L'esperto risponde / Psicologia

Chiara D’Urbano

Psicologa e psicoterapeuta, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Insegno Psicologia dei processi vocazionali nel Pontificio Ateneo Regina Apostolorum e collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna.

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Omosessualità e sacerdozio

Ho letto i precedenti numeri di questa rubrica in merito all’orientamento omosessuale in seminario o nella vita comune. Il papa ha detto che “è meglio che non entrino” persone con questo orientamento. E mi sembra che da una parte dica qualcosa di importante, ma dall’altra lasci aperta la porta ad altre possibilità o riflessioni. Lei cosa ne pensa? Un Rettore

È chiaro che qui non si offre una risposta sul piano del “sì” o “no” al percorso vocazionale delle persone con orientamento omosessuale, dato il contesto di una rubrica di psicologia e la non gestibilità di una domanda di questa portata attraverso riflessioni individuali.

Non intendo sfuggire dal condividere la mia prospettiva, vorrei farlo, però, considerando ancora due aspetti: il primo riguarda l’associazione, esplicita o implicita, per cui le persone con orientamento omosessuale sarebbero meno capaci di gestire gli impulsi sessuali. Il secondo aspetto riguarda invece l’impegno pubblico delle vocazioni alla vita consacrata e sacerdotali.

Ritengo che le considerazioni di papa Francesco in merito all’ammissione di persone con orientamento omosessuale in seminario o nella vita consacrata, sottendano entrambi questi temi. Nel colloquio a porte chiuse con i vescovi italiani, che Lei richiama, Bergoglio su questo argomento ha utilizzato l’espressione: «Attento discernimento». Aggiungendo: «Se avete anche il minimo dubbio, è meglio non farli entrare».

E nel testo intervista con Fernando Prado La forza della vocazione (Edb, 2018), di fronte alla domanda sull’omosessualità Francesco si esprime con queste parole: «È qualcosa che mi preoccupa, perché forse a un certo punto non è stato affrontato bene […] nella formazione dobbiamo curare molto la maturità umana e affettiva. Dobbiamo discernere con serietà e ascoltare anche la voce dell’esperienza che ha la Chiesa. Quando non si cura il discernimento in tutto questo, i problemi crescono. Come dicevo prima, capita che forse al momento non siano evidenti, ma si manifestano in seguito. Quella dell’omosessualità è una questione molto seria, che occorre discernere adeguatamente fin dall’inizio con i candidati, se è il caso. Dobbiamo essere esigenti. Nelle nostre società sembra addirittura che l’omosessualità sia di moda e questa mentalità, in qualche modo, influisce anche sulla vita della Chiesa».

Cosa sta continuando a ripeterci il nostro Papa? Ciò che io comprendo è che il discernimento alle vocazioni sacerdotali (e di vita consacrata) finora non è stato affrontato con la necessaria competenza, trasparenza e fermezza. Si è affrontato, ad esempio, poco o nulla, considerandolo talvolta un tema vergognoso, l’orientamento sessuale del candidato, aspetto che invece è molto importante, perché connota la persona e il suo modo di amare. Questo aspetto non può essere in nessun modo accantonato, ma neppure essere utilizzato come caratteristica unica per liquidare immediatamente la persona come “non adatta”.

«Il che significa che la persona che afferma di avere un orientamento omosessuale andrà conosciuta in quella complessità inedita di cui quel tratto è una parte, ma non il tutto, e che pure con quel tratto esprime qualcosa della propria umanità. Trascurare questo stato di cose conduce ad alcune derive, psicologiche ma pure teologiche […] E si badi bene: esprime proprio perché quel tratto “c’è”; e non, invece, “nonostante” quel tratto» (Stefano Guarinelli, in: www.avvenire.it/chiesa/pagine/abusi-nella-chiesa-3).

Ritengo, quindi, che da parte di papa Francesco, il mettere a tema l’orientamento sessuale e nello stesso tempo non chiudere in modo drastico le porte a persone con orientamento omosessuale, siano indicativi che il centro di attenzione deve essere proprio quello della maturità psico-affettiva, che va indagata su molteplici livelli e attraverso diversi aspetti.

Il punto di valutazione sull’idoneità alla vita sacerdotale e religiosa non sta nell’orientamento omosessuale come se fosse, a-priori, più a rischio di atti sessuali (non mi risulta alcun fondamento scientifico in questa presunzione), e perciò meno adatto al percorso vocazionale. Ogni adulto maturo, uomo o donna, dovrebbe, anzi, saper interporre un tempo e una riflessione tra desiderio/impulso (sessuale o di rabbia) e azione concreta. L’irresponsabilità e l’impulsività sono considerate dal già citato Manuale diagnostico di ultima generazione (DSM-5) come tratti patologici nel funzionamento della personalità umana.

Credo, allora, che questa sia e dovrebbe essere la preoccupazione dei rettori, dei superiori/delle superiore, dei formatori/delle formatrici: valutare, indagare senza fretta, anche con persone competenti nel campo della salute mentale e non solo spirituale, come “funziona” quella persona, come si comporta nel rapporto col maschile, col femminile, in casa, fuori casa, come vive e gestisce il peso – perché senza dubbio è tale – della solitudine affettivo/sessuale, perché la frustrazione dell’astinenza può degenerare in forme pericolose per sé e per gli altri.

Infatti, sempre nel discorso a porte chiuse ai pastori Cei, Bergoglio esprime la sua preoccupazione per la pratica degli atti omosessuali. Sono questi, quindi, a costituire un venir meno alla propria vocazione, e un male agli altri, ma lo sono tanto quanto gli atti sessuali tra un uomo ed una donna quando vengono compiuti da sacerdoti e consacrati.

È doveroso, quindi, e sono senza indugi d’accordo, che dove ci sia un dubbio che la persona non sia e non sarà in grado di corrispondere alle esigenze vocazionali – perché ha ferite psicologiche troppo profonde per poter essere risanate nell’ambiente del seminario o della comunità, e anche aiuti esterni risulterebbero insufficienti o richiederebbero un tempo troppo lungo di lavoro –, è bene che la persona non sia ammessa!

