L'esperto risponde / Società

Chiara D’Urbano

Psicologa e psicoterapeuta, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Sono Perito dei Tribunali del Vicariato di Roma e collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna. Con l’editrice Città Nuova ho pubblicato tre libri: La pietra della follia, Per sempre o finché dura e Percorsi vocazionali e omosessualità.

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Vita in comune

Omosessuale in comunità

Gent.ma Chiara, ho inviato il suo articolo ad alcuni amici per avviare un dialogo sull’argomento che lei ha affrontato nella sua rubrica (Omossessualità: le parole pesano). Prima ancora di questo confronto, voglio farle arrivare la mia reazione personale. […] Credo che l’ingresso di una persona di “orientamento omosessuale” in una comunità che prevede una convivenza fra soggetti dello stesso sesso, possa essere considerato come mera eccezione, un caso d’accademia che serve a riaffermare che nessun prodigio è impossibile all’Amore. […]

Secondo me, quanto ha scritto, non tiene in dovuta considerazione (almeno nella stessa considerazione) il bene della comunità quanto il bene della persona che ha un “orientamento omosessuale”. […] Io penso sinceramente che sarebbe un tradimento degli ideali comuni entrare in una comunità che prevede la convivenza fra persone dello stesso sesso, non rivelando la propria omosessualità almeno a tutte le persone con cui si convive, oltre che ai propri responsabili. Tenere nascosto l’orientamento sessuale significa non potere di fatto condividere gli occhi con cui si guarda il mondo, vivere nella falsità. Soffrire non potendo manifestare i propri gusti, la propria umanità.

[…] Rischiando, dico che non è per niente prudente accettare in una comunità che prevede la convivenza fra soggetti consacrati dello stesso sesso persone di “orientamento omosessuale”. “. (Non credo si tratti di una posizione discriminatoria. Personalmente non giudico il valore delle persone a seconda del loro orientamento sessuale). In tutti i casi che conosco in cui è avvenuta questa decisione ha generato dolore nella comunità e dolore nelle persone. […] Secondo me deve essere una regola (non giuridica ma di buon senso) che le persone vicine e conviventi debbano conoscere l’orientamento sessuale di chi sta accanto a loro.

L’orientamento sessuale non è una caduta morale, un peccato da confessare, una cosa del foro interno. È una condizione dell’essere. Non si può entrare in una comunità senza condividere i tratti essenziali del proprio essere, sarebbe una contraddizione in termini, il tradimento di un patto: io rivelo a voi me stesso, voi rivelate a me voi stessi, perché vogliamo essere una cosa sola, una comunità, un corpo vivo. […]

Il modo di procedere del suo ragionare sulla questione, a mio parere, agisce sotto l’influenza di una certa cultura che mette al centro l’individuo credendo di mettere al centro la persona. […] La concessione del proprio sé agli altri rimane indispensabile quando si decide di legarsi così strettamente ad altri. […] Quando mi unisco in un vincolo stretto, di famiglia, non rischio solo me stesso. Qualcuno rischia con me, almeno quanto me.

(David Crigger/Bristol Herald Courier via AP)

Gent.mo lettore, innanzitutto una parola di stupore grato e ammirato per l’accuratezza della sua lettura, e per aver raccolto il mio invito a portare avanti una riflessione onesta e critica, e non solo “adesiva”. Mi rammarico che il suo testo, ben più ampio, non possa essere riportato interamente per ragioni di spazio, ma cercherò di non perdere nessun contenuto di quanto lei condivide, nel caso qualcosa sfuggisse sarebbe solo per la vastità dell’argomento.

In questo numero condivido uno spaccato del rapporto individuo-comunità, mentre nel prossimo numero approfondirò nello specifico la prospettiva comunitaria.

Un po’ di teoria e un po’ di pratica, senza alcuna pretesa né di verità assoluta (ci mancherebbe), né che sia la prospettiva migliore. È la mia, frutto di studio, ricerca ed esperienza di tanti anni, anche accanto alle comunità di vita consacrata, che, da credente, stimo profondamente.

La vita in comune è una realtà umano-trascendente di persone adulte che sono accomunate da un Ideale, via privilegiata per una compiutezza di sé, anch’essa umano-trascendente. Seminario e/o realtà comunitaria diventano l’intuizione di un percorso che la persona percepisce come significativo, come luogo di incontro con Dio e di espressione massima delle proprie risorse e talenti. Parliamo volentieri di famiglia, in quanto è la categoria antropologica più affine.

Eppure la realtà carismatica non coincide esattamente con la famiglia umana: i membri si ritrovano inizialmente come “estranei”, entrando già adulti, almeno cronologicamente, con storie di vita diverse alle spalle. Insieme, essi compiono un cammino di fraternità da costruire e custodire quotidianamente.

Quindi:

  1. il ritrovarsi accomunati da un carisma, da una “chiamata”, attiva una dinamica originalissima di rapporto personale con Dio e nello stesso tempo di apertura all’altro, mio fratello, mia sorella, in un ritmo dal sapore unico di io-noi, dove nessuno dei due poli può esaurirsi in se stesso. Sono «io» a vivere un rapporto con Dio, e siamo «noi» a camminare e a costruire una fraternità carismatica, a coltivare «un sogno comune», come lei scrive in un passaggio molto bello della sua lettera.
  2. La comunità non è un blocco già pronto in cui si entra, è qualcosa da far nascere e portare avanti, è un processo. Sì, la comunità è un processo di espansione di sé, un laboratorio di umanità, veramente riuscita quando i membri riescono ad aprirsi, a condividere dimensioni profonde, ad essere autentici. In questo sono pienamente d’accordo con lei.

 

Però occorre arrivarci. Devono esserci condizioni, anche umane, che consentano l’apertura di sé. Occorre un clima accogliente, sereno, non giudicante (e non solo di facciata) – che coinvolge i responsabili e i fratelli e le sorelle – dove questa consegna di se stessi sia libera e desiderata dalla persona stessa, anzi un’esigenza profonda, quasi un’urgenza personale e non certo una regola né giuridica, ma neppure di buon senso.

Quando questo non accade – la persona non rivela in toto «chi è» – siamo onesti, è responsabilità solo della persona? E la comunità che parte ha? Quando un figlio omosessuale non riesce a parlare liberamente dentro casa e rivela se stesso fuori delle mura domestiche piuttosto che dentro la famiglia, siamo certi che sia una negligenza tutta sua? Credo doverosa la domanda e ineludibile.

Sarebbe bello e auspicabile, direbbe p. Giuseppe Piva – gesuita che da anni si occupa di Esercizi spirituali e di accompagnamento «di frontiera» –, se fosse «una cosa normale» che la persona omosessuale potesse comunicare se stessa ed il proprio orientamento ai suoi confratelli/consorelle fin dall’inizio, ma di fatto questo non accade e non può accadere (aggiungo io).

