L'esperto risponde / Psicologia

Chiara D’Urbano

Psicologa e psicoterapeuta, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Sono Perito dei Tribunali del Vicariato di Roma e collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna.

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Vita in comune

Percorsi di dialogo tra consacrate e consacrati

Voglio raccontarle l’esperienza che ho fatto durante l’estate. Sono una giovane consacrata, è già il secondo anno che la mia Congregazione organizza sia la settimana di formazione, che quella di apostolato missionario, con i giovani religiosi della nostra stessa realtà carismatica. Era la prima volta che partecipavo, sia alla prima settimana che alla seconda esperienza. Sono stata contentissima di questa opportunità, trovarsi tutti insieme uomini e donne accomunati dallo stesso cammino e dallo stesso carisma, è stato coinvolgente e anche originale. Nello stesso tempo, però, sono rimasta veramente impressionata dalla differenza che ho potuto constatare nella “gestione” di noi giovani da parte dei nostri responsabili. Anzi, dal modo in cui noi stessi, giovani consacrate e giovani consacrati, ci rapportiamo sia tra di noi, che con l’autorità. Penso che noi donne siamo ancora un passo indietro. Una giovane consacrata

La ringrazio delle sue gustose osservazioni che ho dovuto abbreviare, ma di cui terrò conto anche rispetto ai fatti che lei riporta. Lei racconta, ad esempio, di una serie di permessi che voi donne siete abituate a chiedere alle vostre responsabili «per ogni minimo movimento», del timore di sbagliare che vi accompagna quando portate avanti un’attività, e ancora della mancanza di libertà anche solo per un’uscita tra di voi, guardata spesso con sospetto, «mentre i ragazzi possono andarsi a prendere una birra e nessuno si scandalizza».

Non credo che lei esageri in ciò che scrive. Mi pare, infatti, che le realtà di vita consacrata femminile, o almeno molte di esse, mantengano uno stile effettivamente diverso da quelle maschili, che però non sono il modello di riferimento. Possiamo provare, allora, a vedere gli aspetti di forza e quelli di debolezza.

Consacrate

Il rischio di un certo maternalismo prevale nelle comunità composte da donne, dove la responsabile assume, non solo metaforicamente, il ruolo di “madre”, ma qualche volta in senso letterale. Fin troppo. Si preoccupa per le sue “figlie”, chiede loro un’obbedienza passiva, non rendendosi sufficientemente conto che ha a che fare con persone adulte e di fatto autonome, anche solo per l’età cronologica di chi entra in vocazione.

Questo atteggiamento può costituire un «modello pervasivo di rinforzo sulla dipendenza», le direbbe lo psicanalista statunitense Glen Owens Gabbard. In altre parole, genitori e responsabili di comunità, in assoluta buona fede, potrebbero non favorire la crescita sana di figli e membri a vita comune, e quindi prolungare l’infanzia, alimentando insicurezza e soggezione, oltre le fasi naturali di sviluppo della persona.

Anche nella vita consacrata c’è (o ci dovrebbe essere) un’evoluzione dell’individuo, che all’inizio ha necessità di maggiori indicazioni, regole e punti di riferimento, ma gradualmente dovrebbe emanciparsi per acquisire una propria identità e capacità progettuale. Sappiamo che l’indipendenza va poi equilibrata con l’essere una fraternità, e con l’obbedienza che, però, è un atteggiamento di fede serio e radicalmente adulto, e non assomiglia a quella dei bambini. C’è obbedienza e obbedienza…

Perciò, come nelle dinamiche familiari, se le figure formative (genitori e superiori) non incoraggiano l’espressività dei figli e dei membri, e amplificano troppo la dimensione del controllo, creano quello che potrebbe definirsi un «attaccamento insicuro», che può portare a forme di dipendenza reciproca. Nel senso che gli uni devono tenere tutto sotto controllo per sentirsi tranquilli e assicurare il buon andamento di casa, mentre gli altri finiscono per adeguarsi. Perciò, pur di non perdere la stima, l’affetto e l’appoggio, rimangono in una condizione piuttosto passiva e, appunto, insicura. Allora si chiede conferma per qualunque gesto e si attende rassicurazione per tutto. Il messaggio implicito, infatti, che è stato interiorizzato, è che l’indipendenza rappresenta un limite, un venir meno allo spirito di consacrazione. Accade soprattutto tra le donne a vita comune.

Forse bisognerebbe solo intendere meglio “l’autonomia”, che quando è sana non significa ribellione o agire per conto proprio. Significa, invece, acquisire sicurezza in se stessi, saper stare sulle proprie gambe, per diventare membri attivi e propositivi. In fondo le comunità più belle sono quelle in cui la fraternità non livella le singole personalità, ma le valorizza. Consacrati e consacrate “liberi” interiormente, cioè non dominati dalla paura, né dipendenti da un altro/a, arricchiscono la comunità, la rendono dinamica e più efficace nell’apostolato. Anche le responsabili, del resto, talvolta si lamentano della scarsa intraprendenza di giovani e meno giovani.

Consacrati

D’altro canto, gli uomini – spesso isole in comunità – “invidiano” le realtà femminili dove c’è qualcuno che ha cura dell’altro, dove non ci si sente persi nel numero e si respira maggiormente un clima familiare, inteso proprio come attenzione e considerazione reciproca. Gli ambienti comunitari che sembrano solo luoghi di passaggio tra l’orario di lavoro e altri impegni, dove ciascuno vuole essere del tutto libero di muoversi senza dover “rendere conto” ad altri, mi pare che non siano un modello di vita in comune. C’è solitudine, così, fino all’isolamento. Non ci si sente appartenenti a nessuno.

Non credo, in questo senso, che le donne stiano un passo indietro.

Per concludere, penso che lei abbia ragione a desiderare una maggiore autonomia nella vita consacrata femminile che, lo ripeto, non vuol dire caos e soprattutto individualismo, di cui è fin troppo malato il nostro tempo, ma fiducia reciproca perché ciascuna possa esprimersi al meglio.