«Quando vi siano candidati con nevrosi e squilibri forti, difficili da poter incanalare anche con l’aiuto terapeutico, non li si deve accettare né al sacerdozio né alla vita consacrata. Bisogna aiutarli perché facciano altri percorsi, senza abbandonarli. Occorre orientarli, ma non li dobbiamo ammettere. Ricordiamo sempre che sono persone che vivranno al servizio della Chiesa, della comunità cristiana, del popolo di Dio. Non dimentichiamo questa prospettiva. Dobbiamo fare attenzione a che siano psicologicamente e affettivamente sani» (La forza della vocazione, ib.).

In passato, il sottovalutare le carenze della struttura umana o il presumere che bastassero la fede e la buona volontà a compensarle – “ci pensa il Signore, se preghi” – ha “generato” vocazioni psicopatologiche con gravi danni per se stessi e per gli altri.

Il secondo aspetto che avevo anticipato nello scorso numero è ancora papa Francesco ad esplicitarlo come parte integrante del discernimento sulla persona che vuole iniziare un percorso vocazionale: «Ricordiamo sempre che sono persone che vivranno al servizio della Chiesa, della comunità cristiana, del popolo di Dio».

Le vocazioni sacerdotali e alla vita religiosa hanno una rilevanza e una ricaduta sociale enorme.

Non sono scelte private o intimistiche, altrimenti non si farebbero professioni pubbliche quando si riceve il ministero o si emettono i voti. Celebrare l’Eucarestia, confessare, accompagnare i bambini, i giovani, stare con i poveri, gli ammalati, insegnare, rendersi disponibili ai trasferimenti, o pregare in luoghi stabili e circoscritti per il mondo… sono impegni che richiedono un notevole equilibrio personale. Il sacerdote, infatti, assume delle precise responsabilità morali, spirituali ed educative verso le persone che si confidano e si rivolgono a lui, proprio per il ruolo che ha.

Ecco perché è necessario spostare il baricentro dell’attenzione, nel discernimento iniziale e nell’accompagnamento successivo, dalla questione dell’omosessualità presa isolatamente in se stessa – ma che, come abbiamo detto, non può essere neppure sottovalutata come se fosse un aspetto qualunque – all’equilibrio generale della persona. Il sacerdote omosessuale coerente e fedele alla sua vocazione è un sacerdote ben riuscito. Sappia, però, come già dicevamo la scorsa volta, che qualora decidesse di condividere con altri, o diventasse esplicito il suo orientamento, l’accoglienza da parte dell’altro/degli altri (confratelli o fedeli) potrebbe non essere così benevola.

Concludo: l’orientamento sessuale non è un indicatore rappresentativo di tutta la persona, neppure sul piano vocazionale. Allora la valutazione rispetto al candidato omosessuale deve essere necessariamente personale, caso per caso, come per ogni candidato. Questo non riduce il valore delle norme e dell’Ideale, ma mette al centro la persona, la sua storia, il suo essere unico dal punto di vista spirituale e psicologico.

«È meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta di un essere umano […] È vero che le norme generali presentano un bene che non si deve mai disattendere né trascurare, ma nella loro formulazione non possono abbracciare assolutamente tutte le situazioni particolari. Nello stesso tempo occorre dire che, proprio per questa ragione, ciò che fa parte di un discernimento pratico davanti ad una situazione particolare non può essere elevato a livello di una norma» (Papa Francesco, Amoris Laetitia, n. 304).

Aggiungo, infine, che l’essere sacerdoti o consacrati non rappresenta l’unica chance di santità o di corrispondenza al vangelo. Per cui quando la persona (o chi la accompagna) si rende conto che in quel percorso non cresce, non matura, compie sforzi quotidiani superiori alle sue capacità, ha desideri sessuali che diventano una lotta continua, allora deve accettare altre strade di realizzazione di sé. E ciò non vuol dire mandare la persona all’inferno o rifiutarla, significa aiutare innanzitutto lei a star bene e poi tutelare gli altri, oggi e domani.

Nell’ultimo numero, infine, affronterò la connessione, stavolta frequente ed esplicita, che lega indebitamente omosessualità e abusi.

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Perfezionismo o flessibilità

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Da anni vivo col mio parroco, una persona senza beni materiali, ma chiusa ed egoista. Mi perdoni se sembra un giudizio, non mi vergogno di dirlo. Allora è vero che noi cinquantenni a volte abbiamo nuovi grilli per la testa: dal telefono, alla macchina, al pizzetto ricercato, e sicuramente non siamo di esempio, ma non basta la povertà in quanto tale. Non vuole essere una giustificazione badi bene. Grazie per questo prezioso servizio. Un religioso (e prete)