Gli ambienti formativi e comunitari, infatti, non sempre sono pronti, disponibili e preparati a questo. C’è ancora paura, sospetto, imbarazzo di fronte all’omosessuale, uomo o donna, che creano reticenza, diffidenza, e scissione in chi entra tra ciò che può dire e ciò che non può dire. È giusto riconoscerlo e dirselo in comunità. Se ne parla mai di questo? Come accoglieremmo un fratello o sorella omosessuale? Siamo pronti a farlo?

Quando il clima domestico lo consentisse, allora certamente dovrebbe essere desiderio e bisogno della persona parlare di se stessa, anche perché è un’esperienza stupenda potersi aprire in casa propria e sentire un’accoglienza serena e benevola. Domandiamoci se davvero ci siano le condizioni comunitarie di fiducia per farlo, e quale violenza sarebbe il forzare con un obbligo la propria intimità. Riflettiamo su come rendere i nostri ambienti, famiglia, seminario, comunità, spazi dove sul serio ciascuno è se stesso e viene accompagnato – a partire da quello che è, orientamento incluso – a crescere nella verità e nel dono di sé, senza ingenuità o menzogna. I nostri ambienti sono ancora troppo impacciati su questo.

Un altro aspetto che mi sta a cuore riprendere, e chiedo scusa se sarò diretta e purtroppo rapida: l’omosessualità non coincide con una difficoltà di «identità di genere», il sentirsi maschio o femmina. E neppure con una difficoltà di continenza affettiva e/o sessuale. La invito – con semplicità, dato che a mia volta cito un altro studioso – a dare un’occhiata alla tabella proposta da Dettore su eterosessuali ed omosessuali «tipici e soddisfatti» (Percorsi vocazionali e omosessualità, Città Nuova 2020, pp. 30-31), coloro, cioè, che non presentano difficoltà di accettazione del ruolo di genere, né di corporeità.

In altre parole: stanno bene con se stessi e non sono «riconoscibili» come omosessuali. Dare, quindi, per inteso che l’omosessualità in qualche modo falsi le dinamiche relazionali, mi pare presupponga un qualche scompenso di genere, quanto meno. Le dinamiche relazionali sono falsate anche da quelle competitive, di gelosie e pettegolezzi, non certo legate alla dimensione omosessuale (cito ancora, a braccio, le parole di p. Piva sj).

L’orientamento omosessuale è un aspetto importante della persona, eccome, dice qualcosa di lei, del suo desiderare, essere attratta, amare, ma ciò non equivale a falsare le dinamiche interne ad un ambiente.

Esiste, del resto, a monte, un codice non scritto di rispetto, prudenza, discrezione nel vivere insieme, proprio dell’essere adulti-consacrati-chiamati da Dio. Non ci si prende per mano, non si dorme nello stesso letto e possibilmente nella stessa camera, non si gira nudi per casa. Tanto per essere chiari. C’è (o ci dovrebbe essere) un decoro nel vestire, nel parlare, nel mangiare, nel vivere un apostolato. Credo che la stessa dignità sia doverosa anche in famiglia: è bene che un padre o una madre conservino il pudore del proprio corpo davanti ai figli.

Allora, e nuovamente, per concludere: magari si potesse raggiungere una trasparenza di apertura di sé, in modo che gli scambi, le interazioni, la crescita del gruppo fossero fondati su una base di franchezza e autenticità, ma questo non si può supporre in partenza, né obbligare. Se nel tempo dovessi scoprire che un fratello con cui ho vissuto è omosessuale e me lo rivela solo dopo anni di amicizia, una domanda su cosa di me non gli abbia permesso questa condivisione me la porrei. A livello individuale e comunitario. Come dire: peccato non aver messo Mario nelle condizioni di essere quello che è.

Quando Mario o Francesca riescono, invece, a parlare in casa della propria omosessualità, quale ricchezza emergerà per tutti. Che opportunità preziosissima di lavorare insieme come comunità, di crescere nella comprensione reciproca e nella verità dei figli di Dio chiamati alla pienezza dell’amore celibe e casto. Quale forza avrà quel gruppo che saprà costruire e offrire un clima di fiducia e stima reciproca, condizioni essenziali per il self-disclosure (l’apertura totale di sé) e poi l’integrare la specialità e la peculiarità di ciascuno come un tesoro irrinunciabile per essere una fraternità vera che cammina verso il sogno comune.

 

 

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Vita in comunità

I miei segreti

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Sono un seminarista religioso, e mi piacerebbe se nella vostra rubrica dedicata alla vocazione potesse trovare risposta il mio interrogativo sul grado di condivisione a cui noi in formazione siamo tenuti gli uni con gli altri. Se faccio un percorso esterno di psicoterapia, se esco col permesso del mio formatore per incontrare un amico, o per andare qualche giorno fuori, a volte, mi infastidisce la curiosità invadente di altri che mi chiedono dove vado, cosa faccio e come mai non ero in casa. È doveroso che io sia aperto tout court con gli altri? E un domani che termino la formazione finisce questo “obbligo” di dire proprio tutto? Non credo che sia questo il fare comunità, anche perché non con tutti ho la stessa confidenza.


