L'esperto risponde / Società, Famiglia

Chiara D’Urbano

Psicologa e Psicoterapeuta EMDR, Consultore del Dicastero per il Clero, Perito della Rota Romana e dei Tribunali del Vicariato di Roma, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna. Con l’editrice Città Nuova ho pubblicato tre libri: La pietra della follia, Per sempre o finché dura e Percorsi vocazionali e omosessualità.

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Vita in comune

In comunità siamo una famiglia?

Giorni fa ho richiamato un giovane che, durante un momento di gruppo, ha espresso alcuni sentimenti personali. Il mio richiamo è nato dalla preoccupazione che fratelli più anziani e maturità diverse avrebbero potuto travisare quell’espressione di sé. E infatti, dopo pochi giorni, qualche fratello è venuto a discutere con me non avendo capito cosa Marco [nome di fantasia] volesse dire. Torna, allora, un nostro “campo di battaglia” sull’essere gruppo: cosa significhi e quali sono le accortezze da mantenere. Un formatore

 

Non è nuovo per questa rubrica l’argomento famiglia e fraternità. Tema affascinante e significativo. Bellissima categoria antropologica il “siamo famiglia” ma chiederei innanzitutto “quale famiglia”: tra ieri e oggi ci sono state talmente tante trasformazioni che l’assetto domestico ha cambiato volto nell’ultimo decennio, e si fatica un po’ a delineare un quadro familiare standard. Si sono accorciate le distanze genitori-figli, piuttosto amici che educatori i primi verso la prole, il lavoro con i suoi ritmi ha reso la presenza in casa da parte di padri e madri ridotta al minimo, l’ingresso della tecnologia ha aperto varchi enormi nelle giornate anche dei più piccoli, con tutta una serie di conseguenze sulla dimensione relazionale e sessuale. Se ne parla molto già da tempo e questi sono solo rapidi cenni.

La vita comunitaria dove si colloca? È necessario utilizzare la categoria famiglia secondo alcune coordinate di riferimento, perché la chiarezza chiama in causa il modo di comunicare tra i membri, lo stile di vita insieme, il rapporto di chi è chiamato a governare con gli altri membri, l’apertura di sé con i fratelli e le sorelle di comunità.

Le esperienza soggettive nelle realtà di origine sono le più diverse è chiaro, tuttavia la vita fraterna nei processi vocazionali ha bisogno di riferimenti propri che aiutano ad evitare confusioni nei rapporti interpersonali.

Questa volta proverò a condividere qualche considerazione esperienziale per punti sintetici, che non possiamo approfondire singolarmente. Chiedo scusa se propongo temi noti a chi vive direttamente una vocazione comunitaria, è solo una strada per dare voce a riflessioni che nascono dall’affiancare storie concrete di vita.

  • I ruoli sono temporanei: non si è responsabili o formatori a vita, non ci sono genitori/figli, mamma/papà. I compiti che si ricevono in comunità o nell’Istituto hanno una durata temporanea e funzionale allo svolgimento di un servizio, per il bene dei fratelli e delle sorelle. Gli incarichi, però, ruotano e chi è oggi superiore, domani lascia quell’impegno e ne assume un altro. Di fatto il piano è paritario e di reciproco dono. Una grande benedizione per la vita in comune questa rotazione che evita l’appropriazione di un “titolo” e la tendenza naturale a viverlo come “mio per sempre”.

 

  • L’ambiente comunitario è familiare purché si declini questo termine tenendo conto che a stare insieme sono persone che talvolta non si conoscono, perché magari trasferiti da un’altra sede. In ogni caso, anche laddove la comunità fosse stanziale: le età, i percorsi di vita, le storie personali e le provenienze geografiche sono molto diverse. Quanta delicatezza è richiesta per un assetto simile! L’idea di “appartenersi” l’un l’altro (“altrimenti che comunità saremmo”) quasi mi spaventa: la vocazione non avviene come gruppo. La coppia si sceglie, si dona e si appartiene reciprocamente (ma anche qui bisognerebbe declinare meglio l’appartenenza); i membri di comunità, invece, hanno una fisionomia differente, che rischia altrimenti espressioni fusionali molto pericolose e malsane. È sempre Dio all’origine di ogni vocazione, tuttavia nessuna vocazione può esattamente conformarsi ad un’altra. L’apertura che un coniuge ha con il partner, ad esempio, non può essere l’icona di riferimento per immaginare che Carlo debba aprirsi con Mario, Francesca debba raccontare ogni dettaglio di sé a Paola.

 

Durante i pasti, in casa – per fare un altro esempio – talvolta si affrontano argomenti delicati che riguardano questioni interne di famiglia, ma di solito si presta una maggiore attenzione rispetto ai contenuti qualora ci fossero persone non del nucleo più stretto. Crescere insieme e conoscersi da anni, come accade nella famiglia naturale, orienta il modo di stare insieme e di comunicare, di conseguenza anche la conversazione domestica si modella prestando una cura di riservatezza.

In comunità, mentre si è a tavola, si potrebbe parlare del lavoro, della giornata, di “come è andata oggi” (cosa che purtroppo non sempre avviene), ma sarebbe meno opportuno scendere in questioni private in uno spazio di per sé non deputato alle “confessioni”. Schiacciare, quindi, la comprensione della fraternità su un’apertura incondizionata, “tutto a tutti” e aspetti simili porta a disordine.

Ci sono luoghi, spazi e modalità di condivisione, che dovrebbero rispettare la conformazione di quello specifico gruppo. Non ha senso ragionare in astratto.

  • Si è fratelli e sorelle, ma la fonte di tale legame dà l’impronta al modo di esprimere la relazione fraterna. Il linguaggio. Il decoro personale. La postura corporea. Potrebbero essere titoli per altrettante riflessioni sullo stile di un ambiente vocazionale. I giovani che entrano in quell’ambiente quale clima trovano? È vero che lo spazio non “costruisce” la persona, ma di certo la condiziona, la educa, la bellezza attiva bellezza, il tono di voce ispira emulazione nel tono di voce, un abbigliamento decoroso favorisce una dignità corporea. Potremmo andare avanti ancora con l’elenco.

 

È forse un galateo la vita fraterna? Attenzione – mi si permetta – a non travisare delle accortezze che custodiscono lo stare insieme tra persone non selezionate l’una con l’altra, a delle forzature relazionali e ambientali.

Per concludere. Partecipare a tutti che “ho iniziato una psicoterapia”, “mi sono innamorato e sto vivendo un momento difficile”, “quando ero piccolo sono stato abusato”, “ho capito di essere omosessuale”, “Giulia, la mia consorella, non mi piace come si comporta”, “che razza di responsabile ci hanno dato”… e affini, cioè ogni nota personale, intima, per sua natura delicata, deve trovare interlocutori pensati, decisi non sull’onda emotiva o di un astratto concetto di “famiglia”, ma di una riflessione seria e orientata al bene comune.

Spontaneità e autenticità sono costrutti ben diversi.

Ambienti attenti e curati, nel senso delineato finora, rispettosi della dignità di una vocazione umano-trascendente, che non scadono perdendo di vista quanto esigente e bella sia una chiamata sacerdotale o religiosa, fanno la qualità di un contesto comunitario.

L’umanità del singolo così non viene mortificata, anzi, credo sia custodita al meglio dall’impegno personale di ciascuno e da un contesto che riflette su se stesso e sul clima che respira chi arriva e si ferma lì.