Le posso dire, comunque, che è un cammino che oggi uomini e donne stanno già facendo, contaminandosi (non imitandosi) negli aspetti buoni a vicenda: gli uomini apprezzando la capacità femminile di vicinanza, le donne apprezzando gli aspetti più virili di autonomia.

Parlatene tra voi, parlatene con le vostre responsabili, non come un sindacato che protesta, ma come sorelle che vogliono crescere insieme. I giovani portano uno spirito nuovo e il desiderio di rinnovare il modo di comprendere e vivere la vita in comune, e il confronto con le precedenti generazioni è una grande opportunità per tutti.

Ho visto, in questi anni, comunità femminili fare dei percorsi bellissimi di dialogo tra consacrate e con le realtà maschili (ottimo fare dei ritiri o portare avanti un apostolato insieme), e anche di cambiamento per lasciare spazio alle esigenze delle nuove arrivate (anche se forse non vanno a prendersi una birra!). Queste comunità non si sono snaturate diventando “altro”, anzi, sono spazi sereni di solidarietà, pur tra culture ed età molto diverse, e ambienti sani per la possibilità, senza drammi, di ragionare su come si vorrebbe portare avanti la propria vita in comune.

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Rigidità e maturità umana

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Come aiutare a superare la mancanza di passione, la stanchezza, l’individualismo esagerato, le difficoltà nei rapporti che a volte emergono? Possono essere segnali di mancanza di vocazione alla vita comunitaria? Come aiutare la persona affinché si renda cosciente? Perché accade che tante volte lo vedono e soffrono gli altri compagni, il responsabile, la comunità… E non lo vede, né lo accetta, lei o lui. Un consacrato


La domanda è molto interessante e tocca diversi aspetti dei processi umani e in particolare di quelli vocazionali. Inizio dalla fine. La consapevolezza di sé è un aspetto fondamentale del vivere insieme. Credo che difficoltà caratteriali e limiti personali non siano di impedimento alla la vita comunitaria, purché… la persona sia disponibile ad acquisire un contatto autentico con se stessa e accetti di provare a esaminare quegli aspetti che altri, invece, vedono chiaramente. Uno dei riquadri della famosa finestra di Johari – dai nomi dei due psicologi Joe Luft e Harry Ingham, che l’hanno elaborata nel 1955 – definisce «area cieca» quella parte di me che io stesso ignoro, ma che chi mi sta accanto e intorno conosce. Area aperta - quello che so su di me e racconto agli altri Area segreta - quello che so su di me, ma mantengo riservato Area cieca - quello che non so su di me, ma gli altri sanno Area ignota - quello che non so su di me e anche gli altri ignorano Come aiutare a rendere meno “ciechi” quegli aspetti che sfuggono alla conoscenza della persona interessata? La vita comunitaria in se stessa normalmente favorisce un allargamento ed un approfondimento del «chi sono», e di «come mi relaziono agli altri». Mi capita spesso, in effetti, di ascoltare da sacerdoti, consacrati e consacrate quanto il rapporto con la gente, il trovarsi con i fratelli e le sorelle, perfino i pasti e i momenti di festa, li aiutino a diventare più autentici. Questo accade perché il contatto quotidiano, e non solo sporadico, e la condivisione di tanti momenti semplici e ordinari in comunità facciano sentire liberi i membri di offrirsi un rimando schietto l’uno all’altro: «ti vedo nervoso», «mi sembri impaziente». E tale scambio informale permette (o dovrebbe permettere) di acquisire un sguardo su di sé più realistico: «sai che non mi ero mai pensato in questi termini?», «sai che non mi ero mai accorto di essere così?», «grazie per avermi fatto notare che talvolta sono brusca». Tuttavia tale processo di crescente consapevolezza non è scontato. C’è chi accetta questo gioco di scambio di luci che la fraternità permette, a differenza del mondo esterno dove di solito prevalgono la forma e la compiacenza per interesse, o comunque dove la conoscenza interpersonale rimane più superficiale. Ma c’è anche chi rimane rigido, sulla difensiva, e non accetta che altri possano vedere aspetti di sé che egli non coglie, rifiutando quelle considerazioni che non corrispondono a ciò che lui o lei conosce di se stesso/a. Le ragioni possono essere diverse, ma sta di fatto che la persona non ha nessuna intenzione almeno di provare a riflettere sulle cose che le vengono dette. E qui si arriva al cuore della domanda.   I colloqui personali, i dialoghi a due rappresentano, di solito, il contesto più delicato e adatto nel quale alcuni osservazioni meno piacevoli dovrebbero trovare un’accoglienza migliore. È chiaro, però, che occorre fiducia reciproca perché si possa entrare nella sfera personale dell’altro in un modo che non suoni giudicante, ma affettuoso anche se critico. E la fiducia richiede tempo e pazienza. In ogni caso, non si dovrebbe mai mettere nessuno in condizioni di sentirsi ferito da un qualche commento meno benevolo, specialmente in pubblico. In molte comunità, comunque, c’è anche la possibilità di un momento strutturato di verifica comunitaria, e questo appuntamento può aiutare nella comunicazione reciproca. Purtroppo, però, non è detto che neppure con una base di fiducia e in un contesto riservato, la persona interessata recepisca le indicazioni del responsabile, o degli altri confratelli o consorelle. Per cui i rimandi non vengono in alcun modo integrati dentro di sé. Allora, la migliore comunità possibile, i superiori più attenti, possono fare ben poco. Credo che proprio la scarsa docilità (docibilitas, come la chiamerebbe Cencini), sia un grande impedimento al buon vivere insieme, e rappresenti uno degli aspetti di immaturità, apparentemente secondario, ma in realtà grave per una vocazione comunitaria. In genere la disponibilità al confronto, a lasciarsi interrogare dalla vita comunitaria, e il desiderio di cambiare anche attraverso e grazie agli altri, emerge fin dalla formazione iniziale. È importante, perciò, accompagnare chi intraprende il percorso vocazionale in una progressiva apertura al formatore/formatrice e agli altri anche rispetto al sapersi mettere in discussione (che non vuol dire entrare in crisi per qualunque commento esterno!). Se questo non avviene, è improbabile che poi la persona si renda disponibile a ciò, negli anni a seguire, diventando “una bella croce” per le persone intorno! Sono comunque fratelli e sorelle da accogliere ed amare, in modo particolare, senza mai perdere la speranza di un miglioramento possibile (per questo possiamo anche pregare).   Pertanto, riprendendo la domanda iniziale, e concludendo: la stanchezza, la perdita di passione, l’individualismo di un fratello o una sorella di cui tutta la comunità si rende conto e si fa carico – come in famiglia ci si prende cura dei momenti di debolezza di qualcuno dei suoi membri – possono diventare distruttivi per la persona non tanto in se stessi, quanto perché ella non è disponibile a lasciarsi aiutare. Il rischio è che questa condizione peggiori nel tempo. Gli altri intorno si dovranno allenare, allora, a starle accanto così, non avendo altre possibilità di intervenire in modo costruttivo. Bisogna comunque rispettare la coscienza dell’altro, anche quando non la si comprende. Saper accogliere i suoi silenzi e le sue resistenze è parte del vivere insieme adulto e non fusionale. Intendo con fusionale la situazione, negativa, dove tutti pensano e sentono allo stesso modo, come accade agli adolescenti (e talvolta in alcuni ambienti comunitari), che per essere accettati dal gruppo – e paradossalmente sentirsi “unici” – livellano le individualità, diventando tutti uguali. Certo rimane importante valutare e accompagnare fin dai primi anni formativi l’apertura di chi intraprende il percorso vocazionale, e la disponibilità al confronto, segni significativi di una necessaria maturità di base. Solo se è presente tale capacità e il desiderio di crescere insieme nella vita comunitaria – che emergono concretamente nella progressiva apertura dell’area cieca –, la persona rimarrà aperta alla fraternità. E nei momenti bui non si troverà da sola ad affrontarli.
Vita in comune