Volentieri riprendo l’argomento per le tante osservazioni, diverse, che sono giunte in relazione al precedente numero di questa rubrica «Consacrati alla moda?». Alcuni mi hanno scritto che rimane fastidioso vedere preti con super macchine o consacrati/e che demandano i servizi domestici o più umili sempre ad altri, senza mai “sporcarsi le mani”. E che, in fondo, «anche l’abito fa il monaco». Altri commentano che non bisogna considerare assoluto nessun valore. Queste osservazioni mi ricordano una situazione che si è venuta a creare nel mio studio di psicologa. Incontro un sacerdote, giovane, camicia sbottonata, jeans, curato e profumato, che potrei confondere con un bel ragazzo “qualunque”. Subito dopo arriva un altro prete, più o meno coetaneo, in talare, il quale mi dice che è appena uscito da una celebrazione ufficiale e non ha fatto in tempo a cambiarsi. Ma di solito non veste molto diversamente. I due sacerdoti si stanno mettendo in discussione perché è un momento non tanto di “crisi vocazionale”, ma di ripensamento del loro modo di essere e di vivere le rispettive scelte, che comunque non sono in discussione nella loro essenza. Le difficoltà, piuttosto, riguardano il loro ambiente di vita, per motivi del tutto opposti. Per l’uno è troppo clericale, per l’altro è troppo mondano. Non devo dare “risposte” e soluzioni nette – meno male –, non è questo il mio compito. Provo, piuttosto, a riflettere su cosa li metta a disagio, e con quale modello si confrontano. Se sono in uno stato di malessere, infatti, è perché si è creato uno scarto tra ciò che desiderano e ciò che sono. Li conosco entrambi e so che le motivazioni di ciascuno sono solide, eppure hanno sensibilità diverse. Il primo è stufo di dover corrispondere ad un modello old-style di prete trasandato e povero, non si riconosce in quella veste nella quale non crede, e mi racconta quanto riesca a conquistare i ragazzi perché lo vedono alla loro portata. Possono parlare di tutto e si sentono liberi con lui di raccontare le loro storie. Questo sacerdote, che chiamerò Luca, mi dice, però, di essere guardato con sospetto nel suo ambiente, che lo ritiene troppo mondano. Talvolta esce con questi ragazzi a prendersi una birra e quando la gente del quartiere passa e lo riconosce gli fa occhiatacce. Qualcuno con cui è più in confidenza gli ha detto apertamente: «Luca, ma ti pare che un prete faccia così?». Il secondo sacerdote (che è anche un religioso), che invece chiamerò Andrea, è in conflitto con la propria coscienza perché ritiene che le scelte della sua comunità non corrispondano al suo modello di povertà. Vedere altri confratelli comportarsi in modo troppo “libero” lo inquieta, gli sembra che la gente così vada in confusione, non si mandi il giusto messaggio. Non riesce a parlare di fede con loro, che lo tacciano di essere troppo bigotto. Vive una tensione interiore. C’è un nucleo comune ad entrambi, che riguarda il bisogno di autenticità, ma anche di trovare conferme ed appoggi all’esterno per sentirsi accettati come sacerdoti. Le critiche, infatti, li mettono in discussione. L’uno sente di essere se stesso nel modo in cui si esprime, si veste, sta con gli altri. La sua attività pastorale gli dà ritorni positivi, ma la gente lo guarda male. L’altro sente di essere in pace con la propria coscienza quando «il prete fa il prete» e non si mette «a scimmiottare i ragazzi». Deve avere il suo segno di riconoscimento, e dare esempio di sobrietà. Sono entrambi sinceri ed umanamente simpatici. Si può dire se una tipologia sia preferibile rispetto all’altra? Sposto la domanda su un altro piano e forse sembrerà un modo tipicamente da psicologa di non prendere posizione. Credo che ogni aspetto della nostra vita, quando diventi troppo centrale e assoluto, rischi di sbilanciare il nostro equilibrio generale. Perfino quelli che sono considerati di per sé aspetti positivi possono assumere valenze negative, se diventano estremizzati e inflessibili. Nell’ultimo Manuale Diagnostico, anche gli aspetti della personalità di per sé positivi vengono messi in discussione e il testo riporta un esempio: «le persone che, a causa di un’estrema bontà d’animo, si lasciano ripetutamente sfruttare da altri senza scrupoli». Questo vuol dire che la cosa ottimale non è la stessa per tutti, sempre, in tutti gli ambienti. Tornando ai due sacerdoti, per offrire loro piste di riflessione che essi stessi trasformeranno in decisioni concrete, utilizzo due criteri, apparentemente opposti, del medesimo Manuale.
  1. Avere «chiari confini tra sé e gli altri», una stima abbastanza stabile e uno sguardo su di sé realistico, significa non dipendere eccessivamente dal giudizio degli altri, ma neppure rendersi insensibili ai rimandi esterni. Mi sembra un aspetto importante su cui Luca e Andrea possono confrontarsi rispetto al loro malessere. Sono interiormente liberi? Oppure hanno convinzioni personali ancora deboli, troppo dipendenti dagli altri? Questo criterio, però, da solo non è sufficiente.
  2. C’è poi la dimensione intersoggettiva. Essere empatici significa non solo comprendere le esperienze altrui, ma anche gli «effetti del proprio comportamento sugli altri», soprattutto quando siamo responsabili di quelli che ci sono intorno. Il sacerdote ha un ruolo pubblico e di visibilità sociale, ha una responsabilità non solo per se stesso. Quindi è importante anche come si pone, come gli altri lo “vedono”. Gli altri che peso hanno per Luca e Andrea?
Per concludere ed usando espressioni meno tecniche e più “familiari”: la libertà interiore deve essere orientata dalla carità. Tener conto del contesto e dell’ambiente geografico in cui si opera vuol dire rendersi flessibili alle circostanze, e attenti alla sensibilità delle persone intorno a noi. La gente oggi ha un gran bisogno di testimoni credibili e coerenti. È un tempo che grida il bisogno di chiarezza. Non si può pretendere che gli altri ci leggano sempre il cuore. Quindi attenzione a non mandare messaggi ambigui col nostro comportamento! Essere semplici, veri e il più possibile trasparenti, invece, è un bel segno di cura dei “piccoli”, e ci motiva verso una sempre maggiore autenticità.  
L'Esperto risponde

Consacrati “alla moda”?

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Sono un giovane che si sta preparando per diventare un sacerdote religioso. Sono felice della strada che sto percorrendo, però talvolta, nel confronto con i miei confratelli, coetanei o più grandi, sperimento cose che non mi vanno proprio. Le faccio qualche esempio molto concreto: l’acquisto di macchine costose, un abbigliamento ricercato, la pretesa di avere sempre qualcuno che provveda alle cose domestiche… Tutto questo mi infastidisce. Anzi, arriva a farmi mettere in dubbio che siano vere le cose che ci insegnano e che noi apprendiamo durante la formazione. Un domani vorrei essere un prete che la gente riconosca come proprio fratello, non come un principe. Un giovane in cammino