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Vita in comune

Donna e consacrata

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Ho letto con interesse le puntate della sua rubrica sui problemi dei seminari e della vita sacerdotale. Potrebbe spendere qualche parola anche sulla non sempre bella situazione femminile nei conventi? Faccio riferimento in particolare all’intervista al card. Joao uscita qualche mese fa nell’inserto Donne Chiesa Mondo dell’Osservatore Romano. Grazie. Una religiosa


In parte mi ritrovo nelle osservazioni sulla realtà comunitaria femminile, tuttavia credo che oggi siamo a una svolta epocale. Quando incontro consacrate italiane, africane, brasiliane, polacche, argentine, messicane… – e non parlo solo delle giovani – rimango sorpresa dalla libertà che hanno di individuare le vulnerabilità di un sistema che talvolta mostra segni di stanchezza eccessiva. Sr. Fulvia Sieni, Abbadessa delle Monache Agostinane dei Santi Quattro Coronati a Roma, col suo sguardo lucido e onesto mi pare concordi su questo aspetto di franchezza. Sr. Fulvia: «La vita religiosa femminile ha più consapevolezza delle proprie vulnerabilità di quanto si creda; non rimango mai sorpresa dalla lucidità che emerge sempre nelle conversazioni con donne consacrate (ma potrei dire lo stesso di dialoghi con donne sposate, madri o comunque con donne…) nel mettere a fuoco il problema o i nodi principali che, intrecciando diverse problematiche, rendono a volte complessa la realtà comunitaria (familiare o lavorativa). La vera e deludente sorpresa mi raggiunge quando, con la medesima lucidità, mi viene confidato il malessere di avere segnalato a chi di dovere (a volte fino al Vescovo) le difficoltà e di non aver trovato interesse, ascolto, sostegno, cura e solitamente è qui che sta la sorgente di ogni stanchezza nella vita religiosa». Ha ragione, posso immaginare situazioni come quelle che lei descrive di non ascolto, tuttavia mi permetto di insistere che a chi inizia un percorso vocazionale è comunque importante offrire strumenti per stare in piedi, per acquisire una coscienza adulta di sé e delle proprie capacità di amare. Le parole faticano ad esprimere quanto vorrei sottolineare: se non si favorisce “l’adultità” dei consacrati, qui stiamo parlando del mondo femminile in particolare, la vita religiosa rischia di scendere di livello. La realtà comunitaria è per adulti, e questo richiede una serie di caratteristiche da acquisire e mantenere, perché, altrimenti, lo stadio dei membri rimane quello infantile/adolescenziale e sarebbe uno spreco. Inoltre, credo che la parte maschile abbia la sua porzione di responsabilità: non di rado, infatti, ho sentito accompagnatori spirituali chiedere a una comunità di consacrate di prendere quella giovane, che ha serie difficoltà, perché "altrimenti dove andrebbe?". Sr. Fulvia: «Infatti. È necessario avviare processi di conversione e di cambiamento, ma questi devono essere accompagnati e devono coinvolgere tutta la mentalità della Chiesa, in particolare riguardo alle suore. Le abbiamo volute per anni nelle lavanderie dei Seminari, nelle sacrestie dei santuari, nelle cucine dei monsignori e, purtroppo, molte sono ancora là. Quando papa Francesco parla di «tratta» a me vengono in mente anche questo tipo di servizi: le chiamiamo “suorine”, “sposine di Cristo”, “monachelle”… ora improvvisamente le vogliamo formatrici e psicologhe, superiore e canoniste, econome e commercialiste. Ciò che oggi viene denunciato, per anni è stato avallato. Non è questo l’aiuto di cui c’è bisogno. Conosco molte consacrate che dopo aver lavorato duramente e molto tutto il giorno, pregato con impegno e partecipato alle attività della comunità cui appartengono, trascorrono ore della notte a studiare per poi riprendere il lavoro il giorno dopo. Conosco molti sacerdoti, invece, che risiedono in collegi che sono quasi alberghi di lusso, la cui retta è pagata dalla diocesi di appartenenza, le cui stanze sono spesso tenute in ordine da quelle sorelle che poi studieranno la notte, che dedicano il loro tempo a studiare, allo sport, alle mostre o al cinema. Sacerdoti che, se invitati a celebrare l’Eucarestia in qualche comunità religiosa, sperano di non dover fare l’omelia. Non ho mai sentito nessuno chiamare uno di loro “pretino”, “sacerdotello”, “amichetto di Cristo”… ed è ben giusto, sarebbe un’aberrazione, come di fatto lo è per le consacrate». Sono d’accordo. Riferirsi alle donne con espressioni puerili non rende ragione, né merito a un’identità, quella femminile, che ha un suo specifico anche in ambito vocazionale. Forse, allora, va ripensata la comprensione del vivere insieme in un ambiente femminile, sia perché rimane uno scarto innegabile rispetto agli spazi di libertà di cui godono quelle maschili, sia perché – almeno dal mio punto di osservazione – ho talvolta la percezione che manchi proprio una chiarezza in merito a cosa voglia dire essere comunità. Con sguardo femminile esterno, direi che le comunità di donne a volte vivono ancora errori di comprensione per cui “insieme” vuol dire “tutti uguali”, un pensiero unico con scarsi spazi di autonomia e un’unica mente pensante. Mentre, invece, è sano e direi vitale quel margine per essere se stessi perché un ambiente non diventi un contesto regressivo, che rende simbiotici. È chiaro che in questi casi c’è un rischio altissimo di alimentare il narcisismo. Perciò la riflessione deve contemplare: crescita adulta e senso di fraternità, una diade inscindibile. Sr. Fulvia: «Pur non volendo rinnegare secoli e secoli di tradizione nella vita religiosa, mi trovo semplicemente ad osservare che l’aver importato il modello gerarchico maschile nella vita religiosa femminile non ha fatto bene a quest’ultima. Perché le donne hanno in loro un’indole più collaborativa rispetto agli uomini che, mi permetto di dire, hanno bisogno di un leader, quanto meno dal punto di vista organizzativo, che assegni loro ruoli e compiti. Certamente anche nelle comunità religiose femminili serve un’organizzazione, delle responsabilità chiare e gestite, ma la famosa sinodalità, così proclamata nella Chiesa, la vedo già molto praticata tra le donne consacrate in modo concreto, semplice e senza troppo clamore. Sento di poter dire, vivendo con molte donne, che la corresponsabilità ci è con-naturale, va certamente educata ma nasce con l’appartenenza, il sentirsi a casa, il sapersi parte di un corpo del quale ci si vuole prendere cura proprio perché nostro. Mentre gli uomini mi sembrano, potrei sbagliare, più attenti a ruoli, compiti e posizioni. Comunque, l’inevitabile sta finalmente accadendo: l’uomo senza la donna non si comprende, né nel corpo nelle sue meravigliose caratteristiche creaturali, né nel modo di pensare e di agire, né nella sua vocazione». Da parte mia, come psicologa che vuol molto bene alla vita consacrata, la stima, e da essa ha ricevuto e riceve tanto bene, rimane doloroso constatare che gli abusi in ambito femminile sono molto reali. Talvolta se ne parla in toni esasperati, ma non si può fare a meno di osservare che in alcuni contesti (maschili e femminili) il potere non sia un servizio, ma un privilegio. È umano. Nulla di cui scandalizzarsi, però tra donne le dinamiche possono rimanere silenti e diverse sorelle possono soffrirne senza essere in grado di poterlo esprimere. Perciò senza drammatizzare o fare la parte delle vittime (anche perché qui la violenza è da donna a donna), ritengo che se ne debba parlare cercando di accostare con affetto, delicatezza, ma anche fermezza quelle situazioni che ad oggi rimangono inique, anche in ambito vocazionale. Sr. Fulvia: «Il tema degli abusi è molto delicato e parlarne in modo sbagliato o approssimativo può amplificare il dolore. Generalizzare, si sa, non è mai un buon approccio per affrontare i problemi; mi amareggiano alcune considerazioni che vorrebbero essere di denuncia, ma che di fatto producono solo sospetto e discredito verso la vita religiosa femminile che è invece molto preziosa, ma purtroppo vittima di sciocchi pregiudizi soprattutto qui, nel mondo occidentale. Forse quell’attaccamento al ruolo e alla posizione di quelle superiore maggiori burbere che non cedono il passo, di quelle econome che diventano padrone e perdono il senso del servizio dovrebbe interpellarci tutti. È innaturale che una donna, una madre, si comporti da matrigna (nell’accezione negativa): una madre sempre preferisce la vita dei figli; se così non è bisogna aver cura di lei, sta soffrendo, c’è qualcosa che non va ed è qualcosa di profondo e doloroso. Qualunque sia la forma della sua vocazione, ogni donna porta in sé una chiamata originaria alla fecondità e alla cura della vita; quando questo non accade dobbiamo domandarci cosa abbia mortificato e mortifichi la sua maternità. Cosa le impedisce di far crescere le sue figlie amandole?».
Vita in comune

