L'esperto risponde / Società, Educazione

Ezio Aceti

Laureato in psicologia, consigliere dell’Ordine degli psicologi della Lombardia, esperto in psicologia evolutiva e scolastica, ha pubblicato per Città Nuova: I linguaggi del corpo (2007); Comunicare fuori e dentro la famiglia (nuova ed. 2012), Crescer(ci) (2010); Mio figlio disabile (2011); con Giuseppe Milan, L’epoca delle speranze possibili. Adolescenti oggi (2010); Educare al sacro (2011); Mio figlio disabile (2011); Nonni oggi (2013); Crescere è una straordinaria avventura (2016); con Stefania Cagliani, Ad amare ci si educa (2017).

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Società

Primo giorno di scuola ai tempi del Covid

Sono molto preoccupata per il ritorno a scuola. Ascoltando la tv, l’impressione è di una gran confusione… Come saranno accolti i bambini? Una mamma

Il primo giorno di scuola è sempre stato per bambini e ragazzi un momento importante, per vari motivi dovuti soprattutto alla novità, alla curiosità e alle attese.

Infatti le emozioni che bambini e ragazzi vivono sono molteplici, a seguito di vari fattori:

  • desiderio di incontrare gli amici o i nuovi compagni dopo le vacanze
  • novità (soprattutto per i bambini di prima elementare, della scuola dell’infanzia e i ragazzi di prima media) per le nuove conoscenze, accompagnata da un certo timore e da varie attese.
  • tensione determinata dalla paura di “fare brutta figura”, per la consapevolezza del giudizio degli altri che incomincia ad essere importante, soprattutto per i ragazzi delle medie.
  • timore e curiosità rivolta alle nuove insegnanti, che comunque rimangono sempre figure adulte di riferimento verso le quali render conto.

Sappiamo che per moltissimi anni è stato così e soprattutto la pedagogia moderna è andata sempre più raffinandosi, strutturando momenti di accoglienza particolari con attenzioni pedagogiche ai bisogni dei bambini e dei ragazzi.

Ma… oggi c’è il coronavirus, questo piccolo, minuscolo nemico col quale dobbiamo fare i conti. E che conti! Assistiamo alla televisione ad un fermento, un subbuglio, un’agitazione per garantire in salute e sicurezza l’inizio dell’anno scolastico.

Tutto ciò è corretto, perché è necessario tutelare la sicurezza e la salute di tutti. Ma, chiediamoci, per i bambini e i ragazzi come sarà questo primo giorno al tempo del coronavirus? Sappiamo che la tensione è molto alta in quanto i ragazzi vengono da un periodo di assenza che ha interrotto i rapporti diretti. In più, il desiderio di incontrarsi è fortissimo e le aspettative molteplici, mentre le raccomandazioni dei genitori sui rischi del contagio e sulla prudenza che devono mantenere rimbombano nelle loro teste.

Per non parlare delle insegnanti che, pur con le loro caratteristiche specifiche, sono tutte alle prese con un carico d’ansia di gran lunga maggiore rispetto agli anni precedenti, dovuto a:

  • Il timore del contagio
  • La responsabilità nei confronti dei bambini
  • La paura di portare il contagio ad altri e anche ai loro famigliari

 

Insomma si può ben dire che la tensione è alta, particolarmente alta. Chiediamoci: cosa fare? Cosa è giusto per i bambini e per i ragazzi? Come strutturare l’accoglienza?

È stato Konrand Lorenz (1903-1989), premio Nobel per l’etologia ad aprirci la strada sull’importanza dei primi contatti, delle prime relazioni scoprendo e studiando quel fenomeno particolare da lui chiamato imprinting.

L’imprinting è quella prima esperienza che si struttura durante l’incontro e che tende a mantenersi a lungo e a determinare gran parte del resto della relazione. Curare bene l’imprinting allora significa, nel nostro caso, curare bene questa prima relazione.