Trovo tanto coraggiosa quanto sincera la sua riflessione. Lei ha aggiunto anche altre considerazioni che per sole questioni di spazio non ho potuto inserire integralmente. È la punta di interrogativi profondi e per nulla semplici. Chi è il consacrato oggi? Come “dovrebbe essere” il prete del terzo millennio? Ho letto in filigrana anche queste domande. Le posso dire ciò che vedo attraverso la mia esperienza di affiancamento dei processi vocazionali, di giovani e meno giovani, uomini e donne in formazione o con scelte già definitive. Si dice spesso che c’è una fragilità nuova nella sua generazione, e questo è innegabile: la capacità di tenuta rispetto alle strade intraprese è più debole. Lo sappiamo, le realtà di coppia e gli stessi percorsi di appartenenza totale al Signore sono soggetti a moltissime pressioni che vengono dalle nuove modalità “relazionali” che la Rete permette, ma anche dai valori che oggi non sono più così fissi e univoci. E, più a monte, da esperienze familiari articolate per cui alle spalle non sempre si ha il sostegno ed il modello di una comunità domestica serena e unita a cui fare riferimento, o che sia di “esempio”. Ci sono famiglie più serene da cui nascono vocazioni meravigliose, e famiglie meno serene, divise o allargate, da cui nascono vocazioni altrettanto belle, ma che devono affrontare una complessità di partenza, che non andrebbe trascurata. Premesso questo, voglio dire, però, che proprio i giovani portano ed esprimono una sete di autenticità nuova. Voi giovani non vi accontentate di modelli preconfezionati, chiedete ragione di tutto: «ho capito che si è sempre fatto così, ma per me non ha molto senso», quante volte l’ho sentito dire. Dall’abito che si indossa, ai ritmi di preghiera, alle modalità di stare insieme o di accogliere ospiti, al tipo di apostolato… i giovani chiedono ai loro formatori e formatrici il senso delle tradizioni o anche di singoli comportamenti che a loro sembrano incomprensibili. Mi colpiscono in effetti il coraggio e talvolta la “sfrontatezza” con cui una consacrata in formazione vuole sapere perché i turni di servizio riguardino solo alcune consorelle e non tutte. Oppure il seminarista che chiede ragione di un acquisto fatto in comunità, secondo lui non necessario. Situazioni un tempo impensabili. Come non era pensabile per me contraddire un genitore. Tuttavia mi confronto anche con situazioni opposte, di giovani che faticano ad entrare in una logica di dono, e pretendono dalle proprie comunità vari generi di comfort. È la bellezza e la ricchezza di vocazioni a vita comune o al sacerdozio, che si incarnano in storie e personalità molto diverse tra loro. Non esiste un unico modello di appartenenza, non c’è una fraternità uguale per tutti, come non c’è un modello rigido di essere marito e moglie. Credo che ci siano sfide multiple per le scelte vocazionali: una di queste è certamente ripensare se stesse e capire, insieme, non individualmente, come vivere nell’oggi quello specifico carisma. Se siano valide le consuetudini vissute fino a quel momento, se l’apostolato corrisponda ai bisogni locali o eventualmente come ripensare alcuni aspetti importanti del vivere insieme secondo un Ideale. Credo sia un’enorme ricchezza proprio il confronto tra generazioni e culture diverse, che ormai sono la norma e non l’eccezione, e forse nelle comunità vocazionali questo non sempre è previsto. Ho l’impressione che spesso questo avvenga prevalentemente in teoria, cioè attraverso lezioni e corsi, ma molto meno avendo lo spazio ed il tempo concreto per discuterne. A proposito del tema che lei propone, un giovane mi raccontava una vicenda concreta che ha vissuto: la sua famiglia è andato a trovarlo e gli ha chiesto se poteva regalargli un nuovo cellulare. «Sembra una cosa da poco – mi diceva questo ragazzo –, invece so che a me avrebbe fatto molto piacere poter scegliere e comprare finalmente un bel telefono super-aggiornato, che desideravo da tempo. Poi, però, mi è venuto in mente che al campo con i ragazzi, appena pochi giorni prima, uno di loro mi aveva parlato delle difficoltà economiche della sua famiglia e allora qualcosa è risuonato dentro di me… e ho voluto rinunciarci. Con fatica, voglio precisarlo. È una briciola, lo so, ma non voglio diventare un prete fashion (alla moda, ndr), so che non sarei credibile poi tra la gente». Sono gocce, è chiaro, ma la vita ha una sua concretezza che andrebbe condivisa anche nelle piccole vittorie quotidiane. Per concludere: è profetico il desiderio di autenticità e di coerenza delle nuove generazioni, che può essere di grande stimolo per tutti noi e per i percorsi vocazionali che attraversano tempi non facili. Tuttavia, non c’è una sola forma per dire “sì”, per cui dialogare e confrontarsi all’interno del proprio ambiente di vita alleggerisce le tensioni e soprattutto favorisce uno sguardo comune, che non vuol dire identico o univoco, ma condivisibile da tutti.
Vita in comune

Gioia o “depressione”?

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Non so Lei cosa ne pensa, ma ho timore di diventare anche io, negli anni, un prete dal viso cupo. Sono entrato in seminario perché vedevo un sacerdote della mia parrocchia sempre sorridente e ho pensato che volevo essere come lui, un prete che comunica speranza. Poi però l’esperienza che sto facendo in questi anni mi mostra che quella non dico sia un’eccezione, ma quasi. Un seminarista La nostra comunità è piccola, ma affiatata. Una sorella sta a casa e il resto di noi lavora fuori parecchie ore al giorno. C’è anche una giovane che studia e porta una bella freschezza in casa. A dirLe il vero, però, non si può dire che siamo una realtà “viva”. C’è un’aria stanca, quasi depressa. Quando abbiamo incontri allargati con altre nostre consacrate, dopo la gioia iniziale di ritrovarsi, sembra che prevalga un senso critico che, a mio parere, non ci fa per niente bene. Una consacrata