Testimoniare la fraternità sacerdotale

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È facile parlare di fraternità sacerdotale in via teorica, ma in pratica come si fa? La vedo molto difficile...


Negli ultimi due numeri di questa rubrica abbiamo riflettuto con don Marco Vitale sul rinnovamento della formazione sacerdotale, insistendo sull’aspetto di fraternità che sarebbe auspicabile anche per i sacerdoti diocesani, aspetto da imparare a costruire fin dagli anni di seminario. Ora, invece, entriamo in un’esperienza viva di fraternità sacerdotale con don Emilio Rocchi, il quale può intanto dirci due parole su “chi è”. «Dall’ordinazione presbiterale in poi ho svolto diversi incarichi, uno più bello e sfidante dell’altro: viceparroco, insegnante di religione cattolica nella scuola (media e classico paritario) e di teologia dogmatica nell’Istituto Teologico Marchigiano, aiutante di studio della Segreteria generale della CEI, rettore del seminario diocesano, parroco, segretario della Commissione presbiterale Italiana… e, pur variando incarichi e luoghi di servizio pastorale, ho scelto di vivere sempre con altri preti, secondo la spiritualità focolarina».   È possibile, quindi, non è utopico che ci siano fraternità di sacerdoti, ciascuno con i propri impegni, senza, per questo, «snaturare» la vocazione sacerdotale? «A mio avviso sarebbe auspicabile, per tutta una serie di motivi, uno più importante dell’altro. Infatti, la vita comune offre tante possibilità di superare la cultura individualista, la quale apparentemente rende più liberi, ma in pratica più autoreferenziali e questo pone seri rischi a coloro che sarebbero chiamati a camminare in una Chiesa sinodale. Purtroppo il vivere insieme tra sacerdoti non è una realtà diffusa, mentre invece offre la possibilità (quando funziona) di accorgersi dei disagi altrui e propri e cercarne una soluzione. Ti costringe a farti carico di qualcuno e di fare il primo passo, rischiando anche la correzione fraterna.   Ha detto una cosa molto interessante: come sempre nelle esperienze umane, non è detto che l’esperienza – in questo caso il vivere insieme – “di per sé” sia garanzia di un atteggiamento di maggiore autoconsapevolezza, né di maggiore attenzione e cura all’altro. «Però la vita comune dà almeno la possibilità di maturare nella capacità di sapersi relazionare con tutti e di rapportarsi in modo adeguato con chi la pensa diversamente da noi. Infatti, siccome ciascuno è unico e irripetibile, quando si vive insieme si ha l’occasione di allenarsi in modo concreto a camminare e a fermarsi (quando necessario) insieme. Offre l’opportunità di vivere il “rinnegarsi” evangelico (senza fuggirne la fatica) e di sperimentare la fecondità apostolica del vivere il Comandamento nuovo di Gesù, rivolto prima di tutto agli apostoli, che è la legge fondamentale della Chiesa (cf. Lumen gentium 9)».   Mi permetto di insistere perché è preziosa l’esperienza che lei sta narrando: concretamente cosa condividete e come avete pensato l’organizzazione della giornata? Per gli uomini mi pare meno scontato il mettersi insieme per realizzare una vita in comune, non solo concentrata sugli impegni pastorali o lavorativi. Provocatoriamente potrei immaginare un luogo abitativo tutto al maschile, dove in effetti ciascuno va avanti secondo le proprie attività e rientra solo per mangiare e dormire. «La vita comune si differenzia molto a seconda del numero e dell’età dei preti. Nell’esperienza più recente in ordine di tempo, ero con altri 3 preti anziani, due dei quali parroci emeriti (il più anziano, malato di Parkinson, l’altro che avevo sostituito al compimento dei 75 anni, malato di Alzheimer). In questo caso non mancavano tensioni, giunte al culmine quando il prete più anziano mi disse con grande chiarezza: “Ciò che è importante per te, non lo è per me. E ciò che è importante per me, non lo è per te”. Grazie a ciò, ho scelto di vedere situazioni e persone non accontentandomi più solo della mia prospettiva. Ho visto che il cercare di avere come prioritario il vivere l’amore evangelico, tendendo a praticare per quanto possibile il Comandamento Nuovo di Gesù, è decisivo per la pastorale. La vita fraterna, con le stesse difficoltà che sperimentano – e capiscono – tante famiglie, rende credibile l’omelia, come le riflessioni proposte ai diversi incontri con gli adulti e i genitori. L’azione pastorale staccata da questa testimonianza, o non maturata dall’amore al fratello (che è gioia e penitenza), mi sembra poco incisiva e rispondente alle sfide di molti battezzati. In questa comunità presbiterale si condivideva la celebrazione eucaristica in genere e, in qualche caso, la Liturgia delle Ore con alcuni. In altre comunità invece c’era un ritmo di preghiera condiviso: Liturgia delle Ore, Meditazione, un incontro settimanale per raccontarsi come ci si impegnava a vivere la Parola di Dio, una condivisione anche di beni materiali così da crescere nell’autentica fraternità, che si vedeva anche nel condividere i pasti e nel sistemare la casa e la cucina… Qualche gita secondo esigenze e possibilità di ciascuno. Festeggiare compleanni e anniversari di ordinazione»   Grazie, mi sembra importante quello che ha detto e cioè che i ritmi di ogni realtà fraterna si possono modulare a seconda delle esigenze, e non devono essere pensati in modo rigido, come talvolta accade. Venendo, invece, alle questioni spinose: quali sono le difficoltà maggiori in un’esperienza tra persone che non hanno scelto “per vocazione” la vita fraterna? «Ci sono diverse fatiche che si sperimentano sia dentro le persone – la fatica a relazionarsi superando e integrando i normali e necessari conflitti della prossimità – che tra le persone: “leggere” e interpretare in modo diverso le situazioni, le differenti priorità e i modi di organizzare la giornata. Uno dei motivi, a mio avviso, che rende faticosa la vita fraterna tra preti è che oltre alla famiglia naturale l’unico modello che molti preti hanno avuto è quello del Seminario. Lì però, in genere, c’è una certa “gerarchia”, esiste chi dà indicazioni e chi le ascolta e le attua, più o meno volentieri. Una volta divenuti preti, non pochi rifiutano questo “modello”, ma mancando di una formazione specifica non riescono a vivere da uguali e distinti. Si corre il rischio di non essere sufficientemente impegnati a edificare una “vita interna” attenta alle diverse sfaccettature di una vita fraterna che va dalla condivisione alla comunicazione, che tocca la pastorale e la cura della salute, per sé e per chi vive accanto a noi… Un ulteriore elemento è la difficoltà che sorge quando qualcuno lascia intendere che il proprio modo di fare è il migliore e non accetta come positiva la diversità. E questa mentalità non può non avere conseguenze (gravi) nel modo di proporre e accompagnare le iniziative pastorali. Si fa fatica a valorizzare i carismi e ministeri altrui e si tende a privilegiare (se non imporre) i propri modi di vedere e di fare!»   Mi pare un’enorme sfida anti-narcisistica: non vedere se stessi come «i modelli». A questo punto secondo Lei, avendo in mente la situazione delle diocesi italiane, dove i sacerdoti sono pochi e oberati di impegni pastorali e spesso molto distanti l’uno dall’altro, si possono realisticamente pensare esperienze simili a quella che Lei vive, o sono molto specifiche e legate al carisma di appartenenza? Riprendendo la riflessione di don Marco Vitale sulla preparazione remota dei giovani seminaristi ad un pensare comune, cosa servirebbe per poterle realizzare, poi, da preti? «Mi sembrerebbe una scelta strategica importante di formazione permanente e di concreta testimonianza del presbiterio diocesano, attorno e in comunione con il Vescovo. Esistono tanti casi in cui la difficoltà di spostarsi da un paese all’altro, per una precaria viabilità e per il crescere degli anni e le condizioni di salute, rendono difficile il vivere insieme dei preti. È una situazione che chiede un serio discernimento negli organismi di partecipazione. Ogni scelta è rinunciare ad altro, ma si tratta di valutare qual è il Bene nella situazione attuale? … A mio avviso è essenziale testimoniare come preti la fraternità sacerdotale e da lì far scaturire l’azione pastorale, come Gesù faceva con i discepoli: affinché stessero con lui e per andare a predicare!   Un ulteriore e decisivo aspetto, anche per il crescere dell’età, è il vivere insieme di preti giovani e anziani. E vale anche per noi presbiteri quanto papa Francesco scrive sull’importanza di giovani e anziani, che sono la speranza della Chiesa (cf. Evangelii gaudium, 108)? Eccetto condizioni di malattia di una certa gravità che chiedono quindi cure specifiche che non si possono assicurare in una casa parrocchiale, mi sembrerebbe alquanto significativo far rimanere i preti anziani dove hanno esercitato il ministero. Eppure, si fa fatica a viverlo. Avremmo bisogno, sin dagli anni del Seminario, di essere formati alla concretezza della fraternità sacerdotale. Si chiedono infatti (a tutti) virtù non comuni. La mia esperienza in questo senso, pur impegnativa, è stata preziosa perché ha trasmesso un importante insegnamento. Capisco bene che non si può assolutizzare la propria esperienza! Ritengo fondamentale però esplicitare come prima dell’efficienza (anche pastorale) esiste il criterio della testimonianza e il far vedere concretamente cosa significhi il presbiterio diocesano e cosa sia la fraternità sacerdotale. E, non da ultimo, «Le sfide esistono per essere superate» (Evangelii gaudium, 109)».
Vita in comune

