L'esperto risponde / Spiritualità e mistica

Chiara D’Urbano

Psicologa e Psicoterapeuta EMDR, Consultore del Dicastero per il Clero, Perito della Rota Romana e dei Tribunali del Vicariato di Roma, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna. Con l’editrice Città Nuova ho pubblicato tre libri: La pietra della follia, Per sempre o finché dura e Percorsi vocazionali e omosessualità.

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Vita in comunità

Finestre o muri

Siamo alcuni formatori e formatrici che si sono incontrati in una recente giornata di studio, e lavorando nei gruppi è emersa una problematica comune: come mediare tra le esigenze che realisticamente le nostre comunità, i nostri Istituti oggi hanno, e le esigenze e spesso le richieste dei singoli fratelli e sorelle? Il percorso comunitario può essere inadeguato al singolo, ma anche il percorso del singolo può diventare “scomodo” per ciò che invece si attende la comunità. Talvolta, per non dire spesso, si creano tensioni, si tira da una parte e dall’altra la questione, da cui divisioni e parteggiamenti. Capiamo che la cosa detta così è generica, ma ci sarebbe utile qualche pista percorribile per venir fuori o non cadere in queste “trappole” conflittive e divisive. Come fare?

Molto interessante la vostra sollecitazione, sia per le esperienze comunitarie che per quelle familiari. Al solito, non credo che la pista sia univoca e non solo perché non entriamo nello specifico concreto della situazione, come del resto la domanda nota, ma soprattutto perché vivere insieme pone interrogativi complessi, e complesse sono le vie che si aprono, a partire dall’evento singolo.

Forse potremmo provare a riflettere sui due aspetti che rimangono entrambi veri, significativi, e inscindibili nelle vocazioni relazionali. Mi piace parlare di vocazioni relazionali perché nessuna scelta di vita è per sé o si esprime solo individualmente. Questo significa che non si può prescindere dal sé, ma neppure dal dato fondamentale che essere coppia vuol dire vivere a-due, essere prete vuol dire vivere per la comunità che gli viene affidata, e per la realtà più grande che è la Chiesa, essere comunità vuol dire che la fraternità è parte integrante della “mia” vocazione.

L’intreccio, allora, è assai stratificato. Ma, appunto, non ne usciremmo facilmente se ci mettessimo a definire da quale parte l’ago della bilancia deve orientarsi. La persona o il gruppo. Dovremmo evitare, anzi, i ragionamenti binari perché schiacciano e falsano le prospettive, quando si voglia riflettere con una disponibilità autentica.

Chiunque di noi sperimenta il bisogno di essere accolto non in modo anonimo, né come membro “X”, ma di avere un posto speciale nell’interesse del partner, del Vescovo, del superiore, della formatrice, di quel confratello o consorella. Questo dice di bello quanto abbiamo necessità dello sguardo altrui, dell’attenzione raffinata e personale delle persone con cui viviamo. Dice che non siamo dentro un progetto d’azienda e che la motivazione relazionale rimane centrale in famiglia, come in vocazione (ormai ci intendiamo sull’uso di questo termine).

Il punto è, come ben individua l’interrogativo iniziale, se è necessario mettere un confine a questo bisogno, oppure esso è sconfinato. Di conseguenza: chi dovrebbe corrispondere al nostro bisogno e fino a dove. Sull’altro versante: quanto si deve rinunciare ai propri desideri se il gruppo lo richiede.

Penso sia fondamentale mantenere chiaro che non è pensabile disgiungere il singolo dal contesto comunitario, ed entrambi sono chiamati ad un processo di maturazione, che potremmo anche declinare, in modo meno tecnico, come processo di dono, di espansione del cuore, di generatività.

Perciò, se è vero che la persona ha un mandato di crescita e di allargamento delle proprie risorse identitarie e interpersonali, quando sia nel “posto giusto”, è vero anche che il contesto deve fare la sua parte, in quanto è chiamato a sua volta a crescere, che vuol dire diventare flessibile per accogliere i nuovi membri, per essere disponibile di fronte a situazioni difficili di malattia, malessere interiore, ingresso di giovani fratelli e sorelle che portano proposte nuove.

