Innanzitutto siamo in un tempo di grandi individualismi, e questa “malattia” colpisce tutti. Se si parla tanto del bisogno di ri-umanizzarsi, soprattutto nei rapporti interpersonali, è perché lì c’è il punto debole della nostra epoca. Non è un modo di dire. Ci sono tante belle menti, ma non è scontato che abbiano la stessa capacità di fare rete, di saper dialogare, di ascoltare, di collaborare, di interessarsi veramente agli altri. Questo è difficilissimo. Richiede una tale uscita da se stessi che un simile “movimento” non può essere improvvisato, va anzi costruito, alimentato, e sostenuto. Vale per le coppie di sposi e vale per chi inizia e porta avanti un percorso vocazionale.   A partire dalla formazione nei seminari, giovani e meno giovani vanno, perciò, aiutati e verificati non solo in ambito accademico o nel servizio dell’apostolato, ma anche nella capacità di interessarsi all’altro, di stabilire relazioni alla pari serene ed equilibrate (il rapporto con l’autorità è solo un aspetto). Non basta che non litighi o non abbia mai dato problemi, per dire che un seminarista abbia una buona maturità relazionale. Senza questa competenza non sarà in grado di procedere in modo sano nella sua vita pastorale. La formazione deve prevedere l’aspetto interpersonale in modo anche esperienziale, attraverso momenti concreti di condivisione, attraverso la possibilità di portare avanti, insieme con altri confratelli, un’attività, un servizio, un progetto. I giovani vanno verificati sul fronte della collaborazione, della generosità reciproca, anche quando non sono dentro una realtà di vita comune, perché il saper stare con altri fratelli e sorelle non è un “compito” solo dei religiosi. Sappiamo molto bene quanto la rete offra delle soluzioni alternative a buon mercato alla solitudine del nostro tempo. E alcol e droga – la riflessione di oggi è molto chiara su questo punto – non sono tentazioni solo per i giovani. È chiaro che ormai i numeri vocazionali si sono notevolmente ridotti, il lavoro pastorale è enorme e i laici hanno un ruolo importantissimo nella vita ecclesiale e nel lavorare insieme alle comunità religiose e nelle parrocchie. Tuttavia il presbitero ha bisogno anche di rapporti fraterni, che vadano oltre il tempo del seminario. Ha bisogno, una volta uscito dalla prima formazione, di saper guardare oltre il proprio confine “geografico” di competenza, di saper dedicare del tempo a curare le relazioni all’interno del presbiterio, di sapersi interessare alla vita degli altri preti, per intercettarne eventuali momenti bui, e, non ultimo, di imparare a chiedere aiuto per sé. Non poter contare su nessuno, sia per un momento di svago, che quando si sta male, è terribile. Per fortuna diventano sempre più frequenti, e preziose, piccole esperienze di vita fraterna tra sacerdoti diocesani che decidono di vivere insieme almeno qualche momento della giornata. È vitale. Umanamente e spiritualmente vitale. Che non tutti siano ugualmente simpatici o amici è normale, ma questo non può significare isolamento, disinteresse per l’altro confratello. Non è credibile un prete simile. Chiedo scusa se chiamo nuovamente in causa il Manuale diagnostico di ultima generazione (DSM-5), ma questo prevede nel funzionamento ottimale della personalità una griglia molto valida e pienamente compatibile con l’antropologia cristiana che attiene proprio all’area interpersonale. Qui sono contemplate la capacità di empatia e di intimità che riguardano ogni essere umano che possa dirsi sufficientemente maturo dal punto di vista psico-affettivo. Insisto su questo aspetto perché i percorsi vocazionali non possono prescindere dalla formazione, non solo rispetto a se stessi, ma anche al sé-in-relazione-all’altro.
Vita in comune

La comunità di anziane

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Dovrò prendermi in carico un gruppo di suore anziane (18) ultraottantenni di cui sarei responsabile. Vorrei poter iniziare bene questa esperienza, per questo gradirei qualche suggerimento circa il tipo di relazione impostare con loro e la formazione da intraprendere. Sicuramente sarà un gruppo eterogeneo come formazione culturale, un po’ stanche, ripiegate sui loro disturbi legati all’età. Come aiutarle ad accettarsi ed accettare il loro corpo a questa età, che sicuramente non risponde più come vorrebbero? Grazie infinite, seguo le sue risposte, ma sono poche sull’anzianità tra le religiose. Sr Angela


