L'esperto risponde / Psicologia

Ezio Aceti

Laureato in psicologia, consigliere dell’Ordine degli psicologi della Lombardia, esperto in psicologia evolutiva e scolastica, ha pubblicato per Città Nuova: I linguaggi del corpo (2007); Comunicare fuori e dentro la famiglia (nuova ed. 2012), Crescer(ci) (2010); Mio figlio disabile (2011); con Giuseppe Milan, L’epoca delle speranze possibili. Adolescenti oggi (2010); Educare al sacro (2011); Mio figlio disabile (2011); Nonni oggi (2013); Crescere è una straordinaria avventura (2016); con Stefania Cagliani, Ad amare ci si educa (2017).

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Rapporti

Come litigare bene

Il papa ha detto che bisogna «accarezzare il conflitto». Che vuol dire? – Giovanni

 

litigio

«Il futuro sarà accarezzare il conflitto». Questa frase, pronunciata da Papa Francesco in un suo discorso ai responsabili dei movimenti religiosi, illumina in modo straordinario il percorso per una convivenza più umana e autentica. Infatti il binomio accarezzare – conflitto sembra un paradosso, ma rappresenta una intuizione che è propria dello Spirito Santo, in quanto è valida per l’oggi, per il vissuto contemporaneo.

Proviamo infatti a riflettere su come erano impostati i rapporti nel passato, quando spesso si taceva la propria opinione per paura dell’altro e delle critiche. Spesso, in famiglia, non si aveva il coraggio di esprimere pareri contrari al giudizio del padre o della madre, perché si temeva di mancare rispetto e, se si osava una minima risposta, spesso si riceveva uno scappellotto perché non si obbediva alla autorità costituita.

Anche le istituzioni come la Chiesa, la scuola, la famiglia, erano strutturate sul binomio autorità – obbedienza, come cardine costitutivo della convivenza. Ciò naturalmente aveva i suoi vantaggi in termini di ordine, rispetto, convivenza ordinata e poco turbolenta…

Presentava però anche i limiti perché spesso impediva una creatività insita nelle giovani generazioni che sentivano impellente il bisogno di emanciparsi e di esprimere liberamente il loro pensiero. Un altro limite era caratterizzato dal fatto che talvolta i pareri dei genitori erano errati e si basavano su convinzioni rigide e pre-costituite.

Oggi naturalmente la musica è completamente cambiata. Sembra che parole come rispetto, obbedienza, autorità siano messe al bando e diventate obsolete, per fare spazio a discussioni, al parlare a tutti i costi, ad esprimere tutti i pareri possibili, indipendentemente da chi si ha di fronte. Non è raro infatti assistere a dialoghi ove l’insulto, il linguaggio volgare e scurrile sia frequente, senza il minimo rispetto della persona che si ha di fronte.

Anzi l’assurdo sembra che chi più grida ed usa un linguaggio spinto, venga ascoltato maggiormente. Il risultato però è sotto gli occhi di tutti in termini di aumento della violenza, decadimento dei costumi sociali e mancanza di rispetto verso le persone anziane. Quindi una volta si aveva paura a parlare, oggi non ci si tace più. Una volta gli anziani erano al centro del dibattito, oggi per farsi ascoltare devono scimmiottare i giovani. Una volta il conflitto era raro, oggi il conflitto verbale è di moda.

Eppure il litigio non è del tutto negativo. L’esperienza negativa in assoluto è l’indifferenza, perché testimonia il totale disinteresse verso le persone e le cose. Il conflitto e il litigio contengono qualcosa di positivo, perché se si litiga con una persona significa che ci interessa, che vogliamo discutere e sentire il suo parere. Ma se il litigio deborda in volgarità e sopraffazione, il risultato è pessimo e ci si allontana sempre più.

