L'esperto risponde / Spiritualità e mistica

Chiara D’Urbano

Psicologa e psicoterapeuta, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Sono Perito dei Tribunali del Vicariato di Roma e collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna.

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Gioia o “depressione”?

Non so Lei cosa ne pensa, ma ho timore di diventare anche io, negli anni, un prete dal viso cupo. Sono entrato in seminario perché vedevo un sacerdote della mia parrocchia sempre sorridente e ho pensato che volevo essere come lui, un prete che comunica speranza. Poi però l’esperienza che sto facendo in questi anni mi mostra che quella non dico sia un’eccezione, ma quasi. Un seminarista

La nostra comunità è piccola, ma affiatata. Una sorella sta a casa e il resto di noi lavora fuori parecchie ore al giorno. C’è anche una giovane che studia e porta una bella freschezza in casa. A dirLe il vero, però, non si può dire che siamo una realtà “viva”. C’è un’aria stanca, quasi depressa. Quando abbiamo incontri allargati con altre nostre consacrate, dopo la gioia iniziale di ritrovarsi, sembra che prevalga un senso critico che, a mio parere, non ci fa per niente bene. Una consacrata

Ho accomunato queste riflessioni perché toccano lo stesso tema, che ritengo importante: dove è finita la gioia nelle nostre scelte di vita? Non è scontato, infatti, che le coppie, le comunità, i presbiteri, o gli ambienti di vita religiosa comunichino un senso di benessere rispetto alla propria vocazione e quindi trasmettano gioia. Che non è euforia passeggera, né allegria a buon mercato. La gioia è una cosa seria.

Concordo con il seminarista e la consacrata: a volte c’è depressione anche negli ambienti di fede, c’è scoraggiamento. Ma è una contraddizione stare con Dio e nello stesso tempo con la tristezza. Vivere in comunità, credere in Gesù e nello stesso tempo tradire quello che si sta proponendo, mostrando un volto teso o rabbuiato. Eppure tutto questo è comprensibile! Ci sono tante ragioni che, purtroppo, alimentano lo sconforto, piuttosto che la speranza. Le mie sono considerazioni varie, che non formano un insieme organico, le condivido sia da credente che da psicologa. Spesso nell’accompagnare i percorsi vocazionali mi sento fare la domanda: dove starebbe la gioia di cui Lei parla? La domanda non è così rara, e più di una volta mi è stata fatta in modo diretto e pubblico. È giusto, quindi, affrontare l’argomento apertamente, e non farlo passare sotto silenzio, come fosse una vergogna.

Oggi si vive un vero e proprio smarrimento dell’identità. Non è detto che questo sia un male in assoluto, dato che quando ci si smarrisce bisogna poi impegnarsi a ritrovare la strada, magari scoprendone una nuova.

Fatto sta che è come se nessuno di noi riuscisse a “stare” nel ruolo in cui dovrebbe: il marito vuole i suoi spazi mentre la moglie rivendica una propria autonomia. Sono saltate quelle categorie chiare, anche se magari rigide, di condivisione di cosa voglia dire stare in coppia. Ciascuno vuole sentirsi libero di viverla a modo suo.

Lo stesso vale per i genitori, che faticano ad assumere le proprie responsabilità, e spesso sono più disorientati dei loro figli. La genitorialità, in effetti, è diventata davvero complessa, e c’è grande richiesta di formazione e accompagnamento all’essere genitori. Non si può più improvvisare, come forse accadeva in passato.

E veniamo al sacerdote e al consacrato, non certo immuni da questa frantumazione identitaria: se la santità è a portata di tutti, quale è il “valore aggiunto” di queste vocazioni? E con quale linguaggio possono continuare ad indicare quell’Oltre che dà senso e speranza alla vita?

Sono interrogativi non da poco, perché le vocazioni non possono vivere di rendita. Il presbitero, ad esempio, ha perso quel ruolo “sacro” e quasi di superiorità rispetto ai comuni fedeli, come era fino a qualche decennio fa. Preti e consacrati oggi sembrano non avere più un posto chiaro nella gerarchia sociale, come nota Timothy Radcliffe, ex Maestro Generale dei Domenicani. Il prete, di conseguenza, si trova costretto a ripensare se stesso e a come stare in mezzo alla gente.

Lo stesso interrogativo attraversa anche le realtà comunitarie che, come i seminari, oggi riflettono sia su che tipo di comunità vogliono essere, sia su quali strumenti formativi offrire alle nuove generazioni che intraprendono il percorso vocazionale. I programmi di qualche decennio fa richiedono un aggiornamento indispensabile.

Poi non è da sottovalutare il calo numerico, per cui la vocazione oggi rimane schiacciata dal lavoro apostolico, che aumenta proporzionalmente alla diminuzione di vocazioni. Il risultato, come abbiamo già sottolineato in altri numeri di questa rubrica, è che spesso sacerdoti e consacrati hanno poco tempo da dedicare alla preghiera e alla vita comune.

Queste tensioni di fondo, più o meno visibili, non favoriscono uno stato di benessere e quindi di gioia. Ma piuttosto che scandalizzarsi o esprimere pareri facili, proviamo a riflettere insieme su come recuperare la gioia.

Di solito rispondo dicendo che “la fede non basta”, bisogna farsi aiutare anche dalle scienze umane, dall’impegno a diventare competenti in ciò che si fa. Stavolta invece provo a fare un percorso diverso.

Al di là di quello che già si sta facendo per alleggerire il carico di ansia, nemico della gioia, per ciò che è nuovo e non controllabile, propongo di mettere in campo più fede.

I numeri calanti e il nuovo scenario di questo millennio rispetto alle vocazioni, di cui abbiamo parlato finora, ci interpellano su come tornare all’essenza delle nostre scelte, delle nostre risposte di vita. Se osserviamo bene, nel Vangelo non ci sono grandi modelli di vittorie umane, di efficienza e di risultati! «Penso al grande fallimento che fu quella comunità [dell’ultima cena]: uno dei discepoli ha venduto Gesù, un altro lo ha rinnegato e tutti i restanti sono fuggiti. Gesù non è riuscito a riunire i suoi discepoli in una comunità quell’ultima notte, perciò non dobbiamo essere sorpresi se non riusciamo a fare meglio di lui» (T. Radcliffe).

Vivere la vita sacerdotale e comunitaria (nonché di coppia) vuol dire mettere in conto che il fallimento, l’esilio, la pochezza umana, il tradimento sono parte integrante della chiamata e non una sua negazione. Non sono i numeri il criterio vincente e neppure la riuscita apostolica, per quanto l’efficienza sia un obiettivo sano.

