L'esperto risponde / Chiesa cattolica

Chiara D’Urbano

Psicologa e Psicoterapeuta EMDR, Consultore del Dicastero per il Clero, Perito della Rota Romana e dei Tribunali del Vicariato di Roma, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna. Con l’editrice Città Nuova ho pubblicato tre libri: La pietra della follia, Per sempre o finché dura e Percorsi vocazionali e omosessualità.

Vedi tutti gli esperti
Vita in comune

Autentici in Seminario

Ho letto la sua ultima rubrica. Può spiegare come si fa concretamente a creare questi spazi di fraternità, dove far nascere il senso comunitario tra sacerdoti?

 

Seminaristi (AP Photo/Wong Maye-E)

Don Marco Vitale, la riflessione del numero scorso ha sollecitato da parte di diversi lettori alcuni approfondimenti, che cerchiamo di rendere ancora più concreti. Partiamo dal dato positivo e incoraggiante che diversi vescovi sono aperti e desiderosi di rendere sempre più efficace l’ambiente formativo del seminario, e si avvalgono di figure interne ed esterne per rendere dinamica e responsabilizzante la formazione. Sulla stessa linea oggi molti formatori e rettori hanno acquisito competenze raffinate rispetto alla dimensione umana della persona, per cui sanno cogliere eventuali fragilità, e quando occorra proporre al giovane un accompagnamento più personalizzato. Insomma non siamo all’anno zero.

Tuttavia credo che ci sia da considerare “il clima” che il giovane respira in seminario, o meglio cosa il seminario “abbia in mente” riguardo a chi è in cammino.

Torniamo alla dimensione fraterna: come Lei ha detto il seminario è una grande opportunità di gruppo, ma di fatto viene spesso vissuto come un albergo.

Tento con occhio femminile di immaginare se non potrebbero essere ripensati alcuni spazi che sono anche luoghi di crescita, ad esempio tornare alle camere condivise. So che questo oggi attiva delle paure enormi, ma un ventenne che si allena a fare i conti con un altro rispetto alle proprie abitudini e comodità, può essere conosciuto anche attraverso queste dimensioni micro-comunitarie. Altrimenti in seminario i giovani trovano più comodità di quelle che lasciano a casa, e meno fratelli di quelli che avevano in famiglia.

«Per semplificare il ragionamento, accolgo come verificata l’ipotesi che oggi i seminari offrano una proposta ecclesiale e formativa di eccellenza. Mi sembra estremamente interessante la duplice questione: quale aria respira un giovane in seminario? Cosa ha in mente il seminario sul seminarista?

Il giovane, in seminario, nella stragrande maggioranza dei casi non può che respirare l’aria che vi trova! E a volte l’aria non è oggettivamente salubre. Cosa il seminario abbia in mente sul seminarista è ancora più complesso perché è un mix tra le idee del vescovo (o dei vescovi nei casi dei seminari regionali), del rettore, del vicerettore, dei formatori, dei padri spirituali…

Sarebbero utili idee chiare ma di certo questo tempo è per la Chiesa un tempo di fragilità, di trasformazione, ma anche di potenziali risorse e tutto questo non può che rispecchiarsi nella formazione remota e permanente del clero. A solo modo di esempio, credo sia sufficiente ricordare che a distanza di quattro anni dalla pubblicazione della Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis la Chiesa italiana non ha ancora pubblicato una recezione ufficiale a livello di Chiesa nazionale, mostrando tutta la fatica dell’episcopato italiano ad indicare delle direzioni chiare e condivise.

Sull’ipotesi delle camere condivise, personalmente non sono d’accordo per diversi motivi. Innanzitutto, perché sarebbe una situazione totalmente artificiale rispetto alla prospettiva di vita del futuro prete e, a volte, anche alle abitudini di vita del giovane in famiglia. Inoltre, è essenziale aiutare il giovane che entra in seminario a comprendere che non diventa né orfano né figlio unico: quando in casa si condivide la camera da letto lo si fa con il fratello o con la sorella mentre i compagni di seminario sono altro! È importante che il seminarista venga aiutato ad avere un cuore aperto ma anche con dei confini e, lo spazio della propria camera, credo sia un buono “spazio” di esercizio quotidiano.

Sarebbe però importante che in alcune occasioni particolari, per esempio un tempo di vacanza, si proponesse ai seminaristi la possibilità di dormire in camere comuni. Questo aiuterebbe a lavorare sulla capacità di adattamento dei futuri sacerdoti.

Credo che in seminario esistano servizi concreti estremamente validi per sondare un giovane: la cucina, la pulizia degli spazi comuni, la portineria: in questi ambiti è difficile nascondersi e non suscitare reazioni davanti a comportamenti irresponsabili».

 

Mi viene in mente un altro aspetto che potrebbe allenare il giovane a costruire relazioni con altri giovani e futuri sacerdoti: attivare dei tempi per le verifiche di gruppo, e non solo per quelle a tu-per-tu col formatore. Non si tratta di un capitolo delle colpe, ma di offrire strumenti che saranno utili anche nella vita pastorale: sapersi confrontare con altri preti e non viaggiare per conto proprio come se questo bastasse alla vita di un presbitero. Non mi pare siano diffusi confronti tra sacerdoti diocesani.  