La ringrazio per la sua domanda veramente preziosa, che mi dà l’occasione di affrontare un tema molto delicato, quello degli anziani/delle anziane nelle comunità. Lei ha ragione, ne ho parlato troppo poco. Lei accenna all’esperienza imminente di essere responsabile di un gruppo di sorelle già avanti negli anni e questa è proprio una bella sfida. Il nostro papa raccomanda che ci sia almeno un anziano per comunità, ma direi che in Italia non abbiamo proprio questo problema! Di doverci, cioè, impegnare ad inserire una presenza (anziana) testimone della storia del carisma, perché in effetti queste prevalgono rispetto alle vocazioni più giovani, almeno nella maggior parte delle esperienze comunitarie. Cerco di essere concreta e di condividere alcune considerazioni tratte dalla mia esperienza di incontro con i gruppi comunitari eterogenei per età e provenienza geografica. Innanzitutto, come già ho avuto modo di dire in un precedente numero di questa rubrica («Domande e speranze di giovani consacrati e consacrate»), papa Francesco indica un modello ben preciso di anziano, che non è legato semplicemente all’essere avanti negli anni, ma che rimanda ad una coerenza di vita, fino al prezzo della propria esistenza, per essere testimone credibile e non scandalizzare i giovani. Così il vecchio Eleazaro. Questo è un aspetto estremamente importante in quanto significa che l’anziano, inteso come “saggio”, è colui o colei che ha imparato ad invecchiare. Si potrebbe obiettare che la vecchiaia arriva da sola, e non è certo da imparare. In realtà l’invecchiamento è un’arte che si affina durante il corso della vita, e non la si improvvisa. In altre parole, il consacrato o la consacrata che ha imparato e mantenuto la capacità di confrontare se stesso con gli altri, non si è irrigidito sulle tradizioni, ma ha saputo aprirsi alle novità del tempo, generalmente è un uomo ed una donna che vive bene la sua vecchiaia, serenamente, nonostante le fatiche e gli acciacchi dell’età. Trasmette la gioia della sua vocazione, non quella effimera o semplicemente sensibile, ma profonda e contagiosa, sa confortare ed incoraggiare, e ha voglia di fare spazio a chi porterà avanti il carisma. Non sempre, purtroppo, si incontrano consacrati anziani sorridenti e riconciliati, e questo per ragioni diverse che possono riguardare la formazione – un tempo meno attenta nel discernimento e nei valori umani – sopraggiunte malattie fisiche che la persona vive male, l’essersi trovata senza più un apostolato, magari portato avanti per tanti anni a cui è rimasta legata… e così via. Ci si trova, allora, come lei giustamente nota, con sorelle anziane molto diverse tra loro anche in quanto “stile di invecchiamento”. Cosa si potrebbe fare? Credo che la parte più bella di chi ha vissuto 60, 70, 80 anni di vita sia la possibilità di mantenere viva la memoria della propria storia vocazionale e comunitaria. Perciò si potrebbe dare a ciascuna il tempo e lo spazio per raccontare il primo incontro con Gesù, il ricordo di cosa l’abbia affascinata di quel carisma, quali erano le tradizioni dell’Istituto che magari oggi sono cambiate. Senz’altro è vitale che siano ascoltate. In genere gli anziani amano narrare e hanno un gran bisogno di accoglienza, ma non è raro che si sentano poco interessanti per la loro stessa comunità. Certo, bisogna mettere in conto tanta pazienza. Come Lei dice, ciascuna vive in modo diverso il declino del corpo e delle proprie energie. Inoltre, devono sentirsi impegnate ed ancora utili, per cui, oltre ai piccoli lavori manuali che possono svolgere, potrebbe essere di grande aiuto reciproco invitare qualche giovane a raccogliere i loro preziosissimi spicchi di storia. È anche importante che le sorelle anziane non rimangano isolate come gruppo, perché probabilmente prevarrebbe il senso di nostalgia, quando erano nel pieno delle loro forze e quando si sentivano apprezzate. La comunità, allora, potrebbe prevedere, con persone esterne, dei momenti di festa, il preparare qualche pasto e lo stare a tavola insieme, il poter condividere dei momenti di preghiera e piccole occupazioni pratiche, l’ascolto da parte delle stesse sorelle (quanto bisogno ne abbiamo tutti). In fondo, si tratta di una modalità alternativa e realistica di formazione permanente. Ci tengo a dire, tuttavia, che nonostante sia Lei la responsabile della comunità, tutta la Congregazione è corresponsabile delle proprie sorelle. Non è un onere che si può portare avanti da soli, perché rischia di diventare molto stancante e forse frustrante. Perciò quando sente un carico eccessivo non esiti a prendersi dei momenti di recupero e a chiedere aiuto, è fondamentale poter contare sul sostegno di altri quando si hanno incarichi di governo. Se però la Famiglia religiosa si rende presente e collabora nella riuscita di questa esperienza – non affidando interamente a lei tale sfida – sono certa che la vostra comunità potrà diventare un importante punto di riferimento nel quartiere e nella parrocchia alla quale appartiene. Può rappresentare, infatti, uno spazio di accoglienza prezioso, anzi unico, in quanto portatore di un “ritmo” diverso, di cui altri possono godere, in mezzo alle corse e alla frenesia del nostro tempo. E Lei non immagina quanto sia desiderabile, per noi laici, poter contare su comunità simili.
Psicologia

Omosessualità e abusi

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Ho letto le sue ultime 3 risposte. Ma come si collocano le norme e i criteri di discernimento che la Chiesa ha stabilito da tempo in questo campo, vedi Ratio fundamentalis, approvata anche da papa Francesco? Non si ha il coraggio di prendere posizione e assumerli o contestarli? Il papa emerito Benedetto ultimamente ci ha parlato di “club omosessuali”. Lei cosa ne pensa? Un consacrato Perché non parla anche del tema abusi? Un formatore