Se arriva il Capitolo generale…

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Ci prepariamo, tra pochi giorni, a vivere il Capitolo Generale della nostra Congregazione, che ha qualche secolo di vita. Noi responsabili capiamo che, al di là delle strutture, avremo da riflettere sullo stile comunitario che ormai è il cavallo di battaglia dei nostri incontri e “scontri”. È difficile distinguere ciò che è fondamentale, da ciò che è temporaneo e quindi può cambiare. Se mi può dare qualche spunto credo che sarebbe molto utile. Una Superiora Provinciale. Il prossimo anno la mia Famiglia religiosa vivrà un importante momento per tutti noi: il Capitolo Generale. Molte cariche cambieranno e noi giovani speriamo che tante vecchie consuetudini finalmente cambino. In realtà siamo divisi, nel senso che “a gruppi” speriamo cose diverse e alla fine discutiamo su ciò che è essenziale e cosa non lo è. Un giovane seminarista in formazione.


Lo spazio della rubrica non riuscirà ad esaurire queste due considerazioni molto simili, che toccano una questione attuale. Provo, tuttavia, a condividere qualche spunto. Prima di tutto riprendo l’interrogativo concreto che emerge: cosa si può aggiornare o ripensare? La quantità di tempo insieme? Il cosa si fa? Il modo di stare insieme? Credo che siamo tutti d’accordo sul fatto che la dimensione relazionale è l’aspetto nevralgico della nostra società. Le coppie riflettono su cosa sia necessario per sentirsi coppia. Le comunità, maschili e femminili, si interrogano sulle tradizioni nelle quali si sono formate e se queste reggano i cambiamenti antropologici. Gli anziani si domandano «dove andremo a finire» di questo passo. E i giovani come potranno cavarsela nella convivenza con generazioni tanto diverse.   Un punto di partenza: le categorie di riferimento non sono solo quelle umane. Nei percorsi con Dio la motivazione per vivere insieme viene dalla fede. Non è un dettaglio, o solo una precisazione teorica, per di più scontata. L’Istituto che affronta un momento importante quale un Capitolo Generale, o un tempo di sistemazione delle proprie regole di vita, non può prescindere dalla sua origine carismatica. Quello che voglio dire, è che il Fondatore o la Fondatrice non ha creato una propria azienda, di cui è diventata padrona e poi ha assunto dei dipendenti, ma ha dato spazio ad un’Ispirazione che lui o lei ha assecondato, ma che nasceva Altrove. Quindi: nessuno possiede nulla. Ne segue un’incredibile libertà interiore. Paradossalmente, neppure chi riceve l’intuizione dallo Spirito può dirsi proprietario o titolare del carisma. E quella Famiglia religiosa non può considerare «sua» la novità di dare accoglienza ai poveri invisibili, di promuovere l’ecumenismo, di insegnare comunicando dei valori... In questa stessa linea, le opere sono funzionali a rendere operativo il carisma, ma vanno e vengono, si aprono e si chiudono a seconda delle necessità. Ciò che rimane, invece, è quella specifica Parola evangelica che ha messo in moto uomini, donne e le iniziative che ne sono nate. Come custodirLa e nello stesso tempo mantenerla viva?   Ecco che la vita comunitaria, dove sia prevista, «fa memoria» di quella Parola attraverso il suo stare insieme quotidiano, ma deve anche attualizzarla perché non perda vitalità. E qui veniamo alle domande iniziali. Il fondamento dello stare insieme e i valori che lo orientano rimangono immutati. Riconoscere l’obbedienza come scelta di libertà e di fiducia nella Provvidenza, vivere il rapporto con l’autorità (superiore/a, rettore, responsabile di comunità) all’interno di una fraternità dove siamo tutti uguali (il ruolo è funzionale al vivere ordinato, e non è eterno), impegnarsi nel lavoro in quanto parte dell’umanità, ma senza diventarne schiavi… sono dimensioni non soggette al tempo. Tuttavia l’incarnazione di tutto ciò può diventare oggetto di riflessione e aggiornamento. La flessibilità è un indice di maturità, individuale