Quello che dà consistenza e rende profetico il sacerdote o il consacrato è il vivere in mezzo alla gente, continuando ad alzare lo sguardo per indicare un orizzonte diverso. Che non distoglie dall’impegno terreno, dallo sporcarsi le mani, piuttosto gli dà senso. Credo che la gioia debba ripartire da qui, possa alimentarsi, nonostante tutto, con questa Grande Certezza di non essere soli. La certezza che fin d’ora, nelle nostre storie, c’è un seme di bellezza eterna, di vita che non finisce. Lo dico da credente, non avrei altre competenze per farlo.

Solo che nessuna vocazione si può vivere da soli. E anche la gioia non si trova da soli, senza una comunità che la sostenga. Perciò tutti dobbiamo aiutarci a non cadere nello sconforto. Laici, sacerdoti e consacrati/e, ciascuno secondo la propria chiamata, abbiamo la responsabilità della gioia gli uni degli altri. Noi tendiamo più spesso a dirci le cose che non vanno, che a richiamarci le cose belle, i semi di speranza, gli sprazzi di luce.

Non ho, quindi, una risposta vera e propria, però mi hanno colpito alcune parole di Radcliffe che penso ci possano indicare la strada, l’atteggiamento da assumere per non soffocare nel malessere ma essere invece testimoni, per quanto zoppicanti, di una gioia possibile: «Non possiamo aspettare fino alla morte per diventare vivi. Diversamente, perché mai la gente dovrebbe credere che siamo in viaggio verso una meta? […] Bisogna che viviamo uno stile di vita in cui già ora irrompe l’eternità. Non è sufficiente sopravvivere. Dobbiamo fiorire. Ciascuno di noi ha bisogno di un genere di vita che realmente ci offra vita, di vivere pregustando la vita eterna. In caso contrario saremo sopraffatti dalle sofferenze del nostro tempo, oppure soccomberemo alla sua cultura della banalità. Il nome primitivo della vita cristiana era “la via”. Dobbiamo mostrare che è una via verso una meta e non un girare intorno nel deserto» (T. Radcliffe).

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Quando si diventa “adulti” nei percorsi vocazionali?

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Un giovane giorni fa, durante il nostro colloquio periodico, mi ha rimandato – e senza mezzi termini – che non si è sentito da me supportato in occasione di una circostanza relativa alla sua famiglia. Cosa con cui non ho concordato, avendogli, invece, manifestato (almeno così pensavo) grande vicinanza. D’altro canto mi ha anche rimandato il desiderio di sentirsi più “adulto”. In altre parole: di poter avere maggiori margini decisionali e non dover chiedere per tutto il mio permesso. Non è proprio facile trovare un equilibrio con i giovani di oggi! Un formatore Sono una consacrata 35enne, non giovanissima quindi, mi domando quando veniamo considerate abbastanza “grandi” da poter assumere responsabilità prima dei 60 anni! Perdoni la mia franchezza, ma anche con altre consorelle ci troviamo a discutere di questo, il non essere prese sul serio come capacità di dire la nostra opinione e dirla in modo efficace, cioè con dei risvolti concreti nella vita di comunità.    


Ho messo insieme le due considerazioni, che provengono da versanti diversi, proprio per la loro somiglianza: quando si è “adulti” nei percorsi vocazionali? Quando un membro può considerarsi veramente tale rispetto alla sua realtà di appartenenza? Vado subito al concreto, con una distinzione. Per l’esperienza che ho rispetto alle realtà vocazionali direi che le donne negli ambienti vocazionali sono decisamente «svantaggiate», quanto ad autonomia. Storicamente negli ambienti di vita insieme l’autorità femminile ha avuto e talvolta ha un ruolo dominante, più che maggioritario. Mi spiego, sapendo di ripetere un aspetto per me molto importante. Il cammino vocazionale inizia ed è consentito a persone adulte, quanto meno per età (a parte la realtà dei seminari minori che richiederebbero un discorso a sé). Le persone possono non essere sufficientemente mature, ma comunque sono cronologicamente “grandi”. Quando si entra in seminario o comunità è vero che inizia un percorso nuovo e quindi si regredisce fisiologicamente – ed è del tutto normale – ad una condizione che potremmo paragonare se non all’infanzia, all’adolescenza. La persona deve costruire una nuova identità (ed è quanto ella stessa desidera), imparare un nuovo modo di stare in relazione con l’autorità e con gli altri. Tuttavia, rimane adulta. L’anomalia della regressione è temporanea e funzionale allo sviluppo progressivo di un’autonomia e di un senso di appartenenza a quella realtà. Altrimenti l’essere umano rattrappisce e rimane letteralmente «fissato» (espressione tecnica/psicologica) ad una fase evolutiva anomala. Cioè: magari la persona ha 25/30 anni o anche di più, ma viene percepita, e quindi rischia di auto-percepirsi, come una 15enne che ha ancora bisogno che la si vigili, che riceva raccomandazioni di prudenza, a cui sono precluse delle possibilità decisionali. E questo non va! La vocazione è per adulti e deve orientarsi a rendere sempre più libera ed autonoma la persona, capace di assumersi la propria storia con Dio, con i fratelli e le sorelle, con il prossimo che incontra. I ruoli, i voti, le promesse sono una parte che va presa sul serio, ma mantenendo la chiarezza che si rivolge a dei «chiamati da Dio». Dio li ha già presi sul serio. Questo, però, va letto in modo integrale. Talvolta si reclama nello stesso tempo autonomia, ma anche un’attenzione al limite dell’infantilismo. Possibilità di decidere da sé, e insieme una cura che può assomigliare a quella del rapporto genitore-figlio. Allora la riflessione si sposta anche su un’altra prospettiva. Essere adulti significa autonomia e responsabilità insieme. Man mano che un seminarista o un membro di comunità procede nel percorso, cresce (o dovrebbe crescere) e quindi acquisire un senso sempre maggiore di essere parte di quella realtà, e quindi farsene carico con passione. Avere a cuore il bene di quella «famiglia», sentirsi genitore dell’ambiente, pur non avendo il ruolo ufficiale di responsabile o formatore… Un criterio vocazionale centrale credo sia proprio questa progressiva presa in carico da parte del giovane (per cammino o per età) di ciò che lui o lei vive. La passività, la continua richiesta di attenzioni o conferme, l’assenza di iniziative (nell’attesa che il superiore/la superiora ce l’abbia), il proiettare le responsabilità sempre su altri, non depone bene rispetto ad un discernimento. Quindi il formatore pone una questione molto importante. È sano e doveroso favorire la crescita libera di chi si accompagna, ma chi viene accompagnato in questo ha una parte attiva, cioè a sua volta deve assumersi tale impegno. Citando ancora una volta il Manuale Diagnostico di ultima generazione, i «comportamenti proattivi e pro-sociali» sono considerati importanti per definire l’identità matura. Dunque non è un dettaglio che chi intraprende un percorso vocazionale sia aiutato ad assumersi comportamenti sempre più intraprendenti. La consacrata espone, pertanto, una richiesta giusta: non si può rimanere per 10, 15, 20 anni come dei neo arrivati, né come dipendenza, né, però, come passività (= irresponsabilità). Prima di concludere mi sembra significativa anche la considerazione sull’ascolto, che pone il formatore. Mi pare una nota dolente. L’ascolto, il tempo dedicato al confronto personale e comunitario sono un’attenzione degli ultimi anni. Nessuna colpa o accusa! Andava così la società rispetto ai «piccoli». Oggi credo che la prospettiva sia diversa. Mettersi a disposizione dell’altro (rettore/formatore/formatrice-giovane) è essenziale. L’arte dell’accompagnamento sta anche in questa disponibilità a offrire con regolarità attenzione, dialogo, accoglienza personale per imparare a conoscere la storia di chi sta in seminario o comunità (e aggiungo: anche del sacerdote fuori formazione), per condividere come sta, cosa vive, cosa gli/le accade in questo periodo. Non è infantile. Lo sguardo personale evita il sentirsi dei numeri o solo forza lavoro per l’Istituto. È faticoso. Chi ha ruoli di formazione o leadership mette in conto che buona parte del proprio tempo sarà riservata a questo servizio. D’altra parte – e concludo, insistendo su questo aspetto – il confronto stesso, il dialogo, il raccontarsi avviene tra due adulti. Non si gioca a «mamma e figlia», «babbo e figlio» di storica memoria. Allora mettersi in comunicazione col proprio responsabile significa disporsi, da adulto, a lasciarsi aiutare a camminare verso la libertà interiore e un amore sempre più generoso.
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I veri obiettivi di una vocazione