Autentici in Seminario

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Ho letto la sua ultima rubrica. Può spiegare come si fa concretamente a creare questi spazi di fraternità, dove far nascere il senso comunitario tra sacerdoti?  


Don Marco Vitale, la riflessione del numero scorso ha sollecitato da parte di diversi lettori alcuni approfondimenti, che cerchiamo di rendere ancora più concreti. Partiamo dal dato positivo e incoraggiante che diversi vescovi sono aperti e desiderosi di rendere sempre più efficace l’ambiente formativo del seminario, e si avvalgono di figure interne ed esterne per rendere dinamica e responsabilizzante la formazione. Sulla stessa linea oggi molti formatori e rettori hanno acquisito competenze raffinate rispetto alla dimensione umana della persona, per cui sanno cogliere eventuali fragilità, e quando occorra proporre al giovane un accompagnamento più personalizzato. Insomma non siamo all’anno zero. Tuttavia credo che ci sia da considerare “il clima” che il giovane respira in seminario, o meglio cosa il seminario “abbia in mente” riguardo a chi è in cammino. Torniamo alla dimensione fraterna: come Lei ha detto il seminario è una grande opportunità di gruppo, ma di fatto viene spesso vissuto come un albergo. Tento con occhio femminile di immaginare se non potrebbero essere ripensati alcuni spazi che sono anche luoghi di crescita, ad esempio tornare alle camere condivise. So che questo oggi attiva delle paure enormi, ma un ventenne che si allena a fare i conti con un altro rispetto alle proprie abitudini e comodità, può essere conosciuto anche attraverso queste dimensioni micro-comunitarie. Altrimenti in seminario i giovani trovano più comodità di quelle che lasciano a casa, e meno fratelli di quelli che avevano in famiglia. «Per semplificare il ragionamento, accolgo come verificata l’ipotesi che oggi i seminari offrano una proposta ecclesiale e formativa di eccellenza. Mi sembra estremamente interessante la duplice questione: quale aria respira un giovane in seminario? Cosa ha in mente il seminario sul seminarista? Il giovane, in seminario, nella stragrande maggioranza dei casi non può che respirare l’aria che vi trova! E a volte l’aria non è oggettivamente salubre. Cosa il seminario abbia in mente sul seminarista è ancora più complesso perché è un mix tra le idee del vescovo (o dei vescovi nei casi dei seminari regionali), del rettore, del vicerettore, dei formatori, dei padri spirituali… Sarebbero utili idee chiare ma di certo questo tempo è per la Chiesa un tempo di fragilità, di trasformazione, ma anche di potenziali risorse e tutto questo non può che rispecchiarsi nella formazione remota e permanente del clero. A solo modo di esempio, credo sia sufficiente ricordare che a distanza di quattro anni dalla pubblicazione della Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis la Chiesa italiana non ha ancora pubblicato una recezione ufficiale a livello di Chiesa nazionale, mostrando tutta la fatica dell’episcopato italiano ad indicare delle direzioni chiare e condivise. Sull’ipotesi delle camere condivise, personalmente non sono d’accordo per diversi motivi. Innanzitutto, perché sarebbe una situazione totalmente artificiale rispetto alla prospettiva di vita del futuro prete e, a volte, anche alle abitudini di vita del giovane in famiglia. Inoltre, è essenziale aiutare il giovane che entra in seminario a comprendere che non diventa né orfano né figlio unico: quando in casa si condivide la camera da letto lo si fa con il fratello o con la sorella mentre i compagni di seminario sono altro! È importante che il seminarista venga aiutato ad avere un cuore aperto ma anche con dei confini e, lo spazio della propria camera, credo sia un buono “spazio” di esercizio quotidiano. Sarebbe però importante che in alcune occasioni particolari, per esempio un tempo di vacanza, si proponesse ai seminaristi la possibilità di dormire in camere comuni. Questo aiuterebbe a lavorare sulla capacità di adattamento dei futuri sacerdoti. Credo che in seminario esistano servizi concreti estremamente validi per sondare un giovane: la cucina, la pulizia degli spazi comuni, la portineria: in questi ambiti è difficile nascondersi e non suscitare reazioni davanti a comportamenti irresponsabili».   Mi viene in mente un altro aspetto che potrebbe allenare il giovane a costruire relazioni con altri giovani e futuri sacerdoti: attivare dei tempi per le verifiche di gruppo, e non solo per quelle a tu-per-tu col formatore. Non si tratta di un capitolo delle colpe, ma di offrire strumenti che saranno utili anche nella vita pastorale: sapersi confrontare con altri preti e non viaggiare per conto proprio come se questo bastasse alla vita di un presbitero. Non mi pare siano diffusi confronti tra sacerdoti diocesani.   «Generalmente, in seminario esistono tre livelli di vita quotidiana: il seminarista, il gruppo (per esempio, la classe) e la comunità intera. Credo che sia estremamente utile, in una prospettiva formativa, creare legami a più livelli e a diverse sfumature. Il seminario non deve essere il luogo e il tempo in cui fare solo mille cose, ma anche dove avere tempo per riflettere con calma e rileggere e condividere le esperienze vissute. È importante potersi raccontare in un ambiente non giudicante, ascoltarsi reciprocamente, giungere a scelte comuni (e non sempre necessariamente condivise). I seminaristi vanno aiutati e accompagnati a vivere il passaggio dallo scegliere la cosa migliore per sé a quella migliore in sé stessa, non solo con una scelta logica ma anche con un discernimento spirituale che dovrà essere sia individuale che comunitario. Questa attenzione dovrà poi essere coltivata ed approfondita, grazie alla formazione permanente del clero, negli anni successivi all’ordinazione presbiterale».   Infine, mi pare che un altro rischio grande che lei introduce possa essere «il bravo seminarista», che sa cosa può dire e cosa non dire, e così la verità di chi sia e cosa provi interiormente rimane celata fin dopo l’ordinazione (e infatti dopo, nei primi anni di sacerdozio, a volte emergono «soprese»). Complice, talvolta, è la mancata riservatezza interna all’ambiente formativo e quindi la scarsa fiducia che il giovane costruisce verso chi lo accompagna, «e sei poi lo racconta al Rettore?». È vitale, penso, favorire l’autenticità del dono di sé, senza omologarlo secondo un modello che il seminarista apprende e al quale si adegua. Come in famiglia, una delle qualità più belle di un gruppo di crescita è lo spazio per essere se stessi, per poter esprimere ciò che si vive: paure, gioie, fatiche, debolezze, cadute, senza sconti («questo è meglio che non lo dico») né timori, per poi poterci lavorare. Senza questa opportunità preziosa tutto il processo vocazionale rimane falsato e non aiuta certo a formare un prete vero e autentico, ma solo una specie di figura artificiale. «Concordo. Personalmente ritengo che i giovani in formazione tendano ad essere estremamente compiacenti nei confronti dei loro superiori/formatori. Per limitare questa tendenza è necessario che ci siano dei formatori che siano uomini innanzitutto «risolti» sotto questo aspetto e particolarmente attenti a non sponsorizzare un modello di bravo seminarista. Non possiamo negare che esistano due questioni di fondo:
  • Rapporto tra foro esterno ed interno in seminario. In questo percorso formativo, a differenza, della formazione nella vita religiosa, sono due ambiti nettamente separati. Questa scelta offre delle garanzie indiscutibili al candidato ma a, volte, ampi margini di rischio all’Istituzione, la quale non può accedere (giustamente) al «privato del giovane» che rimane del tutto riservato e lì il seminarista magari condivide aspetti di sé cruciali o comunque molto significativi, che invece il formatore non conosce. È dunque estremamente importante il discernimento del seminario. Forse, formatori che sappiano accogliere e non giudicare troppo rapidamente facilitano l’apertura sincera dei giovani.
  • Il ruolo del prete. Fino a qualche decennio fa si tendeva a formare un leader capace di gestire parrocchie con una moltitudine di bambini, giovani e adulti e un’infinita di attività. Con tutti i limiti di questa impostazione è innegabile che questo schema funzionava. Ora chi vogliamo che sia il prete? E chi possiamo permetterci che sia? Le due domande, da porsi contemporaneamente, mettono in crisi e dunque rischiamo di creare futuri preti completamente “estranei” a ciò che andranno a vivere».
  Alla fine di questa intervista in due puntate con don Marco Vitale (che nella diocesi di Roma collabora nell’equipe della formazione permanente del clero, in particolare nell’accompagnamento umano e spirituale dei sacerdoti), raccolgo ciò su cui abbiamo riflettuto, a rapidi cenni:
  • La fraternità, anzi il fare fraternità, non arriva spontaneamente: gli anni di seminario possono preparare i preti ad acquisire questa attitudine al confronto, alla «intervisione», altrimenti non è pensabile che la improvvisino una volta fuori dalla struttura. Ad oggi ci sono ancora margini di miglioramento nelle realtà formative.
  • I formatori devono avere predisposizioni naturali di ascolto ed empatia, ma anche un’adeguata preparazione. È altissimo il rischio che formatori «irrisolti» o che non abbiano lavorato abbastanza su se stessi colludano con le dinamiche personali dei giovani, ad esempio quella della compiacenza per cui il seminarista coglie molto bene ciò che fa piacere al formatore e ci si adegua! Attenzione, da parte di chi accompagna, anche ad un ascolto non giudicante senza il quale il giovane falsa o abbellisce la narrazione di sé, e dice (o non dice) quello che l’adulto (non) vuol sentirsi dire.
  • La dimensione spirituale che don Marco richiama ci rimanda ad una scelta che è dentro una logica di fede prima che umana (semmai le due dimensioni si potessero separare), per cui, per quanto sembri scontato, è fondamentale non perdere di vista che la dimensione vocazionale, di chiamata di Dio, ha un primato su tutta la riflessione possibile e doverosa sui processi umani attraverso cui la vocazione si incarna.
Vita in comune

Un seminario meno verticale e più orizzontale

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Mi piacerebbe che entrasse un po’ più nei dettagli concreti del discorso sulla formazione dei sacerdoti. È possibile?