e di gruppo. Cioè il saper rispondere adeguatamente ai cambiamenti delle epoche e delle generazioni chiamate a seguire Gesù. Esprimerei, allora, in questi termini il modo di affrontare l’aggiornamento. Ogni realtà carismatica dovrebbe individuare una cornice minima che rappresenta le mura domestiche, senza le quali l’abitazione viene giù. Le dimensioni imprescindibili perché le persone che vivono insieme possano dirsi parte di una specifica realtà carismatica. Le mura però sono altra cosa dall’arredo, quindi sono da individuare solo quei confini al di là dei quali, sebbene non si faccia del male, si è “altro”. Una coppia più o meno esplicitamente fissa per se stessa dei limiti che salvaguardano l’esclusività del rapporto e l’essere famiglia, secondo propri criteri. Il limite ha un valore molto importante e sano. Senza confini c’è il caos, e i genitori lo sanno bene. Nel caso delle famiglie carismatiche:
  1. cosa ci rende famiglia francescana, legionaria, focolarina…? La nostra identità come si può esprimere nel concreto della vita fraterna perché ci riconosciamo appartenenti ad essa e non solo ospiti? Possono essere, per esempio, individuati determinati tempi e stili di preghiera comune, la condivisione di 1, 2 o tutti i pasti quotidiani. Ogni realtà ha una impostazione diversa del modo di intendere la vita in comune, e darsi indicazioni concrete aiuta a non vivere la fraternità in modo soggettivo, ma condiviso. Se ne può parlare, anzi è bene farlo, e qui tutti hanno diritto di parola, affinché insieme – e solo insieme – si trovino le coordinate per essere fraternità. Richiamo, però, l’individuazione di una cornice e non di tutti i dettagli dell’interno casa che, invece, potrebbero essere lasciati alle singolarità di ciascun membro. Il rischio, altrimenti, è di massificare la comunità e imporre una «uguaglianza» forzata che a lungo andare non regge. Le persone, quando non fuggono, trovano vie alternative per essere se stesse, ed è un peccato che non possano esserlo dentro casa loro. I formatori sanno quanto sono diverse tra i giovani le sensibilità sul vivere insieme. Non dettagliando tutto, ma solo le cose importanti, è molto più facile trovare un accordo e viverlo volentieri.
  2. Cosa vuol dire obbedienza? Cosa è per noi l’autorità? Anche in questo caso ogni realtà (come ogni coppia genitoriale) ha un modo più o meno elastico di vivere i rapporti verticali. Mi sembra bene parlarne, riflettere sul fatto che le nuove generazioni hanno un modo nuovo di intendere l’autonomia, i permessi, l’essere membri di una comunità. Dunque: possono essere aggiornati i margini di responsabilità dei fratelli e delle sorelle? Cosa rende disobbediente un giovane o una giovane? E cosa, invece, esprime l’individualità del singolo e quindi è positivo? Chiedo scusa, ma rinnovo che l’essenziale sono le mura portanti, e non il colore delle pareti, gli oggetti da mettere per abbellire le stanze…
  3. L’apostolato a cosa deve rispondere? In che modo il nostro specifico carisma si traduce nelle opere in cui siamo impegnati? Queste domande preservano dall’imporre una “modalità unica” (e pericolosa) di intendere la missione e di viverla nella pratica.
  Concludo: se il vivere comunitario nasce e si alimenta dei valori evangelici e dell’esperienza della tradizione, per rimanere vitale deve trovare il coraggio di alleggerirsi delle zavorre accumulate nel tempo. A partire dalla governance, e poi a cascata nella vita in comune, le realtà carismatiche non devono temere di perdere la propria identità, se fanno un’opera di discernimento su cornice/arredo (ormai ci capiamo). Anzi, leggere i tempi e saper adeguare ciò che va adeguato significa camminare nella storia e arrivare al cuore degli uomini e delle donne di oggi.
Vita in comune

Grazie a chi risponde Sì

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Come cominciare bene l'anno? Quali sentimenti augurerebbe ad un consacrato di avere in cuore?