In questa rubrica avevamo già toccato il tema della condivisione personale negli ambienti comunitari, ma volentieri riprendo la riflessione dalla prospettiva che lei ci offre, di cui la ringrazio. Mi sembra interessante che sotto l’interrogativo che lei pone si possa intravedere la domanda di fondo: lo spazio di vita in comune che “natura” ha? Per dire che siamo comunità cosa ci vuole? Le confesso subito che prenderò alla larga l’argomento, appunto perché mette in movimento una serie di considerazioni. Ce lo siamo detti più volte, non essendo una comitiva di persone scelte reciprocamente, la fraternità vocazionale ha dei connotati tutti suoi, che la rende qualcosa di unico, per certi versi più di una famiglia di sangue, ma “meno” legata internamente da vincoli naturali o spontanei. Dovunque peschiamo delle somiglianze, ci rendiamo conto che non sono sufficienti a rappresentare esattamente l’ambiente comunitario di un seminario, di una fraternità sacerdotale o di vita religiosa, perché c’è sempre qualcosa che sta oltre, non facilmente afferrabile. L’aprirsi agli altri mi sembra una delle questioni più delicate, che intercetta proprio l’essenza della vocazione nella sua espressione comunitaria. Come al solito ci tocca distinguere l’ideale dalla concretezza reale del vivere insieme, mantenendo viva la tensione sana e stimolante che le due dimensioni si avvicinino il più possibile. Dobbiamo essere onesti, però: investire su questa sfida del reale comunitario verso l’ideale, comporta dare del tempo, parecchio tempo alla costruzione e alla cura della comunità, perché non c’è nessun processo di qualità che sia spontaneo e rapido. Neppure se immaginassimo di selezionare un gruppo di persone, ad esempio, di grande generosità, di grande spessore spirituale, di grande intelligenza, la somma dello stare insieme funzionerebbe bene, con certezza. Sono tanti i fattori che fanno di un contesto umano e di fede un “bell’ambiente comunitario”. E sono tanti i fattori che interagiscono in modo complesso: le età diversificate dei membri, la famiglia e la cultura di provenienza, le esperienze vissute fino a quel momento (positive, deludenti, difficili, appaganti…), le attese che si nutrono rispetto alla fraternità, il diverso coinvolgimento personale, i differenti stadi di maturità individuale. Perciò, osservato da fuori, il gruppo comunitario appare davvero variegato, tanto che verrebbe da dire: ma come si sono trovati insieme tutti questi? C’è poi l’aspetto della leadership che non è affatto trascurabile: è vero che oggi sempre più spesso i responsabili di comunità, i rettori, i formatori, le formatrici sono scelti anche per la preparazione che hanno nell’accompagnamento, ma questa non è la norma. In ogni caso, di fatto può succedere che chi ha studiato per acquisire competenze, poi non funzioni bene come leader con il gruppo che gli è affidato. Anche la variabile di chi è “a capo”, quindi, ha il suo bel peso su un insieme di persone: se è troppo rigido/a e interventista o, al contrario, troppo assente e poco autorevole, se è equo/a o fa preferenze evidenti di fratelli o sorelle, se è ansioso/a o pacifico/a, se collabora o meno alla vita quotidiana… l’aria comunitaria ne risente inevitabilmente, nonostante parliamo di relazioni tra adulti e non di dinamiche genitori-figli. Tornando alla domanda iniziale, con queste premesse, l’apertura di sé, il self-disclosure per usare un’espressione più tecnica, non può essere imposta, né essere una regola preconfezionata e rigida, che vale sempre e comunque. Direi piuttosto che è un orizzonte che rimanda ad un clima accogliente, di fiducia reciproca, di stima e di rispetto, e quindi auspicabile. Ma questo clima va creato, come si diceva prima, con grande energia e pazienza. Perciò la mia apertura all’altro, fratello o sorella nella fede, che io sia in formazione o meno – dove l’altro non è necessariamente un amico, in senso stretto (che mi sono scelto e con cui ho una buona sintonia) – avverrà se le condizioni reciproche lo consentono, se abbiamo costruito un dialogo, se siamo stati capaci di incoraggiarci a vicenda, se non mi sento giudicato da lui/lei. Vale nei rapporti interpersonali e vale per la comunità in senso più ampio. Non è per nulla scontato che ci sia un’atmosfera emotiva cordiale, benevola e supportiva. Dunque, penso che non possa essere una regola che io consegni parti di me, se non ci sono le condizioni per farlo, o io non le sento tali. Talvolta qualche religioso si lamenta di essere “l’ultimo a sapere le cose delicate”, oppure una consacrata è rammaricata perché nessuno si apre con lei… È chiaro che qui stiamo riflettendo sulle relazioni tra pari, perché con i formatori/formatrici la dinamica è in parte diversa, anche perché ci sono spazi e tempi per una conoscenza più approfondita della singola persona, custodita da riservatezza. Nei rapporti fraterni, invece, l’apertura autentica di sé è una “conquista”, il segno che quei fratelli e sorelle hanno fatto un cammino insieme di conoscenza, di scambio, magari di conflitto, che li/le ha fatte crescere non nell’uniformità di pensiero o di comportamento, ma nell’accoglienza rispettosa e discreta, anche di limiti e difetti. Concludo: sarebbe bello se ciascuno in comunità avesse il desiderio e la possibilità di condividere con tutti/e ciò che appartiene alla propria intimità o alla propria sfera privata, ma questa opportunità non è un dono del cielo, né un numero del regolamento, ma il frutto di una volontà precisa di rendere “casa” lo spazio di vita fraterna. Dipende da me, ma dipende molto anche da “noi”. Tuttavia non vedrei un dramma né nella gradualità della condivisione (ci vuole tempo, per qualcuno anni), e neppure in una differenziazione di condivisione: con Marco è naturale e spontanea, mentre con Francesco o Lucia, nonostante l’impegno, forse non mi sento di dire tutto, per le più diverse ragioni. Questo non è essere “meno comunità”, ma essere una comunità carismatica sì, però umana, tollerante e comprensiva.
Chiesa

Comunità femminili e omosessualità

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Sono un religioso, e svolgo il servizio di assistente spirituale e animatore nella mia comunità. Noto che generalmente, un po’ in tutti i libri o articoli e testimonianze si parla molto della problematica relativa ai candidati alla chiamata sacerdotale o religiosa o di preti gay, ma quasi mai del versante femminile. Molte ragazze/donne vivono questa realtà ma sembra molto più difficile trovare materiale-testimonianze che aiutino a comprendere, che delineino dei percorsi anche in ambito vocazionale. La tendenza omosessuale può esistere anche nei monasteri o case religiose, ma a parte scandali di abusi sembra davvero poco considerata. Anche sul versante di pubblicazioni di psicologia/spiritualità vedo un interesse quasi esclusivo sul maschile. Fr. M.