«Generalmente, in seminario esistono tre livelli di vita quotidiana: il seminarista, il gruppo (per esempio, la classe) e la comunità intera. Credo che sia estremamente utile, in una prospettiva formativa, creare legami a più livelli e a diverse sfumature.

Il seminario non deve essere il luogo e il tempo in cui fare solo mille cose, ma anche dove avere tempo per riflettere con calma e rileggere e condividere le esperienze vissute.

È importante potersi raccontare in un ambiente non giudicante, ascoltarsi reciprocamente, giungere a scelte comuni (e non sempre necessariamente condivise). I seminaristi vanno aiutati e accompagnati a vivere il passaggio dallo scegliere la cosa migliore per sé a quella migliore in sé stessa, non solo con una scelta logica ma anche con un discernimento spirituale che dovrà essere sia individuale che comunitario.

Questa attenzione dovrà poi essere coltivata ed approfondita, grazie alla formazione permanente del clero, negli anni successivi all’ordinazione presbiterale».

 

Infine, mi pare che un altro rischio grande che lei introduce possa essere «il bravo seminarista», che sa cosa può dire e cosa non dire, e così la verità di chi sia e cosa provi interiormente rimane celata fin dopo l’ordinazione (e infatti dopo, nei primi anni di sacerdozio, a volte emergono «soprese»). Complice, talvolta, è la mancata riservatezza interna all’ambiente formativo e quindi la scarsa fiducia che il giovane costruisce verso chi lo accompagna, «e sei poi lo racconta al Rettore?». È vitale, penso, favorire l’autenticità del dono di sé, senza omologarlo secondo un modello che il seminarista apprende e al quale si adegua. Come in famiglia, una delle qualità più belle di un gruppo di crescita è lo spazio per essere se stessi, per poter esprimere ciò che si vive: paure, gioie, fatiche, debolezze, cadute, senza sconti («questo è meglio che non lo dico») né timori, per poi poterci lavorare. Senza questa opportunità preziosa tutto il processo vocazionale rimane falsato e non aiuta certo a formare un prete vero e autentico, ma solo una specie di figura artificiale.

«Concordo. Personalmente ritengo che i giovani in formazione tendano ad essere estremamente compiacenti nei confronti dei loro superiori/formatori. Per limitare questa tendenza è necessario che ci siano dei formatori che siano uomini innanzitutto «risolti» sotto questo aspetto e particolarmente attenti a non sponsorizzare un modello di bravo seminarista.

Non possiamo negare che esistano due questioni di fondo:

  • Rapporto tra foro esterno ed interno in seminario. In questo percorso formativo, a differenza, della formazione nella vita religiosa, sono due ambiti nettamente separati. Questa scelta offre delle garanzie indiscutibili al candidato ma a, volte, ampi margini di rischio all’Istituzione, la quale non può accedere (giustamente) al «privato del giovane» che rimane del tutto riservato e lì il seminarista magari condivide aspetti di sé cruciali o comunque molto significativi, che invece il formatore non conosce. È dunque estremamente importante il discernimento del seminario. Forse, formatori che sappiano accogliere e non giudicare troppo rapidamente facilitano l’apertura sincera dei giovani.
  • Il ruolo del prete. Fino a qualche decennio fa si tendeva a formare un leader capace di gestire parrocchie con una moltitudine di bambini, giovani e adulti e un’infinita di attività. Con tutti i limiti di questa impostazione è innegabile che questo schema funzionava. Ora chi vogliamo che sia il prete? E chi possiamo permetterci che sia? Le due domande, da porsi contemporaneamente, mettono in crisi e dunque rischiamo di creare futuri preti completamente “estranei” a ciò che andranno a vivere».

 

Alla fine di questa intervista in due puntate con don Marco Vitale (che nella diocesi di Roma collabora nell’equipe della formazione permanente del clero, in particolare nell’accompagnamento umano e spirituale dei sacerdoti), raccolgo ciò su cui abbiamo riflettuto, a rapidi cenni:

  • La fraternità, anzi il fare fraternità, non arriva spontaneamente: gli anni di seminario possono preparare i preti ad acquisire questa attitudine al confronto, alla «intervisione», altrimenti non è pensabile che la improvvisino una volta fuori dalla struttura. Ad oggi ci sono ancora margini di miglioramento nelle realtà formative.
  • I formatori devono avere predisposizioni naturali di ascolto ed empatia, ma anche un’adeguata preparazione. È altissimo il rischio che formatori «irrisolti» o che non abbiano lavorato abbastanza su se stessi colludano con le dinamiche personali dei giovani, ad esempio quella della compiacenza per cui il seminarista coglie molto bene ciò che fa piacere al formatore e ci si adegua! Attenzione, da parte di chi accompagna, anche ad un ascolto non giudicante senza il quale il giovane falsa o abbellisce la narrazione di sé, e dice (o non dice) quello che l’adulto (non) vuol sentirsi dire.
  • La dimensione spirituale che don Marco richiama ci rimanda ad una scelta che è dentro una logica di fede prima che umana (semmai le due dimensioni si potessero separare), per cui, per quanto sembri scontato, è fondamentale non perdere di vista che la dimensione vocazionale, di chiamata di Dio, ha un primato su tutta la riflessione possibile e doverosa sui processi umani attraverso cui la vocazione si incarna.
106Risposte
Visualizzazioni
Vita in comune