In quest’ultima puntata della rubrica sul tema dell’omosessualità riprendo alcune osservazioni che mi sono giunte, affronto l’accostamento indebito tra omosessualità e pedofilia/abusi, infine riassumo gli aspetti che mi sembrano importanti. La prima considerazione riguarda “l’impronta psicologica” della nostra rubrica, dedicata al cammino sacerdotale e alla vita in comune, di consacrati e consacrate. L’antropologia cristiana costituisce “la radice” e insieme il riferimento dei miei contributi che rimangono, però, psicologici e non teologici. Mi sembra utile ricordarlo per delineare il tipo di competenza che posso offrire. Un altro aspetto che voglio riprendere con riferimento ai diversi contributi interessanti, pertinenti e attenti, che ci sono giunti in merito alle rubriche pubblicate sul tema dell’omosessualità, è quello che riguarda l’espressione di non ammissibilità al Seminario e agli Ordini sacri di «coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze profondamente radicate, sostengono la cultura gay» (Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis, n. 199). Non si può che condividere il dato incontestabile che praticare la sessualità (con persone dello stesso sesso, come con persone di sesso diverso) è del tutto incompatibile con una vocazione dove la genitalità, e l’espressione fisico-erotica sono sospese perché la persona fa dono di tutta sé stessa – cuore, mente e corpo – al Signore dell’Amore. Solo Lui può chiedere questa totalità e dare la grazia di corrispondervi per tutta la vita. È chiaro, quindi, che il persistere della sessualità in modo attivo con un partner e il sostenere che sia giusto così, nonostante si proclamino celibato e castità come scelte esistenziali, rendono la persona scissa e quindi non ammissibile, né in seminario, né in comunità. D’altro canto le tendenze sessuali, in quanto tali, salvo eccezioni – per esempio se la persona non ha raggiunto un adeguato grado di maturazione, e sta mettendo in discussione la propria identità in un percorso specialistico – sono radicate in tutte le persone adulte. Pertanto, credo di poter affermare che il documento suddetto si riferisca non alle tendenze in quanto tali, ma alla loro espressione attiva che permane nonostante la scelta fatta e che è inaccettabile. Per essere ancora più chiara: una persona che vive una sessualità attiva, omo o etero, come potrebbe rimanere in una comunità di consacrati che prevede celibato e castità? Sullo stesso piano, sostenere la "cultura gay" significa molto più che avere un orientamento omosessuale gestito in modo coerente alla scelta vocazionale, o riflettere seriamente sull’argomento. Dal mio punto di vista significa, piuttosto, ostentare a tutti i costi le proprie convinzioni, facendole diventare una sorta di rivendicazione che passa attraverso modalità palesi e volutamente trasgressive. È chiaro che nessuna ostentazione di sé è compatibile con percorsi di vita fondati sui valori della mitezza, del rispetto, della donazione di sé che non necessita di nessuna espressione “rumorosa”. Qualsiasi “lobby” o associazione, etero o omo, per motivi etnici o ideologici, insidia dall’interno l’unità e l’armonia della comunità di consacrati. E veniamo al tema abusi. Prendo come riferimento uno studio recente (Cantelmi - D’Urbano, FrancoAngeli 2015), basato su 2 ampi documenti voluti dalla Conferenza Episcopale Americana ed elaborati da una Commissione esterna estremamente competente (il John Jay College Research team): The Nature and Scope of Sexual Abuse of minors by Catholic Priests and Deacons in the United States, 1950-2000 e The Cause and Context of sexual abuse of minors by Catholic Priests in the United States, 1950-2010. Serve forse chiarire prima di tutto che non bisogna usare con leggerezza l’espressione “pedofilia”, la quale si riferisce ad una condizione psicopatologica grave in quanto disturbo parafilico (cf. DSM-5): meno del 5% dei preti accusati di abuso ha avuto condotte che corrispondono ai criteri diagnostici psichiatrici della pedofilia, i quali prevedono un bambino di età prepuberale o sotto i 13 anni. La maggior parte delle situazioni riguarda invece ragazzi di età maggiore di 13 anni: questo non è consolante, ma attesta la grande e dannosa imprecisione mediatica. Detto questo, non ci sono studi scientifici che colleghino in modo diretto gli abusi all’orientamento omosessuale. In altre parole, l’orientamento omosessuale non predispone all’abuso, né tanto meno alla pedofilia. In generale gli abusi che avvengono in contesti quali la famiglia, l’ambito scolastico, le associazioni sportive, o altri contesti religiosi non cattolici e non cristiani dimostrano come gli abusi avvengano su bambini/bambine, ragazzi/ragazze indiscriminatamente. Ritengo invece valida, in quanto supportata da alcuni studi, l’ipotesi sul più facile accesso dei sacerdoti (etero