L’importante allora sarà “litigare bene, accarezzare il conflitto appunto”! Ciò permettere all’altro di esprimere il suo parere, anche discordante dal mio, in modo tale che alla fine, dopo il litigio ci si senta più uniti, più uomini, con una unità d’intenti che, anche se è costata fatica, comprende entrambi, è frutto dello sforzo di tutti. Occorre allora abituarsi a litigare bene, a non tacere il proprio parere, con l’intento però di costruire, di arrivare ad una realtà più grande

Ma come si può fare? Come si può litigare bene? Penso che siano necessari alcuni atteggiamenti:

1) vedere sempre il positivo dell’altro.

2) considerare l’altro come degno di stima, anche se ha pareri differenti.

3) considerare la relazione come la realtà più importante e l’altro come co-essenziale.

4) evitare di denigrare l’altro e introdurre lo “scusarsi” e la tolleranza come cardini del dialogo.

Tutto ciò poi sarà importante per il futuro ove, con la forte immigrazione e con gli scambi culturali sempre più frequenti, l’armonizzazione del vivere e della convivenza dovrà essere costruita con assiduità e determinazione. Quindi “accarezzando i conflitti” riusciremo lentamente ad integrarci, a costruire ricchezze sempre più vere, frutto del dialogo e non di coercizioni od esclusioni.

Forse la grande famiglia universale potrà allora non essere più una chimera o un sogno per ben pensanti, ma una realtà costruita sulla fatica di tanti, sulla sofferenza di molti che credono che il dialogo sia più importante di ogni differenza. Allora la relazione sarà più vera, frutto dell’amore sudato, della “croce di molti” che, alla luce della croce di Gesù, si lasceranno illuminare dal Suo amore affinchè Lui costruisca l’unità dei popoli.

 

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Formazione

L’assenza del modello educativo maschile

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La scuola è chiusa , mio figlio di 9 anni è in didattica a distanza. Passa tanto tempo sui videogiochi e, anche se possiamo uscire per fare una passeggiata, da qualche tempo si rifiuta di farlo: preferisce il suo mondo virtuale. Come possiamo aiutarlo?