A inizio anno sento l’urgenza di rimettere al centro di questa rubrica la grandezza e l’attualità delle scelte di appartenenza al Signore. È la consapevolezza del bisogno di testimoni viventi di un Oltre che inizia fin d’ora, e quindi del “grazie” che va loro indirizzato. Inevitabilmente le domande, le considerazioni, le risposte, gli scambi in questo spazio on-line vanno a toccare punti dolenti, o comunque dubbi e perplessità della vita in comune e del servizio come ministri. Il rischio, allora, è che passi un universo vocazionale a tinte scure. Non è certo l’intento di fondo! Perciò una considerazione che varrà per tutte le nostre riflessioni successive: provando ad immaginare come nei film futuristici, che nell’anno 20XX dovessero scomparire i percorsi vocazionali a vita comune, allora emergerebbe un terribile vuoto che altre vocazioni, come per esempio la famiglia, pur nella loro bellezza e nella loro chiamata alla santità, non potrebbero riempire. Le analisi critiche sono fondamentali, siamo in un tempo in cui si può dire di tutto: preti, consacrati, lo stesso Papa sono continuamente osservati e liberamente “commentati”. E questo è anche giusto (se i toni rimangono rispettosi) in quanto le vocazioni sono scelte pubbliche, e non intimistiche, per cui hanno una rilevanza sociale ed un’eco notevoli. Quindi è positiva la possibilità che abbiamo di poter vivere in modo attivo, e non semplicemente “adesivo”, ciò che accade nella Chiesa. Eppure sacerdoti, religiosi e religiose nella vita eremitica, monastica, claustrale, apostolica, missionaria continuano a rappresentare le mura portanti di una fede che ha bisogno di testimoni vitali. Da un punto di vista psicologico, quanto sono fondamentali i genitori perché non solo mettono al mondo i figli, ma continuano ad “esserci” per loro (anche quando di fatto non ci sono più, o diventano bisognosi di aiuto, perché anziani), come riferimento, come sicurezza, come certezza di amore. Non è forse così anche per noi laici? Sapere che ci sono uomini e donne che ogni giorno si impegnano a vivere il Vangelo – non solo come ogni battezzato – rendendo visibile e tangibile questa appartenenza? Continua a colpirmi il religioso che prima di prendere una decisione, anche molto semplice, come un invito a cena, mi dice che vuole sentire la comunità, non per chiedere “il permesso” ma per assicurarsi che la sua assenza non pesi su altri. O la consacrata che nel ricevere un regalo pensa immediatamente che lo gradirà molto di più la sua consorella Giulia. Essi dicono che la fraternità è un’esperienza di vita in cui la condivisione è reale, e non è un obbligo imposto da regole o costituzioni, o peggio dalla tradizione. Il sacerdote diocesano, stremato dai giorni di festa per le numerose e lunghe celebrazioni, per le tante ore in confessionale, per un non-stop di servizio… dice a noi uomini e donne sempre più solitari e alla ricerca di luce (non di abbagli), che la comunità parrocchiale gli “appartiene” anche se non ha con lei legami di sangue o di parentela. Che i valori naturali, non sono gli unici possibili. Nessuna romanticheria. So che le obiezioni sono moltissime, sulle defezioni, sulle incongruenze, sugli egoismi che si abbattono anche sui chiamati alla vita comune. Vere, perché c’è un’umanità in gioco dentro la chiamata di Dio, e su alcune ci si potrebbe senz’altro lavorare. Però loro sono lì. Le esperienze di vita in comune continuano ad attirare giovani e meno giovani. Numericamente meno numerosi del passato, ma forse più consapevoli. I seminari, pur con tutta la fatica di un ripensamento delle proprie strutture e di un aggiornamento dei programmi formativi, continuano ad accogliere ragazzi desiderosi di dare un senso alla propria esistenza. Certamente non tutti quelli che arrivano hanno motivazioni solide o andranno avanti nel cammino, ma alcuni di loro hanno un desiderio sincero di rispondere alla chiamata di Cristo e saranno persone compiute e sacerdoti credibili. Nuove realtà comunitarie nascono in risposta alle povertà attuali, alle oscurità dell’animo umano, con proposte evangeliche di preghiera, fraternità, condivisione dei beni e dono di sé totale. Dunque, si potrebbe dire: “ma allora Qualcuno c’è davvero” se le scelte vocazionali continuano ad esserci, nonostante tutto! Quindi al coraggio di riflettere, di mettere mano a stili di vita e modalità di incarnare celibato e voti evangelici perché siano sempre più autentici. ad una formazione competente e più attenta alle fragilità umane e alle sue possibili derive. anche all’indicare percorsi alternativi quando la persona potrebbe non maturare una pienezza umana e spirituale in quella strada. E ancora alla libertà di morire a certe tradizioni quando non reggono il tempo, e di mettersi insieme per essere più efficaci nell’apostolato. In tutto ciò, però, sempre un senso di profonda gratitudine a chi, ancora oggi, nonostante le pesanti critiche che vengono mosse ai servitori di Cristo, ha la voglia e la gioia, di darsi, ancora e sempre. Anche per tutti noi.
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Gelosia e invidia in comunità

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Credo di non scandalizzare nessuno dicendo che uno dei problemi che affliggono la vita comunitaria, parlo ovviamente a partire dalla mia esperienza, sono le gelosie che si vengono a creare. Perché una sorella magari studia fuori, può sembrare che abbia possibilità in più delle altre, solo per fare un esempio. Insomma sono convinta che invidia e gelosia siano le piaghe delle nostre realtà di comunità. Una consacrata  A volte penso che sia più facile confidarmi con una persona esterna al mio ambiente che con un confratello. Ho visto confronti e scontri che nascono da una sorta di gelosia tra di noi, sebbene non abbiamo incarichi di potere che “giustifichino” i nostri atteggiamenti diffidenti! Un sacerdote  