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Ho letto il precedente articolo sulle “mafie spirituali”, mi è piaciuto e l’ho condiviso. Capisco bene che il discorso non è generazionale, ma di chi in certi meccanismi brama di entrare, nonostante il recente ingresso in una realtà nuova, mentre invece c’è chi si trova ad averli sempre rifiutati e a non aver mai partecipato al circolo… è un lavoro fatico scardinare simili meccanismi, specie perché chi li vuole… non vuole rinunciarvi. Chi non vi partecipa, d’altro canto, in genere è rassegnato. Il dialogo credo sia la giusta cura, ma soprattutto penso alla formazione ben fatta e lungimirante, volta a renderlo costruttivo e onesto. Giovanni, seminarista


Grazie della risonanza Giovanni, il tema che lei riprende continua ad essere delicato e complesso. È vero che quello del potere, della carriera – traduco così quelli che lei chiama «meccanismi» – non è un problema generazionale, ma di motivazioni più o meno mature. L’attenzione prevalente della formazione vocazionale, almeno fino a tempi recenti, è stata sulla dimensione sessuale dei giovani e meno giovani, mentre si è dato meno rilievo ad altri aspetti che invece sono fondamentali. Come se l’assenza di disagi sul gestire la castità significasse che «il giovane è ok e può andare avanti». Non è così! Ad esempio, accade talvolta che un ragazzo o una ragazza, un uomo o una donna, che stanno per molto tempo in comunità (seminario o di vita religiosa), si presentino sereni nel complesso, collaborativi, efficienti negli studi, remissivi rispetto all’autorità. Poi, negli anni, arriva il momento in cui viene data loro una responsabilità: allora emergono aspetti sorprendenti e quelli intorno dicono «come è cambiato/a», «l’avevo conosciuto/a diversamente», «non è lui/lei, non ci si riesce più a parlare». In altre parole: finché la persona vive un’obbedienza formale o verticale, la compiacenza può prevalere sulla verità di chi ella sia. Mi viene in mente l’episodio di Matteo 18 del servitore che presenta un volto davanti al re e un altro davanti ai suoi compagni, o a quelli che considera «inferiori».   La persona, infatti, non appena sia fuori dallo spazio protetto di essere semplicemente un membro in formazione, magari perché riceve un incarico particolare, può iniziare a prendere le distanze dal gruppo, a rivendicare il ruolo diverso, ad avere atteggiamenti prepotenti, a sottrarsi dagli impegni comuni di preghiera o semplicemente domestici. Sono situazioni da non sottovalutare a livello formativo. Sembrano inezie (in fondo tutto il resto funziona), ma non lo sono, perché possono, invece, indicare bisogno di controllo, di riconoscimento, di stima, che col tempo, se non colti e non elaborati, creano i presupposti per quello che il nostro papa chiama “clericalismo”, come forma di aristocrazia, di ricerca spasmodica del ruolo, del potere, di una carriera meritevole, che mina la vocazione stessa. E questo riguarda uomini e donne, sacerdoti e religiosi/e, e naturalmente anche laici e laiche. Dove sta la difficoltà in tutto ciò?   Primo: non è che la persona esprima chiaramente questi bisogni, che rimangono sullo sfondo inconsapevole della sua vocazione, né i formatori spesso si rendono conto della gravità di certe disposizioni interiori, perché magari all’esterno “va tutto bene”, gli studi procedono, e tutto sommato non ci sono problemi rilevanti. Secondo: è umano desiderare successo e consenso sociale. Il punto è: come fare perché questi non prevalgano sulla scelta dell’Ideale? Terzo: purtroppo – e anche questo non deve scandalizzare – talvolta sono formatori, formatrici e superiori/e ad essere dentro logiche meno “pure”. In altre parole: la testimonianza di autenticità di chi accompagna è fondamentale. Da qui l’importanza di accompagnatori competenti e che abbiano fatto, a loro volta, un percorso serio di conoscenza di sé.   Non mi piacciono le ricette e i manualetti pratici di soluzioni. Ogni storia è a sé, ogni ambiente ha le sue risorse e le sue sfide. I processi umani sono complessi e non li possiamo semplificare troppo. Tuttavia si possono individuare percorsi che orientino l’attenzione formativa a cogliere il più possibile eventuali motivazioni secondarie. Questo già avviene negli ambienti vocazionali, qui cerco solo di raccogliere alcuni spunti:
  • Nei seminari e nelle realtà a vita comune, è bene che chi è in formazione faccia un’esperienza intellettuale, di crescita culturale e di conoscenza biblica, ma è altrettanto importante che sperimenti la vita semplice, quella povera, lavorando, magari con altri confratelli/consorelle, in mezzo alla gente. Aggiungo che non basta lanciare le persone a «servire», è essenziale accompagnare le esperienze, parlarne insieme, rielaborarle: come il giovane sta vivendo quel servizio? In quali forme? Come va la collaborazione con l’altro/a?
  • La formazione ha delle tappe previste dal Diritto canonico, ma non è sufficiente voler continuare, né c’è un diritto in tal senso da parte della persona. Anche in questo caso il nostro papa insiste sui percorsi personalizzati, sul discernimento raffinato, e ciò vuol dire che chi arriva in seminario o in comunità andrebbe aiutato ad entrare in questa logica di non-diritto.
La vita consacrata in senso ampio, quindi anche la realtà sacerdotale, non è come andare a scuola: si studia, si superano gli esami e si va all’anno dopo col gruppo classe. La chiamata di Dio è personale, il processo vocazionale è personale. Rettore, vescovo, formatore/formatrice valutano le condizioni spirituali e psicologiche di quella persona, nel tempo, senza obblighi a consentirne la prosecuzione. Se lui o lei trascorre un altro anno in seminario o in comunità questo non corrisponde in automatico a: «allora arrivo all’ordinazione, alla professione». Questo non è punitivo, ormai su questa rubrica lo ripetiamo spesso: è sempre e solo a beneficio della persona, la quale potrebbe non maturare a pieno, non essere felice, qualora proseguisse su quella strada. La vocazione è alleanza d’amore e chi accompagna verifica che non sia illusoria, ma vera e potenzialmente durevole.
  • Nonostante la crisi numerica, la valutazione integrale della persona in cammino dovrebbe non abbassarsi di livello («ci accontentiamo perché siamo già pochi»). Di nuovo: non si «giudicano» giovani e meno giovani, li si aiuta a realizzare se stessi e questo aiuto passa attraverso osservazioni concrete e non solo sessuali (masturbazione, pornografia…), che però devono essere rigorose, cioè prese sul serio. Quali sono gli obiettivi veri di quella persona, quali sono i suoi modelli di riferimento, come vive con i suoi confratelli/consorelle (o vive solo i rapporti d’autorità), come gestisce il suo tempo non strutturato, come si comporta di fronte alle responsabilità?
  Tali attenzioni significano voler bene e credere nella bellezza della vocazione sacerdotale e religiosa. Significano lavorare oggi perché domani sacerdoti e religiosi siano testimoni evangelici, umanamente compiuti (il più possibile), e non solo uomini e donne in carriera. Ma questa logica è dura per tutti noi.
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Mafie spirituali