Questa domanda contiene alcuni aspetti che meritano di essere analizzati con il cuore aperto e disponibile a "mettersi in discussione". Gli aspetti sono :
  1. il problema inerente il timore della dipendenza dai videogame;
  2. il problema inerente il ritiro sociale;
  3. il problema della didattica a distanza.
Prima di iniziare a suggerire alcuni comportamenti corretti, forse è bene ricordare alcuni punti di partenza e cioè:
  • non succede mai che nell’educazione uno abbia ragione e l’altro torto, ma entrambi hanno ragioni e torti;
  • l’educazione è un processo che comporta il cambiamento di tutte le persone coinvolte.
La prima considerazione che mi sembra importante, e che mi è capitata spesso durante la mia attività di psicologo infantile, è legata al fatto che la domanda è posta quasi sicuramente da una mamma e riguarda il proprio figlio maschio. Vi garantisco che non è un caso! Sono infatti soprattutto i bambini maschi (con qualche eccezione delle femmine) che faticano a staccarsi dai videogame, che faticano a stare attenti in classe, a “seguire le regole”. Provate a sentire le insegnanti della scuola dell’infanzia e concorderanno su quanto detto. Perché? Semplicemente perché non hanno modelli educativi maschili con modalità relazionali da adulti verso i quali identificarsi. A parte i papà o qualche allenatore maschio, tutto il resto dell’educare è costituito da educatrici femmine (come le mamme e le insegnanti). Ecco perché la maggior parte dei ragazzi maschi oggi fa fatica a crescere e rimangono immaturi, ancora alle prese con comportamenti infantili. Se pensiamo alle dipendenze da videogame, alla irrequietezza scolastica, alla violenze dei bulli, alla violenza dei grandi (come la tragedia dei femminicidi), possiamo constatare che al fondo c’è una realtà ben chiara: persone che hanno una intelligenza nella norma, ma una capacità di contenere le emozioni e loro stessi ancora infantile, insomma persone immature, incapaci di accettare e stare nella realtà, con le sue norme e regole sociali. La richiesta della domanda presenta di fondo la stessa problematica: come aiutare il figlio a diventare grande, a cavarsela da sé, a essere maturo? Quindi chiediamoci : come aiutare i bambini (soprattutto maschi) a diventare adulti consapevoli, in grado di rispettare loro stessi e gli altri? Sono quattro, a mio avviso, le azioni da mettere in campo:
  1. la mamma e le figure femminili, se possono, dovrebbero sparire (sì, proprio sparire) o, detto in termini psicologici, cambiare e considerare figli e bambini come “altro da sé”, cioè come persone a loro affidate. Ciò comporta sostituire il metodo relazionale, tipico dei bambini piccoli («dimmi cosa hai fatto a scuola», «dimmi cosa fai adesso», etc...), con quello dei grandi («se vuoi raccontarmi come è andata mi farebbe piacere»). Questo perchè il metodo dei grandi comporta l’attesa , il contratto , l’accordo;
  2. cambiare molte dinamiche scolastiche. La scuola non è delle maestre e soprattutto i bambini debbono fare riferimento a loro stessi, devono prendere in mano il loro lavoro, la loro scuola. Perché la pulizia delle aule deve essere fatta dalla bidella? Perché i colloqui con i genitori devono svolgersi alle quattro del pomeriggio? É da folli inoltre avere insegnanti che decidono loro quando i bambini devono farsi interrogare. Quanto sarebbe bello dire: la classe è nostra e ce la puliamo noi; ai colloqui venite voi con i vostri genitori (possibilmente alle 8 di sera) perché riguarda voi; stabilite voi a turno chi vuole farsi interrogare. Insomma una scuola dove al centro c’è l’autonomia dei ragazzi che va incrementata e sviluppata, e non il rendere conto alle insegnanti o ai genitori;
  1. contrattualizzare tutto, come si fa fra persone grandi, dal tempo di utilizzo dei videogame allo studio. Nel contratto ciascuno dice ciò che pensa e dopo la discussione si arriva ad un accordo. Solo dopo l’accordo i genitori e gli educatori possono aiutare il figlio a rispettarlo: se ad esempio abbiamo concordato un’ora di videogame, al termine dell’ora si spegne il computer, tollerando che il bambino protesti;
  1. Il sostegno deve sempre essere messo in campo, cioè sostenere il diventare grande del bambino. Ad esempio con la mancia settimanale, che gli va data non perché è stato bravo, ma perchè è un suo diritto e spazio di libertà dove lui si gioca il futuro. Soprattutto sostenere ogni comportamento corretto e non ricordare sempre gli errori.
Vorrei concludere dicendo che l’assenza del maschio riguarda tutto ciò che caratterizza l’autonomia, la norma, la regola, l’autorevolezza, il diventare grandi. I nostri bambini sono abbandonati, sì, dico abbandonati, a un'educazione poco rispettosa delle capacità presenti in loro. Mi ricordo che avevo 18 anni, frequentavo l’università di Padova e allora il professore di psicologia infantile citava spesso una frase di Freud, che allora mi sembrava esagerata, ma che per me oggi è più che mai attuale: «Solo un padre che strappa il figlio alla madre lo salva». Strappare significa far comprendere al bambino che la madre che gli ha donato la vita e la sicurezza, che è sicuramente la persona più importante, non è sua e che lui se la deve cavare perchè ha tutti gli strumenti per farcela.  
Società

Illuminare le ferite

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Sono un po’ depresso per il fatto che la pandemia non finisce mai, tra rossi, arancioni, gialli…