Lui, lei e il cuore

Leggi la risposta

A volte subentra il timore che nei rapporti interpersonali tra uomo e donna prevalga la componente “più umana” a scapito di quella soprannaturale. Come mantenere la propria specificità di genere e sviluppare quel “capolavoro” che è ciascuno personalmente nel Dono di sé all’altro, per il Bene della Comunità stessa? Un consacrato


Senza dubbio ha toccato un tema molto caldo. Le scelte celibatarie e quelle matrimoniali, infatti, devono fare i conti con l’alterità dell’altro sesso, non solo negli anni giovanili, quando il cuore e il corpo sono particolarmente sensibili al bisogno di contatto fisico e affettivo, ma anche durante tutto il corso della vita. Pare che il grande teologo canadese, Bernard Lonergan, religioso, si fosse innamorato durante gli anni dell’anzianità, forse quando non si aspettava più che, dopo un lungo e fedele percorso vocazionale, il suo cuore potesse coinvolgersi ancora. Non c’è un’età in cui si è immuni dal vivere l’esperienza del sentirsi profondamente attratti da un altro. Qualche consacrato, a volte, tenta di escludere il contatto con l’altro sesso, circoscrivendolo allo stretto indispensabile, per paura di eventuali coinvolgimenti. Eppure durezza e rigidità non possono essere considerate le vie ottimali di “prevenzione” di cadute. La paura non è mai una buona consigliera. Credo, piuttosto, che debbano entrare in campo innanzitutto le motivazioni di fondo, che vanno rinegoziate continuamente nel corso della vita. Questo vale per i consacrati, come per gli sposi, che durante tutta la vita possono trovarsi nell’occasione di “perdere la testa” e innamorarsi. Purtroppo non ci sono strategie sicure per evitarlo! Però vale la pena rendersi sempre consapevoli – è un impegno costante e non sempre scontato – che se sono una donna sposata e vivo un’unione stabile con mio marito, quando esco e incontro un’altra persona esterna alla coppia siamo sempre in due (mio marito ed io). Anche quando sono di fatto da sola, lavoro, prego, mi ritrovo con gli amici non solo in quanto “io”, ma in quanto “noi”. E questo noi passa sia attraverso le scelte quotidiane, per cui organizzo la mia giornata tenendo conto che ho un partner, sia attraverso il linguaggio, il corpo e perfino l’abbigliamento. Il mio modo di vestire, di parlare, di mettere in gioco il mio corpo rivela chi sono e com’è la mia vita sentimentale di coppia. Oggi queste attenzioni sembrano superate, ma non lo sono affatto. Ugualmente, come persona consacrata mi rapporto con l’altro essendo cosciente che appartengo a una vocazione che mi rende fratello, sorella, amico, amica universale, perché ho scelto Cristo in una fedeltà a lui anche fisica, che comprende la dimensione relazionale-sessuale. Non escludo gli altri, ma ho un “ordine” di amore. Anche questa relazione con Cristo, così profonda e vera sebbene impalpabile ai sensi umani (la fede è spesso una gran fatica), si esprime e passa attraverso la gestualità, il modo di scrivere messaggi – perché non aprano lo spazio ad ambiguità e doppiezze –, il modo di stare insieme all’altro, uomo o donna. Tutto questo dice moltissimo di me e della mia vocazione. Vorrei aggiungere una convinzione: la crisi, quella che ci fa mettere fortemente in dubbio la nostra scelta vocazionale, non arriva all’improvviso. Si “prepara” attraverso micro-fratture, percepite dalla coscienza – come diceva qualcuno l’inconscio non è del tutto muto, anzi ha le sue strade per esprimere che qualcosa in fondo non va come dovrebbe –, ma che tendiamo a rimuovere perché troppo scomode. E spesso, quando decidiamo di prestare attenzione a quei segnali labili, ma allo stesso tempo forti, qualcosa è già successo dentro di noi, il varco interiore è già molto profondo, e il cuore è entrato in confusione. Voglio dire, e non ha nulla di moralistico, che è essenziale formare, curare e consolidare la propria vocazione, in coppia come in comunità, non chiudendosi all’alterità di genere, per cui tutto diventa un tabù o una fonte di tentazione, non lasciandosi sommergere dagli scrupoli e rendendo innaturale la vita, che si nutre e si alimenta di rapporti e di amicizie. Anzi, dobbiamo stare dentro a tutto ciò che ci circonda, saper stare sul serio dentro le relazioni, ma sapendo che tutto di noi dice chi siamo e a chi apparteniamo. Siamo onesti: questo passa anche all’esterno. Perciò, per concludere: quando il rapporto tra due persone rischia di coinvolgere la dimensione affettiva ed erotica, la relazione diventa meravigliosamente piena e insieme meravigliosamente libera solo tenendo conto che dietro ciascuno dei due c’è un marito, una moglie, una comunità, una realtà carismatica, altrimenti è fortemente probabile che l’intimità che nasce tra i due porti fuori strada.
Vita in comune