e omo) a minori di sesso maschile, visto che fino al 1983 i chierichetti erano solo di sesso maschile. A conferma di questo: il numero delle vittime di sesso femminile è aumentato alla fine degli anni ’90, quando anche le bambine hanno iniziato i servizi liturgici e i preti hanno potuto accostarle con maggiore agevolezza. Unica differenza – e questa costituisce trasversalmente un’indicazione riguardo al fatto che le condizioni dell’ambiente hanno un impatto enorme nelle situazioni di abuso – riguarda i luoghi di abuso: le vittime di sesso femminile vengono accostate soprattutto in chiesa e nella residenza del prete; i maschi anche durante viaggi, case per ritiri, camere d’albergo. È interessante tuttavia, a tal proposito, rilevare come sia difficile una comparazione percentuale dei dati raccolti dalla Chiesa cattolica con quelli che riguardano altre istituzioni e organizzazioni religiose o laiche, in quanto nessuna organizzazione nel mondo ha condotto studi specifici e accurati sulla propria situazione, come ha coraggiosamente fatto la Chiesa cattolica. Questo non diminuisce di certo le sue responsabilità, ma, ad oggi, quella della Chiesa cattolica rimane l’unica vera ricerca con rilevanza statistica. Papa Francesco, peraltro, dopo il Convegno su La protezione dei minori nella Chiesa (21-24 febbraio 2019) – ad ulteriore riprova dell’impegno fattivo e propositivo della Chiesa che oggi ha maturato una forte coscienza sul tema – ha promulgato un Motu Proprio Sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili (26/03/2019) e delle Linee Guida da osservare ad experimentum per un periodo di tre anni. Vorrei concludere sottolineando con forza che la scelta di seguire Cristo attraverso la vita sacerdotale o consacrata ha un valore altissimo oggi più che mai, perché espressione unica di un amore generoso e universale. Persone diverse, legate da una medesima passione carismatica, sono capaci di vivere bene insieme, con rapporti liberi e disinteressati, nella sobrietà quotidiana. Proprio in un tempo in cui l’umanità ha bisogno di recuperare se stessa e incontrare segnali di luce. Le scelte vocazionali vanno quindi incoraggiate e sostenute, perché sono segno visibile e profezia di un mondo migliore. Sono scelte, però, che richiedono un serio discernimento che aiuti la persona a comprendere: a) se quella decisione la aiuta a incontrare Cristo ed essere una persona migliore, b) se la sua struttura umana è in grado, col tempo, di sostenere gli impegni vocazionali. Non voglio qui ripetere quanto già detto nelle scorse puntate della rubrica. Ribadisco, tuttavia, che la struttura umana più o meno matura è trasversale all’orientamento sessuale e tutti – chi prima e chi poi, chi in un contesto e chi in un altro – siamo chiamati a lavorare su noi stessi, ad affrontare tentazioni che anche gli sposati vivono nel quotidiano, e a corrispondere sempre meglio alle promesse o ai voti pronunciati: celibato, castità, povertà, obbedienza. Il discernimento, e la formazione, quindi, devono essere esigenti, onesti e chiari, cioè devono mantenere “alti” gli ideali che sostengono l’appartenenza a Cristo secondo quella specifica forma di vita, senza indulgere ad ambiguità per attirare o mantenere le vocazioni solo perché numericamente scarse. Questo, però, non vuol dire essere rigidi perché, come dice papa Francesco in una omelia, «sempre, sotto o dentro una rigidità, ci sono dei problemi. Gravi problemi». Essere rigidi qui vuol dire decidere a priori di rispondere “no” a una richiesta di intraprendere un percorso vocazionale solo in base all’orientamento omosessuale del candidato, senza contestualizzarlo nel funzionamento globale della persona. È fondamentale, allora:
  • chiarire i valori, le esigenze, le sfide e le regole della comunità. Su questi aspetti vanno confrontati i percorsi individuali, non solo all’inizio, incoraggiando i passi avanti che le persone in vocazione compiono. Non vanno sottolineate solo le cose che non vanno, è da valorizzare, invece, il bene raggiunto “oggi” (cf. AL, n. 308);
  • definire criteri di discernimento chiari e concreti per quello specifico tipo di vita (diventare sacerdote richiede caratteristiche diverse dal fare il monaco);
  • parlare di tutto onestamente, dialogare, ascoltare senza scandalizzarsi. La domanda è se seminari e comunità siano pronti per questa condivisione aperta. I non-detti, come le prese di posizione aprioristiche, alimentano inganni, doppie vite e rivendicazioni fuori luogo, «i club omosessuali» (per rimanere in tema), tipiche dei gruppi minoritari che si sentono perseguitati e senza voce;
  • valutare e costruire, insieme alla persona in cammino, i passi più opportuni per lui/lei, i sacrifici concreti che lui/lei deve affrontare in base alla propria storia e personalità, fino alla decisione di un’eventuale strada alternativa.
Vita in comune