Nella precedente rubrica, Ripensare la formazione, ho fatto cenno all’aspetto relazionale e al costruire relazioni fraterne, dimensioni che sembrano essere carenti nella formazione in seminario e talvolta, paradossalmente, anche nell’ambiente comunitario. Qui riflettiamo a due voci con don Marco Vitale, che nella diocesi di Roma collabora nell’equipe della formazione permanente del clero,  in particolare nell’accompagnamento umano e spirituale dei sacerdoti. Con lui cerchiamo di approfondire proprio la dimensione fraterna in Seminario. Don Marco l’ambiente del seminario è uno spazio in se stesso relazionale, i giovani vivono insieme con rettore e formatore, condividono momenti di preghiera oltre che la vita ordinaria fatta di studio, pasti, tempi ricreativi, eppure una volta usciti da quell’ambiente molti, troppi sacerdoti lamentano una distanza enorme tra loro, come se appunto non ci fossero stati 5 o 6 anni di vita insieme prima. È vero, in seminario, nonostante il calo drastico delle vocazioni, si è comunque un gruppo e molte attività vengono svolte insieme. Nonostante ciò, i fatti, dimostrano che questo non è sempre sufficiente ad educare i giovani a sane ed intense relazioni. Credo che una motivazione di questa difficoltà sia costituita dal fatto che la realtà del gruppo raramente viene percepita come fondamentale: se io diventerò prete dipenderà solo dal giudizio del rettore su di me! Non si fa esperienza di un discernimento comunitario e neppure del doversi fidare degli altri o del dover ricevere fiducia dagli altri. C’è poi la questione delle ridotte relazioni che un giovane in seminario vive quotidianamente, relazioni che spesso sono relegate al solo mondo dell’università. Sarebbe utile che ogni seminarista vivesse rapporti più intensi nella parrocchia di servizio, con le famiglie che lì incontra, con i propri amici. In tutto questo è necessario guidare il seminarista a rileggere le sue relazioni sul piano cognitivo, emotivo e spirituale. Mi sembrano importanti 3 aspetti che lei sottolinea. Il primo: le relazioni non possono essere solo di tipo verticale (col rettore, col formatore, con l’autorità in genere). Il secondo, legato a questo: ci sono pochi stimoli per imparare a collaborare. Il giovane è inserito per l’apostolato in una parrocchia e lì se la vede prevalentemente col parroco che lo accoglie, per cui ancora una volta il rapporto è di un unico tipo. Infine, che non basta «fare esperienza», perché soprattutto durante la formazione iniziale è fondamentale accompagnare il seminarista a leggere, comprendere, valutare il suo modo di stare in rapporto. Cosa potrebbe essere migliorato allora? È difficile rispondere perché ogni seminario è un mondo a sé. Posso dire però, ad esempio, che diversi seminari sono ancora lontani dal coinvolgere nella formazione i laici (ed in particolare il mondo femminile), o dal favorire reciproche relazioni di fiducia tra i seminaristi. Il discernimento è molto sbilanciato sulla persona e poco sulla capacità e la modalità di stare in gruppo. A partire da quello che ha appena detto, è possibile che le derive o gli abbandoni dei sacerdoti, magari proprio nei primi anni di ministero, possano venire da una formazione che ha un’impronta prevalentemente individualista? Non credo che esista un legame diretto tra formazione individualista e abbandono del ministero, piuttosto credo che una formazione molto concentrata sul singolo in quanto tale (attenzione necessaria, ma non sufficiente), non aiuti a riconoscere, accogliere e affrontare fragilità preesistenti nel candidato sul piano interpersonale. Queste ultime, proprio perché non riconosciute, rischiano di diventare sempre più potenti e portare il seminarista, e poi il giovane prete, ad essere più concentrato sui propri bisogni che su un servizio condiviso, e questo a lungo andare può avere delle conseguenze pesanti. In moltissime situazioni di crisi vocazionale, se fosse esistita intorno al sacerdote una rete di sane relazioni, probabilmente le cose avrebbero potuto prendere risvolti più coerenti, meno drammatici, e il prete non si sarebbe ritrovato da solo a portare il peso del proprio malessere. Lei vede delle differenze in chi arriva oggi in seminario? Cosa ne pensa delle nuove generazioni? Ho una grande ammirazione per le nuove generazioni perché devono affrontare una serie di difficoltà inimmaginabili solo 30 anni fa. La trasformazione della famiglia, del mondo del lavoro, il dominio dell’apparenza rispetto alla sostanza, il mito del successo facile e la stessa trasformazione della Chiesa sono, per i giovani, delle grandi sfide. Credo che i giovani di oggi, più delle generazioni precedenti, abbiano grandi risorse interiori, ma spesso inespresse a causa di adulti che hanno il delirio dell’eterna giovinezza e che non riescono neppure a notarli. Aggiungo due parole sulla fede dei giovani: non conoscono più il lessico per esprimerne il bisogno (non lo conoscono più neanche molti dei loro genitori), ma sentono molto spesso il desiderio di Dio. Tradizionalmente la vita del seminario è scandita da una durata, da orari, dai ritmi dello studio. C’è qualcosa in questa organizzazione che potrebbe essere migliorato o aggiornato, proprio perché le nuove generazioni hanno una pasta umana diversa