Giovani consacrate: speranze e delusioni

Leggi la risposta

Oggi la parola GIOVANI è una di quelle più pronunciate. Io sono giovane in comunità e lavoro nel mondo giovanile. Tanti giovani si sentono giudicati, criticati, svalutati dagli adulti. Abbiamo bisogno di figure di riferimento che ci ispirano sicurezza, sulle cui spalle possiamo piangere, figure che si abbassano al nostro livello per insegnarci qualcosa e aiutarci a diventare qualcuno. Abbiamo bisogno di NO ben motivati, di persone che riescano ad aprirci gli occhi. Abbiamo bisogno di alternative, di nuove proposte ed esperienze da vivere di fronte a certi divieti... Tante volte ci manca questo. Il mondo adulto chiede ai giovani ciò che non è capace di donare. Allora sorge la domanda: se gli adulti hanno ricevuto tanto, perché non sono capaci di trasmettere altrettanto? Perché non ci danno la possibilità di una crescita sana come l’hanno avuta loro? In cosa hanno sbagliato nel corso degli anni? Grazie della disponibilità. Una giovane suora


Innanzitutto grazie per questa accorata riflessione di grande spessore antropologico, che qui potrebbe bastare da sola. Però lei, da giovane consacrata, pone domande alle quali volentieri cerco di rispondere. Certamente la società attuale è segnata da «un’adultescenza» senza precedenti: gli adulti non vogliono crescere (una volta si chiamava Sindrome di Peter Pan), mentre i bambini sono costretti, anche grazie alla Rete, a prendere presto contatto con aspetti della vita non ancora alla loro portata, come la sessualità. Questo accade perché lo stile di vita dei nostri giorni rende difficile ai genitori essere presenti e ascoltare i figli, rinunciando così al ruolo adulto che dovrebbe mediare fra innocenza infantile e mondo «dei grandi»; i figli, perciò, si aggiustano per conto proprio. Tempo ridotto, folli corse quotidiane (che riguardano anche la vita consacrata!), rinuncia a trasmettere valori: il genitore/formatore non cresciuto abbastanza vorrebbe recuperare la giovinezza perduta (sic!), oppure si sente impreparato a paternità e maternità, per cui abdica al suo compito naturale di introdurre alla vita, di accogliere e affiancare la crescita dei giovani, oggi davvero complessa. La vita consacrata mi pare viva in parte le stesse dinamiche, ma con un dinamismo proprio. Nelle realtà comunitarie c’è un grosso scarto tra «decani» e nuove generazioni. I primi talvolta hanno conosciuto il fondatore, la fondatrice, o comunque hanno vissuto anni diversi da quelli odierni, e dunque si sentono smarriti dai cambiamenti in corso, per cui cercano di difendere con i denti quello che invece può e deve evolvere. Le nuove generazioni, invece, arrivano piene di entusiasmo, ma anche fragili emotivamente; da una parte vorrebbero vedere le loro idee prese in considerazione nelle riflessioni comunitarie, dall’altra sono carichi di angosce, paure e ricerca di senso. Non è facile il dialogo tra le generazioni, anche perché i grandi non sempre hanno strumenti adeguati per affiancare il mondo giovanile. Nessuna delle due «metà», anziani e giovani, ha la verità globale o le risposte giuste. Da entrambe le parti ci sono paure, timore di inadeguatezza e del giudizio altrui. La paura, però, crea solo «nemici». In questo gli adulti hanno la responsabilità maggiore: sia genitori che formatori devono prendere coscienza del proprio ruolo, per essere non autoritari, ma autorevoli. Quindi presenti, portatori di una parola significativa, capaci di affiancare senza schiacciare e senza imporsi con la forza, senza sostituirsi a chi è in formazione lasciandolo in una condizione perennemente infantile. Infine portatori di speranza, oggi debolissima anche negli adulti. Posso dirle, però, che oggi in genere ci sono una consapevolezza e un’apertura nuova verso l’accompagnamento attento, qualificato e personalizzato, in famiglia come in comunità. Rimane vero che, purtroppo, nella vita consacrata (soprattutto femminile) si tende a dar voce e responsabilità solo agli over 50, come se i giovani non crescessero mai. Ma anche qui qualcosa sta cambiando, c’è voglia di dialogo e confronto inter-generazionale. Il Sinodo dei giovani è stato un esempio in questo senso. Vorrei concludere chiedendole di avere pazienza, perché i processi comunitari richiedono più tempo di quelli personali, ma portano frutti assai più grandi.
Vita in comune

Regole soffocanti o necessarie?