Omosessualità e sacerdozio

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Ho letto i precedenti numeri di questa rubrica in merito all’orientamento omosessuale in seminario o nella vita comune. Il papa ha detto che “è meglio che non entrino” persone con questo orientamento. E mi sembra che da una parte dica qualcosa di importante, ma dall’altra lasci aperta la porta ad altre possibilità o riflessioni. Lei cosa ne pensa? Un Rettore


È chiaro che qui non si offre una risposta sul piano del “sì” o “no” al percorso vocazionale delle persone con orientamento omosessuale, dato il contesto di una rubrica di psicologia e la non gestibilità di una domanda di questa portata attraverso riflessioni individuali. Non intendo sfuggire dal condividere la mia prospettiva, vorrei farlo, però, considerando ancora due aspetti: il primo riguarda l’associazione, esplicita o implicita, per cui le persone con orientamento omosessuale sarebbero meno capaci di gestire gli impulsi sessuali. Il secondo aspetto riguarda invece l’impegno pubblico delle vocazioni alla vita consacrata e sacerdotali. Ritengo che le considerazioni di papa Francesco in merito all’ammissione di persone con orientamento omosessuale in seminario o nella vita consacrata, sottendano entrambi questi temi. Nel colloquio a porte chiuse con i vescovi italiani, che Lei richiama, Bergoglio su questo argomento ha utilizzato l’espressione: «Attento discernimento». Aggiungendo: «Se avete anche il minimo dubbio, è meglio non farli entrare». E nel testo intervista con Fernando Prado La forza della vocazione (Edb, 2018), di fronte alla domanda sull’omosessualità Francesco si esprime con queste parole: «È qualcosa che mi preoccupa, perché forse a un certo punto non è stato affrontato bene […] nella formazione dobbiamo curare molto la maturità umana e affettiva. Dobbiamo discernere con serietà e ascoltare anche la voce dell’esperienza che ha la Chiesa. Quando non si cura il discernimento in tutto questo, i problemi crescono. Come dicevo prima, capita che forse al momento non siano evidenti, ma si manifestano in seguito. Quella dell’omosessualità è una questione molto seria, che occorre discernere adeguatamente fin dall’inizio con i candidati, se è il caso. Dobbiamo essere esigenti. Nelle nostre società sembra addirittura che l’omosessualità sia di moda e questa mentalità, in qualche modo, influisce anche sulla vita della Chiesa». Cosa sta continuando a ripeterci il nostro Papa? Ciò che io comprendo è che il discernimento alle vocazioni sacerdotali (e di vita consacrata) finora non è stato affrontato con la necessaria competenza, trasparenza e fermezza. Si è affrontato, ad esempio, poco o nulla, considerandolo talvolta un tema vergognoso, l’orientamento sessuale del candidato, aspetto che invece è molto importante, perché connota la persona e il suo modo di amare. Questo aspetto non può essere in nessun modo accantonato, ma neppure essere utilizzato come caratteristica unica per liquidare immediatamente la persona come “non adatta”. «Il che significa che la persona che afferma di avere un orientamento omosessuale andrà conosciuta in quella complessità inedita di cui quel tratto è una parte, ma non il tutto, e che pure con quel tratto esprime qualcosa della propria umanità. Trascurare questo stato di cose conduce ad alcune derive, psicologiche ma pure teologiche […] E si badi bene: esprime proprio perché quel tratto “c’è”; e non, invece, “nonostante” quel tratto» (Stefano Guarinelli, in: www.avvenire.it/chiesa/pagine/abusi-nella-chiesa-3). Ritengo, quindi, che da parte di papa Francesco, il mettere a tema l’orientamento sessuale e nello stesso tempo non chiudere in modo drastico le porte a persone con orientamento omosessuale, siano indicativi che il centro di attenzione deve essere proprio quello della maturità psico-affettiva, che va indagata su molteplici livelli e attraverso diversi aspetti. Il punto di valutazione sull’idoneità alla vita sacerdotale e religiosa non sta nell’orientamento omosessuale come se fosse, a-priori, più a rischio di atti sessuali (non mi risulta alcun fondamento scientifico in questa presunzione), e perciò meno adatto al percorso vocazionale. Ogni adulto maturo, uomo o donna, dovrebbe, anzi, saper interporre un tempo e una riflessione tra desiderio/impulso (sessuale o di rabbia) e azione concreta. L’irresponsabilità e l’impulsività sono considerate dal già citato Manuale diagnostico di ultima generazione (DSM-5) come tratti patologici nel funzionamento della personalità umana. Credo, allora, che questa sia e dovrebbe essere la preoccupazione dei rettori, dei superiori/delle superiore, dei formatori/delle formatrici: valutare, indagare senza fretta, anche con persone competenti nel campo della salute mentale e non solo spirituale, come “funziona” quella persona, come si comporta nel rapporto col maschile, col femminile, in casa, fuori casa, come vive e gestisce il peso – perché senza dubbio è tale – della solitudine affettivo/sessuale, perché la frustrazione