rispetto alle precedenti? Sicuramente non la durata: 7 anni, se ben fatti, sono abbastanza. Qualcosa si potrebbe dire sugli orari dei seminari, ancora impostati sul passato, sono spesso sconnessi dalla realtà della società contemporanea, ma anche delle parrocchie. Neppure questo, però, è il punto centrale, perciò non sto ad approfondirlo. L’aspetto più significativo, invece, è sicuramente quello dello stile: il Seminario è spesso ancora impostato come un tempo di separazione… come uno spazio e un mondo a sé, quasi isolato da quello circostante e quindi irreale. Poi ci si meraviglia che i giovani preti fatichino a creare relazioni di qualità. Lei si occupa di organizzare/pensare la formazione per il clero, potrebbe immaginare delle piste concrete che oggi potrebbero essere ripensate nella formazione dei seminaristi? Probabilmente non dico cose troppo nuove sottolineando che una prima necessità è quella di formare il prete con un’opera di sinergia tra pastorale giovanile/vocazionale, seminario e formazione permanente. Una seconda priorità è quella di mettere in seminario educatori formati, competenti, e con una certa esperienza. Una terza necessità credo che sia quella di ripensare lo spazio fisico del seminario che non può rimanere l’unico spazio da usare: perché non cogliere le opportunità offerte dalle parrocchie, dalle famiglie, dalle comunità religiose maschili e femminili? Una quarta attenzione dovrebbe riguardare il lavoro manuale per la gestione della propria vita quotidiana, spesso i seminari sono degli alberghi! Una domanda più personale: lei che ricordi ha dei suoi anni di formazione? Ricordo anni faticosi, vissuti al rallentatore (per me che ero un giovane «pimpante»), con relazioni piuttosto formali e un forte sbilanciamento a favore dello studio personale e alla fedeltà ai cosiddetti «atti comuni». Nonostante tutto ciò, a distanza di trenta anni, devo ammettere di essere molto riconoscente a quella esperienza di seminario perché sono certo che, se ho superato le tante difficoltà incontrate nella vita, lo devo anche all’esperienza vissuta in quel tempo iniziale. A conclusione di questo numero riprendo alcuni punti che mi sembrano di particolare importanza. Sono riflessioni le nostre, che partono dalla vita e si inseriscono dentro i processi da attivare – più che soluzioni o risposte da dare – che stanno così a cuore al nostro Papa.
  • Lo spazio del seminario, pur «speciale» in quanto luogo e tempo formativo, va pensato all’interno di una continuità, un prima, la vita e la storia delle nuove generazioni, e un dopo, l’ordinarietà del ministro che non avrà più orari, «controlli» formativi, scansione precisa della giornata. Stimolare l’esperienza fraterna favorisce, fin dai primi anni di seminario, una comprensione di sé e del proprio servizio come un sé-con, cioè un sé in relazione ad altri, senza i quali il sacerdote diventa un burocrate o un funzionario qualsiasi. Pensarsi «comunità diocesana» oltre a portare una testimonianza di fraternità è un sostegno enorme per le difficoltà e le sfide che il ministro affronta ogni giorno.
  • Mantenere la formazione su un piano solo o prevalentemente verticista falsa i criteri di valutazione dei candidati e li lascia poveri di formazione alla fraternità, con gravi conseguenze per il ministero successivo.
  • Il seminario è uno spazio circoscritto ma non chiuso, né dal punto di vista logistico, né educativo. Coinvolgere le famiglie di origine, quelle della parrocchia, le comunità religiose, i laici e le laiche può contribuire a «normalizzare» la formazione e a renderla più efficace, in quanto diversifica le esperienze dei giovani, e li prepara ad affrontare la vita da ministri potendo contare su strumenti psicologici adulti – quali la capacità di dialogare, collaborare, chiedere aiuto – che sono essenziali per le grandi sfide che la vita di un prete oggi comporta.
Vita in comune

Ripensare la formazione

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Mi è capitato di assistere con tristezza al caso di un giovane sacerdote straniero, studente a Roma, che nella parrocchia dove fa servizio la domenica viene trattato come un prete di serie B, utile solo per i servizi più umili… mentre il parroco pensa alla carriera. Come è possibile questa mancanza di amore reciproco e di “vita comunitaria” tra i sacerdoti? È un problema di formazione? Un seminarista Giorni fa mio marito ed io abbiamo chiamato un religioso amico di famiglia che poi è stato trasferito altrove. Non abbiamo perso l’amicizia con lui, anche se il cambio di ambiente inevitabilmente riduce i contatti. Siamo stati colpiti dal senso di solitudine che abbiamo intuito in questo nostro amico. Non che lui si sia lamentato, anzi, i tanti impegni pastorali sono per lui molto gratificanti, i religiosi hanno sempre parecchio lavoro da portare avanti. È che certe volte penso che forse anche noi coppie, pur con tutte le fatiche e gli egoismi individuali, possiamo contaminare, contagiare la vita religiosa. Dico una cosa audace, ma lo dico con semplicità. Loro fanno un bene immenso a noi, per la scelta stessa di dono incondizionato di sé, ma forse anche noi coppie e famiglie possiamo ispirare le realtà comunitarie che tante volte sono assai poco “comunitarie”. Una coppia  