Dire che chi entra in un processo vocazionale è solo al servizio di un progetto, mi pare riduttivo rispetto alla grandezza che potrebbe assumere una prospettiva di relazione singolo-comunità-Chiesa. Non c’è lotta di potere, chi comanda e chi ubbidisce. Di fatto, è chiaro che i ruoli sono diversi, ma non è in termini di forza che si può risolvere il dilemma, quando, arriva uno stimolo nuovo in comunità: Marco avanza una richiesta di studio, mentre servirebbe che lui facesse altro; Francesca chiede di essere trasferita mentre la sua presenza sarebbe molto utile qui… Esempi banali, ma indicativi di questioni normali e ordinarie che la vita ci mette davanti. Quindi, cerchiamo di non perdere di vista che ci sono sempre almeno due interlocutori in una vocazione.

Mi vengono in mente, a questo proposito, gli studi sulla comunicazione non violenta:

  • che cos’è che ci fa allontanare dalla nostra natura empatica, portandoci a tenere comportamenti violenti e strumentalizzanti?
  • che cos’è invece che permette ad alcune persone di rimanere collegate alla loro natura empatica anche nelle circostanze più difficili?” (da: M.B. Rosenberg, “Le parole sono finestre oppure muri”).

Come rimanere umani in condizioni difficili? Riprendendo un’altra domanda-sintesi dello stesso volume.

Il senso è che dietro una richiesta ci sono bisogni, sentimenti, emozioni, ed è necessario, per rimanere umani e sintonizzati gli uni con gli altri, andare oltre la richiesta “secca”, il comportamento esplicito, le generalizzazioni massicce che cercano di incasellare, stigmatizzare, e giudicare. Nuovamente: vale per il singolo e vale per il gruppo. Torno alla questione iniziale: è vero che il rischio di richieste bizzarre o egocentrate è vivo negli ambienti comunitari, ma dal momento che si tratta di contesti adulti e di fede, di altissimo spessore, vale la pena cercare vie che rispettino la complessità delle situazioni.

La formazione potrebbe aiutare la persona ad acquisire un senso di appartenenza rispetto alla realtà che sta scegliendo, perché la senta sempre più sua, per averne cura, per essere progettuale e propositiva. In tale direzione si favorisce la presa in carico – piuttosto che la competizione – seria, affettuosa e autentica di Marco rispetto al suo Istituto. Nello stesso tempo l’ambiente comunitario dovrebbe dirsi: “Francesca è parte di me”, non è irrilevante che stia bene o male, che abbia un’esigenza o ne abbia un’altra.

Maturare, quindi, è il cammino di uscita da sé, dai propri schemi rigidi e autoreferenziati per cogliere cosa sta accadendo dall’altra parte. Marco e Francesca ascoltano la comunità e quanto ha da dire, la comunità sospende il giudizio per cogliere cosa sta effettivamente chiedendo Marco o Francesca. Si attiva, allora, un processo di reciprocità che non va tanto a caccia di soluzioni – pur talvolta necessarie e ineludibili – ma di quel terreno comune dove si potrebbero trovare delle proposte accettabili per entrambi. Spesso, invece, siamo impantanati in un luogo che ingabbia e non apre a nulla! Come nel caso del braccio di ferro.

Uscendo, quindi, dall’imbuto per cui il singolo è capriccioso/la comunità troppo esigente, penso che la grande avventura del vivere insieme – nelle piccole, come nelle grandi cose – sia il rimanere dentro i processi di mutua ricerca dell’altro, delle sue esigenze, e sorpattutto della comune appartenenza ad un’unica realtà umana e spirituale.

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Vita in comune

Uscire dalla comunità

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Nella mia comunità ogni volta che una giovane, peggio se è meno giovane, decide di cambiare strada, c’è l’abitudine di mettere la cosa a tacere e da quel momento non se ne parla più. Questo atteggiamento mi dispiace e mi fa davvero arrabbiare. Una consacrata