Gli studi di psicologia evolutiva inoltre ci confermano che, per quanto riguarda i bambini e i ragazzi, è importante che questo primo giorno soddisfi tre bisogni fondamentali:

  1. accoglienza: i bambini devono sentirsi accolti e ben-voluti. Devono sentire che, nonostante tutto, è bello stare insieme. A questo proposito è importante esporre all’interno della scuola, della classe, un cartello, un disegno, una frase accogliente e soprattutto l’appello iniziale deve durare molto, in quanto è bene che l’insegnante chieda al bambino come è andata, come sta… insomma che i ragazzi si sentano accolti nel loro vissuto.
  2. responsabilità: i bambini e i ragazzi hanno il diritto di sapere la verità. Sarà importante parlare del Coronavirus con parole adeguate, facendo riferimento alla scienza. È importante però che questo venga fatto una volta sola, ripeto una volta sola. Questo per evitare di aumentare la tensione e soprattutto , dire ai ragazzi che se vorranno potranno chiedere tutto quanto ritengono giusto sapere.
  3. motivazione: i bambini e i ragazzi devono sentire che ci si fida di loro e che loro sapranno far bene. Devono sentire che in loro c’è la capacità di impegnarsi, di raggiungere dei risultati e che, se per caso sbaglieranno, potranno sempre recuperare.

Tutto ciò dovrà essere fatto lasciando spazio alla fantasia e all’inventiva delle insegnanti. Per realizzare tutto questo, l’insegnate ha uno strumento, lo strumento più importante degli esseri umani: la parola. L’utilizzo corretto della parola è di estrema importanza per la riuscita della relazione e del rapporto. Parlare è importante perché aiuta ad elaborare l’ansia e a trovare forza e risposta dentro di se.

Il parlare allora dovrà contenere tre concetti che corrispondono ai tre bisogni dei bambini e dei ragazzi:

  • l’empatia, che corrisponde all’accoglienza. Il bambino deve sentire che l’insegnante è con lui, che lo comprende. Questo lo può manifestare dicendo: sono molto contenta di cominciare con voi… e va detto anche se magari c’è un po’ di trepidazione, di tensione.
  • la realtà, che corrisponde alla responsabilità. Descrivere quello che sta succedendo senza allarmismi e nella verità, ma lasciando liberi di fare domande.
  • il sostegno, che corrisponde alla motivazione. È il più importante perché dimostra che l’insegnante si fida delle capacita dell’alunno e invita l’alunno ad entrare dentro di se e a scoprire le sue risorse. L’insegnante può terminare quanto sta dicendo affermando: «sono sicura che voi saprete come fare, che troverete voi il modo giusto di rapportarvi e di stare a scuola, che ve la caverete».

 

Se faremo così allora forse si riuscirà nell’intento fondamentale in questo periodo: quello di non togliere la paura, ma dare la possibilità di gestirla in modo intelligente e semplice.

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Scuola

Scuola: palestra di relazioni

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Ricomincia la scuola in presenza, dopo la pandemia e la didattica a distanza. Mi piacerebbe un suo commento e un suo consiglio a studenti e insegnanti. Un lettore