Nel linguaggio comune la gelosia è associata a una relazione significativa di amicizia o di amore. Si possono provare sentimenti di gelosia verso un amico da cui ci sentiamo trascurati o verso il partner, quando ci sembra che non ci guardi con gli stessi occhi di un tempo e magari rivolga attenzioni privilegiate a qualcun altro. L’invidia, invece, tra i vizi capitali, riguarda il sentimento di tristezza di fronte al benessere, alla felicità, o al successo altrui. In genere è una condizione che molto difficilmente siamo disposti ad ammettere, perché riconoscere di trovare soddisfazione nella disgrazia dell’altro e di stare male quando questi sta bene è piuttosto imbarazzante. Entrambe queste condizioni interiori, comunque, nascono dal cuore umano e perciò non possono considerarsi estranee neanche all’interno di scelte di vita di speciale appartenenza al Signore, per quanto ciò possa sembrare paradossale.   Sacerdoti e consacrati/e devono fare i conti con la domanda di sentirsi realizzati e al proprio posto, che rappresenta la radice psicologica di sentimenti meno benevoli. Per non vagare con criteri che rischiano di diventare soggettivi, in linea con l’antropologia cristiana utilizzo come termine di confronto il livello di benessere ottimale indicato dal Manuale Diagnostico, condiviso dalla Comunità scientifica internazionale (DSM-5). Utilizzare uno strumento simile non vuol dire spostare su un piano tecnico la riflessione, ma evitare che ciascuno abbia una propria lettura dell’argomento. E poi significa riconoscere che il percorso vocazionale mette in campo tutta l’umanità della persona, che ciascuno è chiamato a conoscere e migliorare. Al «livello 0», quello ideale, la persona «ha un’autostima positiva coerente e autoregolata, che non dipende dai riscontri esterni, non è gelosa o invidiosa. Inoltre «è capace di percepire, tollerare e regolare una gamma completa di emozioni», per cui varia gli stati d’animo in base alle situazioni, senza essere sempre arrabbiata, in conflitto, preoccupata, in competizione… Se poi integriamo il piano dell’identità con quello degli obiettivi di vita, il Manuale mette in campo diversi aspetti: la persona ha una realistica valutazione delle proprie capacità e su queste pianifica e persegue obiettivi ragionevoli (= non idealizza quelli altrui), realizzandosi nei diversi ambiti. Di materiale con cui misurarsi ce n’è già abbastanza.   Si potrebbe obiettare che però, così, il discorso è concentrato solo sulla persona/individuo. E infatti il Manuale integra la dimensione del sé con quella interpersonale. Scelgo solo alcuni passaggi che, a mio parere, costituiscono una potente base di riflessione. La persona «desidera e si impegna in diverse relazioni affettuose, premurose e reciproche», «si adopera per la collaborazione e il bene comune e risponde in modo flessibile alla gamma di idee, di emozioni e comportamenti degli altri». È un testo scientifico a dirlo! Mettendo insieme, allora, i diversi criteri di “buon funzionamento”, credo si possa dire che tra i ministri e i consacrati normalmente si attivano dinamiche di confronto reciproco – e questo è normale e inevitabile –, ma che il confronto può diventare conflittuale e malato, quando l’area di insoddisfazione personale prevale sulle fatiche esistenziali normali. Intendo dire che tutti possiamo migliorare e maturare, ma quando la quota di non-realizzazione di sé è elevata, gelosia e invidia possono diventare distruttive. Aggiungo che tali sentimenti hanno significati diversi a seconda della personalità di base, ad esempio la gelosia può essere legata alla paura di abbandono, al non sentirsi riconosciuto dagli altri, a un senso di fallimento… ma il discorso non può essere approfondito qui   Un’ultima considerazione. L’ambiente circoscritto e stabile, penso ad esempio alle comunità contemplative, ma in fondo a tutte le comunità religiose, e ancora il carrierismo, oggi diffuso anche in ambito vocazionale, e ancora l’incertezza sull’identità dell’essere sacerdote o consacrato nel terzo millennio, sono fattori che possono favorire atteggiamenti di scarsa solidarietà e il bisogno di primeggiare. In fondo il narcisismo di cui oggi parliamo spesso è proprio questo. Nessuno, purtroppo, è immune da un tale clima così seducente, ma anche così divisivo. Concludo, allora, tornando sull’importanza di lavorare su di sé – formatori e responsabili di comunità in modo particolare –, non per «diventare tutti un po’ psicologi», ma perché la profezia delle scelte vocazionali, sta proprio nell’aspetto relazionale e di comunione (che parte da se stessi), a prescindere dal carisma di appartenenza. Ciò che può rappresentare una luce di riferimento, come la stella cometa, sono i laboratori di umanità e fraternità che sacerdoti e consacrati possono offrire alla società, nel loro modo di porsi reciproco e con la gente. Proprio perché il chiamato non sceglie il gruppo di fratelli e sorelle con cui camminare, e l’origine della sua vocazione è oltre se stesso, mi sembra particolarmente significativa la loro testimonianza, spirituale ma anche umana. Testimonianza non di essere migliori di altri o con qualità speciali, ma di fiducia nella possibilità di rapporti fraterni autentici, solidali, il più possibile «buoni».  
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Un chiasso organizzato

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Sono un giovane sacerdote, non so se possiamo dire qualcosa di nuovo sulla nostra condizione di povertà numerica, mi domando, però, se e come possiamo uscire da un clima che oggi sembra buttarci giù, piuttosto che incoraggiare il nostro operato. Mi confronto con altri sacerdoti e con religiose e, di solito, nei nostri scambi prevale – peggio degli anziani! – un vagheggiare il passato, quando avevamo un credito diverso nella società. Non so lei cosa ne pensa di questo, grazie. Un sacerdote   Quando facciamo incontri di formazione per fasce di età, oppure quando ci sono raduni giovanili, mi si riallarga il cuore. Vedo tanti che, come me, vogliono essere aiutati ad andare avanti nel cammino vocazionale e non vogliono cedere alle voci – talvolta da parte delle stesse consorelle – che ci chiedono: «Ma come fai a rimanere lì dentro con tutte quelle anziane dalla mentalità superata? Pensaci bene!» Una novizia.