Un argomento incandescente! Condivido ciò che lei scrive. Al raduno mondiale per formatori dell’aprile 2015 Francesco ebbe il coraggio e la schiettezza di affrontare proprio l’argomento “uscita” dei giovani che intraprendono un cammino vocazionale. Ricordo che ci fu uno scroscio di applausi, segno che era andato a toccare, al suo solito, un punto nevralgico della formazione. Parlando dei giovani che hanno qualche squilibrio affettivo e che inconsciamente cercano strutture forti di sostegno – ma il discorso si può estendere ovviamente a qualunque situazione di discernimento – disse: «Lì è il discernimento: sapere dire no. Ma non cacciare via: no, no. Io ti accompagno, vai, vai, vai… E come si accompagna l’entrata, accompagnare anche l’uscita, perché lui o lei trovi la strada nella vita, con l’aiuto necessario. Non con quella difesa che è pane per oggi e fame per domani». Mi pare sia veramente raro sentir parlare di questo aspetto, che Francesco in qualche modo inserisce all’interno dell’accompagnamento formativo: non quindi come qualcosa che sta oltre, fuori, o dopo, ma come sua parte integrante! Può accadere, infatti, che la persona che intraprende un percorso vocazionale, si renda conto, anche a distanza di diversi anni, di non sentirsi bene o al proprio posto, e che per iniziativa propria, o del formatore/formatrice, emerga l’opportunità di fare un’esperienza fuori dall’ambiente comunitario, se non di lasciare quello specifico cammino. È un momento delicato, innanzitutto perché si è creato un legame affettivo tra la comunità e la persona, e poi perché c’è stato un investimento di tempo ed economico per offrire studi e competenze, per cui la comunità ha riposto delle attese sulla formazione offerta. Come potrebbe essere affrontato quel momento? Purtroppo l’uscita è spesso considerata come una sorta di tradimento da parte della persona (più che il raggiungimento di una nuova consapevolezza), e di fallimento da parte dell’istituto, della congregazione, o del movimento. Perciò si crea un certo imbarazzo e un conseguente silenzio ovattato: si fa fatica a condividere con gli altri membri della comunità la decisione raggiunta insieme dai formatori con la persona. Fosse anche semplicemente un adeguato saluto. Il congedo diventa frettoloso, e la persona un’estranea. Il tempo dell’inserimento in una realtà completamente nuova, con relative sfide relazionali e lavorative, può diventare un periodo di grande solitudine per lui/lei, e di amarezza per i fratelli e le sorelle che rimangono: hanno “perduto” un pezzo di famiglia senza poter elaborare, come invece sarebbe opportuno, il dispiacere del distacco. Ci sono per fortuna realtà di vita consacrata, come per esempio quella dei Legionari di Cristo, che accompagnano il ragazzo che abbia concluso il proprio discernimento, verso l’uscita dalla realtà comunitaria, affiancandolo non solo durante o immediatamente dopo il distacco, ma anche successivamente, favorendone la continuazione degli studi, se ancora in corso, e l’inserimento nel mondo del lavoro. È veramente umano ed apprezzabile l’impegno a non creare una distanza imbarazzante, né una rottura di legame. Impegno significativo per entrambe le parti, perché maturato negli anni attraverso una condivisione profonda di vita, di supportare la persona, che poi è il vero centro del processo formativo. Papa Francesco ci invita a non fare sempre e solo analisi nefaste sulla zizzania presente nel campo, ma a condividere le esperienze positive che ci sono nella Chiesa: ci incoraggia quando siamo oppressi solo da “brutte notizie” e ci dà la speranza che siano presenti, anche se non li vediamo, segni di grande umanità nelle nostre realtà ecclesiali.
Vita in comune

Quale comunità per il terzo millennio?

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Quale “tipo” di comunità dovremmo offrire ai nostri giovani? Un formatore Le mie consorelle si lamentano che non ho abbastanza attenzioni per loro. In fin dei conti mi pare che si parli di “famiglia” solo quando fa comodo. Una responsabile generale  