Da metà settembre in tutte le scuole d’Italia sono riprese le lezioni in presenza. Naturalmente è importante seguire tutte le indicazioni che permettono la convivenza sicura e protetta, affinché questo piccolissimo virus non si diffonda ulteriormente. Era importantissimo, però, riprendere la scuola in presenza perché la relazione faccia a faccia è insostituibile e permette la convivenza fra le persone umane. È fondamentale ricordare quanto siano importanti i cardini basilari affinché la relazione sia efficace e utile per i nostri ragazzi, per aiutarli in questo delicato momento. Ricordiamoci che la scuola non è solo un luogo d’istruzione, ma soprattutto di formazione ove la dimensione relazionale e umana contribuisce allo sviluppo psicofisico. Affinché tutti possano riprendere con maggior serenità l’avventura scolastica, ricordiamo tre cardini educativi fondamentali: L’ascolto L’uomo è un essere sociale. Il paradosso della condizione umana è che l’individualità si realizza solo nella relazione e che il soggetto non esiste al di fuori del riconoscimento reciproco con l’altro da sé. L’ascolto è allora la capacità più importante per la convivenza, perché un ascolto vero e autentico permette all’altro di scoprire sé stesso e soprattutto di sentire che è importante per gli altri. Ci sono tre modi di ascoltare, due delle quali sono difettose: ASCOLTO DISTURBATO: avviene tutte le volte che, mentre qualcuno ci parla, noi ci mettiamo a fare qualcos’altro o pensiamo ad altro, cercando di mantenere contemporaneamente l’attenzione sull’interlocutore e su quello che stiamo facendo. Questo tipo di ascolto, mortifica chi ci sta parlando perché non si sente compreso e lascia una scia di tristezza e di vuoto. ASCOLTO FRAMMENTARIO: avviene quando interrompiamo continuamente chi ci sta parlando per manifestare il nostro parere, impedendogli spesso di completare la frase. Quanto è antipatico questo modo di ascoltare! L’altro si sente umiliato e impedito nell’esprimere le proprie idee. ASCOLTO VERO E PROFONDO consiste invece nell’essere pienamente disponibile per l’altro, nel “fare il vuoto dentro di sé per accogliere quanto ci sta dicendo". Questo tipo di ascolto richiede due azioni particolari e cioè innanzitutto nel fare una “piccola violenza” su noi stessi per impedire al nostro pensiero di esprimersi mentre l’altro sta parlando, e poi soprattutto nel pazientare in modo che l’altro possa dire tutto quanto desidera. Carl R.Rogers (1902-1987), nel suo libro La terapia centrata sul cliente, parla di una “forza di base” presente nel cliente, definita “tendenza attualizzante”, considerata come la forza essenziale che è all’origine della crescita e dello sviluppo di ogni persona. L’ascolto profondo è quindi il presupposto per un rapporto empatico fra madre e bambino, fra partner, fra insegnanti e studenti, fra le persone in genere, per una comprensione profonda e reciproca, che accompagnerà per tutta la vita la relazione con gli altri simili. Questo modo di ascoltare si rende concreto semplicemente nel lasciar dire all’altro tutto quanto vuole e soprattutto nel mantenere alta l’attenzione nei suoi confronti. A questo proposito sono espressive le parole della grande filosofa francese Simone Weil quando diceva che “l’attenzione è la dimensione più bella fra gli esseri umani”. Sì, perché l’attenzione mi spinge verso l’altro, proteso nell’accoglienza piena: il risultato è che l’altro si sente accolto, amato e considerato. La parola Quanto è importante che il nostro parlare sia innanzitutto frutto dell’attenzione e dell’ascolto in modo tale che quanto si dice sia comprensivo del pensiero dell’altro, sia insomma un atto d’amore perché comprende il tempo che ho dedicato nell’ascolto. Ricordiamoci che la parola nutre, da senso, può fare miracoli se è espressa in maniera rispettosa e autentica. Inoltre il nostro parlare non deve mai essere volgare o sbrigativo, ma deve dare valore a quanto si dice. A questo proposito è importante, essere semplici, sintetici, chiari e soprattutto veri. Il nostro parlare sia sempre vero e autentico. Tutto ciò fa nascere la stima dell’altro nei nostri confronti e ricordiamoci che la stima è la forma più alta dell’amore. Quindi, in sintesi, dire e ascoltare rappresentano due cardini basilari di un processo educativo condiviso. Ascoltare e dire sempre, a fronte di attese, speranze, aspirazioni, diventano allora gli elementi fondanti di un’educazione come comprensione/condivisione. È così che l’educazione è sempre un rapporto fra soggetti. Solo da una visione dell’altro, come “altro da sé” e come “importante per me” può nascere un’autentica comunicazione. Il sostegno Insieme all’ascolto e alla parola, il sostegno si caratterizza nell’esprimere fiducia con gesti, intenzioni, propositi e con la parola espressa in un certo modo. È importante sostenere sempre, anche quando l’altro ha sbagliato. Il sostegno rappresenta la base della relazione. Infatti, se l’ascolto e la parola sono le ali che fanno volare chiunque e che permettono di avanzare, il sostegno ne è la base, è come l’humus del terreno educativo. Un’insegnante deve sostenere sempre, sempre, anche quando lo studente non ha studiato o si è comportato male. Infatti l’insegnante può dire «Guarda non hai studiato, ho dovuto darti una valutazione negativa», ma alla fine deve dire:”Sono però sicura che la prossima volta farai meglio!”. Il sostegno però richiede alcuni presupposti importanti:
  • avere una visione positiva dell’altro;
  • vedere sempre l’altro nell’attimo presente, dimenticando i torti magari appena subiti;
  • credere che tutti possono ricominciare.
  In conclusione Se l’insegnante farà attenzione nell’esercitare questi cardini educativi, l’esperienza della pandemia e della sofferenza lentamente rientrerà nella dimensione umana e gli studenti assaporeranno la bellezza dello stare insieme e soprattutto comprenderanno di avere adulti educatori che si interessano di loro. Perché, come diceva bene don Milani, l’educare è soprattutto il “prendersi cura”. Allora “I Care”, tutti insieme!  
Formazione