Tutto, attorno, è un po’ confuso, caotico. Le nuove regole per il periodo natalizio prevedono giorni di restringimento (zona rossa) e giorni meno restrittivi (zona arancione), tanto che ormai è indispensabile tenere il calendario in mano per vedere cosa si può o non si può fare. Così sta avvenendo in tutta Europa e in molte altre parti del mondo. Ogni nazione emana regole che, pur differenti, hanno un solo intento: evitare gli assembramenti per prevenire la diffusione del virus. Per fortuna è iniziata la somministrazione del vaccino tanto atteso, con la speranza che prima o poi la pandemia ci lasci per sempre. Nel frattempo continuiamo a contare, come in una battaglia, i lutti, le ferite, le innumerevoli sofferenze di tanta gente che sembra non poterne più, e spesso si lascia andare a reazioni scomposte e disperate. Se diamo uno sguardo al passato, molte volte i popoli si sono trovati ad affrontare situazioni che sembravano disperate, e talvolta senza alcuna via d’uscita. E come hanno reagito? Cosa hanno fatto? A ben guardare, sempre però c’è stato qualcuno che, di fronte alla tempesta, ha cercato di orientare il popolo verso la meta, indicando la rotta dove andare. Hanno aiutato il popolo a tenere il timone diritto mentre incombeva la tempesta, innanzitutto per non aumentare i danni, ma soprattutto per portare in porto la nave. È talmente vero questo che, se andiamo a guardare chi sono i grandi maestri dell’umanità (pensiamo a filosofi come Socrate o Pascal, a pedagogisti come Montessori e Bruner, a politici come Tommaso Moro o La Pira, ai grandi santi e ai grandi papi come Papa Francesco), ci accorgiamo che al fondo di loro stessi, qualcuno o qualcosa li animava, spingendoli a motivare il meglio presente nella loro gente. Naturalmente, perché il popolo superi la tempesta è necessario un patto, un accordo fra noi adulti per testimoniare ai nostri figli e nipoti che l’umano può farcela. Sì, l’umano che c’è in noi, pur nella fragilità, può vincere, se non smette mai di essere se stesso: votato all’amore. Sì, perché la vera e profonda caratteristica dell’umano è l’amore, che è sempre possibile, sempre. Allora possiamo piegarci, ma non soccombere. Perché si soccombe quando:
  • Si continua a denigrare l’altro con lamentele e accuse infinite,
  • Ci si erge a paladini del bene, utilizzando la menzogna per essere ascoltati,
  • Si selezionano le persone in base alle proprie idee, escludendo altri che pensiamo siano di altre categorie,
  • Si continua a lanciare parole negative e disperate di fronte alla minaccia che incombe.
  Invece si è paladini del bene e si vince quando:
  • Si fa appello al positivo che alberga in ciascuno,
  • Si diffondono esperienze di solidarietà e di speranza,
  • Si invitano tutti a ricominciare con parole incoraggianti e di sostegno,
  • Si fa di tutto (ricerca scientifica) affinché la nostra intelligenza, tipica dell’umano, possa comprendere quale è il bene per tutti.
  Se faremo così otterremo la vittoria, cioè la possibilità di trasformare la ferita in feritoia, la sofferenza e la fatica in una feritoia, cioè in una opportunità, che sempre ci è data per il vivere. Allora facciamolo, facciamolo anche se il vento sembra soffiare contro. Sappiamo però che il vento non è più forte dell’umano che c’è in noi, perché il bene è la nostra radice.  
Società

Il silenzio d’oro

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Ogni volta che accendo la tv non c'è altro che grida, schiamazzi e scontri sterili...