Ho accomunato queste riflessioni perché toccano lo stesso tema, che ritengo importante: dove è finita la gioia nelle nostre scelte di vita? Non è scontato, infatti, che le coppie, le comunità, i presbiteri, o gli ambienti di vita religiosa comunichino un senso di benessere rispetto alla propria vocazione e quindi trasmettano gioia. Che non è euforia passeggera, né allegria a buon mercato. La gioia è una cosa seria. Concordo con il seminarista e la consacrata: a volte c’è depressione anche negli ambienti di fede, c’è scoraggiamento. Ma è una contraddizione stare con Dio e nello stesso tempo con la tristezza. Vivere in comunità, credere in Gesù e nello stesso tempo tradire quello che si sta proponendo, mostrando un volto teso o rabbuiato. Eppure tutto questo è comprensibile! Ci sono tante ragioni che, purtroppo, alimentano lo sconforto, piuttosto che la speranza. Le mie sono considerazioni varie, che non formano un insieme organico, le condivido sia da credente che da psicologa. Spesso nell’accompagnare i percorsi vocazionali mi sento fare la domanda: dove starebbe la gioia di cui Lei parla? La domanda non è così rara, e più di una volta mi è stata fatta in modo diretto e pubblico. È giusto, quindi, affrontare l’argomento apertamente, e non farlo passare sotto silenzio, come fosse una vergogna. Oggi si vive un vero e proprio smarrimento dell’identità. Non è detto che questo sia un male in assoluto, dato che quando ci si smarrisce bisogna poi impegnarsi a ritrovare la strada, magari scoprendone una nuova. Fatto sta che è come se nessuno di noi riuscisse a “stare” nel ruolo in cui dovrebbe: il marito vuole i suoi spazi mentre la moglie rivendica una propria autonomia. Sono saltate quelle categorie chiare, anche se magari rigide, di condivisione di cosa voglia dire stare in coppia. Ciascuno vuole sentirsi libero di viverla a modo suo. Lo stesso vale per i genitori, che faticano ad assumere le proprie responsabilità, e spesso sono più disorientati dei loro figli. La genitorialità, in effetti, è diventata davvero complessa, e c’è grande richiesta di formazione e accompagnamento all’essere genitori. Non si può più improvvisare, come forse accadeva in passato. E veniamo al sacerdote e al consacrato, non certo immuni da questa frantumazione identitaria: se la santità è a portata di tutti, quale è il “valore aggiunto” di queste vocazioni? E con quale linguaggio possono continuare ad indicare quell’Oltre che dà senso e speranza alla vita? Sono interrogativi non da poco, perché le vocazioni non possono vivere di rendita. Il presbitero, ad esempio, ha perso quel ruolo “sacro” e quasi di superiorità rispetto ai comuni fedeli, come era fino a qualche decennio fa. Preti e consacrati oggi sembrano non avere più un posto chiaro nella gerarchia sociale, come nota Timothy Radcliffe, ex Maestro Generale dei Domenicani. Il prete, di conseguenza, si trova costretto a ripensare se stesso e a come stare in mezzo alla gente. Lo stesso interrogativo attraversa anche le realtà comunitarie che, come i seminari, oggi riflettono sia su che tipo di comunità vogliono essere, sia su quali strumenti formativi offrire alle nuove generazioni che intraprendono il percorso vocazionale. I programmi di qualche decennio fa richiedono un aggiornamento indispensabile. Poi non è da sottovalutare il calo numerico, per cui la vocazione oggi rimane schiacciata dal lavoro apostolico, che aumenta proporzionalmente alla diminuzione di vocazioni. Il risultato, come abbiamo già sottolineato in altri numeri di questa rubrica, è che spesso sacerdoti e consacrati hanno poco tempo da dedicare alla preghiera e alla vita comune. Queste tensioni di fondo, più o meno visibili, non favoriscono uno stato di benessere e quindi di gioia. Ma piuttosto che scandalizzarsi o esprimere pareri facili, proviamo a riflettere insieme su come recuperare la gioia. Di solito rispondo dicendo che “la fede non basta”, bisogna farsi aiutare anche dalle scienze umane, dall’impegno a diventare competenti in ciò che si fa. Stavolta invece provo a fare un percorso diverso. Al di là di quello che già si sta facendo per alleggerire il carico di ansia, nemico della gioia, per ciò che è nuovo e non controllabile, propongo di mettere in campo più fede. I numeri calanti e il nuovo scenario di questo millennio rispetto alle vocazioni, di cui abbiamo parlato finora, ci interpellano su come tornare all’essenza delle nostre scelte, delle nostre risposte di vita. Se osserviamo bene, nel Vangelo non ci sono grandi modelli di vittorie umane, di efficienza e di risultati! «Penso al grande fallimento che fu quella comunità [dell’ultima cena]: uno dei discepoli ha venduto Gesù, un altro lo ha rinnegato e tutti i restanti sono fuggiti. Gesù non è riuscito a riunire i suoi discepoli in una comunità quell’ultima notte, perciò non dobbiamo essere sorpresi se non riusciamo a fare meglio di lui» (T. Radcliffe). Vivere la vita sacerdotale e comunitaria (nonché di coppia) vuol dire mettere in conto che il fallimento, l’esilio, la pochezza umana, il tradimento sono parte integrante della chiamata e non una sua negazione. Non sono i numeri il criterio vincente e neppure la riuscita apostolica, per quanto l’efficienza sia un obiettivo sano. Quello che dà consistenza e rende profetico il sacerdote o il consacrato è il vivere in mezzo alla gente, continuando ad alzare lo sguardo per indicare un orizzonte diverso. Che non distoglie dall’impegno terreno, dallo sporcarsi le mani, piuttosto gli dà senso. Credo che la gioia debba ripartire da qui, possa alimentarsi, nonostante tutto, con questa Grande Certezza di non essere soli. La certezza che fin d’ora, nelle nostre storie, c’è un seme di bellezza eterna, di vita che non finisce. Lo dico da credente, non avrei altre competenze per farlo. Solo che nessuna vocazione si può vivere da soli. E anche la gioia non si trova da soli, senza una comunità che la sostenga. Perciò tutti dobbiamo aiutarci a non cadere nello sconforto. Laici, sacerdoti e consacrati/e, ciascuno secondo la propria chiamata, abbiamo la responsabilità della gioia gli uni degli altri. Noi tendiamo più spesso a dirci le cose che non vanno, che a richiamarci le cose belle, i semi di speranza, gli sprazzi di luce. Non ho, quindi, una risposta vera e propria, però mi hanno colpito alcune parole di Radcliffe che penso ci possano indicare la strada, l’atteggiamento da assumere per non soffocare nel malessere ma essere invece testimoni, per quanto zoppicanti, di una gioia possibile: «Non possiamo aspettare fino alla morte per diventare vivi. Diversamente, perché mai la gente dovrebbe credere che siamo in viaggio verso una meta? […] Bisogna che viviamo uno stile di vita in cui già ora irrompe l’eternità. Non è sufficiente sopravvivere. Dobbiamo fiorire. Ciascuno di noi ha bisogno di un genere di vita che realmente ci offra vita, di vivere pregustando la vita eterna. In caso contrario saremo sopraffatti dalle sofferenze del nostro tempo, oppure soccomberemo alla sua cultura della banalità. Il nome primitivo della vita cristiana era “la via”. Dobbiamo mostrare che è una via verso una meta e non un girare intorno nel deserto» (T. Radcliffe).
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Lavoro e fiducia