Sul tema della solitudine e del senso comunitario ci troviamo spesso a riflettere, ma è interessante la prospettiva che offrono entrambi i lettori. Può essere l’occasione per allargare lo sguardo sulla formazione e su «quale modello» di prete o consacrato sia implicito nel cammino formativo che porta al ministero sacerdotale o ai voti religiosi, da parte di uomini e donne. Lo spazio della rubrica non è certo adatto per una macro-riflessione come questa, ma qualche pensiero credo che possiamo condividerlo serenamente e senza pretesa di offrire soluzioni. Le dinamiche di confronto, competizione, gelosia, dominazione, collaborazione, alleanza/conflitto… tra quanti si trovano ad operare insieme, ad esempio negli ambienti di “lavoro”, sono tipiche della persona umana. Emergono negli ambienti non strettamente religiosi, ma si rintracciano facilmente anche in quelli impegnati a livello spirituale, seminari, parrocchie e comunità. Quindi, innanzitutto sospenderei eventuali toni di scandalo o critica (che comunque non emergono nelle due domande). L’umanità in vocazione è fatta di carne ed emozioni. Certo, quanto più si considerano centrali alcuni valori, come quelli di appartenenza ad un Ideale, di amore reciproco e di servizio, quanto più la vita diventa esigente e alto l’impegno a non lasciare solo come teoria questi valori. Come mai, allora, possono accadere situazioni di non-fratellanza (il prete di serie «b») o di scarsa relazionalità? Un occhio potremmo buttarlo, come dicevo all’inizio, sul modello che finora ha prevalso negli ambienti di formazione, e non dico nulla di nuovo. Un modello soprattutto gerarchico ed efficientista. Come dire che l’obbedienza in senso verticale – ai superiori – orientava la valutazione del candidato: «è docile», «è aperto con me», «non crea mai un problema, perché fa tutto quello che gli viene detto». Quello che però non emergeva – mi si perdoni la semplificazione eccessiva – era: come vive la persona i rapporti orizzontali? Terminata la formazione canonica i preti tra loro si conoscono poco, non sono allenati a collaborare, a fare amicizia, in quanto non ne hanno avuto l’opportunità, e fino al recente passato le «amicizie particolari» erano un vero incubo per i formatori, assolutamente da combattere. Per inciso: particolari, o morbose e chiuse? E anche i religiosi, magari impegnati nella formazione accademica e nell’apostolato durante gli anni iniziali, possono rischiare di stare gomito a gomito in chiesa e a tavola, ma non essere accompagnati ad entrare in una relazione fraterna, più o meno per le stesse motivazioni della formazione sacerdotale. Pensando alla formazione, mi sembra importante tener presente che tutti noi possiamo funzionare bene con chi ha un ruolo superiore (ad esempio un responsabile di lavoro), ma è un’altra faccenda funzionare bene con i nostri pari. Lì le cose si complicano, perché non c’è più il mordente della compiacenza o del timore di essere giudicati male (e magari estromessi dal cammino vocazionale) e allora servono altri stimoli, altre coordinate di riferimento per far andar bene il rapporto. Il clericalismo che preoccupa Papa Francesco è anche questo: il modello fatto a scale che talvolta domina gli ambienti di fede. L’obbedienza, il rispetto dei ruoli, dell’anzianità di fratelli e sorelle, sia chiaro che sono molto apprezzabili, non sto assolutamente minimizzando aspetti che favoriscono (quando favoriscono) il buon vivere insieme. Però penso sia innegabile quanto è dura da sradicare la mentalità del passato di curare alcune dimensioni vocazionali a discapito di altre. Un formatore decide di accettare la proposta di un vescovo di inviare alcuni giovani per la missione popolare in una città. Quando i ragazzi ritornano, praticamente lo «scenario umano» che lui aveva di Marco, Luca, Paolo… lo deve cambiare. Chi sembrava tranquillo e collaborativo con il formatore, ha tirato fuori aspetti di sé inattesi nel lavorare con il fratello che gli era stato assegnato: aggressività, dominanza, senso di superiorità. Diverse donne, responsabili di comunità raccontano lo stesso. Può scattare, nel trovarci alla pari a portare avanti un servizio, la mentalità a scala che in qualche modo ciascuno di noi ha dentro di sé, anche se è vergognoso ammetterlo. Scala di età, di etnia geografica, di pregiudizi che si hanno dell’altro. È umano, solo che è faticoso riconoscerlo in se stessi. Concludo: come sta cambiando il modello di coppia sponsale, con ruoli sempre più collaborativi e di dialogo rispetto ai figli, così sta cambiando o dovrebbe cambiare il modello vocazionale del prete o del consacrato/a. La formazione non può rinunciare a ripensare se stessa, seriamente e con coraggio. La capacità di creare fraternità non si improvvisa, pertanto vanno individuati strumenti concreti per favorirla fin dai primissimi passi vocazionali, anzi fin dalla comprensione di fondo del ministro e del religioso. Nel prossimo numero proverò ad approfondire questo aspetto, in dialogo con chi si occupa direttamente di formazione. Se è naturale obbedire ed impegnarsi con chi ha una posizione «maggiore», non lo è altrettanto imparare a voler bene – che non è né simpatia, né amicizia a tutti i costi con tutti – a rispettare, a collaborare, a perdonare per poter far funzionare le cose con un proprio pari. Perciò l’ambiente di formazione dovrebbe offrire degli spazi sereni in cui, dentro e fuori casa, chi è in cammino possa crescere nel senso comunitario. Non in astratto: dietro il «comunitario» ci sono volti, persone, storie. Però questo cambiamento è in atto. I giovani chiedono di essere aiutati a star bene con gli altri in seminario o comunità e vogliono scardinare eventuali distinzioni razziali; non pochi formatori e formatrici sentono l’urgenza di rinnovare l’ormai vecchio progetto formativo, e diversi Vescovi hanno chiaro il desiderio di un presbiterio rinnovato. Qualcosa, seppur lentamente, si muove eccome.
Vita in comune