In questo periodo di particolare sofferenza, avvertiamo nel nostro intimo emozioni spesso contrapposte come la paura, la rabbia, la tristezza. A volte la disperazione e la malinconia. Le reazioni comportamentali sono molteplici e spesso scomposte, col risultato di aumentare ancor più l’ansia e la solitudine. E i social come Facebook, o la televisione, o altri, fanno da cassa di risonanza. C’è chi si lamenta continuamente, chi, infischiandosene dell’altro, non solo utilizza un linguaggio volgare, ma arriva a denigrare pesantemente tutti, oppure si erge a paladino della libertà e proclama la sua indignazione di fronte a qualsiasi restrizione. Per non parlare poi di chi cerca di attirare l’attenzione con urla e grida a tutti la sua idea pensando in questo modo di ricevere più attenzione. Insomma, da qualsiasi punto la si prenda, sembra che le emozioni trovino il loro sfogo in varie maniere e spesso anche sopra le righe. Naturalmente, molte discussioni sono pacate, con l’intento di portare un contributo sereno a quanto stiamo vivendo, di facilitare il dialogo e l’approfondimento. Il fatto poi che le restrizioni dovute alla pandemia aumentino gli incontri virtuali, i dibattiti on line, e le conferenze via zoom, appare come una cosa di per sé nuova, mai sperimentata prima, almeno con questa intensità e frequenza. Insomma vogliamo farci sentire, trovare qualcuno che ci ascolti. Eppure, qualcuno è lì che ci ascolta nel modo giusto. È lì e ci può sostenere con competenza e forza. È Gesù bambino che ancora una volta nasce. Lui nasce sempre, sia che il cielo sia bello sia brutto. Nasce anche oggi, nel tempo unico della pandemia. Ma noi come facciamo a saperlo? Facciamocelo dire da Lui. Lasciamo che Lui ci parli. Mi vengono in mente le parole di Romano Guardini (Verona 1885- Monaco di Baviera 1968): «Il silenzio autentico è una forza attiva […] Il vero silenzio non significa un’entità negativa, una cosa che rimane inespressa. Anzi è un comportamento attivo, una commozione della vita interiore, nella quale si diventa padrone di se stessi». Infatti, con san Giovanni della Croce sappiamo che «Il solo linguaggio che Dio ascolta è il linguaggio dell’amore. A questa realtà, a questo linguaggio si perviene non parlando, ma tacendo». Allora facciamo silenzio, non perché non vogliamo parlare o per una rinuncia al fare, ma per ascoltare quanto Dio ci può dire. Perché Dio parla sempre, e noi possiamo ascoltarlo se lo lasciamo nascere in noi con il nostro silenzio d’amore. Forse non ci darà le risposte come noi ce le aspettiamo, ma di sicuro ci darà la luce e la forza per amare ancora di più, come Lui ha fa venendo in mezzo a noi.
Società

Anziani: meno male che ci sono!

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Ho sentito dire in tv che noi anziani non siamo produttivi... che ne pensa?


In questo periodo di pandemia, la condizione fisica degli anziani è balzata in primo piano perché ci si rende perfettamente conto della loro vulnerabilità e fragilità. Ed è giusto e sacrosanto che si faccia di tutto per tutelarli, proteggerli, perché non si può fare a meno del loro prezioso contributo. Eppure, purtroppo c’è chi ha pensato bene (anzi male) di relegarli in secondo piano perché ritenuti incapaci di una resa economica in termini di efficienza ed efficacia. Ma, chiediamoci, a che età si è anziani? Il fatto è che nessuno vuol ritenersi anziano, perché questo nome evoca uno stretto collegamento con la perdita di alcune funzioni e capacità vitali, come la forza fisica e la memoria, che lentamente diminuiscono col tempo. Pertanto, al di là delle leggi che di volta in volta cercano di definirlo (65, 70, 75, 80 anni), possiamo di solito pensare che l’anzianità corrisponda ad uno stato ove l’efficienza fisica e psichica rallenta. Ma, se tutto ciò è vero, è necessario ridare il giusto posto all’anzianità, evidenziandone anche gli aspetti positivi e indispensabili per ogni società che si rispetti. E quali sono questi aspetti positivi? Sono tantissimi. Ogni società si basa su due gambe: la prima è caratterizzata appunto dagli anziani, perché senza tradizione e memoria una società si spegne. L’altra gamba sono i bambini, perché senza infanzia la società non ha futuro. Come la ciclicità delle stagioni è funzionale alla vita naturale, così la ciclicità dell’esistenza è funzionale alla vita umana, alla comunità e al mondo. E, se non vogliamo essere troppo filosofici e astratti, rileviamo fra i tanti, almeno cinque sostegni positivi che gli anziani portano alla nostra società:
  • Sostegno economico: grazie alla loro pensione e al loro risparmio accumulato in anni di lavoro e sacrificio, rappresentano in questo periodo di crisi spesso l’unico reddito per tenere insieme le famiglie dei loro figli disoccupati e di molti poveri.
 