L’assenza del modello educativo maschile

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La scuola è chiusa , mio figlio di 9 anni è in didattica a distanza. Passa tanto tempo sui videogiochi e, anche se possiamo uscire per fare una passeggiata, da qualche tempo si rifiuta di farlo: preferisce il suo mondo virtuale. Come possiamo aiutarlo?


Questa domanda contiene alcuni aspetti che meritano di essere analizzati con il cuore aperto e disponibile a "mettersi in discussione". Gli aspetti sono :
  1. il problema inerente il timore della dipendenza dai videogame;
  2. il problema inerente il ritiro sociale;
  3. il problema della didattica a distanza.
Prima di iniziare a suggerire alcuni comportamenti corretti, forse è bene ricordare alcuni punti di partenza e cioè:
  • non succede mai che nell’educazione uno abbia ragione e l’altro torto, ma entrambi hanno ragioni e torti;
  • l’educazione è un processo che comporta il cambiamento di tutte le persone coinvolte.
La prima considerazione che mi sembra importante, e che mi è capitata spesso durante la mia attività di psicologo infantile, è legata al fatto che la domanda è posta quasi sicuramente da una mamma e riguarda il proprio figlio maschio. Vi garantisco che non è un caso! Sono infatti soprattutto i bambini maschi (con qualche eccezione delle femmine) che faticano a staccarsi dai videogame, che faticano a stare attenti in classe, a “seguire le regole”. Provate a sentire le insegnanti della scuola dell’infanzia e concorderanno su quanto detto. Perché? Semplicemente perché non hanno modelli educativi maschili con modalità relazionali da adulti verso i quali identificarsi. A parte i papà o qualche allenatore maschio, tutto il resto dell’educare è costituito da educatrici femmine (come le mamme e le insegnanti). Ecco perché la maggior parte dei ragazzi maschi oggi fa fatica a crescere e rimangono immaturi, ancora alle prese con comportamenti infantili. Se pensiamo alle dipendenze da videogame, alla irrequietezza scolastica, alla violenze dei bulli, alla violenza dei grandi (come la tragedia dei femminicidi), possiamo constatare che al fondo c’è una realtà ben chiara: persone che hanno una intelligenza nella norma, ma una capacità di contenere le emozioni e loro stessi ancora infantile, insomma persone immature, incapaci di accettare e stare nella realtà, con le sue norme e regole sociali. La richiesta della domanda presenta di fondo la stessa problematica: come aiutare il figlio a diventare grande, a cavarsela da sé, a essere maturo? Quindi chiediamoci : come aiutare i bambini (soprattutto maschi) a diventare adulti consapevoli, in grado di rispettare loro stessi e gli altri? Sono quattro, a mio avviso, le azioni da mettere in campo:
  1. la mamma e le figure femminili, se possono, dovrebbero sparire (sì, proprio sparire) o, detto in termini psicologici, cambiare e considerare figli e bambini come “altro da sé”, cioè come persone a loro affidate. Ciò comporta sostituire il metodo relazionale, tipico dei bambini piccoli («dimmi cosa hai fatto a scuola», «dimmi cosa fai adesso», etc...), con quello dei grandi («se vuoi raccontarmi come è andata mi farebbe piacere»). Questo perchè il metodo dei grandi comporta l’attesa , il contratto , l’accordo;
  2. cambiare molte dinamiche scolastiche. La scuola non è delle maestre e soprattutto i bambini debbono fare riferimento a loro stessi, devono prendere in mano il loro lavoro, la loro scuola. Perché la pulizia delle aule deve essere fatta dalla bidella? Perché i colloqui con i genitori devono svolgersi alle quattro del pomeriggio? É da folli inoltre avere insegnanti che decidono loro quando i bambini devono farsi interrogare. Quanto sarebbe bello dire: la classe è nostra e ce la puliamo noi; ai colloqui venite voi con i vostri genitori (possibilmente alle 8 di sera) perché riguarda voi; stabilite voi a turno chi vuole farsi interrogare. Insomma una scuola dove al centro c’è l’autonomia dei ragazzi che va incrementata e sviluppata, e non il rendere conto alle insegnanti o ai genitori;
  1. contrattualizzare tutto, come si fa fra persone grandi, dal tempo di utilizzo dei videogame allo studio. Nel contratto ciascuno dice ciò che pensa e dopo la discussione si arriva ad un accordo. Solo dopo l’accordo i genitori e gli educatori possono aiutare il figlio a rispettarlo: se ad esempio abbiamo concordato un’ora di videogame, al termine dell’ora si spegne il computer, tollerando che il bambino protesti;
  1. Il sostegno deve sempre essere messo in campo, cioè sostenere il diventare grande del bambino. Ad esempio con la mancia settimanale, che gli va data non perché è stato bravo, ma perchè è un suo diritto e spazio di libertà dove lui si gioca il futuro. Soprattutto sostenere ogni comportamento corretto e non ricordare sempre gli errori.
Vorrei concludere dicendo che l’assenza del maschio riguarda tutto ciò che caratterizza l’autonomia, la norma, la regola, l’autorevolezza, il diventare grandi. I nostri bambini sono abbandonati, sì, dico abbandonati, a un'educazione poco rispettosa delle capacità presenti in loro. Mi ricordo che avevo 18 anni, frequentavo l’università di Padova e allora il professore di psicologia infantile citava spesso una frase di Freud, che allora mi sembrava esagerata, ma che per me oggi è più che mai attuale: «Solo un padre che strappa il figlio alla madre lo salva». Strappare significa far comprendere al bambino che la madre che gli ha donato la vita e la sicurezza, che è sicuramente la persona più importante, non è sua e che lui se la deve cavare perchè ha tutti gli strumenti per farcela.  
Società