Non offrirò una risposta “esatta”, piuttosto condivido alcune considerazioni che traggo da voci maschili e femminili sul campo, che cioè vivono l’esperienza vocazionale in prima persona, e quindi non fanno semplicemente teoria. È vero, ormai si parla da tempo della crisi vocazionale, cioè del calo numerico delle vocazioni sacerdotali e di vita religiosa, soprattutto in Europa. «C’è stato un calo del 16% in 30 anni. In cifre assolute, si è passati dai 38 mila sacerdoti diocesani del 1990 ai 32 mila del maggio 2019 […] l’altro dato che non va trascurato è l’età media che è sensibilmente cresciuta: più di 1/3 degli attuali sacerdoti ha oltre settant’anni, quindi c’è un calo di vocazioni e un aumento di età […] e la gente di fede si è sentita un po’ disorientata» (Domenico Agasso a Tv2000). È difficile, se non impossibile, delineare una patogenesi del fenomeno. Smarrimento di fede? Varietà di forme di vite, non solo dicotomiche, matrimonio/vita religiosa? Delusione dei contesti vocazionali? Cambiamento antropo-tecnologico? Credo che ci sia un po’ di tutto ciò. Direi, però, che dovremmo innanzitutto assumere una prospettiva non catastrofica, per cui è necessario riconoscere il problema, ma «come fa Gesù con i discepoli quando stanno davanti al campo nel quale cresce il grano e la zizzania, e i discepoli son preoccupati di togliere la zizzania, Gesù dice: occupatevi del grano […] il problema […] non deve farci perdere la speranza e l’entusiasmo di poter lavorare per il grano che tutti riguarda (don Michele Gianola, direttore Vocazioni CEI, ib.)».   Allora, siamo d’accordo sul dato di realtà, diminuzione numerica a fronte di un aumento dell’età media, ma cerchiamo di osservarlo con uno sguardo fiducioso. Naturalmente l’argomento è complesso e quindi le considerazioni sono altrettanto complesse. Vorrei, però, concentrarmi qui proprio sull’atteggiamento interiore che dovremmo riuscire ad assumere oggi. È una tentazione enorme focalizzarsi solo sui punti oscuri, sui deficit attuali – veri e non immaginari, sia chiaro – perdendo di vista che, ieri come oggi, ci sono testimoni gioiosi e credibili di vocazioni compiute e realizzate, sacerdoti, missionari e consacrate che spendono la loro vita sentendosi realizzati. Felici. Non saprei quantificare se la capacità di amare sia maggiore o minore nel nostro tempo, anche perché ha poco senso: sono convinta che ogni epoca abbia la sua pienezza. Anche la nostra ce l’ha, sebbene si misuri con una sfida importante: riaccendere la bellezza del saper dare la propria vita per sempre (in coppia e nelle vocazioni di speciale appartenenza) e la speranza che il dono di se è possibile e conduce ad una compiutezza anche sul piano umano e non solo spirituale.   Concretamente, come si rende possibile tutto questo? Credo cercando di guarire dalla attuale «cultura del controllo», che impedisce di aprirsi «all’imprevedibile azione dello spirito Santo» e radicarsi in questa apertura (T. Radcliffe, ex Maestro generale dei Domenicani, da: Una verità che disturba). Si tratta, evidentemente, di un atteggiamento interiore da formare e alimentare, in quanto non spontaneo. Bisogna poi, attraverso il coraggio di morire a vecchie consuetudini e a categorie che non reggono i cambiamenti dei tempi, risorgere in forme nuove. In effetti il modo di comprendere e vivere l’essere sacerdote o consacrato ha bisogno di rinnovamento. Ancora Radcliffe scrive che «dare disposizioni per la propria casa non significa fare le pulizie di primavera. Vuol dire prepararsi a morire. E certamente questo è un tempo di morte e resurrezione per la Chiesa. […] Ma di quale tipo di nuovo ordine abbiamo bisogno affinché questa morte e rinascita si compia? Paradossalmente, secondo papa Francesco, ci serve più disordine […] Ai giovani del Paraguay ha raccomandato: «fate chiasso, ma aiutate anche a gestire e organizzare il chiasso che fate. Fate chiasso e organizzatelo bene! Un chiasso che ci dia un cuore libero, un chiasso che ci dia solidarietà, un chiasso che ci dia speranza» (ib.). Anche dal punto di vista psicologico, talvolta è vitale fare disordine per poter acquisire un ordine nuovo. Sistemare una cosa qua e là talvolta è poco efficace.   Riassumendo: quello che possiamo fare, davanti ad analisi nefaste e crisi di speranza, primo è non dare credito a chi vuol convincerci che i credenti spariranno e le vocazioni sacerdotali e a vita religiosa andranno fuori moda! Secondo: non aver paura dei cambiamenti, il cristianesimo non è una religione “sicura”, e quelli che vogliono sicurezza si sgomentano di fronte alle perplessità. Lo dice questo grande domenicano, T. Radcliffe, nel recente Convegno del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione. In quel medesimo contesto Chiara Amirante racconta la propria folle esperienza col popolo della notte e delle periferie umane, insieme al recupero di tanta umanità disperata. Ho voluto, in questo numero, riportare l’esperienza di uomini e donne reali, che vivono in prima persona atteggiamenti fondamentali di fiducia nell’amore che si dona, perché sono convinta che essi indichino strade concrete di fronte alle perplessità e ai timori che il giovane sacerdote e la novizia esprimono anche a nome di moltissimi altri. E perché danno un contributo fondamentale rispetto all’ansia del futuro che oggi imperversa tra di noi. È chiaro, ci sono situazioni interiori e psicologiche che necessitano di un percorso specifico per cui potrebbe non essere sufficiente incontrare testimonianze vere. Tuttavia queste non sono da trascurare proprio perché ci ricordano che ci sono migliaia di vocazioni felici, mature e vitali, che svolgono con gioia il loro ministero, con amore e grande generosità (cf. Una verità che disturba).
Vita in comune

Ammettere in comunità persone fragili?

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Sono una formatrice di un monastero di clausura. È arrivata da noi una giovane che ha espresso il desiderio di condividere la nostra vita, ma soffre di un disturbo alimentare piuttosto serio, per cui è visibilmente e notevolmente sottopeso e io, anzi noi, siamo preoccupate per questo aspetto. È in gamba, ha fatto un percorso di studi solido ed è ben seguita dal punto di vista medico per cui ora ha un suo equilibrio, ma in seguito? E fino a quando? Il sacerdote che l’accompagna ha obiettato che se non siamo noi ad accogliere una ragazza come lei, chi dovrebbe farlo? E questa sua osservazione ha acuito il nostro sentirci in colpa e confuse. Se lei potesse dirci qualcosa ci sarebbe di aiuto. Grazie.