  • Accompagnamento di senso: se è vero che i giovani sono il futuro e che il loro cervello è nel massimo dell’efficienza, è altrettanto importante che qualsiasi grande e utopica idea vada accompagnata dall’incoraggiamento, dall’esperienza che molti anziani possono mettere in campo.
 
  • Testimonianza del tempo luminoso: nei confronti di tutti i nipoti e i bambini verso i quali si trovano in contatto. Quanto sarebbe bello che le scuole dell’infanzia ed elementari ospitino una volta alla settimana una nonna o un nonno che testimoni con i racconti, con la loro storia, il tempo vissuto: darebbero un contributo enorme in termini di insegnamento alla vita, alla tenacia, alla speranza.
 
  • Indignazione di fronte al male: la loro esperienza ci può ammonire di fronte al male, all’egoismo che alberga nella persona, ricordandoci quanto non esista la verità da una parte sola, ma tutto può contribuire al bene, anche le cadute e le sconfitte; l’importante è indignarci sempre di fronte alla volgarità e al male. Loro questo ce lo possono ben rammentare.
 
  • Avvicinamento e accettazione della fine: per chi è credente, quanto è importante incontrare anziani che testimoniano l’accoglienza della fine non come una sconfitta, ma come un passaggio che, anche se può fare paura, può essere affrontato se accompagnato dalla fede, dall’abbandono verso l‘Amore. Ma anche per chi non crede, la testimonianza può essere valida se accompagnata dal silenzio amoroso verso le persone e gli altri, accettando di andarsene.
  Allora mi raccomando, da ora in poi, quando sentiamo la parola “anzianità”, cerchiamo di associarla ad una età positiva, bellissima che, con la fragilità, testimonia che “vale la pena vivere” sempre. Anche quando magari è necessario occuparci di loro. Anzi, ringraziamo quando ci capita perché ci danno la possibilità di realizzare il meglio che c’è in noi: l’amore verso l’altro, la cura. Succederà allora che ci avranno aiutato, con la loro vulnerabilità, ad essere migliori. Ad essere più umani.  
Società

I bambini di fronte alla stanchezza (pandemica) dei grandi

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Mi sento sottoposta ad uno stress incredibile tra la paura del virus, gli orari della giornata sconvolti, la tensione al lavoro… e i bambini ci vanno naturalmente di mezzo. Non so che fare. Una mamma  