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Noi parliamo spesso delle mafie: è questo. Ma ci sono delle “mafie spirituali”, ci sono delle “mafie domestiche”, sempre, cercare qualcun altro per coprirsi e rimanere nelle tenebre. Non è facile vivere nella luce. La luce ci fa vedere tante cose brutte dentro di noi che noi non vogliamo vedere […]” (Omelia di Papa Francesco a S. Marta, 6 maggio 2020). Sono parole che mi hanno molto colpito e che ritengo profondamente attuali e concrete per i tempi che stiamo vivendo oggi all’interno delle famiglie religiose. La politica delle “mafie domestiche” che caratterizza le scelte e le dinamiche di chi riveste ruoli di superiorato, è quella di chi li ha ricoperti in passato e non vuole mollare lo scettro, il potere e l’autorità avuti impedendo un cambiamento necessario per far sì che l’opera di Dio continui nel tempo, e non muoia o imploda a causa del calcolo umano. Gesù stesso ci dice nel Vangelo per vino nuovo ci vogliono otri nuovi. Chi beve vino vecchio non vuole vino nuovo. Dice infatti: quello vecchio è migliore. […] Mi rattrista dover constatare che alla fine è solo il nostro calcolo umano quello che affermiamo, che promoviamo, tutto fatto nel nascondimento, celato dietro alle giustificazioni di “un bene superiore e comune o per il bene della Provincia”. Come ribadisce anche il papa, questo atteggiamento ti porta a fare società con gli altri per rimanere sicuri nelle tenebre...Non è facile vivere nella luce. […] Io come giovane religiosa che, al momento presente, non ha voce nella propria famiglia religiosa, confido e spero nel Vino nuovo perché credo nella vita religiosa come scelta e stile di vita caratterizzato da trasparenza, rettitudine e onestà… nessuno di noi, nuove generazioni, chiede perfezione o comunità impeccabili, ma una adesione ferma a determinati valori che non sono negoziabili. Una giovane consacrata    