Voi avete ragione a riproporre la questione, anzi grazie perché in poche battute si rischia di ridurre ai minimi termini un tema affascinante e complicato. Alla domanda su che “tipo” di comunità, ne aggiungo un’altra: che cosa potrebbero dire di significativo le realtà di vita in comune al terzo millennio? Un giovane in ricerca cosa si aspetta da una comunità religiosa? Penso che quello che colpisce veramente tutti noi sia trovare degli spazi di vita che siano nello stesso tempo “adulti” ed affettuosi. Cerco di spiegarmi. Innanzitutto, usiamo pure l’espressione “famiglia” purché ci intendiamo bene. La famiglia sana è quella in cui i figli crescono, acquistando la giusta autonomia rispetto sia ai genitori, che agli altri membri, fratelli, sorelle... Allora partiamo da qui. In comunità non si prendono distanze fisiche perché spesso si sta insieme per anni ed anni, se non per tutta la vita (una delle “anomalie” che rendono unica l’esperienza di vita insieme verso lo stesso Ideale), ma è comunque necessaria una vicinanza adulta e non adolescenziale o peggio ancora infantile. C’è un obiettivo, Qualcuno che motiva e dà senso al vivere con altri. Non è una combriccola di amici, non è un’azienda e neppure un campo-scuola. È piuttosto un percorso insieme, che ha un altissimo valore in se stesso, ma che non rappresenta propriamente la meta finale. Per questo – mi rivolgo alla responsabile – ha ragione, sono disfunzionali quelle realtà dove ci sono eterni genitori accudenti ed eterni figli, piuttosto che persone con una maturità di base già sviluppata che, in tappe diverse, camminano cercando di portare avanti con altri lo stesso carisma. Ciò che aiuta e consolida questa “alleanza”… ben venga: dalla preghiera comune, ad un’uscita, allo sport condiviso, ai momenti di festa, ad una gita, ad una birra, a momenti per ritrovarsi a due…ma avendo chiaro che c’è qualcosa che sta oltre l’alleanza umana e che quindi dà forma al modo di stare insieme. Manca ancora un pezzo importante. Il Card. Joao Braz De Aviz – in uno dei suoi magnifici ed umanissimi interventi – riferiva allarmato la grande solitudine che aveva riscontrato in diverse realtà vocazionali. Un religioso lamentava tempo fa che c’era stato un grave incidente nella sua famiglia ma, passato il primo momento, nessuno si era preoccupato di domandargli notizie, e questo è triste. Accade anche nelle famiglie naturali e non ci si deve scandalizzare, oggi siamo tutti freneticamente orientati sempre in un altrove. Molte persone lasciano, anche geograficamente, i propri affetti naturali e se non trovano il rispetto, l’ascolto, la stima, la gioia, il sincero interesse reciproco, dentro le proprie case di fede, dubito che possano “sopravvivere”, a meno di soddisfare in altro modo questi sacrosanti bisogni. La rabbia continua, l’abuso di alcol, la pornografia, l’esagerazione apostolica, l’intransigenza, il distacco…sono indici di qualche squilibrio affettivo che spesso è favorito da ambienti dove è basso il livello relazionale, perché c’è molto individualismo e si trascura l’attenzione personale. Allora mi sta bene la metafora della famiglia per le realtà di vita in comune, se però la usiamo come modello di rapporti sani, non “appiccicosi”, che aiutano le persone a crescere, ad assumersi la responsabilità della vocazione e del suo carisma e come modello di un clima affettuoso dove si sta volentieri, perché ci si sente “a casa”.
Vita in comune

Il rapporto uomo-donna tra persone consacrate

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Mi trovo un po’ confuso: da una parte mi pare che ci sia una bella apertura e un bel rinnovamento nella vita consacrata, dall’altro temo che non riusciamo più a trovare una nostra identità, i giovani a volte sono difficili da gestire, e il rapporto maschile-femminile rimane per loro e per noi una grande sfida. Un formatore   suore