Non è un argomento nuovo per questa rubrica, ma il suo interrogativo è estremamente importante e quindi mi dà l’opportunità di riprendere la questione. I responsabili di comunità, formatori e formatrici, si pongono spesso l’interrogativo di quale sia la linea di confine per poter ammettere persone che presentano delle vulnerabilità dal punto di vista psico-fisico. È chiaro che una linea netta non esiste, anche perché nessuno di noi può collocarsi esattamente secondo un gradiente preciso di “normalità”. Sulle pareti di Santa Maria della pietà che oggi ospita un “Museo laboratorio per la mente” si può leggere la scritta «da vicino nessuno è normale», di forte impatto, ma anche molto vera. Ora, andando al concreto della questione, credo che non ci siano dubbi sul fatto che la vocazione sia innanzitutto l’intuizione di una proposta di vita messa nel cuore da Dio. Prima di essere una corrispondenza personale, è un’offerta d’amore che si riceve. Tuttavia la vocazione non può racchiudersi solo in questa dualità di presenze. O meglio: quando si parla di vocazione sacerdotale e religiosa c’è un terzo elemento che ne è parte integrante: la Chiesa, attraverso le persone deputate al discernimento o alla valutazione dei candidati (magari la stessa attenzione ci fosse per le coppie che si avviano al matrimonio-sacramento). Non esiste, e non potrebbe sussistere, un sindacato vocazionale che garantisca il diritto ad entrare nel cammino e a poter andare avanti fino alla professione definitiva o all’ordinazione. Esiste, invece, il diritto di chi accompagna – e che non si è dato da solo questo incarico – a verificare alcuni elementi, spirituali ed umani, essenziali per poter procedere e che sono individuati dal diritto canonico, dalle norme di ciascuna realtà, nonché dall’esperienza di chi ha più anni di cammino. Nelle tappe che conducono all’ordinazione sacerdotale tale processo si rende più evidente perché passa anche attraverso un itinerario di studi e indicazioni esplicitate dal diritto e da altri documenti quali, ad esempio, Il dono della vocazione presbiterale. Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis. Penso, comunque che, pur tenendo conto della singolarità di ciascuna vocazione di “speciale appartenenza”, la questione dell’ammissione in comunità e ad emettere la professione debba essere guidata da criteri simili. Il vivere insieme ad altri fratelli e sorelle, nella vita claustrale ed apostolica, l’impegno missionario dentro o fuori le mura domestiche, indicano chiaramente che si tratta di vocazioni aperte ad altri e che non si vivono solo dentro la propria intimità interiore. Non a caso quando l’impegno diventa stabile la cerimonia è pubblica, solenne. I criteri a cui mi riferisco, dal punto di vista psicologico, sono previsti a garanzia innanzitutto del benessere della persona: che non resti schiacciata o frustrata da uno stile che non le corrisponde. E poi a garanzia della comunità che la accoglie e nella quale si inserisce. Come ripeto spesso, la comunità non è deputata a sanare e guarire le vulnerabilità individuali. O meglio: tale miglioramento di sé può considerarsi un effetto “collaterale”, ma non il compito primario della vita in comune, molto semplicemente perché essa non ha gli strumenti per poterlo fare e non è chiamata a tale compito. Non vorrei assolutamente che passasse l’immagine del superuomo o della superdonna in vocazione. È piuttosto un’attenzione di amore valutare, per quanto possibile, se la persona potrà procedere serenamente in quel contesto esistenziale, realizzando se stessa, cioè potendo mettere a frutto tutti i talenti che Dio le ha dato. Ed è ancora un’attenzione d’amore custodire la vita comunitaria perché non si configuri per principio una “croce”, per la presenza di persone che lasciano scarsi margini di possibilità di miglioramento. Aggiungo che certamente ogni famiglia naturale o di vita in comune è attraversata da sacrifici, momenti di desolazione e di fatica, malattie, invalidità sopraggiunte, che si affrontano insieme, nell’unità di affetto, e questo è fuori discussione. Anzi oggi è fondamentale rimettere al centro la famiglia – naturale e spirituale – come luogo di non-scarto del debole e dell’anziano. Però mi sembra chiaro che i piani di riflessione siano diversi. Allora riguardo alla domanda iniziale: una condizione di malessere personale non è di per sé preclusiva di un percorso vocazionale, ma occorre attentamente valutare l’equilibrio generale della persona:
  • come quella difficoltà specifica è vissuta dal soggetto stesso e quale influenza avrebbe sui suoi impegni quotidiani, da quelli più piccoli come l’alzata mattutina a quelli più grandi, se egli/ella è disponibile al confronto e all’aiuto, quanto è tenace, cosa si aspetta dalla comunità,
  • quale impatto avrebbe quella difficoltà nella vita di comunità, cioè se la comunità sarebbe costretta a chiedere a qualcuno dei suoi membri di occuparsi solo di quella persona, perché richiede un’attenzione privilegiata e continua.
Quindi quale peso e centralità abbia il disturbo alimentare nella vita della giovane è da considerare seriamente. Quale peso abbia sull’andamento comunitario anche. Importante è parlare apertamente e onestamente con lui/lei, perché siete voi ad accoglierla e nessuna persona esterna può decidere al vostro posto. Comunque, le realtà carismatiche – e forse anche voi – di solito prevedono diverse forme di condivisione dello spirito del fondatore o della fondatrice, che non richiedono la vita in comune. Per cui, alla persona che ha un sincero desiderio di seguire in modo radicale il Signore, potreste proporre, se è possibile, altre espressioni vocazionali sempre all’interno del vostro carisma. Ogni situazione è a sé, e ogni persona ha una propria storia. Qui ho proposto una riflessione a grandi linee che spero possa averla sollevata dai suoi sensi di colpa che non ha motivo di avere. Purtroppo a volte sacerdoti incauti, pur in perfetta buona fede – oggi meno male sempre meno – confondono a torto le comunità religiose (specialmente quelle femminili) con delle comunità terapeutiche. Concludo con le parole di papa Francesco, che vanno in questa direzione e che leggiamo in un testo intervista: «È una grande sfida per i formatori. Sono sempre esistiti giovani che cercano il sostegno dell’istituzione. Succede anche nei seminari diocesani. Ci sono alcune congregazioni religiose, maschili e femminili, che ancora non si sono rese conto della necessità che c’è oggi di esaminare minuziosamente le vocazioni che si presentano e di fare una buona selezione delle vocazioni che arrivano […] Non si possono ammettere persone che non siano adatte, o persone con problemi abbastanza seri che credono di trovare sostegno agli stessi nella vita consacrata».
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