La domanda è d’impatto, non c’è dubbio, decisa e coraggiosa. Provo a condividere qualche considerazione, sperando di dare la giusta accoglienza e risonanza a questa giovane voce e cercando di non scadere in letture che dividano in due la realtà: da una parte i buoni e puri, dall’altra i cattivi e “mafiosi”. In effetti chi è più fresco di entrata, nei seminari o nelle comunità, ha uno sguardo altrettanto fresco, e un ideale forte e pulito: seguire il Signore attraverso l’intuizione carismatica di quella realtà o nell’impegno pastorale. Poco per volta, come è normale che sia, l’ideale si incarna nell’umanità propria e altrui che talvolta può non essere così meravigliosa, allora si sperimenta quasi una battuta d’arresto o una brusca caduta a terra. Ci può stare. Accade alle coppie dopo un po’ di tempo insieme, accade a seminaristi, giovani sacerdoti, religiosi e religiose quando passano i primi anni formativi. Con questo, però, non intendo dire che va bene così. Vengo più direttamente alla sua riflessione. C’è una tradizione e c’è una storia su cui si fonda e si innesta la vita di una comunità oggi. Ci sono fratelli e sorelle che rappresentano la memoria storica di quella parrocchia, quella famiglia religiosa, c’è uno stile che negli anni si è consolidato, modi di vivere il ruolo, ad esempio come rettore, superiore/a, formatore/formatrice… Come fare per non scartare tutta l’eredità, ma anche per rinnovarla veramente? Non è per niente facile. Purtroppo accade che negli anni tutto questo si possa cristallizzare (consuetudini, ruoli, stile di preghiera), perdere di trasparenza e non riuscire più ad essere generativo. Uomini e donne si attaccano al potere – sebbene si tratti, visto dal di fuori, di un potere piccolo assai –, si innescano meccanismi molto umani di compiacenza con chi “può farmi comodo”, di sotterfugi, di amicizie che, anziché aprire e far crescere la vita in comune o la fraternità sacerdotale, creano separazioni, amplificano i conflitti (quindi non sono vere amicizie). E ancora: alcune figure diventano intoccabili, passando tutt’al più da un ruolo a un altro (da superiore a vicario, a economo, a responsabile di formazione, per poi tornare superiore), senza che nessuno possa metterne in discussione le decisioni. Attorno a loro si creano gruppi devoti, compatti e uniformi che condividono uno stesso modo di intendere l’obbedienza, o l’apostolato, e possono perdere il contatto reale col resto della fraternità, e con le idee e proposte di chi ne sta “fuori”. Anche il linguaggio ne risente fortemente, in quanto si parla, appunto, di «noi e loro». Si viene a creare, di conseguenza, un sistema di concessioni, esenzioni e privilegi per quanti stanno dentro quel giro. Comprendo così le mafie spirituali. Non c’è da scandalizzarsi, succede e magari accade che siamo proprio noi all’interno del gruppo che gode di questa “immunità”. L’economista Luigino Bruni ha scritto molto sull’atrofia in cui possono finire le Organizzazioni a Movente Ideale (OMI), e non risparmia parole forti: «Questa fraternità-prossimità semplice e universale è la prima che rischia di scomparire quando le comunità si strutturano e diventano organizzazioni via via più complesse. In questa trasformazione della natura delle relazioni si annidano virus tra i più subdoli e cattivi» (Il capitale narrativo – Città Nuova 2018).   Fin qui la parte critica – e anche la più immediata da riconoscere –, che però non può rimanere fine a se stessa. È essenziale, anzi, cercare di offrire delle possibili piste costruttive e propositive per non perdere l’autenticità del carisma, la freschezza della fraternità e la forza innovatrice di una vocazione individuale e comunitaria. Lamentarsi e basta è proprio ciò che Francesco ci invita a non fare! (cf. AL 57). In questa direzione provo, quindi, a condividere qualche spunto.
  • Si parla di famiglia e di famiglia carismatica (anche la realtà sacerdotale lo è), quindi ragionare in termini di conflitto o di rivendicazione porta fuori strada, anzi direi che non è un buon indice di maturità avere sempre bisogno di fare “battaglie”.
  • Non sono solo i giovani, per età o entrata, ad avere la capacità di notare le stonature nell’esercizio dell’autorità o nel vissuto comunitario. Talvolta anche fratelli e sorelle anziani hanno questa vivacità di mente e cuore, per cui dar loro voce è fondamentale. Scartare a priori una opinione solo perché proviene dalla «solita» o dal «solito» rompiscatole rischia di spegnere l’opportunità preziosa che una comunità ha di rinnovarsi. Ci vogliono coraggio e libertà interiore per dare spazio alle voci apparentemente dissonanti.
  • Poiché si tratta di questioni importanti e delicate, che toccano l’incarnazione del carisma oggi, i corridoi e le stanze private non sono la sede adatta per portare avanti discorsi simili (anche questo è mafioso). Sarebbe veramente importante trovare spazi pubblici e tempi regolari per poter dialogare. Dialogare è un’arte, si acquisisce praticandola, altrimenti il trovarsi insieme diventa un caos, fatto di accuse e giustificazioni. Il dialogo deve fare spazio all’altro, mettere ognuno nelle condizioni di dire la propria idea e ascoltare gli altri, senza giudizi reciproci e senza che nessuno si possa ritenere super partes. L’apertura deve essere bidirezionale: membri verso superiori e viceversa; ciascuno potrebbe vedere o comprendere cose che l’altro non vede, per questo l’ascolto accogliente è fondamentale.
  • A corollario: dialogare vuol dire anche impegnarsi a non creare fratture, né arrendersi (“volete andarvene anche voi?”), ma offrire suggerimenti senza pretendere di essere immediatamente ascoltati ed esauditi. Avere a cuore veramente il bene di una comunità significa non anteporre i propri tempi a quelli dei fratelli e delle sorelle.
  Infine una parola alla giovane consacrata, icona di molte vocazioni innamorate e coraggiose. Posso dire che incontro una simile passione e coraggio anche in figure istituzionali: vescovi che sentono l’urgenza di rinnovare la formazione e la fraternità sacerdotale, per restituire trasparenza alle proprie diocesi; responsabili generali che avanzano proposte aggiornate e all’avanguardia rispetto al «si è sempre fatto così». C’è tanta voglia di rinnovare la Chiesa, le realtà vocazionali e carismatiche. Credo sia vincente innanzitutto il crederci, come emerge nella riflessione iniziale, e poi “lo stile”. Se è di confronto e di autentica volontà di progredire insieme (non, quindi, una lotta personale), i risultati, nel tempo, arriveranno. Conosco tante belle esperienze seminariali e comunitarie che sono in questo processo dinamico e profetico. Sono certa che saranno sempre meno isolate.  
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Fratelli e sorelle immaturi

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Nel primo incontro per comunità a vita comune organizzato da Città Nuova via Zoom, qualche lunedì fa, lei diceva che nelle situazioni di sfida, ognuno deve fare conti con le proprie risorse interne che sono frutto del vissuto personale e di tanti altri fattori. Nel suo libro “Per sempre o finche dura” lei indica vari elementi psicologici di riflessione sulle motivazioni di fondo in una scelta ideale, che deve camminare verso una crescita e una maturazione umana, oltre che spirituale. La mia domanda sarebbe: come aiutarci in comunità quando ci rendiamo conto delle fragilità dell’altro e vediamo che questi limiti portano l’altro a un rapporto immaturo rispetto alle sue responsabilità personali? Rosangela