Leggi la risposta

La ringrazio molto per la rubrica «L’identità di un carisma». Vorrei aggiungere alcune considerazioni. Penso che dobbiamo avere cura di non fare delle norme e delle regole «il nemico». Ritengo che le norme servano a far più bella la nostra consacrazione al Signore e mi sembra che oggi ci sia una facile tentazione di buttare via qualcosa che sicuramente è esigente e che richiede molta libertà interiore di vivere il nostro carisma nella sua totalità, senza paura. Un Rettore


Grazie Padre per questo suo commento, il senso della rubrica vuole essere proprio il confronto tra prospettive diverse e Lei avrebbe molto da dire per il servizio che svolge. Le propongo alcune risonanze alle sue considerazioni sul valore delle norme. Una prima, più generica, riguarda la crisi dell’autorevolezza, della capacità di offrire orizzonti di senso e di saper dire, soprattutto alle nuove generazioni, che l’essere umano non è onnipotente. Non avere alcun limite non è indice di forza, piuttosto è la strada verso una fragilità che può degenerare in confusione e depressione. In un mondo dove tutto è possibile, e non c’è percezione di confini, non c’è posto neppure per la speranza. Se l’uomo è onnipotente non ha più niente da attendere e migliorare. Durante la due giorni di Loppianolab, un laboratorio di economia, cultura, comunicazione e formazione (www.loppianolab.it), una ragazza che ha partecipato al pre-sinodo raccontava del grido disperato che i giovani rivolgono agli adulti perché si facciano sentire nelle loro vite come punti di riferimento e non come presenze-fantasma (lo dico con parole mie). Perciò Lei ha ragione nel dire che la crisi attuale investe “le norme” in senso ampio. In poche parole: le norme sono necessarie per la salute mentale e spirituale. Tuttavia, come Papa Francesco ci ricorda nell’Amoris Laetitia al numero 304 «È meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta di un essere umano». E prega caldamente, nello stesso numero, di ricordare l’insegnamento di San Tommaso: «Sebbene nelle cose generali vi sia una certa necessità, quanto più si scende alle cose particolari, tanto più si trova indeterminazione. […] È vero che le norme generali presentano un bene che non si deve mai disattendere né trascurare, ma nella loro formulazione non possono abbracciare assolutamente tutte le situazioni particolari». E viceversa, il particolare non può essere elevato a livello di norma. Mi sembra un passaggio molto importante dell’Esortazione apostolica che può essere applicata in diversi campi. L’equilibrio tra la persona singola e le regole generali è sempre molto difficile, ma non si può rinunciare a cercarlo, di volta in volta, per ogni singola vocazione. Per questo l’accompagnamento ed il discernimento sono arti che richiedono competenza, una sufficiente maturità psicologica, e certamente una solida vita interiore e di preghiera. Senza questi fattori, tutti indispensabili, i rischi sono molteplici: chi accompagna, spaventato di fronte alle richieste o comunque alla varietà delle persone in vocazione, potrebbe livellare le diversità per non avere troppi grattacapi. Oppure potrebbe utilizzare se stesso come criterio per valutare quello che è giusto o sbagliato, o ancora applicare rigidamente «quello che è scritto», senza riuscire a tener conto della storia e dell’identità singola. È chiaro che in questi casi la ricchezza dei diversi talenti si perde e la comunità tende ad appiattirsi, perde la sua forza vitale, e diventa un pensionato non attraente. O anche, e purtroppo non è infrequente, diventa un ambiente dove le persone non hanno mai acquisito quel minimo di autonomia che la persona adulta sana dovrebbe avere, anche in vista dei futuri impegni pastorali e apostolici. Oggi più che mai, anche per la complessità delle nuove generazioni, è proprio necessaria un’attenzione nuova, che era mancata in passato. Credo, allora, che la norma dovrebbe essere come la propria casa, che offre un tetto che ripara dal freddo, dalla pioggia, dal sole cocente, e mura che custodiscono l’intimità del proprio nucleo familiare. Se, però, le pareti diventano troppo blindate, allora non ci si sente più a casa, si diventa, anzi, perfino estranei in quell’ambiente, lo si abita malvolentieri e non se ne ha più cura. Magari sarebbe bello se le persone più anziane raccontassero a quelle più giovani come alcune regole sono nate, ne spiegassero il valore ed il senso, narrando le loro esperienze di vita. Qualora, però, nell’oggi, queste non fossero più così utili, si dovrebbe avere il coraggio di guardare avanti.
Vita in comune

Vita in comune è contaminarsi

Leggi la risposta

In una settimana dove le buone pratiche sono al centro dell’attenzione, mi piacerebbe avere un esempio concreto di cosa questo voglia dire nella vita in comune.