Mi piace pensare, gentile fr. M., che il pudore che caratterizza noi donne possa essere alla base del riserbo sul tema dell’omosessualità declinata al femminile. Perciò, grazie per aver sottolineato la scarsità (direi quasi l’assenza) di letteratura sul tema. Naturalmente il pudore non è l’unica ragione. Lei ne ha individuata già un’altra, anch’essa però non esauriente: purtroppo ciò che fa rumore o danni eclatanti, e quindi crea scandalo pubblico, finisce per favorire e accelerare l’attenzione a determinati argomenti. Ad esempio, la piaga degli abusi sessuali nella Chiesa, relativi al mondo del clero e dei religiosi uomini, ha effettivamente catturato l’interesse e quindi sollecitato gli studi sul possibile collegamento dell’abuso con l’orientamento omosessuale maschile. A scanso di equivoci, anche se non c’entra con l’oggetto di oggi, questo rapporto causa-effetto non c’è. Tuttavia, nonostante la drammaticità del fenomeno che ha devastato la Chiesa cattolica (e non solo), nel riflettere sull’omosessualità femminile, vorrei allargare lo sguardo oltre la dimensione strettamente sessuale e quindi anche oltre l’unica possibile deriva delle situazioni vocazionali come “l’adulterio” fisico, e costruire gradualmente qualche considerazione più che delle risposte. Le comunità religiose sono delle realtà singolari e stravaganti per tutte le anomalie da cui sono caratterizzate, affascinanti e complesse, divine e umane, tali da attivare altrettante complessità e anomalie. Guardiamo da fuori e poi da dentro un nucleo comunitario. Persone adulte quanto ad età – qualcuna forse si conosce da anni, qualcuna si sta appena conoscendo – si trovano a coabitare in un medesimo ambiente, accomunate dalla forza di un ideale. Come scrive l’economista Luigino Bruni, «sono gli ideali, più degli interessi, a spingere avanti il mondo […] e iniziamo le avventure più sublimi e generative» (Elogio dell’autosovversione, Città Nuova 2017). Queste avventure si fanno carne, passano da un ideale solo spirituale, e legato ad un fondatore o fondatrice, a progetti comunitari, servizi di apostolato e soprattutto vita fraterna. Vivere insieme è una scommessa enorme. Non c’è niente di proprio, dalle mura domestiche ai rapporti umani, nulla di stabile o che possa essere rivendicato come possesso. Neanche la coppia, in realtà, si “possiede”, ma in famiglia la dinamica è diversa. In comunità cuore e corpo entrano in un processo di dono sempre più grande, non solo a Dio, ma anche ai fratelli e alle sorelle di casa, nonché a quelli esterni, senza che tale uscita da sé, però, passi attraverso una gestualità genitale, e senza potersi “aggrappare” ad una esclusività interpersonale che, invece, caratterizza una coppia di fidanzati o di sposi. Questo non vuol dire che ci sia meno intensità o meno intimità di scambi e di rapporti nella vita comunitaria, vuol dire, piuttosto, che c’è una prossimità speciale, un contatto profondo, ma non fisico-sessuale, fatto di fede, di condivisione di valori spesso dimenticati che invece nutrono l’affetto più vero: la stima, il rispetto, la benevolenza, la voglia di dialogare e costruire qualcosa di bello insieme, l’avere cura delle ferite e della vita dell’altro, volerne il suo bene, aiutarsi verso l’ideale. Ci si tocca, ma è un toccarsi interiore, l’abbraccio è limpido, non è bisogno di appropriarsi dell’altro. In tutto questo la donna ha una capacità tutta sua di esprimere la carica affettiva ed erotica secondo dimensioni di tenerezza, di soccorrevolezza, di ascolto, di vicinanza. È avvantaggiata rispetto all’uomo, se così si può dire, nel vivere la dimensione casta, perché «l’impulso sessuale (libido) è qualitativamente diverso nei due sessi […] le donne, infatti, di base, pensano meno al sesso e sono meno interessate al rapporto sessuale […] per quanto riguarda gli stimoli erotici, gli uomini sembrano avere una soglia più bassa delle donne […] nelle donne la libido si scatena più frequentemente se c’è un coinvolgimento emotivo, se il partner è affettuoso…» (D. Marazziti, La natura dell’amore). Cosa voglio dire? Che all’interno della vita fraterna quando l’orientamento omosessuale riguarda una donna potrebbe passare “inosservato” perché l’espressione di un’eventuale attrazione emotiva, affettiva, erotica per un altro membro di comunità o per una persona esterna generalmente passa attraverso canali vocazionalmente accettabili: cura, tenerezza, collaborazione…e raramente attraverso degli agiti sessuali-genitali. C’è un però… Il vivere insieme richiede un’armonia spirituale e psicologica da formare, allenare, continuamente sostenere. L’astensione rispetto ad una vita di coppia, infatti, necessita che emozioni, affetti, pulsioni trovino un’integrazione serena e conforme al tipo di vita scelto. L’orientamento omosessuale in un ambiente femminile, perciò, quando non è ben integrato nell’insieme della personalità, può causare interferenze enormi nell’andamento della comunità. Alleanze a due, chiuse e quindi non inclusive rispetto al resto della comunità, cambi di umore frequenti quando ci sono tensioni con quella specifica sorella verso la quale ci si sente legati, bisogno di stare sempre insieme, sono fortemente disturbanti il benessere del gruppo. Le motivazioni sottostanti possono essere diverse, certamente, ma non è da escludere che una o entrambe le donne sperimentino un’attrazione reciproca, a discapito, però, della serenità di casa su cui pesa una relazione solo apparentemente innocente, ma che alla lunga è divisiva e conflittuale per tutte. Ad oggi, tuttavia, difficilmente le donne consacrate riescono ad esplicitare l’argomento omosessualità, non se ne parla nella formazione, non se ne parla in comunità e ancor meno se ne parla riguardo a se stessi. Sembra essere meno impellente l’argomento, appunto in quanto quello che si rende visibile sembrano essere normali tensioni comunitarie. Ma guarda caso non si sciolgono, non se ne viene a capo, non si comprende cosa succeda in comunità eppure l’aria è pesante. Due donne possono innamorarsi e riuscire a gestire il sentimento senza che questo emerga in modo aperto. Non è un dramma, non è un assurdo, non è antievangelico innamorarsi, ma parlando di scelte vocazionali è richiesta una specifica capacità di gestione e integrazione delle naturali pulsioni umane. L’attenzione, allora, dovrebbe spostarsi su diversi piani:
  • favorire seriamente nella formazione femminile il poter parlare di sessualità, mettendo a tema anche l’argomento omosessualità (che ovviamente non è l’unico). Quando ci si prepara a consacrarsi a Dio si può e si dovrebbe poter parlare di tutto, senza vergogna (il pudore è un’altra cosa);
  • preparare formatrici e responsabili sui temi delicati e nucleari legati alla sessualità, motore importante della vita umana, perché si rendano capaci di conoscere se stesse prima di tutto, e poi di ascoltare e accompagnare altre con sguardo integrale e libero, non giudicante e non scandalizzato;
  • riflettere seriamente e concretamente sulle coordinate della fraternità: quale è il modello di riferimento, come sono pensati modi, spazi e tempi del vivere insieme, cosa vuol dire essere sorelle.
Concludo richiamando nei processi vocazionali la centralità della maturità spirituale e umana: non è l’omosessualità presa in se stessa, e a prescindere dal funzionamento globale della persona, a costituire “pericolo” per la vita religiosa, ma la non integrazione della dimensione affettiva, emotiva, sessuale nel processo vocazionale del dono di sé. L’omosessualità, come ho detto chiaramente in altri numeri di questa rubrica, non è irrilevante e quindi nessuna ingenuità. Tuttavia è necessaria una valutazione integrale della persona, di ogni persona, senza sganciare l’orientamento sessuale dal resto. Infine: il sacrificio della propria vita – di un partner nella coppia, di una madre verso i figli, di un consacrato nelle sfide che incontra – non significa che la persona si debba spezzare sotto il peso della fatica. Quando questo diventi eccessivo è decisamente più sano e conforme alla volontà di Dio orientarsi verso un percorso di vita diverso, dove le dimensioni profonde di sé possano trovare espressione serena e compatibile con la decisione esistenziale presa.
Spiritualità

Chiesa, divisioni interne e costruzione di ponti

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Sono un formatore di seminario. Seguo la vostra rubrica già da qualche anno. È uno spazio originale e molto utile perché è pratico, con domande e risposte. Qui, però, non pongo esattamente una domanda, direi piuttosto che propongo una riflessione alla vostra attenzione. Mi colpiscono tutte quelle vicende che nella Chiesa creano divisioni, anche all’interno della stessa famiglia religiosa. Non sono mai stato direttamente coinvolto in nessuna di queste, ma sono spaventato dai conflitti interni che mi fanno veramente paura, anche nei nostri ambienti. È così facile cadere nei “partiti”, creare alleati e nemici…proprio noi! Mi interroga anche lo spirito critico degli ultimi anni da parte di giovani e meno giovani verso il servizio dell’autorità, ma anche tra fratelli e sorelle. Qui, allora, porto la preoccupazione e insieme il desiderio di voler evitare il rumore di ambienti divisi.