La ringrazio per questo concentrato di riflessione. Voglio andare subito al concreto. Il punto di partenza è positivo: non si è abbassato il livello dell’Ideale, i giovani si mettono molto in discussione, si interrogano profondamente sulle motivazioni delle loro scelte, riflettono sulle proprie storie, sono disponibili ad aprirsi e parlare di sé per poter crescere. E questa è una bella novità del nostro tempo. Credo che da diversi punti di vista siano proprio loro a mettere in crisi certi sistemi storici, perché portano non solo le fragilità di una società come la nostra, o le fatiche della loro esistenza giovanile per cammino o per età, ma anche una gran voglia di autenticità: fanno domande su tutto, hanno un forte senso critico, hanno voglia di conoscere e di capire. Talvolta sono scomodi! Scomodi, perché in fondo sollecitano una revisione seria degli ambienti che sono offerti a loro per formarsi o delle comunità in cui andranno ad inserirsi, e questo riguarda tanto le realtà carismatiche quanto le diocesi. Non si accontentano di pacche sulla spalla o di “mezze motivazioni”, troppo reattivi per abbozzare. E meno male. Ci vorrebbe il coraggio di trovarsi insieme, giovani e decani, con spazi e tempi adeguati, per confrontarsi senza riserve con domande, dubbi, proposte… Trovo estremamente positive quelle situazioni di “crisi” che attraversano alcune realtà di fede per varie ragioni, perché sono in qualche modo forzate a rimettere mano alla loro storia e quindi a valutare ciò che vogliono mantenere in piedi o modificare. Anche se ciò comportasse il “punto e a capo”. Se fosse la prassi! Qualche realtà è in questa linea, altre sono così statiche e distanti dall’umanità circostante che mi domando come potranno procedere. Lei parla anche del rapporto uomo-donna tra persone consacrate: non c’è un manuale di comportamento e non ci può essere, perché le micro-regole talvolta pure utili, in generale hanno un’efficacia solo superficiale. “Senso di appartenenza” è un’espressione che mi piace molto! Se appartengo profondamente ad una scelta – non parlo di comunità, perché non si appartiene ad una comunità ma ad un Ideale –, il resto delle cose prende un suo ordine. A due fidanzati innamorati non occorre darsi indicazioni reciproche dettagliate su come comportarsi quando uno dei due è assente, ci mancherebbe, c’è una sorta di naturalezza, se la passione è forte. È quando inizia a scemare che arrivano le difficoltà, e allora le regole aiutano a mantenersi nei binari… Il senso di appartenenza emerge dai comportamenti di ogni giorno, che non consistono nel non incontrare donne, camminare a testa bassa, o cose simili… ma in atteggiamenti adeguati, consoni all’età e allo status (aspetti da non sottovalutare e indicativi anche di una certa maturità personale), non ambigui, ma neppure rigidi. Ogni scelta di vita ha un suo decoro e un suo contegno, che non sono semplici “forme”, ma espressioni appunto di un’appartenenza. Penso, in conclusione, che oggi possano essere utili due attenzioni: la prima, fortemente sostenuta dall’Amoris Letitia, e ormai da tutti condivisa, è quella di un accompagnamento personale. La seconda è una “normalizzazione” del percorso: aiutare le persone a diventare uomini e donne nel contesto ordinario dove andranno ad inserirsi, e dove si sta insieme, giovani, anziani, maschi e femmine. La formazione deve essere esigente – alto è l’Ideale, seria la formazione – perché ha il grande compito di sostenere e affiancare scelte esistenziali, e affidata a poche e competenti figure, non a chiunque solo perché “è un buon ascoltatore”, ma essa non deve creare ambienti asettici e avulsi dalla concretezza naturale della vita, perché sarebbero davvero poco efficaci.
Vita in comune

Il prete e le donne sole

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In parrocchia ci sono molte donne sole, vedove o separate. E la solitudine a volte è molto dura da sopportare. Come far sentire loro il calore della vicinanza e dell’accoglienza, senza essere frainteso? Un prete   [caption id="attachment_113454" align="alignnone" width="5184"] sacerdote cattolico[/caption]    


La sua domanda trova eco nella storia che mi ha condiviso proprio in questi giorni un giovane parroco il quale, generoso e disponibile con tutti, si è ritrovato letteralmente invaso dagli sms di una donna, sola, a cui lui aveva dedicato del tempo di ascolto, né più né meno che quello che dedica ordinariamente a chi glielo domandi. Messaggi confidenziali oltre il dovuto, che lo hanno molto amareggiato e fatto sentire in colpa, nel timore di essere stato lui a lasciar fraintendere un’intimità che non era sua intenzione creare. La situazione non è così rara… Il sacerdote, come il religioso, è spesso oggetto di fantasie di vicinanza e di “amicizie esclusive”, anche per la parte di mistero che li circonda, senza una famiglia, affettivamente “soli”, cioè celibi, spesso bei ragazzi, con una vita interiore che si suppone intensa, insomma tutte caratteristiche, reali, che possono nutrire l’immaginazione seduttiva. Se a ciò si aggiunge un temperamento aperto ed accogliente, direi che la miscela diventa potenzialmente esplosiva. Per rispondere alla sua domanda provo ad offrirle qualche suggerimento molto semplice e concreto, che ho constatato essere utile anche nella vita di coppia e che non dovrebbe produrre ansie o fobie ulteriori, quanto evitare equivoci! Innanzitutto i luoghi di incontro: a parte le amicizie che sono già tali e quindi consolidate e di fiducia, gli incontri andrebbero pensati in spazi appropriati (non si fa psicoterapia al bar per favorire l’apertura), riservati quando è necessario, ma non in ambienti che possano creare ambiguità (ad esempio quando la chiesa è chiusa). Può accadere, e talvolta è importante farlo, essere da soli, a tu per tu con la persona, per comunicare vicinanza e calore, come lei dice, tuttavia questa modalità non deve diventare la norma, cioè l’unica possibile: è bene ci siano contesti allargati in cui quel rapporto si può ritrovare ed inserire, e soprattutto non serve lo scambio confidenziale di messaggi al di fuori dei momenti deputati a parlare. Se inizialmente messaggiare, chattare, può sembrare di supporto, poi rischia di sconfinare. È naturale, è umano, nulla di drammatico, perciò ci vuole “testa”, non solo “cuore”. Nella coppia, ad esempio, una nuova conoscenza che uno dei due partner frequenta, e che non sia strettamente di lavoro, può essere vissuta insieme e ciò favorisce la condivisione e quindi la chiarezza che non si tratti di qualcosa di “esclusivo”. Portare in comunità amicizie nuove o semplici conoscenze, incontrare anche in gruppo “quella” donna sola, penso trasmetta ugualmente affetto, ma riduce i fraintendimenti. Per dirlo in altre parole: far rete, non procedere da soli, aiuta a sentirsi meno in balia delle proprie e delle altrui debolezze, e la comunità, in qualunque forma – famiglia, fraternità di preti, gruppi parrocchiali – si fa “garante” rispetto a situazioni simili a quella che lei ha raccontato.
Vita in comune