Illuminare le ferite

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Sono un po’ depresso per il fatto che la pandemia non finisce mai, tra rossi, arancioni, gialli…


Tutto, attorno, è un po’ confuso, caotico. Le nuove regole per il periodo natalizio prevedono giorni di restringimento (zona rossa) e giorni meno restrittivi (zona arancione), tanto che ormai è indispensabile tenere il calendario in mano per vedere cosa si può o non si può fare. Così sta avvenendo in tutta Europa e in molte altre parti del mondo. Ogni nazione emana regole che, pur differenti, hanno un solo intento: evitare gli assembramenti per prevenire la diffusione del virus. Per fortuna è iniziata la somministrazione del vaccino tanto atteso, con la speranza che prima o poi la pandemia ci lasci per sempre. Nel frattempo continuiamo a contare, come in una battaglia, i lutti, le ferite, le innumerevoli sofferenze di tanta gente che sembra non poterne più, e spesso si lascia andare a reazioni scomposte e disperate. Se diamo uno sguardo al passato, molte volte i popoli si sono trovati ad affrontare situazioni che sembravano disperate, e talvolta senza alcuna via d’uscita. E come hanno reagito? Cosa hanno fatto? A ben guardare, sempre però c’è stato qualcuno che, di fronte alla tempesta, ha cercato di orientare il popolo verso la meta, indicando la rotta dove andare. Hanno aiutato il popolo a tenere il timone diritto mentre incombeva la tempesta, innanzitutto per non aumentare i danni, ma soprattutto per portare in porto la nave. È talmente vero questo che, se andiamo a guardare chi sono i grandi maestri dell’umanità (pensiamo a filosofi come Socrate o Pascal, a pedagogisti come Montessori e Bruner, a politici come Tommaso Moro o La Pira, ai grandi santi e ai grandi papi come Papa Francesco), ci accorgiamo che al fondo di loro stessi, qualcuno o qualcosa li animava, spingendoli a motivare il meglio presente nella loro gente. Naturalmente, perché il popolo superi la tempesta è necessario un patto, un accordo fra noi adulti per testimoniare ai nostri figli e nipoti che l’umano può farcela. Sì, l’umano che c’è in noi, pur nella fragilità, può vincere, se non smette mai di essere se stesso: votato all’amore. Sì, perché la vera e profonda caratteristica dell’umano è l’amore, che è sempre possibile, sempre. Allora possiamo piegarci, ma non soccombere. Perché si soccombe quando:
  • Si continua a denigrare l’altro con lamentele e accuse infinite,
  • Ci si erge a paladini del bene, utilizzando la menzogna per essere ascoltati,
  • Si selezionano le persone in base alle proprie idee, escludendo altri che pensiamo siano di altre categorie,
  • Si continua a lanciare parole negative e disperate di fronte alla minaccia che incombe.
  Invece si è paladini del bene e si vince quando:
  • Si fa appello al positivo che alberga in ciascuno,
  • Si diffondono esperienze di solidarietà e di speranza,
  • Si invitano tutti a ricominciare con parole incoraggianti e di sostegno,
  • Si fa di tutto (ricerca scientifica) affinché la nostra intelligenza, tipica dell’umano, possa comprendere quale è il bene per tutti.
  Se faremo così otterremo la vittoria, cioè la possibilità di trasformare la ferita in feritoia, la sofferenza e la fatica in una feritoia, cioè in una opportunità, che sempre ci è data per il vivere. Allora facciamolo, facciamolo anche se il vento sembra soffiare contro. Sappiamo però che il vento non è più forte dell’umano che c’è in noi, perché il bene è la nostra radice.  
Società