Arriva con molta forza, attraverso le sue parole, la preoccupazione che ha condiviso. Un testo molto accorato il suo. Grazie. Ci sono alcuni termini da lei utilizzati che sono andati dritti a segno: partiti, nemici, rumore. Concordo che qualcosa sta accadendo nel tempo attuale. Partirei, però, da uno sguardo positivo e non per dovere stilistico, ma perché il fermento critico del nostro tempo, anche in ambito vocazionale, è segno di passione, di maggiore opportunità di esprimere il proprio pensiero – anche se non sempre ciò avviene nei modi e nei luoghi opportuni – di un nuovo spazio dato alle diverse sensibilità generazionali, culturali e spirituali. Insomma, credo che oggi la possibilità di dar voce non solo ai responsabili/alle responsabili di comunità costringa gli ambienti formativi, e vocazionali in genere, a una rilettura delle proprie consuetudini, a ripensare i momenti di scambio sull’andamento del vivere insieme, a interrogarsi se quello che si propone a parole corrisponde effettivamente alla prassi, o lo scarto è significativo. Un giovane seminarista mi racconta, ad esempio, di aver obiettato, con altri giovani, circa il modo di gestire gli incontri periodici di formazione, perché li trovavano noiosi, troppo formali, e condotti come delle innumerevoli “prediche”, per cui uno parla e tutti ascoltano (o fingono di farlo), a volte anche per delle ore. Sebbene inizialmente le loro osservazioni non siano state accolte al meglio, dopo vari scambi i formatori hanno deciso di cambiare l’assetto consueto di quei pomeriggi e di prendere sul serio le difficoltà esposte. Ancora un esempio: sempre più spesso constato la franchezza con cui le donne consacrate si rivolgono alle figure di autorità perché non trovano più proponibile lo stile tipico dell’Istituto di portare avanti l’apostolato. Nel mondo femminile questo coraggio era sicuramente molto raro fino a qualche tempo fa. Non dico nulla di nuovo. Quindi, bene. La comunità è formata da tutti adulti, seppure con ruoli diversi, e non è di proprietà di nessuno. Non ci si può più nascondere dietro il ruolo, perché facilmente qualcuno farà notare le incongruenze o l’ingiustizia se fuori dai turni di cucina rimangono sempre gli stessi… C’è un però. Convengo con lei, infatti, che tutto questo ha anche un limite. Un “io” spropositato. Intendo dire che la libertà sacrosanta di esprimersi e quindi proporre il mio pensiero, porta talvolta a perdere di vista che questo io trova senso – ancora di più per mandato vocazionale – all’interno di un contesto, la Chiesa e la comunità particolare in cui la storia di ciascuno si inserisce per scelta. Questo sì, è triste. È triste la convinzione diffusa che da soli si possa salvare una situazione, una realtà, o si possa avere la parola risolutrice. Quando ci si concentra unicamente o prevalentemente sul proprio orizzonte, pensando di cambiare la storia, è la fine della fraternità. Mi permetto di dirlo da laica che affianca e che ammira profondamente le vocazioni, quelle di speciale appartenenza, tanto per intenderci. Perché credo che i vostri spazi di vita abbiano potenzialità enormi per essere laboratori di dialogo, di linguaggi che non uccidono ma cercano di imparare la lingua dell’altro. Concordo con lei che ci scrive, quindi, che va custodita o recuperata, se si fosse persa, la capacità di costruire ponti. Ripeto, non lo dico come chi immagina in modo angelico sacerdoti e religiosi, lo dico, invece, da amica ed estimatrice. Da psicologa e da credente. Alcuni ambienti di vita, come possono essere un seminario o una comunità maschile o femminile hanno, per l’organizzazione stessa che le caratterizza, di preghiera e di vita comunitaria, di ascolto e di scambio, di apostolato e di silenzio, una marcia in più per creare dei microcosmi dove si imbastiscono ponti. Ci sono i grandi ponti quando si cerca di dialogare con confessioni diverse, ma ci sono ponti altrettanto complessi, e non meno importanti, quando si cerca di dare una mano a fare famiglia in casa propria. Non è facile per niente. Giocano un ruolo importante la maturità individuale, ma anche l’ambiente stesso, se c’è un’apertura franca tra i membri, se non vige il pensiero unico, se non ci sono troppe diseguaglianze interne, se è favorito un clima onesto e trasparente. Ci vuole un gran lavoro, perché l’attenzione è duplice, appunto: sia al cammino della persona e al suo processo di crescita, per non mandare avanti situazioni umanamente troppo fragili e conflittuali che alla lunga sono dannose per le persone stesse e per quelli intorno. Sia all’ambiente vocazionale che non alimenti ruoli, gerarchie, abusi di potere – non esistono solo le questioni sessuali – che sempre aprono il varco a ciò che lei ha ben individuato: fazioni interne, maldicenze, invidie. Qui siamo responsabili tutti: chi ha incarichi formativi, che talvolta non ha mai fatto un vero cammino di conoscenza di sé e quindi non sa mettersi in discussione, per cui è cieco rispetto ai propri limiti e soprusi. E chi sta dentro la comunità che ha perso il senso del noi. Ricordo, per concludere, un passaggio fondamentale dell’Amoris Laetitia, per dire che però non ogni tensione o divisione è distruttiva, ma può essere l’occasione di una svolta seria. «La storia di una famiglia è solcata da crisi di ogni genere, che sono anche parte della sua drammatica bellezza. Bisogna aiutare a scoprire che una crisi superata non porta ad una relazione meno intensa, ma a migliorare, a sedimentare e a maturare il vino dell’unione. Non si vive insieme per essere sempre meno felici, ma per imparare ad essere felici in modo nuovo, a partire dalle possibilità aperte da una nuova tappa […] In nessun modo bisogna rassegnarsi a una curva discendente, a un deterioramento inevitabile, a una mediocrità da sopportare» (n. 232).
Formazione

Qual è la mia strada?

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Sono un formatore e mi confronto spesso con altri che hanno un ruolo di accompagnamento, sia uomini che donne. Ci scambiamo esperienze, parliamo di alcuni giovani (non necessariamente per età) che arrivano nelle nostre realtà vocazionali e l’interrogativo forte riguarda l’aiuto che possiamo dare loro. La responsabilità è grande: siamo chiamati a camminare e capire insieme se si trovano nel posto giusto. E chi può dirlo? A volte non ci troviamo neppure d’accordo come equipe formativa, per cui rimane il grosso dilemma di mandare avanti o meno una persona su cui non concordiamo. Ma la domanda si pone anche di fronte a fratelli e sorelle già da anni nel ministero o in comunità che mettono in discussione la loro vocazione… come aiutarli, e semmai come rendere più certa possibile una valutazione? Quali indicatori ci possono segnalare che ci sono buone possibilità di riuscita vocazionale e quali invece il contrario? La domanda è molteplice e complicata, ma la pongo in accordo con altri formatori e formatrici che stanno insieme a me che scrivo.