La responsabile anaffettiva

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Faccio parte di una piccola comunità di consacrati. Il mio problema è che la responsabile di comunità è anaffettiva, incapace di calore, ascolto, comprensione. Forse è anche una questione di intelligenza. Comunque una sorella è recentemente andata via perché non ce la faceva più: non ne abbiamo neanche potuto parlare in comunità, come se fosse un fastidio trascurabile o una vergogna. Ma siamo una famiglia o no? Mi chiedo cosa Dio vuole da me, e se è il caso di andarmene anch’io. Ho provato a parlare con qualche superiore, ma mi dicono solo di amare la croce. Che ne pensa? Paola   tavola-apparecchiata  


Gentilissima Paola, grazie per la sua preziosa domanda che mi dà modo di riprendere il filo del discorso iniziato la volta scorsa. “Siamo una famiglia?” “Nì”. , se per famiglia si intende il clima di rispetto, di accoglienza, di fiducia e di reciproco sostegno. Rigorosamente no, se per famiglia si intendono relazioni necessariamente amichevoli e spontaneamente concordi. “Un cuor solo ed un’anima sola” non credo abbia il senso di un ambiente già di suo positivo, piuttosto indica il cammino verso la costruzione di una vita insieme sempre più armoniosa e benevola, a partire da se stessi. Questo cammino a volte può essere molto lungo e non è detto che il risultato sia quello sperato, perché ci sono maturità, sensibilità, storie diverse che non facilitano tale percorso. Anche per questo non è sempre bene che tutti sappiano tutto. Voglio dire che essere comunità non implica il condividere sempre i fatti più intimi, perché non tutti hanno gli strumenti interiori per “sapere”, per accogliere, per custodire... per conoscere. Il divulgare ogni cosa - sempre per un fraintendimento del senso di famiglia - è molto imprudente. A questo punto aggiungo perciò alcune considerazioni. La prima è che, ha ragione, la tendenza a non parlare dei problemi concreti purtroppo negli ambienti di vita comune è presente, come se il non parlarne facesse “evaporare” le difficoltà, mentre invece il parlarne screditasse l’intera esperienza di vita (cosa che accade talvolta anche in famiglia). Non meno grave è la tendenza, molto meno presente rispetto al passato, di spiritualizzare i disagi richiamando la croce, la volontà di Dio, il sacrificio, aspetti evidentemente centrali della fede, che però talvolta nascondono la paura di incontri franchi e diretti fra le persone o la paura di affrontare le questioni che riguardano l’andamento della vita insieme. Ha ragione anche riguardo alla scelta, non sempre oculata, di persone responsabili di comunità, magari carenti di una formazione adeguata e delle qualità umane necessarie per poter esercitare “il servizio dell’autorità”. Tuttavia… Per essere onesti, bisogna riconoscere che superiori, rettori e formatori non hanno preso quel posto per volontà propria, ma sono stati indicati dalla comunità o dai vertici dalla congregazione o dall’istituto, e dunque c’è da valutare piuttosto quali siano i criteri che vengono adottati dai membri stessi, o comunque dai loro delegati, nel votare una persona piuttosto che un’altra. Inoltre, riprendendo ciò che avevo già accennato, coloro che entrano in seminario, in una congregazione, o in qualunque altra realtà carismatica, sono tutte persone adulte che rispondono ad un’intuizione profonda e personale, la “vocazione”. Nessuno però sceglie quella determinata comunità o quegli specifici membri: la vocazione infatti non è “a pacchetto”, pertanto ciascuno inizia in autonomia, e poi gradualmente porta avanti la strada intrapresa in altrettanta autonomia, almeno come impegno. Non vorrei essere fraintesa perciò provo a spiegarmi meglio. Una delle grandi sfide della maturità umana è quella di acquisire motivazioni sempre più profonde e personali, un autore parla di livello internalizzante, quando cioè la persona ha fatto propri determinati valori, e non ha più bisogno di esempi, né – almeno idealmente – di premi e punizioni per poterli vivere. È vero quindi che una responsabile di comunità dovrebbe avere capacità di ascolto, empatia e un adeguato equilibrio personale – le doti di un coach più che di un capo –, tuttavia qualora ciò non accadesse non è pensabile che io perda la mia vocazione. Se il clima comunitario dipendesse da una persona sola ciò significherebbe che i rapporti instaurati non sono abbastanza liberi e adulti, e che le stesse scelte sono piuttosto fragili, perché legate ad un’unica figura di riferimento. Le dico perciò che la qualità della vita fraterna è una responsabilità comune e se tutti i membri si impegnano personalmente – e qui entra in gioco ancora una volta la maturità individuale –, la carenza di una persona sola, anche se responsabile, non può compromettere in modo radicale il vivere insieme.
Vita in comune