La seconda vocazione

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Sono una consacrata con molti anni sulle spalle, di vita e di esperienza comunitaria. Se mi chiede se sono felice le dico di sì! Ma «diversamente» dall’inizio, ormai più di 40 anni fa. Quello che voglio condividere non è tanto la mia vita quanto l’esperienza che ho attraversato. Ad un certo momento del mio percorso mi sono innamorata di un uomo con cui collaboravo e per me è stato sconvolgente, credevo di essere immune da cadute o crisi, e questo evento inatteso mi ha fatto molto male. In un certo senso mi ha delusa… ero delusa da me stessa, perché sentivo di aver perso la freschezza degli inizi, di non riuscire ad alimentarmi dell’ideale dei primi tempi. Arrivo al punto: questo momento è stata una cesura, è stata la mia ripartenza: ho dovuto rivedere la mia «idea» di vocazione, mi sono confrontata con la corporeità di cui facciamo dono noi consacrati. Dalla teoria astratta la mia esistenza si è incarnata. Con questo vorrei incoraggiare formatori e formatrici da una parte, e giovani dall’altra, a non spaventarsi se la vocazione ad un certo punto «cambia», si invera, sembra diversa da quella originaria. È diversa sì, ma forse più autentica! Nessuna paura, allora, quando ci sono momenti forti, forse sono la porta per un salto di qualità. Una consacrata 70enne In comunità ho avuto un discreto «successo» umano, fin da giovane ho goduto della fiducia dei miei formatori e già nei primi anni dopo la professione ho ricevuto incarichi di accompagnamento, e poi di governo. Umanamente si potrebbe dire una vita realizzata. Ma ad un certo punto il buio. Non c’erano ragioni perché mi sentissi «depresso» eppure io mi percepivo così, con un non-senso di tutto, come se, raggiunte quelle vette, la vita comunitaria e quella con Dio mi sembrassero prive di significato. Forse un eccesso di lavoro, o forse il bisogno di ritrovare le motivazioni profonde, perché quelle dell’inizio non mi convincevano più. Molte tradizioni della mia realtà mi sembravano ormai da superare, il modo di condurre l’apostolato troppo vecchio… insomma proprio io che avevo responsabilità importanti sentivo l’urgenza di prendere aria e mettere aria dentro la nostra realtà carismatica. Può immaginare lo spavento: temevo di aver buttato all’aria tanti anni di vita e che non avrei più ritrovato la mia strada. Non è andata così. Anziché sotterrare tutto questo, mi sono preso il tempo di pensare e parlare di quello che stava accadendo in me. Fratelli e superiori non mi hanno preso per “matto” o egoista/capriccioso. Hanno avuto la lungimiranza di comprendere che forse poteva essere un momento prezioso per tutti, per ripensare sul serio alcune consuetudini e perché io stesso potessi conoscere il «nuovo me» che emergeva. Non si sono spaventati, questa è stata la cosa grande. Di solito quando in comunità si manifesta inquietudine si pensa subito: «ecco sta in crisi!». Eppure le crisi possono essere davvero una seconda vocazione. Un consacrato


Le due testimonianze che ho voluto condividere in questa rubrica sono state solo rese anonime togliendo nomi e luoghi, ma sono integrali e autentiche. Da parte mia, condivido appena qualche risonanza. È profondamente vero che dopo la «prima vocazione», quella dell’innamoramento iniziale, bellissimo ma disincarnato, arriva il momento in cui le farfalle nello stomaco sembrano volare via… Può accadere che la persona che aveva ispirato quel percorso di vita abbandoni la vocazione e scelga altro; può accedere che, come la religiosa, quando si credeva di aver dato tutto il cuore a Dio, ci si accorga che il cuore è rimasto di carne. Può accadere, ancora, che cambi lo sguardo sul carisma e la realtà comunitaria, perché ciò che prima convinceva ora scricchiola, se ne vedono limiti e nuove potenzialità ancora inesplorate. È il momento della cosiddetta crisi, tema che attraversa l’Amoris Laetitia in un modo davvero straordinario. La crisi non è la caduta irreversibile, una perdita di fede o un indebolimento della buona volontà – lettura che si rischia di fare negli ambienti vocazionali –. È invece parte integrante della vita della famiglia, «della sua drammatica bellezza» (AL, 232) e noi possiamo estendere la riflessione di questo paragrafo alla coppia matrimoniale, alla storia di ciascuno di noi, all’esperienza vocazionale. Non si risponde a 20, 30, 40 anni, passando poi il resto del cammino di vita vagheggiando i tempi d’oro, quando tutto sembrava scorrevole e leggero, quando non c’era bisogno di convincersi perché le cose comunitarie o di apostolato era attraenti e motivanti in se stesse. Il n. 233 dell’AL prosegue così: «La reazione immediata è fare resistenza davanti alla sfida di una crisi, mettersi sulla difensiva sentendo che sfugge al proprio controllo, perché mostra l’insufficienza del proprio modo di vivere, e questo dà fastidio. Allora si usa il metodo di negare i problemi, nasconderli, relativizzare la loro importanza, puntare solo sul passare del tempo. Ma ciò ritarda la soluzione e porta a consumare molta energia in un occultamento inutile che complicherà ancora di più le cose […]». Gli anni trascorsi vivendo insieme ad altri e impegnandosi nell’apostolato permettono alla persona di conoscere se stessa in un modo nuovo. Questo vuol dire crescere: lasciarsi interrogare e scomodare dalle esperienze che si fanno, e avere il coraggio di entrare nel cambiamento per comprenderne la portata. Il voler lasciare le cose come stanno, o cercare di evitare il passaggio dalla vita “innocente” a quella adulta fa sì che si costruisca una bolla in cui si rimane aggrappati al “ricordo” di come si era, di «come era la nostra Congregazione… quando ancora c’era il fondatore… quando ancora le cose andavano come dovevano andare, senza troppi grilli per la testa… ora qui non si capisce più niente». Credo che, anche senza volerlo cercare, il momento del disincanto arrivi sempre (è auspicabile che arrivi, anzi). Può assumere l’aspetto del buio di cui parla il formatore, può essere quel senso di inquietudine in cui diventa fortissima la voglia di capire di nuovo, di trovare nuove risposte, di dare forma al dono di sé a Dio non procedendo per inerzia o secondo linee preconfezionate (cf. L. Bruni, https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/la-beatitudine-della-sete). Cosa si fa, allora? Come si capisce che non è la fine di tutto? E chi sta intorno cosa può fare di fronte ad un fratello/sorella che sembra «fuori rotta»? Prendo spunto dalle due testimonianze:
  • le comunità, le strutture formative che non coltivino l’infantilismo dei propri membri sono quelle in cui, paradossalmente, si discute, si può non essere sempre d’accordo, dove c’è una pluralità di punti di vista che non viene azzerata; dove le persone diventano autonome (che non vuol dire isolate o a sé);
  • ciascuna vocazione si realizza nella fraternità e attraverso la fraternità, tuttavia ogni storia è originale, non segue un cliché, per cui fare confronti tra il cammino di Marta e Fabio con quello di Francesca e Lucio può essere fuorviante;
  • come ha scritto il formatore: è fondamentale prendere sul serio, senza demonizzare o condannare, l’inquietudine, la delusione o l’apparente smarrimento che attraversa un fratello o una sorella. Direi che ciascuno ha diritto di trovarsi al buio perché quello può essere il momento della ri-scelta, più autentica. Ciò non vuol dire abbandonare a se stesso chi vive un tempo forte, vuol dire, piuttosto, rendersi presenti, dire «ci sono se hai bisogno di parlare», ma senza pretesa di dare risposte, né allarmismi catastrofici, o giudizi pesanti («chissà cos’ha in testa!»);
  • a rendere salvifica la crisi è il suo esito: la persona allarga il proprio cuore, attraversa il buio ma non ci rimane dentro isolandosi dagli altri, «non si vive insieme per essere sempre meno felici, ma per imparare ad essere felici in modo nuovo, a partire dalle possibilità aperte da una nuova tappa» (AL, 232).
  Non parlo, quindi, di un happy end, da «e vissero tutti felici e contenti», ma di una consapevolezza nuova, in cui ci si dispone a camminare tra fatiche ed imprevisti, a lasciarsi sorprendere dalla storia propria e altrui. Più benevoli, meno rigidamente ancorati a quelle sicurezze che in realtà ci lasciavano immobili. Aggiungo una nota che torna spesso in questo spazio di rubrica: l’imparare a essere felici in modo nuovo lo intendo come felicità relazionale, non solo individuale. I passaggi di vita in cui percepiamo di aver fatto un salto di qualità sono quelli che ci rendono persone autentiche, ma anche generative. Il contagio è (dovrebbe essere) reciproco: una vocazione che riprenda vigore dovrebbe contaminare e influenzare la vitalità comunitaria. Questa però, a sua volta, è chiamata a incoraggiare e a lasciarsi interpellare dalle nuove intuizioni – la seconda vocazione – di ciascun fratello o sorella.
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