La richiesta mi piace molto. Un numero questo di oggi un po’ diverso dallo stile consueto. In estrema sintesi direi: “contaminarsi” è la sfida dei nostri tempi: mantenere un’identità solida e chiara, ma saperla confrontare, senza timore di perdersi. Detto così può sembrare vago e teorico. Perciò riporto fresca fresca un’esperienza recente. Nella cornice di S. Croce in Gerusalemme, in un sabato pomeriggio qualunque, un gruppo di giovani che fanno esperienza di vita comunitaria, uomini e donne, in formazione o già con una scelta “per sempre”, si sono aperti a dire qualcosa della loro vocazione. Si sono resi disponibili – di fronte a un pubblico di un centinaio di persone, composto di altri giovani, consacrati e laici, famiglie, formatori e superiori –, a dialogare con tutta l’emozione che si può immaginare. Questo per dire cosa? Siamo nel tempo dove solo insieme si può “lasciare un segno” convincente e pieno di significato in un millennio affamato di relazioni, e insieme fragilissimo proprio nel costruirle e mantenerle. Nessuno di questi 6 giovani era lì a titolo personale, ma come comunità di fratelli e sorelle che condividono un carisma: Legionari di Cristo, Pie Discepole, Focolarine, Cistercensi della carità. Nomi e volti concreti, che raccontano di una famiglia di appartenenza e si dispongono a riflettere con altri: che stiamo facendo? Dove stiamo andando? Cosa possiamo migliorare? E il pubblico ha partecipato, intervenendo direttamente, più e più volte con tante voci diverse. Da quella, solo per citarne qualcuna, di Simonetta, psichiatra, direttrice dell’Opera don Guanella, a chi conosce anche per missione e impegno la vita consacrata, come p. Donato e p. Ignazio, a Maria, che vive e accompagna la realtà formativa, a Francesco, seminarista in cammino. In una parola, il pomeriggio è stata un’esperienza di comunione. L’unica testimonianza che rimane oltre i contenuti, come più di qualcuno ha notato. Nessun eroe, nessuna esperienza “perfetta” o già compiuta, persone “ordinarie”, ma con la voglia di realizzare un Grande Ideale di vita in un’esperienza di vita in comune. Messaggio di fondo: la felicità nella vita consacrata, è possibile, ma va costruita giorno per giorno. La parola “felicità” di solito suscita sguardi perplessi, perché troppo corrosa. Va bene, allora e proviamo a dirlo in un altro modo: disegno di Dio, pienezza e realizzazione umana coincidono. Dicono la stessa cosa! Dio vuole un’umanità piena. L’umano pieno è chi sa donare se stesso e sa far felici gli altri, come accade tra gli sposi. Penso anche alla squadra dietro e oltre il momento finale di un pomeriggio così. Nomi concreti e insieme discreti, anche in questo caso, Luca, Aurora, Giulio, Elena, Sara, che fanno squadra per rendere possibile un momento simile. Dietro le quinte, o sul campo. Insieme. Nuovamente. Il segno, l’unico credibile del nostro tempo. Un happy end? Perché no? La profezia del terzo millennio è la voce dei giovani che tra tante possibili strade scelgono di cercare Cristo con altri, in comunità. Si lasciano aiutare perché questo sia possibile. Si raccontano perché chi accompagna legga con loro i segni della vocazione, qui o altrove. Ci sono aspetti da ripensare, è vero, i giovani di oggi ormai hanno complessità nuove rispetto a qualche anno fa. Alcune categorie di ieri, non sono più efficaci. Ma le nuove generazioni hanno sete di autenticità. Di Ideali solidi. Di coerenza delle realtà nelle quali entrano. Sono portatori di speranza. Una bella provocazione che tocca tutti noi. E questa ricerca mette in gioco, per un aiuto reciproco, insieme, laici e consacrati, celibi e coppie.
Vita in comune

L’identità di un carisma

Leggi la risposta

La ringrazio per il suo servizio e il suo coraggio nell’approcciarsi alla Vita Consacrata. Questa Vita Consacrata femminile (che è molto diversa da quella maschile, se ancora possiamo usare questi due aggettivi), è una vita meravigliosa, ma oggi viene bersagliata e minacciata in mille modi, molto spesso non solo dal mondo nella sua mondanità, ma anche dagli stessi consacrati e dallo stesso mondo ecclesiale. Non è sempre così chiara la nostra identità, il nostro ruolo e il nostro posto in seno alla Chiesa. Non possiamo rischiare di diventare qualcosa di ibrido e indefinito, come donne non dobbiamo scimmiottare nessuno, occorre invece recuperare tutta la nostra femminilità per essere donne di Dio, madri, sorelle, amiche, cittadine di questo tempo. Mi rendo conto, come consacrata e anche come Madre Generale di una Congregazione religiosa, che dobbiamo trovare il coraggio di entrare e avviare in maniera più decisa e determinata un processo di rinnovamento e svecchiamento. Ma come gettarci dentro questo percorso di svecchiamento, per far risplendere tutto il bello della vita che abbiamo scelto, come non perdere lo spirito missionario ed evangelico? Come non tradire la nostra storia, il carisma, le tradizioni che ci hanno animato nel tempo, ma rimanendo donne felici? Come non diventare prigioniere delle nostre strutture, testardamente trincerate per difendere casa, opere, pastorali che forse vanno riviste, rivalutate, ripensate in modo nuovo. In tutto questo non vorrei solo trovare risposte, ma accendere desideri. Una Responsabile Generale