Il silenzio d’oro

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Ogni volta che accendo la tv non c'è altro che grida, schiamazzi e scontri sterili...


In questo periodo di particolare sofferenza, avvertiamo nel nostro intimo emozioni spesso contrapposte come la paura, la rabbia, la tristezza. A volte la disperazione e la malinconia. Le reazioni comportamentali sono molteplici e spesso scomposte, col risultato di aumentare ancor più l’ansia e la solitudine. E i social come Facebook, o la televisione, o altri, fanno da cassa di risonanza. C’è chi si lamenta continuamente, chi, infischiandosene dell’altro, non solo utilizza un linguaggio volgare, ma arriva a denigrare pesantemente tutti, oppure si erge a paladino della libertà e proclama la sua indignazione di fronte a qualsiasi restrizione. Per non parlare poi di chi cerca di attirare l’attenzione con urla e grida a tutti la sua idea pensando in questo modo di ricevere più attenzione. Insomma, da qualsiasi punto la si prenda, sembra che le emozioni trovino il loro sfogo in varie maniere e spesso anche sopra le righe. Naturalmente, molte discussioni sono pacate, con l’intento di portare un contributo sereno a quanto stiamo vivendo, di facilitare il dialogo e l’approfondimento. Il fatto poi che le restrizioni dovute alla pandemia aumentino gli incontri virtuali, i dibattiti on line, e le conferenze via zoom, appare come una cosa di per sé nuova, mai sperimentata prima, almeno con questa intensità e frequenza. Insomma vogliamo farci sentire, trovare qualcuno che ci ascolti. Eppure, qualcuno è lì che ci ascolta nel modo giusto. È lì e ci può sostenere con competenza e forza. È Gesù bambino che ancora una volta nasce. Lui nasce sempre, sia che il cielo sia bello sia brutto. Nasce anche oggi, nel tempo unico della pandemia. Ma noi come facciamo a saperlo? Facciamocelo dire da Lui. Lasciamo che Lui ci parli. Mi vengono in mente le parole di Romano Guardini (Verona 1885- Monaco di Baviera 1968): «Il silenzio autentico è una forza attiva […] Il vero silenzio non significa un’entità negativa, una cosa che rimane inespressa. Anzi è un comportamento attivo, una commozione della vita interiore, nella quale si diventa padrone di se stessi». Infatti, con san Giovanni della Croce sappiamo che «Il solo linguaggio che Dio ascolta è il linguaggio dell’amore. A questa realtà, a questo linguaggio si perviene non parlando, ma tacendo». Allora facciamo silenzio, non perché non vogliamo parlare o per una rinuncia al fare, ma per ascoltare quanto Dio ci può dire. Perché Dio parla sempre, e noi possiamo ascoltarlo se lo lasciamo nascere in noi con il nostro silenzio d’amore. Forse non ci darà le risposte come noi ce le aspettiamo, ma di sicuro ci darà la luce e la forza per amare ancora di più, come Lui ha fa venendo in mezzo a noi.
Società

Anziani: meno male che ci sono!