Ci siamo trovati altre volte, in questa rubrica, a riflettere sul tema della fragilità individuale, ma sono convinta che l’argomento sia così sfaccettato che lo riprendo volentieri. Ringrazio, anzi, per lo stimolo. Vado direttamente all’esperienza e alla pratica clinica che mi dà modo di affiancare situazioni molto concrete, come questa che lei prospetta. Distinguo subito due stadi diversi: 1) la persona che inizia un percorso di discernimento/valutazione per entrare in seminario o in comunità. 2) E quella che, invece, è già avviata, o addirittura strutturata nella realtà vocazionale. L’accompagnamento iniziale – dove per iniziale intendo tutto il tempo necessario che la Chiesa prevede prima di dare un sì definitivo – è particolarmente delicato. Come ripeto spesso, è la fase in cui si affianca la persona non per valutare se ha o meno delle specialità caratteriali, ma se ha una serie di premesse psicologiche che rendono possibile, a parere di chi è deputato alla formazione, che lui o lei si sperimenti nel cammino desiderato. Faccio riferimento alla maturità psico-affettiva di base – tema molto caro al nostro papa e sempre più presente nei documenti magisteriali – che deve avere un minimo di consistenza. Faccio qualche esempio: la persona dovrebbe aver già lavorato sulla conoscenza di sé e delle dinamiche familiari da cui proviene, aver individuato e perseguito qualche obiettivo (scolastico, sportivo…), aver sperimentato qualche rapporto duraturo (amicale e/o affettivo). Per rendere possibile questo primissimo step di autoconoscenza e di valutazione sono molto importanti i percorsi che precedono l’ingresso in vocazione, altrimenti la comunità formante non avrebbe forza e strumenti per iniziare da zero con un giovane o una giovane, uomo o donna. Ci vuole tempo già per questa fase, sono necessari incontri periodici fatti di ascolto e dialogo tra la persona e chi la segue; come sono necessari periodi esperienziali, perché diventi meno teorica la vita desiderata (essere sacerdote, religioso, consacrata…). Durante i primi anni dopo l’ingresso si valuta, poi, se la persona sta crescendo spiritualmente e umanamente, appunto se matura. E qui entra precisamente il tema della domanda iniziale: il senso di responsabilità fa parte di quegli aspetti che dovrebbero crescere gradualmente, man mano che la persona sviluppa un senso di appartenenza a quella realtà. L’ultima versione del Manuale Diagnostico parla di «perseguimento di obiettivi esistenziali coerenti e significativi» e «utilizzo di standard interni di comportamento costruttivi e prosociali». Sono espressioni scientifiche che rimandano ad una progressiva uscita da sé e alla messa in pratica di azioni concrete in favore dell’ambiente. Se, infatti, l’obiettivo è quello di una vocazione per gli altri, occorre costruire questa disponibilità con comportamenti responsabili. Accade, invece, non di rado, che negli anni formativi si noti una fragilità su queste dimensioni, ma si soprassieda sperando, in buona fede, ma ingenuamente, che il tempo aggiusterà le cose. Non è così. Senza una seria presa di coscienza sulle proprie vulnerabilità e un impegno personale, i miglioramenti legati solo all’andare del tempo sono utopici. La comunità non può “aggiungere” quello che la persona non è disposta a mettere di suo. Tanto è vero che spesso le situazioni di oggi sono frutto di premesse non affrontate ieri... Comunque, se una maturazione non avviene o è troppo lenta, può darsi che l’ambiente non sia quello giusto perché quel giovane o quella giovane possa dare il meglio di sé, crescendo nell’amore e nel dono di tutto/a se stesso/a. Nessuna colpa e nessuna dimensione morale qui entra in gioco. Più semplicemente, se i formatori non constatano una progressiva crescita – progressiva lo sottolineo, non tutta in blocco – è probabile che quel cammino non sia ciò che Dio ha pensato per lui o lei (Dio ci vuole persone anche umanamente compiute). Se, però, la persona è già “fuori formazione”, la situazione è più complessa. La riflessione deve avvenire secondo altre coordinate, sebbene rimanga centrale la disponibilità personale a lasciarsi interrogare dai rimandi degli altri. Anche qui ci vuole tempo e tanto dialogo discreto e non giudicante. Il fratello o la sorella che sono percepiti come poco collaborativi, poco responsabili, vanno accostati con grande delicatezza, almeno quanta ne vorremmo noi se qualcuno dovesse farci dei richiami! Non è detto che siano pronti a recepire questi feedback. Allora si attende. Ci si riprova, magari attraverso altri di cui Anna, Paolo, Francesca o Marco hanno più fiducia. L’obiettivo è quello di non perdere nessun fratello o sorella, perciò si tenta qualunque strada ci consenta di arrivare al cuore della persona. Purtroppo non sempre questo è sufficiente e la rigidità altrui non può essere “spezzata” dall’esterno. Dobbiamo puntare, quindi, su ciò che è nelle nostre facoltà, con speranza affettuosa e coraggiosa. Qui entra in gioco il perdono, il dare nuove possibilità “il giorno dopo”, riprovarci ancora, sapendo che si può fallire, ma che questo impegno fraterno produrrà comunque qualche effetto sul gruppo. Effetto di porsi obiettivi condivisi (investire energie insieme su un fratello/sorella debole), di crescita di maturazione del vivere insieme, di solidarietà per l’accoglienza incondizionata di chi sembra opporre “resistenza”. Infine, nel caso in cui quel fratello/sorella dovesse decidere di allontanarsi dalla comunità, è necessario aver definito, in anticipo, una exit strategy che non lasci solo chi intraprende un’altra strada. Ma ne parleremo un’altra volta. Concludo: lo sforzo di fronte a situazioni critiche è sempre – lo dico in modo convinto e non consolatorio – un ampliamento di flessibilità personale e comunitaria, che aiuta il gruppo a diventare più autentico perché incarnato nella storia ferita dei propri membri.
Vita in comune

La sfida del dialogo tra anziani e giovani

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I giovani che oggi entrano in comunità portano un contributo importantissimo: in genere non sono legati a stereotipi, si esprimono liberamente senza timori, sono sensibili all’amore puro, non tollerano strumentalizzazioni né verso di loro, né verso altri. Nello stesso tempo sono figli di quest’epoca, fortemente portati ai rapporti virtuali ed anche alla ricerca, cosciente o meno, di una realizzazione personale, legata spesso a raggiungere il massimo nella formazione (master, dottorati), nell’esperienza professionale o in altri campi. Sono più sensibili a ciò che “toccano”, piuttosto che a concetti che si realizzano nel tempo e nella fede, come ad esempio quello di “paternità spirituale”. Ciò comporta nella vita in comune una forte sfida nei rapporti con gli adulti di varia età, per lo più provenienti da un clima culturale completamente diverso, con una forte carica d’idealità. Ora queste nuove “leve”, essendo diminuito il numero di candidati, sono una minoranza in comunità, e si trovano a convivere con persone che, dal punto di vista umano, hanno tutt’altra mentalità, valori, concezione della vita umana e spesso spiritualità. Come vedi tu questa sfida oggi e anche in prospettiva futura? Un membro a vita comune