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Sono sposato con Marta e abbiamo due bambini di 8 e 4 anni. Sono responsabile di un laboratorio di produzione di farmaci in una grande azienda multinazionale, mi piace e sono orgoglioso di quello che faccio, cerco di vivere anche lì la mia vocazione di volontario. Da un paio di anni ho assunto questo ruolo […]. È un gruppo piccolo di persone che nel tempo – anche prima del mio arrivo – ha sviluppato una scarsa fiducia nell’azienda e nei dirigenti, compreso il mio responsabile. Anche le possibilità di crescita individuale e gli investimenti fatti nel laboratorio sono spesso giudicati con il dubbio del secondo fine... insomma manca totalmente la fiducia. Ultimamente, anche da parte del mio responsabile, è stata adottata una posizione di sfiducia verso questo gruppo e – se anche non direttamente su di me – verso alcune mie scelte o 'mancanza di polso' nel far rispettare certe richieste. […] Io ho spiegato che […] la fiducia è l'unico modo con cui collaborare e che dobbiamo invece trovare il modo per accrescere la fiducia nei confronti delle decisioni dei vertici aziendali. Andrea


Grazie Andrea per le sue riflessioni generose e anche per la domanda che pone, che in realtà esula dallo spazio più specifico di questa rubrica dedicata ai percorsi vocazionali, sacerdotali e di vita in comune. Tuttavia accolgo volentieri e con interesse quanto scrive. Mi ha sempre fatto molto riflettere l’effetto Rosenthal altrimenti noto come effetto Pigmalione, re di Cipro il quale si innamorò di una statua da lui stesso scolpita. Era tale il suo desiderio che la statua fosse reale che ella prese effettivamente vita. Il corrispondente psicologico di questo mito tocca proprio il tema che lei sollecita: quello della fiducia e delle aspettative. Per dirla in breve: lo psicologo Robert Rosenthal fece un esperimento in una scuola e verificò che i bambini su cui gli insegnanti avevano riversato aspettative maggiori, considerandoli migliori degli altri, per intelligenza e possibilità prestazionali più elevate – gruppo, in realtà, scelto causalmente dai ricercatori, ma indicato come quello che aveva superato più brillantemente dei test –, alla fine dell’anno avevano conseguito effettivamente un rendimento più alto. L’atteggiamento positivo e incoraggiante dei docenti verso quegli alunni, aveva favorito l’impiego delle loro migliori risorse. L’esperimento dimostra che col nostro comportamento, attraverso i nostri desideri, e la fiducia che diamo agli altri, nel bene e nel male, finiamo con l’influenzare l’atteggiamento altrui, favorendolo in una direzione o in un’altra. Sentirsi guardati con occhi positivi ci stimola ad essere persone migliori. Ricevere la stima di chi lavora accanto a noi, in qualche modo ci dà energie e ci “costringe” a dar credito al bello che ci viene rimandato. Naturalmente è vero anche l’opposto. Dunque il suo atteggiamento, Andrea, è estremamente valido ed è l’unico modo per favorire la coesione e il rendimento di un gruppo. Lo hanno compreso diverse grandi aziende americane che stanno cercando di rendere i luoghi di lavoro quasi domestici, confortevoli, accoglienti, dove i dipendenti vadano volentieri e non debbano inventare vie di fuga o malattie di comodo. Ci sono addirittura spazi per praticare sport durante le pause, luoghi di ristoro ben curati perché il tempo del pasto sia davvero rigenerante, e attenzioni simili. Per motivare le persone a dare il meglio di loro stesse, come anche tu rilevi, è necessario, allora, rendere belli i luoghi di lavoro, anche dal punto di vista umano-relazionale. Coinvolgere i dipendenti nelle decisioni aziendali, nella misura del possibile, favorisce un senso di appartenenza e di responsabilità verso il lavoro che, invece di essere un adempimento arido e prevalentemente orientato al guadagno, diventa una sorta di “missione” o comunque una passione personale e non solo imposta dal di fuori. Non c’è altra strada. I responsabili di settore, i direttori, coloro che hanno ruoli di responsabilità dovrebbero acquisire competenze umane di conduzione e animazione dei gruppi proprio negli ambienti di lavoro. Creare un clima favorevole e cordiale, ma non per questo meno attivo o serio (anzi), migliora la quantità e la qualità dei prodotti. Concretamente, Andrea: ascoltare chi lavora per avere un’opinione personale o un riscontro su ciò che sta facendo, o chiedere un consiglio per concordare una decisione, fa sentire meno estranei e favorisce un senso di fiducia verso l’azienda e i suoi capi. Immagino che sia una sana strategia che lei già adotta, perciò non posso che incoraggiarla a continuare in questa direzione, nella speranza che il suo atteggiamento diventi contagioso e di esempio anche per l’ambiente circostante, incluso il suo responsabile.
Vita in comune

Pastore o funzionario del sacro?

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Sono un presbitero di mezza età di una grande diocesi, e seguo fedelmente la vostra rubrica. Ho deciso di offrire anche io una breve riflessione, sperando che possa contribuire in qualche modo in questo tempo non facile. Ho l’impressione che tra noi preti prevalga un senso di competizione come se dovessimo fare i primi della classe rispetto alla gente o allo stesso Vescovo; insomma alla fine l’impressione è che siamo più colleghi di lavoro (da cui un certo carrierismo) che pastori di una stessa realtà territoriale. Mi permetto di aggiungere che non mi considero un ingenuo, anche a motivo degli anni di esperienza, ma mi rendo conto che ormai il prete è piuttosto un funzionario, quasi un burocrate piuttosto che un uomo “per la gente”.