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Ho sentito dire in tv che noi anziani non siamo produttivi... che ne pensa?


In questo periodo di pandemia, la condizione fisica degli anziani è balzata in primo piano perché ci si rende perfettamente conto della loro vulnerabilità e fragilità. Ed è giusto e sacrosanto che si faccia di tutto per tutelarli, proteggerli, perché non si può fare a meno del loro prezioso contributo. Eppure, purtroppo c’è chi ha pensato bene (anzi male) di relegarli in secondo piano perché ritenuti incapaci di una resa economica in termini di efficienza ed efficacia. Ma, chiediamoci, a che età si è anziani? Il fatto è che nessuno vuol ritenersi anziano, perché questo nome evoca uno stretto collegamento con la perdita di alcune funzioni e capacità vitali, come la forza fisica e la memoria, che lentamente diminuiscono col tempo. Pertanto, al di là delle leggi che di volta in volta cercano di definirlo (65, 70, 75, 80 anni), possiamo di solito pensare che l’anzianità corrisponda ad uno stato ove l’efficienza fisica e psichica rallenta. Ma, se tutto ciò è vero, è necessario ridare il giusto posto all’anzianità, evidenziandone anche gli aspetti positivi e indispensabili per ogni società che si rispetti. E quali sono questi aspetti positivi? Sono tantissimi. Ogni società si basa su due gambe: la prima è caratterizzata appunto dagli anziani, perché senza tradizione e memoria una società si spegne. L’altra gamba sono i bambini, perché senza infanzia la società non ha futuro. Come la ciclicità delle stagioni è funzionale alla vita naturale, così la ciclicità dell’esistenza è funzionale alla vita umana, alla comunità e al mondo. E, se non vogliamo essere troppo filosofici e astratti, rileviamo fra i tanti, almeno cinque sostegni positivi che gli anziani portano alla nostra società:
  • Sostegno economico: grazie alla loro pensione e al loro risparmio accumulato in anni di lavoro e sacrificio, rappresentano in questo periodo di crisi spesso l’unico reddito per tenere insieme le famiglie dei loro figli disoccupati e di molti poveri.
 
  • Accompagnamento di senso: se è vero che i giovani sono il futuro e che il loro cervello è nel massimo dell’efficienza, è altrettanto importante che qualsiasi grande e utopica idea vada accompagnata dall’incoraggiamento, dall’esperienza che molti anziani possono mettere in campo.
 
  • Testimonianza del tempo luminoso: nei confronti di tutti i nipoti e i bambini verso i quali si trovano in contatto. Quanto sarebbe bello che le scuole dell’infanzia ed elementari ospitino una volta alla settimana una nonna o un nonno che testimoni con i racconti, con la loro storia, il tempo vissuto: darebbero un contributo enorme in termini di insegnamento alla vita, alla tenacia, alla speranza.
 
  • Indignazione di fronte al male: la loro esperienza ci può ammonire di fronte al male, all’egoismo che alberga nella persona, ricordandoci quanto non esista la verità da una parte sola, ma tutto può contribuire al bene, anche le cadute e le sconfitte; l’importante è indignarci sempre di fronte alla volgarità e al male. Loro questo ce lo possono ben rammentare.
 