Speravamo tutti che non arrivasse. Ma è arrivata, con tutta la sofferenza dovuta a morti, ricoveri, limitazioni lavorative, scolastiche e di spostamento. Sappiamo che questa seconda ondata rappresenta per le persone adulte una prova particolare con risultati negativi in termini di fatica, ansia, angoscia e dunque stress psicologico. Infatti, se durante la prima ondata, di fronte alla novità della chiusura e del lockdown all’inizio la reazione è stata sostanzialmente di assenso motivato e resistenza intelligente da parte delle famiglie e della gente, ora la situazione è differente. Stanchi e fiaccati per la chiusura imminente e la crisi lavorativa ed economica conseguente, molti faticano a sopportare la limitazione della libertà e la chiusura di interi settori produttivi ed economici, in particolare quelli destinate al tempo libero, cioè proprio al tempo previsto per la “scarica emotiva dello stress e dell’ansia”. Senza possibilità di “ricarica”, naturalmente, il rischio è che lo stress e la fatica si accumulino ulteriormente, con lamentele e aggressività (spesso verbali) molto scomposte. E i bambini? Cosa vivono e pensano i bambini? Sappiamo che i piccoli non hanno ancora uno sviluppo cerebrale, cognitivo ed emotivo per elaborare e comprendere fino in fondo quello che sta succedendo. I loro punti di riferimento sono i genitori, gli educatori e i grandi che si occupano di loro e che, in questa circostanza, appaiono stanchi e un po’ depressi. Sappiamo inoltre che i bambini sono il futuro di ogni nazione e che investire in loro è non solo importante ma soprattutto intelligente e produttivo. Allora cosa fare? In questo momento penso ad un uccello, il pellicano: come si comporta con i suoi piccoli? Di solito vola in alto per vedere i pesci e prenderli e darli poi triturati ai piccoli. Il pellicano, però, quando non ci sono più pesci, di fronte alla penuria di cibo prende dal proprio petto un po’ della sua carne e la dà ai suoi piccoli. Questo è il tempo in cui noi dobbiamo dare di più, soprattutto mostrare ai nostri figli che siamo disposti a fare di più per loro e a sostenerli anche se siamo stanchi e depressi. Papa Francesco usa il termine “mitezza” a significare la capacità di mantenere l’equilibrio nonostante le intemperie e la tempesta. Pertanto suggerirei:
  • Utilizzare la parola e il linguaggio per spiegare che anche se non fanno sport, piscina, o la scuola è ridotta, noi ci siamo e possono contare sul nostro aiuto.
  • Chiedere scusa ogni volta che la fatica e la stanchezza ci travolgono e magari ci lamentiamo o siamo scorretti e scortesi nei loro confronti.
  • Evitare di lamentarci continuamente verso le autorità sapendo che per loro la fiducia verso l’autorità è importante e comunque va rispettata, anche se non si è sempre in accordo.
  • Trovare occasioni per lodarli con pertinenza, per far sentire loro che gli vogliamo bene indipendentemente dalla situazione
  • E poi… chiedere loro di aiutarci ad essere un po’ più spensierati, magari con iniziative e giochi che loro sanno proporci.
In questo modo non risolveremo la pandemia, ma renderemo più umano questo periodo faticoso, con la garanzia che i nostri figlio sapranno comprendere… E comprenderanno. Sì, comprenderanno.
Società

Crepet è sempre Crepet

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Ho letto l’ultimo libro di Crepet: Vulnerabili. Alcune cose le condivido, altre meno. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa lei…