dell’astinenza può degenerare in forme pericolose per sé e per gli altri. Infatti, sempre nel discorso a porte chiuse ai pastori Cei, Bergoglio esprime la sua preoccupazione per la pratica degli atti omosessuali. Sono questi, quindi, a costituire un venir meno alla propria vocazione, e un male agli altri, ma lo sono tanto quanto gli atti sessuali tra un uomo ed una donna quando vengono compiuti da sacerdoti e consacrati. È doveroso, quindi, e sono senza indugi d’accordo, che dove ci sia un dubbio che la persona non sia e non sarà in grado di corrispondere alle esigenze vocazionali – perché ha ferite psicologiche troppo profonde per poter essere risanate nell’ambiente del seminario o della comunità, e anche aiuti esterni risulterebbero insufficienti o richiederebbero un tempo troppo lungo di lavoro –, è bene che la persona non sia ammessa! «Quando vi siano candidati con nevrosi e squilibri forti, difficili da poter incanalare anche con l’aiuto terapeutico, non li si deve accettare né al sacerdozio né alla vita consacrata. Bisogna aiutarli perché facciano altri percorsi, senza abbandonarli. Occorre orientarli, ma non li dobbiamo ammettere. Ricordiamo sempre che sono persone che vivranno al servizio della Chiesa, della comunità cristiana, del popolo di Dio. Non dimentichiamo questa prospettiva. Dobbiamo fare attenzione a che siano psicologicamente e affettivamente sani» (La forza della vocazione, ib.). In passato, il sottovalutare le carenze della struttura umana o il presumere che bastassero la fede e la buona volontà a compensarle – “ci pensa il Signore, se preghi” – ha “generato” vocazioni psicopatologiche con gravi danni per se stessi e per gli altri. Il secondo aspetto che avevo anticipato nello scorso numero è ancora papa Francesco ad esplicitarlo come parte integrante del discernimento sulla persona che vuole iniziare un percorso vocazionale: «Ricordiamo sempre che sono persone che vivranno al servizio della Chiesa, della comunità cristiana, del popolo di Dio». Le vocazioni sacerdotali e alla vita religiosa hanno una rilevanza e una ricaduta sociale enorme. Non sono scelte private o intimistiche, altrimenti non si farebbero professioni pubbliche quando si riceve il ministero o si emettono i voti. Celebrare l’Eucarestia, confessare, accompagnare i bambini, i giovani, stare con i poveri, gli ammalati, insegnare, rendersi disponibili ai trasferimenti, o pregare in luoghi stabili e circoscritti per il mondo… sono impegni che richiedono un notevole equilibrio personale. Il sacerdote, infatti, assume delle precise responsabilità morali, spirituali ed educative verso le persone che si confidano e si rivolgono a lui, proprio per il ruolo che ha. Ecco perché è necessario spostare il baricentro dell’attenzione, nel discernimento iniziale e nell’accompagnamento successivo, dalla questione dell’omosessualità presa isolatamente in se stessa – ma che, come abbiamo detto, non può essere neppure sottovalutata come se fosse un aspetto qualunque – all’equilibrio generale della persona. Il sacerdote omosessuale coerente e fedele alla sua vocazione è un sacerdote ben riuscito. Sappia, però, come già dicevamo la scorsa volta, che qualora decidesse di condividere con altri, o diventasse esplicito il suo orientamento, l’accoglienza da parte dell’altro/degli altri (confratelli o fedeli) potrebbe non essere così benevola. Concludo: l’orientamento sessuale non è un indicatore rappresentativo di tutta la persona, neppure sul piano vocazionale. Allora la valutazione rispetto al candidato omosessuale deve essere necessariamente personale, caso per caso, come per ogni candidato. Questo non riduce il valore delle norme e dell’Ideale, ma mette al centro la persona, la sua storia, il suo essere unico dal punto di vista spirituale e psicologico. «È meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta di un essere umano [...] È vero che le norme generali presentano un bene che non si deve mai disattendere né trascurare, ma nella loro formulazione non possono abbracciare assolutamente tutte le situazioni particolari. Nello stesso tempo occorre dire che, proprio per questa ragione, ciò che fa parte di un discernimento pratico davanti ad una situazione particolare non può essere elevato a livello di una norma» (Papa Francesco, Amoris Laetitia, n. 304). Aggiungo, infine, che l’essere sacerdoti o consacrati non rappresenta l’unica chance di santità o di corrispondenza al vangelo. Per cui quando la persona (o chi la accompagna) si rende conto che in quel percorso non cresce, non matura, compie sforzi quotidiani superiori alle sue capacità, ha desideri sessuali che diventano una lotta continua, allora deve accettare altre strade di realizzazione di sé. E ciò non vuol dire mandare la persona all’inferno o rifiutarla, significa aiutare innanzitutto lei a star bene e poi tutelare gli altri, oggi e domani. Nell’ultimo numero, infine, affronterò la connessione, stavolta frequente ed esplicita, che lega indebitamente omosessualità e abusi.
Vita in comune