  • Avvicinamento e accettazione della fine: per chi è credente, quanto è importante incontrare anziani che testimoniano l’accoglienza della fine non come una sconfitta, ma come un passaggio che, anche se può fare paura, può essere affrontato se accompagnato dalla fede, dall’abbandono verso l‘Amore. Ma anche per chi non crede, la testimonianza può essere valida se accompagnata dal silenzio amoroso verso le persone e gli altri, accettando di andarsene.
  Allora mi raccomando, da ora in poi, quando sentiamo la parola “anzianità”, cerchiamo di associarla ad una età positiva, bellissima che, con la fragilità, testimonia che “vale la pena vivere” sempre. Anche quando magari è necessario occuparci di loro. Anzi, ringraziamo quando ci capita perché ci danno la possibilità di realizzare il meglio che c’è in noi: l’amore verso l’altro, la cura. Succederà allora che ci avranno aiutato, con la loro vulnerabilità, ad essere migliori. Ad essere più umani.  
Società

I bambini di fronte alla stanchezza (pandemica) dei grandi

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Mi sento sottoposta ad uno stress incredibile tra la paura del virus, gli orari della giornata sconvolti, la tensione al lavoro… e i bambini ci vanno naturalmente di mezzo. Non so che fare. Una mamma  


Speravamo tutti che non arrivasse. Ma è arrivata, con tutta la sofferenza dovuta a morti, ricoveri, limitazioni lavorative, scolastiche e di spostamento. Sappiamo che questa seconda ondata rappresenta per le persone adulte una prova particolare con risultati negativi in termini di fatica, ansia, angoscia e dunque stress psicologico. Infatti, se durante la prima ondata, di fronte alla novità della chiusura e del lockdown all’inizio la reazione è stata sostanzialmente di assenso motivato e resistenza intelligente da parte delle famiglie e della gente, ora la situazione è differente. Stanchi e fiaccati per la chiusura imminente e la crisi lavorativa ed economica conseguente, molti faticano a sopportare la limitazione della libertà e la chiusura di interi settori produttivi ed economici, in particolare quelli destinate al tempo libero, cioè proprio al tempo previsto per la “scarica emotiva dello stress e dell’ansia”. Senza possibilità di “ricarica”, naturalmente, il rischio è che lo stress e la fatica si accumulino ulteriormente, con lamentele e aggressività (spesso verbali) molto scomposte. E i bambini? Cosa vivono e pensano i bambini? Sappiamo che i piccoli non hanno ancora uno sviluppo cerebrale, cognitivo ed emotivo per elaborare e comprendere fino in fondo quello che sta succedendo. I loro punti di riferimento sono i genitori, gli educatori e i grandi che si occupano di loro e che, in questa circostanza, appaiono stanchi e un po’ depressi. Sappiamo inoltre che i bambini sono il futuro di ogni nazione e che investire in loro è non solo importante ma soprattutto intelligente e produttivo. Allora cosa fare? In questo momento penso ad un uccello, il pellicano: come si comporta con i suoi piccoli? Di solito vola in alto per vedere i pesci e prenderli e darli poi triturati ai piccoli. Il pellicano, però, quando non ci sono più pesci, di fronte alla penuria di cibo prende dal proprio petto un po’ della sua carne e la dà ai suoi piccoli. Questo è il tempo in cui noi dobbiamo dare di più, soprattutto mostrare ai nostri figli che siamo disposti a fare di più per loro e a sostenerli anche se siamo stanchi e depressi. Papa Francesco usa il termine “mitezza” a significare la capacità di mantenere l’equilibrio nonostante le intemperie e la tempesta. Pertanto suggerirei:
  • Utilizzare la parola e il linguaggio per spiegare che anche se non fanno sport, piscina, o la scuola è ridotta, noi ci siamo e possono contare sul nostro aiuto.
  • Chiedere scusa ogni volta che la fatica e la stanchezza ci travolgono e magari ci lamentiamo o siamo scorretti e scortesi nei loro confronti.
  • Evitare di lamentarci continuamente verso le autorità sapendo che per loro la fiducia verso l’autorità è importante e comunque va rispettata, anche se non si è sempre in accordo.
  • Trovare occasioni per lodarli con pertinenza, per far sentire loro che gli vogliamo bene indipendentemente dalla situazione
  • E poi… chiedere loro di aiutarci ad essere un po’ più spensierati, magari con iniziative e giochi che loro sanno proporci.
In questo modo non risolveremo la pandemia, ma renderemo più umano questo periodo faticoso, con la garanzia che i nostri figlio sapranno comprendere… E comprenderanno. Sì, comprenderanno.
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