Infatti, più che una domanda… è una domandona, ma è talmente interessante e coinvolgente che provo a esprimere qualche riflessione, assolutamente incompleta, lo dico subito. Lo stesso interrogativo mi viene posto da parte di chi è in formazione e affronta un oceano di stimoli, paure, desideri. Perciò grazie di questa opportunità. Nel mio lavoro clinico incontro storie incredibili: coppie che vivono un’esperienza talmente fallimentare da far loro credere che non si riprenderanno più. Uomini e donne che, dopo anni di sofferenza, incontrano finalmente la persona “giusta” e tornano a farmi conoscere chi ha cambiato le loro vite e restituito speranza. Affianco vocazioni che attraversano momenti durissimi, sacerdoti e consacrati felici, giovani e meno giovani che ad un certo momento del loro percorso chiedono una pausa per ripensarlo, perché sperimentano angoscia e intuiscono che qualcosa non va… Tutto ciò è straordinario, mai nulla di banale e mai due storie identiche. Straordinaria è la complessità dell’esistenza umana, e straordinaria è la fantasia di Dio che non smette di sorprendere chi pensa che le cose siano già tutte disegnate con precisione geometrica. Confesso che all’inizio della mia professione ero tra quanti dividevano il mondo e le situazioni in bianco e nero, senza sfumature intermedie. Poi la vita. Ho incontrato volti e nomi (compresa me stessa), e la teoria si è inginocchiata alla pratica, alla realtà di vissuti che escono dai libri e narrano situazioni molto più colorate di ciò che si legge come «il caso X». Mi perdoni questa ampia premessa, ma è lo sfondo su cui pongo i pensieri successivi. Sono profondamente convinta, e lo ripeto spesso, che una «vocazione» per essere tale, cioè per essere in sintonia con quelle dimensioni trascendenti che riteniamo importanti – la famosa «volontà di Dio», espressione nella quale però proprio non mi ritrovo – debba espandere la persona. L’intuizione iniziale rispetto ad un percorso di vita, seminario, comunità, fidanzato/a, non potrebbe essere vagliata altrimenti che osservando la crescita, l’evoluzione di Francesca, di Marco, di Matteo. Non entro nella dimensione spirituale, perché pur essendo credente non è la mia competenza, tuttavia anche dal punto di vista umano-psicologico qualcosa si può dire. Prendiamo l’esempio di Francesca: dopo alcuni anni di vita fraterna la rigidità iniziale che la caratterizzava e per la quale le sue sorelle scherzavano volentieri, inizia un allentamento. Lei che andava presa con le pinze perché «non si sa mai come reagisce», lei che «guai a cambiarle il programma della giornata», sembra essere più disponibile. Capiamoci: non intendo «più servizievole» nel senso dell’efficientismo tipicamente religioso – si dà un gran da fare – ma nel senso di una maggiore apertura alla vita, ai suoi imprevisti, un’attenzione meno egocentrica che inizia a spostarsi sugli altri, una flessibilità di orizzonti. La vocazione, direi, inizia allora a delinearsi nella direzione giusta. È vero che la vocazione è molto di più di questo, ma tutte le dimensioni precedenti non possono essere bypassate in nome di un astratto progetto di Dio. La pienezza umana fa saltare di gioia il Dio cristiano. C’è molto altro, però. La dimensione individuale non è a sé, e non è osservabile in modo isolato, in quanto interpella e coinvolge anche il contesto in cui si inserisce. Bisogna dirselo con coraggio e lucidità. Talvolta un desiderio vocazionale autentico, purtroppo, non trova un ambiente fecondo, ma stantio, fermo, poco propulsivo, non accogliente la novità di una persona creativa. E per aggiungere complessità, anche il nostro tempo non aiuta granché, pensiamo, ad esempio, alla vita di un sacerdote, carico di ruoli e responsabilità e quasi sempre solo. Accade, allora, che pur con le migliori intenzioni interne, la stabilità affettiva inizi a vacillare. Voglio dire che «la vocazione» è una realtà piena di sfaccettature che non può essere risolta con «hai vocazione/non ce l’hai». La immagino, piuttosto, come un processo relazionale, che richiede tempo (appunto è un processo), immensa prudenza, autenticità in chi vuol capire quale è la propria strada di vita, libertà interiore in chi accompagna per non presumere di leggere «segni» in ogni dove, e di conoscere già la rotta per quella persona. Di certo questi sono solo frammenti, magari potremmo riprendere ancora l’argomento. Ciò che vorrei comunicare è però soprattutto la necessità che un «progetto» si incarni nella storia di ciascuno, e si consideri se quella persona migliora, matura, si consolida, si apre all’amore, è serena. Questa valutazione non avviene una volta per tutte, sebbene ci sia un tempo privilegiato per tale discernimento: è necessario confrontare se stessi sull’espansione di sé ciclicamente. So che può apparire liquida una prospettiva simile, lo comprendo! Ma di fatto persone infelici rendono infelice anche l’ambiente intorno. Cosa fare, allora? Non ho una risposta, e non ce l’ha nessuno, però forse possiamo darci dei criteri da tener presenti. Credo che l’obiettivo sia, in un certo senso, dare una mano a Dio che vorrebbe ciascuno di noi ben realizzato, e non frustrato, ripiegato su di sé, aspro, e sempre inquieto. Chi accompagna un processo vocazionale, ai suoi primi passi o successivamente, dovrebbe perciò – insieme alla persona interessata – considerare la sua crescita e sostenere con lei e per lei il raggiungimento di un’armonia di vita, o il suo ritrovamento, qualora quel fratello o quella sorella l’abbia persa. Nessun canovaccio da seguire. Si chiude il manuale di istruzioni e si apre «quella» vicenda, con tutta la fatica, la complessità, ma anche la bellezza di un servizio davvero sublime, affiancare il cammino di chi cerca se stesso, e quindi Dio.
Comunità

Io, sacerdote, mi sono innamorato

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Sono un sacerdote religioso, solo da qualche mese seguo la vostra rubrica, che mi ha fatto conoscere un mio studente, ma devo dire che oggi tra noi a casa la utilizziamo spesso come pista di riflessione e di verifica. Ho pensato di scrivere non tanto per porre una domanda, quanto per condividere un’esperienza vissuta e che forse tanti altri riconoscono come propria. Non ero “in crisi” e in comunità, e nonostante sia un ambiente maschile, dialogo e vicinanza dei fratelli mi pareva non mancassero, o almeno così pensavo. Ritengo che siamo una realtà senza grosse conflittualità. Eppure ho conosciuto in Rete, per lavoro, una donna mia coetanea, e, come potete facilmente immaginare, il prosieguo è stato un crescendo di confidenza e di benessere […]. Ripeto, non avevo motivi evidenti per voler evadere dalla mia vita, ma un affetto speciale e uno sguardo esclusivo su di sé sono un’esperienza forte, bella e appagante. Per farla breve, ho chiesto al mio Responsabile un periodo di pausa, ero confuso e annebbiato e poi molto preso dalla storia. Le cose importanti che vorrei condividere con chi attraversa la mia stessa vicenda sono che: ne ho parlato apertamente (non è facile lo assicuro), e il mio superiore, sicuramente sorpreso, mi ha chiesto in che modo potesse aiutarmi. Mi sono confidato solo con altri due sacerdoti a me molto vicini e anche loro, senza troppe parole, mi hanno chiesto di non mollare tutto “di pancia”, con loro ho mantenuto dei momenti di scambio e sì…anche di preghiera insieme. Non è stato semplice e non lo è ancora, però ho ritrovato la rotta. Ad un certo momento dove il cuore voglia stare arriva chiaro e forte, anche se rimane una lotta. Non ogni crisi è un’uscita. E non ogni crisi è distruttiva.