Omosessualità e comunità

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Ho letto la sua precedente rubrica e sono curioso di vedere come tratterà l’aspetto pratico. Perché le sue riflessioni, a mio parere assolutamente necessarie oggi, non rimangano solo su un piano teorico mi dovrebbe aiutare a capire come affrontare concretamente la domanda se e come accettare uomini e donne omosessuali in seminario o in comunità. Non si può far finta che sia un argomento secondario, e neppure si può sottovalutare che siamo spesso disturbati quando veniamo a conoscenza che un confratello o una consorella (che magari fa già parte della comunità) ha un orientamento omosessuale. Mi sento spaesato su questi temi e chiedo a lei qualche chiarimento. Un formatore


Non offro né soluzioni né una guida pratica sull’argomento, anche perché è molto articolato. Piuttosto propongo delle considerazioni che nascono dai miei valori di fede, dall’esperienza clinica e dall’accompagnamento di giovani e meno giovani, uomini e donne in formazione (seminario/comunità) o già impegnati nell’attività pastorale ed apostolica. Ritengo che il vivere insieme abbia bisogno di almeno un paio di coordinate importanti: 1) la comunità deve avere sue regole chiare e concrete (sia su chi entra, sia sulle modalità di convivenza) che favoriscano un vivere insieme sano. 2) Le persone che ne fanno parte siano quanto più possibile consapevoli di se stesse (come anticipato nel numero precedente), in quanto il prezzo dell’ignoranza è molto alto: l’infelicità per sè e per gli altri, e talvolta disastri per sè e per gli altri. Iniziamo dalla prima questione. Le realtà formative e le comunità sono costituite generalmente da persone dello stesso sesso che condividono la preghiera, i pasti, i momenti insieme. Oggi, tuttavia, sono sempre più frequenti anche realtà vocazionali miste: spazi comuni per uomini e donne che appartengono allo stesso carisma. Fin qui si tratta di informazioni di base – la composizione della comunità solo maschile, solo femminile o mista – che sono tra i dati espliciti e noti a chi inizia il percorso, che normalmente ha già avuto contatti e incontri con quell’ambiente. Ci sono, poi, anche principi pratici di vita insieme, meno evidenti, che la comunità deve rendere noti fin dall’inizio, perchè sono educativi per il cuore e prudenziali per il corpo. Vivere a stretto contatto con altri infatti, implica che il mio fratello, la mia sorella potrebbero entrare nel mondo del mio desiderio. E ovviamente io potrei entrare nel desiderio altrui. Perciò, proprio perchè stare insieme tutti i giorni porta a volersi bene, pregare, mangiare l’uno accanto all’altro, è necessaria una qualità di vita comune elevata, e uno stile che rispetti lo spazio fisico di ciascuno, la riservatezza del suo corpo, la privacy e l’intimità. In altre parole, va mantenuta tra le persone in comunità una “distanza ottimale”, tipicamente adulta, che non vuol dire ignorarsi o essere “freddi” l’uno con l’altro. Vuol dire, invece, rispettare il mistero proprio e dell’altro. Una comunità vocazionale è una realtà di fede, e non semplicemente umana. La differenza è abissale. Non si tratta di un gruppo di amici, sebbene l’amicizia sia un sentimento che può nascere naturalmente tra alcuni membri di comunità. Non si tratta neanche di relazioni esclusive (affettive o di “lobby”) come tra partner, perché questo tradirebbe il senso della vita sacerdotale e di quella consacrata. Se una persona sente che la solitudine fisica è troppo faticosa ed intollerabile, questo dovrebbe essere già decisivo per orientarsi altrove e lasciare la comunità. Come corollario: la comunità rappresenta la “casa”, cioè uno spazio familiare di accoglienza, dialogo, condivisione di fatiche e di soddisfazioni, ma rimane un contesto stra-ordinario di convivenza tra persone di età, culture, sensibilità diverse che non si sono scelte, e che si trovano insieme per corrispondere ad una chiamata trascendente. Pertanto: linguaggio, comportamenti, abbigliamento decoroso, delicatezza, rispetto reciproco negli ambienti comuni sono da curare sempre. Questo perchè un certo stile di vivere in comunità – la bellezza induce bellezza, il decoro ispira imitazione, come la mediocrità è contagiosa – favorisce atteggiamenti sani, rispettosi, non di eccessiva confidenza perchè questi possono facilmente trascendere in forme relazionali ambigue, quando non morbose, patologiche, che corrompono la castità, anche “solo” del cuore. Detto ciò il discorso si va articolando e vengo alla seconda questione. La persona che entra conosce se stessa e il proprio orientamento sessuale? La mia esperienza mi fa dire: molto raramente. In genere la consapevolezza del proprio orientamento si acquisisce solo nel corso della formazione, e raramente, purtroppo, chi entra in seminario o in comunità condivide questi aspetti centrali della propria personalità con il formatore/formatrice, rettore, accompagnatore spirituale, perchè neppure lui o lei ne è a conoscenza! E se ne è a conoscenza non ne ha il coraggio. Mi permetto un’altra riflessione sul discernimento: non è raro che la comprensione del proprio orientamento omosessuale – che, diciamolo pure, rimane difficile ancora oggi da esplicitare in famiglia, con gli amici e da vivere apertamente – possa creare una motivazione inconsapevole verso una scelta sacerdotale e di vita consacrata. Perchè è un percorso che offre una chance di gestire la propria affettività/sessualità in modo valido, anzi “meritevole” e contenuto. Se non conosco bene me stesso, posso fare scelte sbagliate, che non mi aiutano a diventare un uomo o una donna migliore, e possono creare danni ad altri, come si diceva. Mettiamo, invece, la migliore delle ipotesi per cui la persona abbia chiaro ed espliciti fin dall’inizio il proprio orientamento omosessuale, rendendosi quindi disponibile a un accompagnamento sincero e autentico. In entrambi i casi – se la persona in vocazione esplicita fin dall’inizio di avere un orientamento omosessuale oppure lo scopre successivamente – come si regola la comunità?
  1. La accetta, se sì a quali condizioni? La manda via?
  2. Gli altri membri devono saperlo?
  Rispondo, sapendo di non trovare assolutamente pareri unanimi, che non c’è una ragione a priori per cui la persona non dovrebbe essere accolta, o dovrebbe essere allontanata tout court. Tuttavia la persona con orientamento omosessuale dovrà essere accompagnata con particolare attenzione, perchè la fatica per lui/per lei è maggiore in quanto vive in un contesto con continui stimoli affettivi e sessuali. In casa è circondato/a prevalentemente da persone dello stesso sesso. Dunque nessuna ingenuità: le sfide del vivere insieme sono enormi, e una persona omosessuale che voglia seguire Cristo all’interno di una realtà carismatica potrà farlo solo se arriva ad una consapevolezza sincera di sè e accetta di essere affiancata seriamente. D’altro canto formatori/formatrici, superiori/e, rettori, devono essere sempre più competenti per essere in grado di aiutare in modo serio, accogliente il fratello, la sorella a lui affidato ed eventualmente trovare con lui/lei una strada alternativa. Ripeto, però, che non dovrebbe essere l’orientamento sessuale in se stesso ad essere la questione dirimente. Bisogna valutare caso per caso, in funzione anche dell’ambiente comunitario e del compito pastorale (ne parleremo la prossima volta). Alla seconda domanda rispondo che le comunità non sono sempre pronte ad un’accoglienza non giudicante verso le persone omosessuali, anche per tutta una serie di pregiudizi, o per motivazioni sociali e/o culturali. C’è sospetto, c’è timore, talvolta rifiuto incondizionato, quasi istintivo. Quindi credo che il fratello o la sorella che vogliano aprirsi con gli altri membri debbano essere consapevoli che si potrebbero trovare davanti a risposte diverse, rifiuto compreso. Ecco perchè è fondamentale che questi temi vengano affrontati per tempo, in modo concreto e non solo eccezionalmente nella vita comunitaria: bisogna imparare a parlarne senza scandalizzarsi e senza assumere posizioni rigide, ma dialogando, discutendo, in modo da non trovarsi impreparati di fronte a queste situazioni che rischiano di ferire chi decide di esporsi e parlare di sé. Concludo, l’ideale a mio parere è:
  • da parte della persona omosessuale, l’apertura franca e autentica di sè, innanzitutto verso chi accompagna il percorso vocazionale. Dove c’è apertura entra la luce e si può crescere;
  • da parte delle comunità, il coraggio di riflettere apertamente su questi temi, per non essere ambigue o impreparate, decidendo insieme come regolarsi di fronte a un membro omosessuale. La comunità, ovviamente, può ritenere che non si sente pronta ad accoglierlo o mantenerlo all’interno. Bene che sia chiara su questo.
Rimane “scoperta” la dimensione apostolica di cui avremo modo di parlare nella prossima puntata della rubrica.
Vita in comune

Omosessualità e vocazione

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So che è un tema particolarmente delicato che non può essere compreso in poche battute, ma vorrei avere delle piste di riflessione, dal punto di vista psicologico, in merito all'inserimento di persone omosessuali in seminario o in comunità. Un formatore di seminario