Il retro di copertina del suo ultimo libro, Vulnerabili, ritrae Paolo Crepet con lo sguardo pensoso, un po’ melanconico, ma con quella sottile luce di speranza che nostalgicamente traspare dagli occhi. Sì, perché il grande psichiatra e sociologo è sempre lui, Crepet, con quella sua pacata e passionale riflessione sulla vita, sul mondo, sulle cose, sugli eventi. Ho avuto il grande privilegio di conoscerlo in occasione di una conferenza in quel di Lamezia Terme, dove entrambi eravamo stati invitati come esperti per parlare ad una folta schiera di insegnanti e operatori sociali. Ed è stato un vero piacere ascoltare questa grande persona, mentre con competenza e passionalità sviscerava le sue idee circa l’educazione e incantava la platea con il suo modo di fare. Una modalità autentica, passionale, vera, frutto di anni di lavoro e di studio. Che non si smentisce neanche nel libro Vulnerabili: una riflessione a tutto campo sulla pandemia come esperienza dolorosa, sconvolgente, che però, se siamo attenti, può essere anche foriera di qualcosa di buono. «Dobbiamo avere coscienza che ogni evento del cammino dell’umanità, per quanto terribile e funesto, contiene una lezione utile non soltanto a chi è sopravvissuto, ma anche e soprattutto a chi nascerà quando tutto quello che stiamo drammaticamente vivendo sarà entrato nella memoria di una narrativa passata […] L’epidemia che ha colpito il pianeta non deve essere considerata soltanto come un’enorme emergenza sanitaria , ma anche come occasione di un grande cambiamento antropologico dal quale verranno anche alcune opportunità» (pg 163-164). Il suo contributo di idee e riflessioni, Crepet ce lo presenta nei sedici capitoletti del libro, dove sviscera a 360 gradi le problematiche più evidenti che la pandemia ha messo in luce. Questo virus, cosi piccolo, nascosto, imprevedibile, non è infatti solo causa di angoscia, morte e malattie, ma anche di “convivenze forzate”, di scoperte di relazioni che avevamo dimenticato, insomma di una vulnerabilità che ci porta a riflettere maggiormente sui mali che affliggono il pianeta. Il libro ci invita a riflettere, ad evitare le facili scorciatoie o le soluzioni populiste, perché solo con lo sforzo e la riflessione possiamo cogliere la tragica lezione che il virus ci sta dando. E, da libero pensatore, condanna tutti quelli che ritengono solo una parentesi tutto quello che sta succedendo. Invita invece a cogliere in profondità i pericoli che la pandemia ha messo in luce: il mondo malato di individualismo, il clima che agonizzante inizia a sconvolgere il pianeta, la tecnologia digitale che, se non controllata, rischia di fagocitare i sentimenti e le relazioni più significative come l’amore, la tenerezza, l’abbraccio, la superficialità di chi si dimentica del passato e racchiude tutto in un presente emotivo ed egocentrico, relegando gli anziani in un angolo tecnologico e sicuro come le case di riposo. Ammirevoli sono anche i ricordi e le testimonianze del suo lavoro di psichiatra, quando trasferitosi ad Arezzo inizia la battaglia contro i manicomi seguendo la scia luminosa del grande Franco Basaglia. Particolarmente toccante è la riflessione sui bambini e sulla scuola del capitoletto XIV lettera ad una maestra: qui il miglior Crepet si prodiga a tutto campo nella difesa dei bambini e del loro sviluppo evolutivo. «È affiorato, grazie al coronavirus, un mio vecchio sospetto: al fondo, le civiltà più progrediscono e più accrescono la loro “pedofobia”, ovvero covano un latente sentimento di alienazione, quasi di avversione, nei confronti dei più piccoli (la diffusione degli alberghi Children free ne è una prova inconfutabile). Non credo sia un caso se, più aumenta e si diffonde il benessere, sempre meno bambini si mettono al mondo e quando poi quei pochi cominciano a crescere, non sappiamo e non vogliamo perder tempo per educarli». Mi sembra che in questo passaggio si riconosca il miglior Crepet, paladino delle generazioni future, perché qui traspare non solo l’anima inclusiva di tutti, ma anche la persona protesa verso il futuro. Il libro dunque è da una parte una denuncia appassionata dei mali che ci affliggono col rischio di delegare tutto alla tecnologia digitale come panacea, a scapito della riflessione, del contatto fisico, della partecipazione relazionale ed emotiva dell’incontro, del rispetto dei tempi dell’ascolto, della parola, e dall’altra un accorato appello a riflettere sulla lezione che la pandemia porta con sé. Crepet ci lascia questo messaggio: la vulnerabilità è una fatica ed una evidenza della nostra natura umana, ma anche una memoria incisa nella carne che ci può spingere, mediante il ricordo di chi ci ha preceduti, a utilizzare il meglio di noi, ove la fatica e la sofferenza possono essere sfruttati al meglio. Forse, il limite del libro è che la speranza sembra un po’ messa in angolo e solo a sprazzi appare come possibilità di riscatto. Per questo, nel ringraziare Crepet per questa sua ultima fatica, si invitano tutti a raccogliere l’eredità che le persone migliori ci hanno lasciato con l’attenzione fiduciosa verso le nuove opportunità che sempre, nonostante la sofferenza e del coronavirus, si aprono all’orizzonte.  
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