Ha ragione, qui posso solo fare eco alla storia calda e confidenziale che ci ha condiviso. Ho dovuto abbreviare qualche passaggio solo per ragioni di spazio, ma l’essenza, come vede, c’è tutta. È vero: normalmente si pensa che solo dove ci sono problemi e difficoltà evidenti si possa infilare una crisi, e in effetti di solito accade così. Però ci possono essere altre condizioni, semplici e ordinarie, che col tempo ci motivano a spostare lo sguardo dal partner e dalla propria vocazione, altrove. Penso alle nostre giornate folli, piene di impegni e di responsabilità, dove i pasti diventano lo spazio in cui riprendere fiato e nulla di più. Si arriva a letto alla sera talmente stanchi che la giornata successiva sembra tutt’uno con quella precedente. Penso alle nostre coppie, alle famiglie, e agli ambienti comunitari, dove è facile dare per scontato, dopo anni di convivenza, che l’altro è «fatto così e così», per cui, con questa presunzione, allentiamo l’attenzione reciproca e quindi la capacità di cogliere i segnali di stanchezza, di preoccupazione o di solitudine del partner o del fratello/sorella. Comunque sia, credo che uno sbilanciamento sulla prestazione efficiente (il lavoro, la carriera, l’apostolato) piuttosto che sulla qualità di vita insieme, e un individualismo camuffato dall’essere molto impegnati in cause importanti, ci accomuni tutti. È impressionante quante volte e con quanto calore Papa Francesco non perda occasione di dirlo: nessuno si salva da solo, non possiamo più ragionare con l’io ma col noi, non andiamo da nessuna parte se pensiamo di arrivare primi lasciando il gruppo indietro… Allora, forse, le nostre possibili crisi iniziano a germinare qui, nel bisogno radicato nel cuore umano di vicinanza, di fratellanza, non quella grossolana e generica, ma quella inclusiva, delicata, attenta al singolo e alle sue vicende. Quando si incontra uno sguardo così, premuroso, sensibile a «me», le viscere riconoscono che è quello di cui avevamo desiderio, e non si capisce più nulla, si perde la testa! L’esperienza è bellissima. Come dice lei, è un crescendo di intimità e benessere ai quali non ci si può sottrarre, sarebbe innaturale. Ci sono dei però… non ogni modo di accogliere e di esprimere questa intimità è in armonia con la decisione esistenziale presa. E non tutto alla lunga fa bene veramente. Qui sta la grande sfida. Pensi che il Manuale Diagnostico a cui mi riferisco spesso, riguardo al livello ottimale di funzionamento della persona – che noi chiameremmo maturità – parla di «perseguimento di obiettivi esistenziali coerenti e significativi sia nel breve sia nel lungo periodo». Noi ci rendiamo conto, anche quando cerchiamo di occultare questa consapevolezza, se in quella micro-azione o omissione stiamo perseguendo o meno l’obiettivo esistenziale. Come diceva un Autore, l’inconscio non è muto. Ha i suoi canali di espressione. Per esempio: il senso di inquietudine per un sms di troppo, o per una parola troppo confidenziale. Un primo gesto innocente, che ci sta facendo provare un’ebbrezza nuova, potrebbe essere fuori dall’obiettivo. Non accade nulla, non c’è niente di male. Neppure col secondo, innocuo anch’esso. Neppure il terzo è un problema. Tuttavia si apre un canale di evasione, inizia un lento processo di distanziamento dalla vocazione iniziale. L’amore è delicatissimo e non ammette sconti, né concessioni ad altri «amori». Si può cadere, ma, appunto, è una caduta, che va chiamata col suo nome e poi recuperata. Riprendo ancora il suo pensiero: è molto bello quello che lei dice sull’apertura. Magari accadesse così per tutti! Talvolta quando se ne parla è già trascorso troppo tempo e la crisi è diventata «nuova realtà», c’è poco da discernere e confrontare. Il coraggio di aprirsi con una persona di fiducia è una meravigliosa speranza di poter essere aiutati a capire… Certo può accadere che una crisi sia l’occasione per rivedere la propria scelta di vita e qualche volta per orientarla altrove, bene, ma non è la norma, ed è sempre un processo serio. In ogni caso, nessuno scandalo, come dice fin dall’inizio l’Esortazione Apostolica Amoris Laetitia, al n. 8: «La Bibbia è popolata da famiglie, da generazioni, da storie di amore e di crisi familiari», e al n. 232 parla delle crisi come parte della «drammatica bellezza» di ogni famiglia, quindi anche di quelle vocazionali. Però bisogna darsi tempo, non correre a leggere come un «ho sbagliato strada» l’innamoramento che si sperimenta al di fuori della propria scelta di vita. Tempo. Serio, pacato, di autentico ripensamento, confronto, accompagnamento spirituale e psicologico – quanto sono importanti – senza fingere discernimento, avendolo in realtà già fatto in cuor proprio. Questo tempo aiuta a capire cosa c’era che scricchiolava, cosa mancava alla giornata, alla vita, alla vocazione, speranze disilluse, cambiamenti vissuti, fallimenti, progetti non realizzati. È l’occasione per una seconda fase vocazionale, più consapevole e autentica. «Ogni crisi nasconde una buona notizia che occorre saper ascoltare affinando l’udito del cuore» (AL, 232). Per concludere: ripensare i nostri ambienti di vita, come funzionano, quale sia il grado di comunicazione (autentica o formale), scambio, sostegno e conoscenza reciproca è fondamentale anche per ridurre le possibilità che qualcuno cerchi di colmare i vuoti fuori casa. Grazie, quindi, per aver voluto raccontare questo pezzo di vita e sono certa che possa accomunare e ispirare molte altre storie simili.
Comunità

Vivere insieme: essere generativi

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Gent.ma Chiara, potrebbe dirci una parola sull’esercizio della maternità (intendendo con questa espressione la maternità buona, il prendersi cura) da parte delle consacrate nei confronti degli altri membri della comunità? Penso, in particolare, alla realtà del monastero, che è quella in cui vivo, e che a volte mi sembra piuttosto rischiosa riguardo alla possibilità di ripiegarsi su di sé, a causa della solitudine nel lavoro e nella cella. Questi spazi personali, pensati come tali per favorire quel silenzio necessario all’ascolto della voce di Dio, danno occasioni per lasciarsi plasmare dallo Spirito e diventare sempre più capaci di comunione, ma rischiano di diventare luoghi nei quali appiattirsi sui propri ritmi, sulle proprie necessità ed esigenze, fino a rendere difficile l’uscita da sé nei momenti comunitari.