Condivido pienamente che sia un tema delicato che richiede la massima onestà morale ed intellettuale per non assumere posizioni ingenue o liquide, secondo il trend del momento. Parlarne in un breve spazio è riduttivo e io stessa so che non è pensabile affrontare la complessità dell’argomento senza riduzionismi maldestri, anzi qualora ciò accadesse mi scuso in anticipo. Perciò Le propongo di parlarne attraverso più puntate della rubrica, precisando fin d’ora che questi articoli sono da leggere insieme, per non frammentare il discorso e ridurne la complessità. Questo primo articolo sarà uno sguardo generale, molto importante. Nella puntata successiva, considererò nel concreto se e come e quando è possibile l’inserimento di persone con orientamento omosessuale in una comunità. Questo inserimento non è scontato e non è un processo lineare, in quanto chiama in causa molteplici livelli, affettivi, relazionali e di convivenza sana – vedi i diversi interventi prudenziali del Papa e dei documenti ufficiali – che cercheremo di affrontare camminando insieme con la Chiesa. Quindi attenzione a non sbriciolare il tema con slogan che esulano da qualunque intenzione di fondo. Chi entra in seminario o in una realtà carismatica ha intuito di poter corrispondere al Vangelo facendo dono della propria vita in una scelta profondamente impegnativa. Non lo è meno la vita in coppia e genitoriale, ma al sacerdote, al consacrato/a è richiesta una maturità umana “particolare”. Ci tengo a spiegarmi al meglio: le persone con una vocazione (cioè risposta ad una chiamata) al sacerdozio o alla vita consacrata non devono essere persone stra-ordinarie, con qualità di eccellenza, ma persone che abbiano la struttura umana necessaria ad affrontare impegni specifici. Ad esempio:
  1. il vivere insieme ad altri che non sono stati scelti;
  2. l’avere spazi personali ridotti (si pensi alla vita del futuro sacerdote o ad un consacrato che viva in comunità);
  3. un’autonomia che sarà sempre condivisa con i responsabili: vescovo, superiori, confratelli, popolo di Dio...
  4. impegni apostolici di grande responsabilità morale;
  5. e, certamente non ultimo, che siano “capaci” di sostenere per tutta la vita una scelta celibataria/di castità.
In cosa consiste concretamente questa capacità, avendo appena detto che non si tratta di avere superpoteri? Credo che si potrebbe esprimere nei termini della maturità psico-affettiva, tanto cara al nostro papa, la quale, sul piano dei progetti di vita, consiste nel «perseguire obiettivi esistenziali coerenti e significativi sia nel breve sia nel lungo periodo». Non sono parole mie, ma di un Manuale condiviso dalla Comunità scientifica internazionale, (DSM-5, sez. III), che propone una sorta di tabella sul “funzionamento ottimale della personalità”. In altre parole (questa volta mie): una griglia dove vengono indicati gli aspetti che delineano la maturità ottimale. Tra questi, c’è proprio la capacità di perseguire con coerenza un obiettivo di vita, oggi, domani e sempre. Allora se l’obiettivo è il seguire Cristo facendo dono della propria sessualità/genitalità – un impegno di altissimo livello! – il cammino di accompagnamento deve sì considerare l’aspetto sessuale, che però si inserisce nel quadro della persona matura, a prescindere dal suo orientamento che da solo è poco indicativo di “come sia” la persona. Qui bisogna essere coraggiosamente chiari. Valutare la maturità vuol dire, concretamente: se la persona, nel tempo, diventa sempre più capace di coerenza, sviluppa sempre di più il senso di appartenenza alla realtà scelta, diventa sempre più armoniosa nelle sue diverse dimensioni cognitive, affettive, comportamentali. Non c’è solo l’aspetto strettamente fisico che, fuori di dubbio, è assai importante. Pornografia in rete, relazioni morbose all’interno della comunità, crisi di gelosia, attaccamento al potere e al denaro, elevata conflittualità, scarsa generosità, gestione degli impulsi instabile (rabbia, sesso agìto)... sono tutti segnali che rimandano ad aree di immaturità affettiva più o meno gravi, a prescindere dall’orientamento. L’impegno ad amare Cristo in modo totalitario, fedele, unificato nel corpo e nella mente, vale per chiunque inizi un processo vocazionale. L’orientamento sessuale in se stesso, quindi, è scarsamente indicativo della maturità personale. Non dice se quel ragazzo, quella ragazza, quell’uomo, quella donna sia in grado di sostenere, non solo nell’oggi, ma anche nel domani, la solitudine, l’assenza di un partner esclusivo, la gestione degli impulsi e tutto il resto che la vocazione richiede. E neppure se nella scelta vocazionale la persona sta cercando un rifugio o una fuga dalle sfide del vivere senza una realtà istituzionale che lo “protegga”. Dunque, l’orientamento sessuale è uno degli aspetti che fanno parte dell’identità, dell’affettività e della sessualità della persona, e in quanto tale innanzitutto va portato a consapevolezza: intraprendere un percorso vocazionale richiede una buona conoscenza di se stessi, in modo che la sessualità possa diventare “oggetto” di crescita, perché obiettivo è l’appartenenza totale a Cristo, anche attraverso il proprio corpo. Mi sembra un punto importante. Quanto più ci si conoscee questo può accadere solo se ci si apre con fiducia a formatori, accompagnatori, persone competenti – tanto più si matura in modo autentico, sia nell’identità che nella propria vocazione. Non è pensabile camminare da soli, o gestire per conto proprio il mondo interiore supponendo di “conoscersi abbastanza”, con il “fai-da-te”. Mai. Si può crescere, certo: ciò che era immaturo ieri, può migliorare, ma questo necessita un’apertura e un accompagnamento vocazionale competente, serio ed autentico. Il formatore deve essere preparato a questo ruolo, non spaventarsi, essere disponibile ad accogliere la complessità umana, soprattutto odierna. Questa capacità favorisce l’apertura sincera dei/delle giovani. D’altra parte chi è in formazione dovrebbe avere il coraggio e l’onestà di confrontare desideri e bisogni, senza timore che ciò comprometta il cammino formativo (sperando che sia così veramente), ma anche aperto ad accettare l’eventuale consiglio che altrove la sua realizzazione troverebbe condizioni più adeguate. Concludo: sottovalutare la dimensione fisico-sessuale in una scelta vocazionale è ingenuo perché è un aspetto centrale dell’essere umano, per cui va “educato” e affiancato, ma di questo torneremo a parlare. Tuttavia maturare – che è poi imparare ad amare e fare dono integrale di sé – è un processo esigente, impegnativo sul piano spirituale e psicologico, che non può essere ridotto a un’unica dimensione.  
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