Grazie per il suo contributo con cui porta alla luce un disagio molto attuale. Non so se sono in grado di offrire una vera “risposta”, lo consideri piuttosto uno scambio di riflessioni. A motivo della ben nota crisi vocazionale il numero di sacerdoti e religiosi/e è notevolmente diminuito, e con esso di pari passo, ma in modo inversamente proporzionale, è aumentato il vostro carico di lavoro. Sono testimone – e non credo di dire nulla di nuovo – di sacerdoti giovani e meno giovani carichi di impegni, che forse appaiono gratificanti nei primi anni dopo l’ordinazione quando alimentano il senso di onnipotenza – di cui tutti noi, a turno, siamo vittime – ma che, nel corso del tempo, finiscono per diventare degli oneri enormi. Forse, come lei accenna con sapienza e insieme discrezione, è necessario ripensare il “modello di prete” nel terzo millennio, perché questa vocazione non si appiattisca all’essere un “burocrate del sacro”, come si autodefinisce un mio amico sacerdote. Mi vengono in mente alcune considerazioni: ormai abbiamo superato il mito del prete come di un uomo superdotato e sempre disponibile, come se non fosse un essere umano con i suoi limiti e le esigenze più semplici di un ritmo di vita sano. Però bisogna ancora sfatare il mito del prete inteso come uomo singolo a servizio degli altri. Una vocazione infatti, anzi qualunque vocazione, anche quella degli sposi, non è mai una vocazione individuale che possa sussistere in se stessa, o che possa appoggiarsi unicamente sulla singola personalità, per quanto eccellente sia. Ogni vocazione è inserita all’interno di una comunità che dà senso, sostiene, collabora alla buona riuscita della coppia, del sacerdote, dell’uomo e della donna consacrata. Forse lo si dice, ma in modo vago ed ideale, invece ha una valenza estremamente seria e concreta. Tutti siamo reciprocamente responsabili della vocazione altrui. La vocazione del singolo chiamato da Dio, o della coppia, acquistano significato solo all’interno di un noi comunitario. Nessuno sarebbe in grado di realizzare compiutamente l’essere marito, l’essere moglie, l’essere genitore, l’essere sacerdote, l’essere religioso senza il sostegno di preghiera, ma anche di presenza, di incoraggiamento e di collaborazione degli altri. Di fatto accade così, ma come può il sacerdote addossarsi da solo, o al massimo con un “vice”, tutte le attività che ruotano attorno a una parrocchia, o comunque a un servizio di apostolato? Non solo per il grande carico materiale, ma anche per quello emotivo, psicologico ed affettivo. Lo stesso vale per la famiglia che non può portare avanti da sola la chiamata a vivere l’amore in modo esclusivo e generativo, senza persone intorno che la sostengono e la aiutano a custodire il dono reciproco. Ciascuno, secondo la propria parte – ma il discorso qui è complesso e articolato perché chiama in causa un serio ripensamento dell’organizzazione della Chiesa –, è chiamato a dare ascolto, ad offrire accoglienza, a prestare attenzione, a portare un aiuto materiale perché l’altro funzioni. E se uno di noi cade durante il cammino, tutti cadiamo con lui o con lei, e siamo in qualche modo responsabili della superficialità che non ci ha permesso di cogliere un eventuale malessere o una necessità importante. Per la fragilità dell’essere umano attuale, per la complessità del mondo contemporaneo, per la quantità di esigenze che ci sono nel mondo, non possiamo più permetterci di ragionare con le categorie dell’io. Certo è una mentalità oggi tutt’altro che spontanea, per il narcisismo e l’individualismo diffusissimi, e forse il discorso suona utopico, però ritengo che gli anni di formazione alla vita sacerdotale, a quella religiosa, e a quella familiare, dovrebbero introdurre questo modo di intendere la vocazione. Altrimenti tutto si concentra attorno alle capacità strettamente personali e alle doti di questo o quello. È chiaro che ciascuno ha delle qualità e delle risorse umane uniche, non si tratta di spersonalizzare l’identità del singolo, tuttavia è la comunità di fede ad accogliere una famiglia che si forma e a collaborare perché la sua vocazione si compia, ed è la comunità di fede ad accogliere e sostenere il sacerdote o il religioso, perché la sua specifica missione si realizzi il meglio possibile. Questo significa formare la mente e il cuore che la fraternità, la “casa”, è una sola. Quando si percepisce un ambiente come proprio, si ha cura di ogni suo angolo senza pensare a chi tocchi pulirlo, ad esempio. Dentro casa, moglie, marito e figli si ripartiscono i compiti, perché tutto funzioni al meglio, ma ciascuno vive lo spazio della casa come proprio, e sente di essere responsabile del buon andamento generale. Questo significa aver maturato un senso di appartenenza alla propria vocazione. Altrimenti si è solo ospiti o eternamente bambini. La persona adulta, che ha sviluppato un senso di appartenenza alla propria comunità familiare e di fede, si impegna perché questa funzioni bene, vive come propria responsabilità il benessere dei suoi membri, si preoccupa per loro, si accorge se c’è qualcosa che non va. Se gradualmente facessimo nostra questa prospettiva di fraternità, per tornare alla riflessione iniziale, si smorzerebbe la competizione, il conflitto, il voler primeggiare: che senso ha fare a gara in casa propria? Se l’obiettivo è comune, e il compito è portato avanti insieme, diventa molto meno importante chi lo realizza in quel momento. Ciò significa, almeno questo è ciò che riesco a intuire, far sentire la persona parte di una fraternità più vasta e non caricarla di oneri che, se possono farla sentire in gloria in alcuni momenti, possono anche schiacciarla e farla sentire isolata in molti altri.
Vita in comune

La solitudine dei sacerdoti

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Vedevo da tempo un mio confratello sempre più giù di morale, sempre più isolato e meno disposto a partecipare agli incontri di presbiterio. Gli ho chiesto se andava tutto bene e lui mi ha detto che era solo molto stanco. Gli ho creduto. Invece ha iniziato a bere, e nessuno di noi si è accorto che la cosa era ben più grave di quanto lui riuscisse ad ammettere. Oggi la sua condizione di salute è peggiorata molto. Questo mi genera forti sensi di colpa e l’angoscia che ciascuno di noi possa cadere vittima della solitudine. Ho pensato di condividerle questa triste esperienza. Un giovane sacerdote diocesano