La domanda mi piace molto. Affronta il tema del gap generazionale, che oggi si avverte molto più di quanto non si sia mai avvertito prima, e quindi pone interrogativi alla vita in comune. La tecnologia digitale ha infatti accelerato un cambiamento antropologico e ridisegnato il modo di costruire la propria identità, le relazioni, e perfino il modo di donare se stessi, tutti aspetti fortemente collegati l’uno all’altro. Condivido quanto dice: le nuove generazioni sono una risorsa incredibile per le comunità religiose. Arrivano liberi da strutture mentali, da ossequi formali, beatamente ignari di quello che “si usa” fare o non fare, dire o non dire. Ascolto spesso scambi tra giovani e formatori/formatrici, ed è sorprendente vedere quanta freschezza ci sia nei primi, freschezza che – siamo onesti – a noi di precedenti generazioni suona irriverente, quasi ineducata (e magari qualche volta lo è). Marco chiede al suo formatore come mai non lo abbia visto al momento di preghiera comune, lui che lo rimprovera spesso di non essere fedele ai momenti comunitari. Lucia domanda alla sua responsabile di comunità se era proprio necessaria quella spesa, dato che le giovani vengono continuamente richiamate sulla sobrietà. Insomma i giovani non lasciano scampo, chiedono conto di tutto e non si fanno problemi nel porre certe questioni apertamente. Questi credo che siano tutti aspetti molto positivi e spiego il perché. Molti seminari e comunità hanno sofferto – fino ad oggi, ma le cose stanno meravigliosamente mutando –, una strutturazione crescente. Il carisma originario del Fondatore o della Fondatrice, nato con quel respiro che solo lo Spirito può dare, nel tempo si è talvolta appiattito all’interno di realtà sempre più gerarchiche e prese dall’urgenza pratica di portare avanti attività macroscopiche ed impegnative. È accaduto così, almeno per quanto ho potuto osservare negli anni, che alcune realtà di vita in comune hanno preso forme rigide ed uniformanti (cioè con uno stile unico per i suoi membri, pena il sentirsi fuori-ambiente), quasi più burocratiche che carismatiche, se mi è concessa questa espressione, più di potere che evangeliche. Ecco, in queste situazioni i giovani fanno irruzione. Non conoscono il pregresso del «si è sempre fatto così», perciò portano dentro il desiderio evangelico di seguire il Signore, con tutte le risorse e i limiti della loro generazione. Non si accontentano di spiegazioni di forma, non riconoscono automaticamente l’autorità, vogliono sentirsi motivati, vogliono crescere e perciò reclamano strumenti di formazione anche intellettuale. Seminari e comunità, allora, si trovano o si dovrebbero trovare, a riflettere non solo sull’offerta formativa, ma soprattutto su quella “vocazionale”: quale ambiente offriamo loro? Le regole che proponiamo hanno ancora vitalità? Quale è il nostro modello di prete o consacrato/a? Perché Luca, Francesca, Matteo… ci contestano il modo in cui preghiamo insieme? D’altro canto bisogna dire che i nuovi arrivati portano anche tutta la fragilità di famiglie di origine spesso frantumate, di assenza di figure formative di riferimento, e non ultimo un concetto di libertà più vicino all’assenza di confini (cosa psicologicamente non sana) e alla soddisfazione immediata, che alla libertà autentica, quella interiore. Tutto questo va messo in dialogo, i giovani sono sia sensibili all’amore puro e intolleranti delle strumentalizzazioni, sia centrati su stessi, sull’immagine sociale, sull’autorealizzazione, su tutto e subito a basso costo, espressioni della cultura attuale. Questi due aspetti vanno accolti e integrati. È un’incredibile opportunità per gli ambienti vocazionali, allora, lasciarsi mettere in discussione in modo serio e convinto, cioè non solo “tollerando” le eventuali critiche o la presenza scomoda dei nostri Marco, Lucia, Francesca. Per potersi rinnovare, per svecchiare forme e strutture che forse hanno meno da dire nell’oggi, e soprattutto per essere ancora attraenti per il mondo attuale, la vita consacrata deve lasciarsi disturbare dalle proposte nuove legate a una generazione assai diversa dalla precedente. Questo non vuol dire che la tradizione, la storia, gli anziani debbano solo cedere il passo al nuovo, anzi! Anche perché il nuovo ha tutti i limiti di un narcisismo diffuso. Vuol dire piuttosto confrontarsi, anziani e giovani, su chi eravamo, ma anche su chi vogliamo essere. La riflessione e il rinnovamento partono da cose molto pratiche: cosa è utile comprare in comunità oggi e cosa no, tanto per fare un esempio. Fino ad arrivare a questioni più vaste e sensibili: quale margine di autonomia hanno i membri della comunità? La leadership come può funzionare oggi? Le nostre relazioni intracomunitarie come vanno? Ritengo fondamentale un’altra sottolineatura, accennata nella domanda iniziale: l’immediatezza emotiva di chi arriva in comunità, favorita dalla tecnologia, a discapito di una costruzione interiore che richiede tempo e qualche frustrazione. È vero. Anche in questo caso, tuttavia, penso che la proposta spirituale vada ripensata nel suo linguaggio. I giovani sono alla ricerca di orizzonti di senso forti e veri. Perciò vanno aiutati a raggiungerli, vanno affiancati perché si innamorino della Parola, e facciano esperienza del dono di sé e non solo della realizzazione di sé (che comunque rimane un valore). Per questo i testimoni sono fondamentali. Uomini e donne con anni di cammino che possano dire con la vita la bellezza della risposta vocazionale, che è molto più di un adempimento di norme e precetti. Purtroppo ciò non è scontato. I giovani talvolta lamentano anziani arrabbiati e insoddisfatti (almeno così appaiono loro), che forse sono stati impediti dal vecchio stile formativo nelle loro passioni personali. Per cui vedo molto bene la sfida generazionale! Quasi una salvezza per entrambe le parti:
  1. i giovani portano una freschezza non strutturata, insieme, però, a tante insicurezze;
  2. i decani portano una profondità, una tradizione, una storia, che però può aver perso vitalità.
  Ben vengano, allora, gli strumenti che sostengono la crescita anche intellettuale e la soddisfazione di sé (dimensioni psicologiche importanti e sane), ma accanto va alimentato il fuoco di un Incontro che cambia l’esistenza, sul serio. Dialogare e confrontarsi, e ancora dialogare e confrontarsi, senza mai interrompere questo processo, è di aiuto enorme per favorire il rinnovamento e il benessere comunitario.
Vita in comune

Fare il nido in comunità

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Tra i più adulti o anziani, possiamo a volte trovare persone che si sono “accomodate” e rimangono in comunità senza dare un contributo personale dinamico, oppure altri che presentano disturbi più seri, non affrontati in passato. Si può pensare: «Ormai a quest’età non si può cambiare». Può succedere, però, che se questi disturbi sono reali e non vengono “chiamati per nome”, tutta la comunità ne risenta o addirittura venga inficiata la tenuta della stessa, sia come convivenza quotidiana, sia come vita spirituale. Tutto ciò ovviamente senza mettere in questione la buona volontà, la virtù o la santità di tali persone (anche grandi figure di santi hanno avuto disturbi di personalità non indifferenti). Cosa si può fare in queste situazioni? Un religioso