La ringrazio per le sue riflessioni appassionate ed attuali. Approfitto delle sue testuali parole «non vorrei solo trovare risposte» per offrirle considerazioni più che soluzioni. Credo che la vita consacrata, femminile e maschile, abbia la possibilità non solo di “sopravvivere”, ma di portare un contributo enorme nel nostro tempo. Solo però se affronta con coraggio il ripensamento delle proprie strutture, delle opere di apostolato e dello stile relazionale all’interno della comunità, oltre che delle modalità di discernimento, ma quest’ultimo è un tema a sé. Le parlo con schiettezza, grazie alla fiducia che Lei mi rimanda. Qualche pennellata. Mi sembra importante che ciascuna realtà carismatica definisca cosa è essenziale e cosa non lo è della propria identità, ad esempio alcuni aspetti del vivere insieme, il tipo di missione (a chi è rivolta e come), quale sia il “cuore” del carisma. Devono essere pochi punti, sintetici e chiari. Uno dei limiti che finora ha gravato sulle realtà di vita consacrata è che l’identità ha finito per coincidere con una marea di micro-dettagli che hanno cucito le persone in spazi assai ridotti di crescita, finendo per soffocare la vitalità dei gruppi. Più volte ho potuto constatare come anche gli aspetti concreti della vita ordinaria (come apparecchiare, per dirne uno) erano letteralmente normati secondo delle consuetudini, sicuramente valide, ma non dogmatiche, e che impedivano di utilizzare quel minimo di buon senso personale e soggettivo per svolgere una semplice mansione. L’iper-regolazione di tutto favorisce l’infantilismo, riduce la creatività delle persone, e tende a deresponsabilizzare, tanto «è già tutto deciso e io non posso fare niente altro che eseguire». Lo stesso pericolo di non stimolare la crescita adulta dei membri di comunità si corre quando si porta avanti l’idea, tanto illusoria quanto scorretta anche dal punto di vista psicologico, che ci sia un’unica modalità di vivere l’intuizione carismatica del Fondatore/della Fondatrice. Chi l’ha detto? Il Fondatore, la Fondatrice era uno/a, e non poteva certo prevedere tutte le possibili sfumature individuali. Del resto ciò che lui o lei ha ascoltato dallo Spirito Santo è stato filtrato dall’umanità della sua specifica persona. Dunque non perdere le singole individualità è fondamentale. Manca ancora un pezzo. Oggi il pericolo maggiore che corrono le comunità è sul versante opposto, e cioè che le singole individualità, con la pretesa di portare avanti le proprie intuizioni, si sentano oltre anche quelle coordinate essenziali, per cui le realtà di vita insieme assomigliano ad ostelli e mense di passaggio. Che fine fa il senso di appartenenza? Dove lo si ritrova? Per questo ritengo essenziale comprendere ciò che davvero è importante per sentirsi parte di quella famiglia e ciò che invece è legato al tempo, a consuetudini che non sono più utili, a generazioni che ormai si vanno trasformando. Come farlo? Sarebbe utile, penso, innanzitutto studiare in modo attivo ed attualizzante le proprie fonti carismatiche, anche rispetto ai primi collaboratori del progetto spirituale. Per poi delineare insieme, comunitariamente, la cornice della propria vita cioè le coordinate ampie ed essenziali che sono rappresentative di quella Organizzazione a Movente Ideale e che accomunano le persone che ne fanno parte, oltre le quali il senso di appartenenza si annacqua e perde di significato. Le faccio l’esempio della coppia sposata: vivere insieme, svegliarsi e addormentarsi insieme, salvo eccezioni, rappresenta un aspetto non solo “pratico” ma significativo dell’essere marito e moglie. All’interno della cornice si devono poi poter costruire percorsi vocazionali a misura personale. E così la coppia lungo il giorno porta avanti il proprio lavoro e diversi contatti relazionali, ma questo non tradisce l’identità matrimoniale. Il coraggio e l’impegno a studiare, riflettere e dialogare insieme, facendosi anche aiutare da figure esterne e quindi meno coinvolte emotivamente, credo possano “rilanciare” la vita consacrata, che sicuramente attraversa tempi non facili, perché ha potenzialità meravigliose e uniche di cui il mondo ha estremo bisogno. Nella prossima rubrica approfondirò le differenze tra realtà femminili e maschili (è vero però che ormai si vanno sfumando) e come, in pratica, si possano delineare più nel concreto cornice e dettagli della vita comunitaria.
Vita in comune

La comunità antidoto agli abusi

Leggi la risposta

Giornali e tv sono pieni di notizie e polemiche sullo scandalo degli abusi nella Chiesa cattolica. Che ne pensa?