Il fratello “pesante”

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Non riesco a sopportare un fratello di comunità. L’ho visto all’opera nella sua falsità. Ne ho anche parlato con un superiore, ma non voglio accusarlo, potrebbe essere una mia antipatia personale. Comunque non lo reggo proprio e cerco di stargli lontano più possibile.   [caption id="attachment_107146" align="alignnone" width="1024"]Religiosi Religiosi[/caption]


Sento spesso dire dai religiosi, quando ci sono difficoltà tra loro, che siano uomini o donne, che in famiglia è tutto più facile e le tensioni si riescono a superare più facilmente, anche quando sono molto più gravi di quelle che accadono in comunità. Mi fanno sempre riflettere queste parole! In effetti l’espressione famiglia, applicata alle realtà di vita in comune, al di fuori della famiglia naturale, non mi ha mai convinto fino in fondo, perché mi pare che rischi di creare più sensi di colpa del dovuto, e a volte sia ambigua. Mi spiego. Chi l’ha detto che si debbano provare spontaneamente buoni sentimenti tra i membri della comunità? E perché dovrebbe scandalizzare se ci sono antipatie tra due persone? Ho l’impressione che per il fatto che la fraternità sia una dimensione oggi particolarmente sentita, questa possa essere fraintesa, e alcune comunità abbiano trasformato le sollecitazioni a migliorare il clima del vivere insieme, come uno strano tentativo di creare rapporti di amicizia, a tutti i costi. Dico strano perché l’amicizia tra persone adulte, che non siano in coppia, ha delle caratteristiche specifiche, come la non esclusività, l’apertura agli altri, il rispetto profondo del percorso individuale e quindi l’aiuto a compierlo, mentre talvolta viene tradotta in forme di vicinanza al limite della dipendenza, o di altre curiose modalità goliardiche. La vita comunitaria non richiede di essere amici e quindi non risparmia antipatie “a pelle”, non dico niente di nuovo. Il calore dei rapporti, l’affettuosità del clima comunitario, l’interessamento reciproco (il senso di “famiglia”, appunto), senza i quali si vivrebbe come estranei, sono aspetti “lavorati”, non spontanei (se lo sono tanto meglio, ma non è detto), che richiedono un lavoro continuo di volontà, mica di buoni sentimenti. Per cui, il mio suggerimento è di confrontarsi con qualcuno: formatore, superiore, una persona di fiducia. Ma “l’oggetto” del confronto, credo, più che la simpatia o l’antipatia, dovrebbe essere il proprio modo di vivere e quali attese (e pretese) si hanno nei rapporti comunitari. Mi ripeto, ma non resisto: è essenziale che si lavori sulla maturità individuale, perché altrimenti è davvero alto il rischio che poi nella vita in comune si amplifichino le fragilità affettive e i fraintendimenti dello stare assieme. Non a caso, la vita in comune è una scelta che può essere fatta solo in età adulta.
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