Grazie per lo stimolo a riprendere temi così interessanti. Una premessa “doverosa”, in un momento storico come quello attuale: nessuno di noi è immune da momenti di difficoltà, sbandamenti, perdita di speranza e orizzonte, o dalla sensazione, talvolta, di non potercela fare. Come ha detto il nostro papa, tutti possiamo sperimentare paura e smarrimento, perché siamo sulla stessa barca umana. Questo non dovremmo mai dimenticarlo. Siamo fratelli e sorelle nella bellezza delle risorse che abbiamo, e nelle fragilità che ci accomunano. Lei, però, accenna a situazioni specifiche, quelle in cui la persona soffre di difficoltà più marcate che vanno a segnare la vita personale e comunitaria, o perché poco collaborativa o perché particolarmente vulnerabile. Le due situazioni, tuttavia, non possono essere del tutto identificate, sebbene abbiano dei punti comuni.   La prima: quella di chi si accomoda o «nidifica» direbbe p. Luigi Rulla sj. Cosa vuol dire nidificare? Vuol dire che non si fa alcuna scelta propositiva, in merito alla vita comunitaria: si rimane nel cammino, ma si va, di fatto, in pre-pensionamento! Qualunque attività risulta pesante, inadeguata, nessun apostolato è adatto e nessuna comunità mi comprende come vorrei. La persona, in questi casi, vive il proprio scontento non in modo proattivo, cercando soluzioni, rendendosi disponibile ad un confronto, cercando altri percorsi di vita, ma rimanendo in vocazione in modo passivo. Il “vantaggio” di rimanere fermi è che si evita la fatica di mettere mano alle proprie decisioni esistenziali per maturare altre soluzioni. Rimanere fermi offre un’apparenza di perseveranza e fedeltà. Ma perseverare è tutt’altro, è un’operazione attiva, che passa attraverso il fare propri i valori vocazionali ed espandersi nel dono di sé, cioè nell’amore.   L’altra situazione, invece, è propria di chi ha una personalità complessa e problematica. Questo mi sembra un punto importante e delicato. Come giustamente si sottolinea nella domanda iniziale, la problematicità non ha nulla a che vedere con la santità, la fede, la buona volontà, ma ha a che vedere con la vita in comune e l’efficienza apostolica. Ricordo, infatti, come ho detto spesso che:
  1. le scelte vocazionali sono scelte con una rilevanza pubblica e non solo intima;
  2. rettori, formatori e comunità (che rappresentano la Chiesa) sono chiamati a valutare se ci sono i presupposti umani e spirituali per poter far procedere il candidato, per il bene suo – innanzitutto – e poi degli altri intorno. Non esiste un diritto vocazionale. L’infelicità personale è una triste condanna per sé e per quanti vivono con lui o lei;
  3. le comunità religiose non hanno un compito direttamente terapeutico, non sono chiamate, cioè, come primo compito, a risanare o supportare le fragilità psichiche dei suoi membri, in quanto non ne hanno gli strumenti adeguati. Mi spiego: nessuna c’è scala di merito, nessuno è “meglio o peggio” di altri, e non sono “i migliori” a procedere nella vocazione. La prospettiva è piuttosto un’altra: il ministero sacerdotale, ma anche la vita consacrata, si caratterizzano per esigenze specifiche e per aspetti che coinvolgono la concretezza quotidiana, una evidenza sociale e molto altro. Tutto questo necessita di una base umana, chiamiamola maturità, che vuol dire, in altre parole, un equilibrio psicoaffettivo adeguato a quel Quindi non in astratto. Quando si dice nel linguaggio comune «ho scoperto che non avevo la vocazione», si potrebbe tradurre meglio e in modo meno moralistico: «Ho compreso che Dio mi ha fatto dono di una struttura umana che si può realizzare in pienezza altrove». Perché mai Dio Padre dovrebbe chiedere a un suo figlio una strada di vita che lo spezza, lo forza, lo costringe ad essere altro da ciò che è? Crescere, migliorarsi, diventare più generosi – e questo costa – non significa snaturarsi.
  Ritornando alla domanda iniziale. In entrambe le situazioni la comunità si scopre impotente: chi ha fatto il nido non è disposto ad uscirne e chi ha delle difficoltà personali probabilmente non lo riconosce e quindi non si lascia aiutare, o comunque la comunità non è in grado di farlo. Per esempio: la persona può avere delle dipendenze che devono essere curate in strutture adatte, o problemi umorali che richiedono l’intervento di uno specialista, oppure è un’accumulatrice di oggetti e invade casa e ogni spazio comune… La questione è relativamente semplice finché la persona è in formazione e questi disagi già si rendono evidenti. Ma qualora la formazione fosse conclusa allora le cose si complicano. Lasciare i nidificatori nelle loro tane? Sopportare in silenzio chi ha sempre scatti di ira? Non può essere la soluzione, in quanto va tutelato il membro singolo, ma va preservata anche la vita insieme, come il servizio apostolico. Perciò, sebbene non ci sia un’unica strada, non si può rimanere inermi. Le persone vanno messe a confronto, con delicatezza e riservatezza, con ciò che crea disagio alla comunità. Possono essere fatte proposte alternative, per esempio l’essere inseriti in realtà meno sfidanti e più a misura di quella persona. Possono essere indicati altri servizi, o percorsi esterni di supporto o consapevolezza di sé. In nessun caso si deve rimanere in silenzio, come se il silenzio fosse l’apice della carità. Non sempre lo è. Un padre e una madre, quando hanno un figlio con delle difficoltà, gli rivolgono un’attenzione privilegiata che però non dimentica gli altri figli. Sarebbe ingiusto. Aggiungo che spesso queste situazioni perdurano nel tempo, perché magari nessuno ha avuto il coraggio di intervenire e dopo anni e anni l’andamento disfunzionale si è cristallizzato e diventa sempre più difficile smuoverlo. Allora è davvero pesante. Si può, però, cercare di fare squadra, insieme, con gli altri fratelli e sorelle, creando attorno a quella persona una fraternità il più serena, solidale e complice possibile. Non si esclude, ma si argina e contiene la fragilità presente o sopraggiunta di un membro. È chiaro: quanto più si individuano le vulnerabilità dei membri, tanto prima si può trovare una strada per il benessere personale e di gruppo. Perciò, cercare confronti dentro e fuori casa, e formarsi in modo da acquisire competenza per il compito di accompagnamento, favorisce – non garantisce – realtà vocazionali felici e realizzate, per quanto possibile. Ricordiamo che la chiamata di Dio e la compiutezza umana convergono.
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