Accolgo volentieri la sua richiesta. L’argomento è complesso, per cui nel breve spazio di questa rubrica mi limiterò a trattarne solo un aspetto. Credo valga la pena riflettere su un dato riportato nello studio commissionato dalla Conferenza Episcopale Americana, The Nature and Scope of Sexual Abuse of Minors by Catholic Priests and Deacons in the United State 1950-2002, poi ripreso nel successivo The Causes and Context of Sexual Abuse of Minors by Catholic Priests in the United States, 1950-2010: i preti abusanti sono per la maggioranza diocesani (69%). Quelli religiosi, che vivono in una realtà comunitaria, sono invece meno della metà del totale. Inoltre, nel 40% dei casi, il primo abuso avviene tra i 30 e i 39 anni di età. Ora, sebbene sia chiaro che non esiste un determinismo assoluto (causa-effetto) nei processi umani, né un unico fattore che possa essere identificato all’origine di una devianza, i numeri riportati fanno riflettere. Lo stesso documento Causes and Context osserva che il prete diocesano spesso vive da solo nella propria parrocchia, o tutt’al più con un altro sacerdote. Talvolta è isolato geograficamente e la maggior parte degli abusi avviene nella sua residenza. Ciò che colpisce è proprio l’aspetto della solitudine, non dal punto di vista del celibato, argomento molto “caro” a chi tenta di screditarlo collegando questa scelta alla corruzione sessuale, ma in quanto rimando alla povertà di relazioni umane che spesso caratterizza la vita del prete diocesano, al di fuori della sua attività ministeriale. L’assenza di una famiglia propria, infatti, rende estremamente importante che il sacerdote costruisca rapporti paritari, cioè non solo di “servizio” parrocchiale o pastorale. Come rapporti paritari si intendono prima di tutto l’amicizia e l’aiuto reciproco, senza i quali anche l’essere umano più equilibrato, a lungo andare, rischia di perdere il proprio orientamento, schiacciato dagli oneri pastorali e privo di ricarica affettiva. Non bisogna dimenticare che l’umanità è la base indispensabile sulla quale la grazia opera e di cui non può e non vuole fare a meno. Si potrebbe dire che quanto più l’umanità è solida ed armoniosa, tanto meglio l’opera di Dio può procedere. Etty Hillesum, morta nei campi di concentramento all’età di 27 anni, scriveva, con un’immagine molto singolare, ma anche molto efficace: «Non basta predicarti, mio Dio […] bisogna aprirti la via […]. Ti prometto, ti prometto che cercherò sempre di trovarti una casa e un ricovero. In fondo è una buffa immagine: io mi metto in cammino e cerco un tetto per te» (Diario, 1941-1943). Credo sia un’espressione bellissima. L’umanità che si offre a Dio e si dona ai fratelli e alle sorelle, rimane fragile, bisognosa degli altri. E meno male, sarebbe davvero triste l’autosufficienza. Dio ha bisogno che gli uomini e le donne si diano una mano, e che gli diano una mano! Neppure lui vuole essere autosufficiente. Il documento Cause and Context, inoltre, ricorda che il sacerdote diocesano è spesso privo di confronti nella vita quotidiana, a differenza di quello che ha una comunità di fratelli intorno. Non è un dettaglio. La possibilità di raccontare “come è andata oggi”, di pregare insieme, di avere qualcuno che si preoccupa se un tu manchi a tavola, crea una dimensione familiare fondamentale per l’equilibrio psicoaffettivo di chi ha fatto una scelta vocazionale. Un amico sacerdote mi diceva quanto era importante per lui sapere che c’erano dei fratelli intorno che lo “guardavano” e, in caso di bisogno, potevano afferrarlo per i capelli e tirarlo fuori dal fango. Il dono di sé può perseverare ed avere meno occasioni di caduta solo se vissuto all’interno di un contesto umano fraterno, dove, cioè, ci siano scambi quotidiani, fatti di incontri anche semplici, ma costanti, che rendono più leggeri gli impegni parrocchiali e le preoccupazioni che normalmente le persone riversano sul sacerdote. È fondamentale che fin dagli anni formativi si insista sulla necessità che il sacerdote, una volta uscito dalla confortante struttura del seminario, abbia sempre vicino dei punti di riferimento – il documento Cause and Context parla di “supervisione” – e magari, dove possibile, costituisca una fraternità con altri sacerdoti con cui condividere alcuni momenti della giornata. Oggi, soprattutto i giovani preti, quelli più a rischio di sentirsi soli e rimanere schiacciati dal lavoro (burn out), lo stanno comprendendo, per cui sempre più spesso creano piccoli gruppi di vita insieme. La comunità di per sé non può impedire cadute ed espressioni fragili dell’umanità dei propri membri, tuttavia può rappresentare una fortissima prevenzione, comunicando calore, vicinanza, solidarietà, attenzione all’altro. Anche noi laici, spesso distratti, siamo importanti: possiamo far sentire i sacerdoti accolti, rispettati e stimati. Credo che avere una comunità intorno, laici e consacrati, sia “vincente” per rendere più umane e meno solitarie le nostre giornate.
Pagina 12 di 18
Edicola Digitale Città Nuova - Reader Scarica l'app
Simple Share Buttons