Dato per assunto il rispetto della coscienza dell’altro/a di cui ha parlato in «Rigidità e maturità umana» (e altrettanto quanto ha scritto nello stesso articolo a proposito dell’area cieca della finestra di Johari), come aiutare ad acquisire consapevolezza, nel momento in cui si riscontra nell’altra un ripiegamento? E anche (soprattutto) come vigilare su di sé? Grazie!Una Monaca


Una gran bella domanda per iniziare il 2021 nella nostra rubrica. Grazie anche per l’accuratezza e la fedeltà di lettura. Mi colpisce la parola «maternità» perché è un’immagine, un’icona tanto bella quanto ambivalente. Mi muoverò così: un cenno sulla parola da lei utilizzata, qualche spiegazione evolutiva, e infine alcune considerazioni sulla vita insieme. Nelle realtà di vita in comune, soprattutto femminili (ma non solo), credo che il pericolo più diffuso sia la ripetizione più o meno consapevole del giocare a «mamma e figlia» di storica memoria: una impersona la genitrice che dà indicazioni, guida, decide per tutte, e le altre assumono il ruolo di figlie, ancora a 40, 50, 60 anni…così la comunità diventa la brutta copia di un quadro domestico. E la maternità scade rispetto al suo significato più profondo. Se si gioca, il gioco a un certo momento termina, e comunque nelle famiglie sane i figli crescono e i genitori si fanno da parte per permettere l’autonomia della prole e l’assunzione di responsabilità. Uno degli 8 stadi dello sviluppo umano descritti da Joan Erikson, tra i maggiori psicoanalisti americani, è proprio la fase generativa, collocata tra le tappe evolute dell’età adulta. Questa viene contrapposta – ogni fase viene rappresentata per antitesi – alla stagnazione/preoccupazione esclusiva di sé. In questa tappa la sfida evolutiva è: si è produttivi e creativi, o stagnanti? Cerco di chiarire. Primo: attenzione, la dimensione «generativa» non ha nulla a che vedere con un gioco di ruoli, e non coincide con la genitalità, o la procreazione fisica. Quindi: non ci sono eccezioni, tutti siamo chiamati a diventare madri e padri nel senso dell’uscita da sé = della capacità di amare. Secondo: dopo lo stadio in cui la persona apprende la vicinanza e l’intimità (vs. l’altra polarità dell’isolamento), quello successivo, appunto, è l’espansione di se stessi attraverso il prendersi cura dell’altro. Nessuna indicazione morale, l’attenzione fuori dai propri confini è un indice psicologico di evoluzione sana. Qualche esempio molto concreto della non-espansione, di chi fa il nido e non vuole uscirne, rallentando così tutta la comunità e facendola ristagnare in una sorta di pensionato:
  • l’ossessione per la propria salute per cui, parafrasando S. Teresa d’Avila, ci si mette a riposare in anticipo, caso mai dopo arrivasse il mal di testa;
  • il rigido adempimento del proprio compito e basta, per cui non c’è verso di dare una mano oltre quello che «mi tocca fare»;
  • la mormorazione seriale, per cui diventa un’abitudine e uno stile di vita il pettegolezzo, lo sparlare in corridoio, il «chiacchiericcio» (temi molto cari a Papa Francesco), senza la capacità di affrontare le difficoltà col diretto interessato, o comunque negli spazi e nei tempi appropriati;
  • la diffidenza verso il diverso da sé, in termini culturali, etnici, di idee. Questo favorisce i clan interni e i gruppi chiusi che appesantiscono la comunità, la rendono asfittica e senza energia vitale.
Si potrebbe andare avanti ancora parecchio con gli esempi, ma torniamo alla vita in comunità. Ogni membro che è dentro un processo vocazionale (sacerdotale o di consacrazione) ha un mandato naturale di crescita – senza esoneri – verso la cura e la dedizione agli altri. La domanda è: gli ambienti di vita in comune favoriscono questa evoluzione, stimolano il senso di appartenenza, che a sua volta permette di sviluppare il bisogno di dare se stessi? Allenano la capacità di amare, amare e amare sempre di più? O viceversa, tendono a rattrappire, a infantilizzare le persone? L’interrogativo vale per la vita monastica, ma vale anche per quelle realtà che, invece, prevedono cambi geografici e missioni esterne. Credo sia un rischio enorme per i percorsi vocazionali (le coppie hanno altri rischi e certamente si può dire altrettanto) il favorire la stasi dei suoi membri – ha ragione la Sorella che scrive – in quanto tra comodità fisiologiche al gruppo (c’è chi fa la spesa, cucina, paga le bollette), regole e «obbedienza» si corre il pericolo di adagiarsi, non raggiungere mai una vera autonomia. Il processo però è a due, come sempre nella vita umana: la comunità che crede di fare del bene dirimendo ogni questione, dirigendo i suoi membri, imponendo un pensiero unico, in realtà crea danni enormi per la crescita di chi ne fa parte. D’altro canto la maturità individuale rimane essenziale. La persona matura – a rilevarlo è la comunità scientifica internazionale – mette in atto comportamenti propositivi, prende iniziative, propone idee e progetti, si fa carico della scelta assunta e non la delega ad altri. Perciò, se un giovane o meno giovane aspetta sempre indicazioni prima di mettersi in gioco, conteggia gli impegni, è lamentoso, chiacchierone, o ipercritico…qualche domanda sulla riuscita umana e vocazionale andrebbe posta, e senza mezzi termini. Non ci sono sempre e solo questioni sessuali a mettere in discussione una vocazione, ma direi ancora di più questioni evolutive. Per cui ciascuno potrebbe interrogarsi: sono propositivo? Come contribuisco alla vita comunitaria? Se chiedessi agli altri come mi vedono, cosa direbbero? E forse potrebbe essere utile vivere, in contesti adeguati, quell’ammonimento reciproco che aiuta a migliorarsi. Concludo con le parole di Papa Francesco nella magnifica Esortazione Apostolica Amoris Laetitia (162), precisando che ogni vocazione contribuisce all’altra e fa da specchio a risorse e debolezze rispetto al proprio stato di vita, per cui quanto segue è altrettanto vero nella direzione opposta, del bene che noi famiglie riceviamo dall’amicizia e dalla profezia della vita in comune: «Il celibato corre il rischio di essere una comoda solitudine, che offre libertà per muoversi con autonomia, per cambiare posto, compiti e scelte, per disporre del proprio denaro, per frequentare persone diverse secondo l’attrattiva del momento. In tal caso, risplende la testimonianza delle persone sposate. Coloro che sono stati chiamati alla verginità possono trovare in alcune coppie di coniugi un segno chiaro della generosa e indistruttibile fedeltà di Dio alla sua Alleanza, che può stimolare i loro cuori a una disponibilità più concreta e oblativa».
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