Quanto lei dice è una cosa molto seria e veramente dolorosa, la ringrazio per la franchezza e per aver avuto il coraggio di parlarne qui. Se la vita in comune incontra le fatiche dello stare insieme tra persone di provenienze, età e sensibilità differenti, l’aspetto più faticoso del sacerdote diocesano è quello della solitudine, lei ha ragione, talvolta per la distanza rispetto agli altri presbiteri, ma il più delle volte perché ciascuno è preso dagli impegni e da tutto ciò che ruota attorno alla propria parrocchia. Ci può essere la presenza di un altro sacerdote, ma quanti giovani lamentano di affiancare o essere affiancati da confratelli molto anziani che al massimo garantiscono le celebrazioni eucaristiche, mentre difficilmente rappresentano un sostegno “amicale”. In molti casi sono soprattutto le famiglie del territorio a stare vicino, con il loro affetto e qualche invito a casa, alla vita dei propri parroci. Questo però non è sufficiente. Innanzitutto perché il sacerdote non sempre se la sente di raccontare se stesso e condividere le proprie preoccupazioni, e i propri carichi interiori, con i laici che collaborano con lui. Magari non lo ritiene opportuno, o non vuole angosciare uomini e donne che hanno abbastanza cose a cui pensare, oppure non si sente sufficientemente compreso da chi non sperimenta la stessa esperienza quotidiana. Se vive un momento difficile accade, perciò, che possa trascorrere un lungo tempo prima che il prete trovi l’opportunità o il coraggio di rivolgersi al proprio vescovo, semplicemente per sfogarsi (e, a dire il vero, è proprio raro che accada). Quando ha nel presbiterio un sacerdote amico, allora quello può essere lo spazio per confidare il proprio stato d’animo e chiedere consiglio, ma neppure questa è la norma purtroppo. Diversi sacerdoti giovani raccontano, infatti, di aver attraversato un periodo complicato e colmo di impegni, senza che nessuno si sia reso conto del loro disagio, né loro stessi hanno avuto la forza di chiedere aiuto. Come mai può accadere una situazione simile? Come può succedere che un prete arrivi ad una solitudine “mortale”? Non c’è da scandalizzarsi, ma non tutto si può risolvere dicendo che è solo questione di fede (anche, ma non solo). Innanzitutto siamo in un tempo di grandi individualismi, e questa “malattia” colpisce tutti. Se si parla tanto del bisogno di ri-umanizzarsi, soprattutto nei rapporti interpersonali, è perché lì c’è il punto debole della nostra epoca. Non è un modo di dire. Ci sono tante belle menti, ma non è scontato che abbiano la stessa capacità di fare rete, di saper dialogare, di ascoltare, di collaborare, di interessarsi veramente agli altri. Questo è difficilissimo. Richiede una tale uscita da se stessi che un simile “movimento” non può essere improvvisato, va anzi costruito, alimentato, e sostenuto. Vale per le coppie di sposi e vale per chi inizia e porta avanti un percorso vocazionale.   A partire dalla formazione nei seminari, giovani e meno giovani vanno, perciò, aiutati e verificati non solo in ambito accademico o nel servizio dell’apostolato, ma anche nella capacità di interessarsi all’altro, di stabilire relazioni alla pari serene ed equilibrate (il rapporto con l’autorità è solo un aspetto). Non basta che non litighi o non abbia mai dato problemi, per dire che un seminarista abbia una buona maturità relazionale. Senza questa competenza non sarà in grado di procedere in modo sano nella sua vita pastorale. La formazione deve prevedere l’aspetto interpersonale in modo anche esperienziale, attraverso momenti concreti di condivisione, attraverso la possibilità di portare avanti, insieme con altri confratelli, un’attività, un servizio, un progetto. I giovani vanno verificati sul fronte della collaborazione, della generosità reciproca, anche quando non sono dentro una realtà di vita comune, perché il saper stare con altri fratelli e sorelle non è un “compito” solo dei religiosi. Sappiamo molto bene quanto la rete offra delle soluzioni alternative a buon mercato alla solitudine del nostro tempo. E alcol e droga – la riflessione di oggi è molto chiara su questo punto – non sono tentazioni solo per i giovani. È chiaro che ormai i numeri vocazionali si sono notevolmente ridotti, il lavoro pastorale è enorme e i laici hanno un ruolo importantissimo nella vita ecclesiale e nel lavorare insieme alle comunità religiose e nelle parrocchie. Tuttavia il presbitero ha bisogno anche di rapporti fraterni, che vadano oltre il tempo del seminario. Ha bisogno, una volta uscito dalla prima formazione, di saper guardare oltre il proprio confine “geografico” di competenza, di saper dedicare del tempo a curare le relazioni all’interno del presbiterio, di sapersi interessare alla vita degli altri preti, per intercettarne eventuali momenti bui, e, non ultimo, di imparare a chiedere aiuto per sé. Non poter contare su nessuno, sia per un momento di svago, che quando si sta male, è terribile. Per fortuna diventano sempre più frequenti, e preziose, piccole esperienze di vita fraterna tra sacerdoti diocesani che decidono di vivere insieme almeno qualche momento della giornata. È vitale. Umanamente e spiritualmente vitale. Che non tutti siano ugualmente simpatici o amici è normale, ma questo non può significare isolamento, disinteresse per l’altro confratello. Non è credibile un prete simile. Chiedo scusa se chiamo nuovamente in causa il Manuale diagnostico di ultima generazione (DSM-5), ma questo prevede nel funzionamento ottimale della personalità una griglia molto valida e pienamente compatibile con l’antropologia cristiana che attiene proprio all’area interpersonale. Qui sono contemplate la capacità di empatia e di intimità che riguardano ogni essere umano che possa dirsi sufficientemente maturo dal punto di vista psico-affettivo. Insisto su questo aspetto perché i percorsi vocazionali non possono prescindere dalla formazione, non solo rispetto a se stessi, ma anche al sé-in-relazione-all’altro.
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