L'esperto risponde / Chiesa cattolica

Chiara D’Urbano

Psicologa e psicoterapeuta, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Sono Perito dei Tribunali del Vicariato di Roma e collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna. Con l’editrice Città Nuova ho pubblicato tre libri: La pietra della follia, Per sempre o finché dura e Percorsi vocazionali e omosessualità.

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Vita in comune

Autentici in Seminario

Ho letto la sua ultima rubrica. Può spiegare come si fa concretamente a creare questi spazi di fraternità, dove far nascere il senso comunitario tra sacerdoti?

 

Seminaristi (AP Photo/Wong Maye-E)

Don Marco Vitale, la riflessione del numero scorso ha sollecitato da parte di diversi lettori alcuni approfondimenti, che cerchiamo di rendere ancora più concreti. Partiamo dal dato positivo e incoraggiante che diversi vescovi sono aperti e desiderosi di rendere sempre più efficace l’ambiente formativo del seminario, e si avvalgono di figure interne ed esterne per rendere dinamica e responsabilizzante la formazione. Sulla stessa linea oggi molti formatori e rettori hanno acquisito competenze raffinate rispetto alla dimensione umana della persona, per cui sanno cogliere eventuali fragilità, e quando occorra proporre al giovane un accompagnamento più personalizzato. Insomma non siamo all’anno zero.

Tuttavia credo che ci sia da considerare “il clima” che il giovane respira in seminario, o meglio cosa il seminario “abbia in mente” riguardo a chi è in cammino.

Torniamo alla dimensione fraterna: come Lei ha detto il seminario è una grande opportunità di gruppo, ma di fatto viene spesso vissuto come un albergo.

Tento con occhio femminile di immaginare se non potrebbero essere ripensati alcuni spazi che sono anche luoghi di crescita, ad esempio tornare alle camere condivise. So che questo oggi attiva delle paure enormi, ma un ventenne che si allena a fare i conti con un altro rispetto alle proprie abitudini e comodità, può essere conosciuto anche attraverso queste dimensioni micro-comunitarie. Altrimenti in seminario i giovani trovano più comodità di quelle che lasciano a casa, e meno fratelli di quelli che avevano in famiglia.

«Per semplificare il ragionamento, accolgo come verificata l’ipotesi che oggi i seminari offrano una proposta ecclesiale e formativa di eccellenza. Mi sembra estremamente interessante la duplice questione: quale aria respira un giovane in seminario? Cosa ha in mente il seminario sul seminarista?

Il giovane, in seminario, nella stragrande maggioranza dei casi non può che respirare l’aria che vi trova! E a volte l’aria non è oggettivamente salubre. Cosa il seminario abbia in mente sul seminarista è ancora più complesso perché è un mix tra le idee del vescovo (o dei vescovi nei casi dei seminari regionali), del rettore, del vicerettore, dei formatori, dei padri spirituali…

Sarebbero utili idee chiare ma di certo questo tempo è per la Chiesa un tempo di fragilità, di trasformazione, ma anche di potenziali risorse e tutto questo non può che rispecchiarsi nella formazione remota e permanente del clero. A solo modo di esempio, credo sia sufficiente ricordare che a distanza di quattro anni dalla pubblicazione della Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis la Chiesa italiana non ha ancora pubblicato una recezione ufficiale a livello di Chiesa nazionale, mostrando tutta la fatica dell’episcopato italiano ad indicare delle direzioni chiare e condivise.

Sull’ipotesi delle camere condivise, personalmente non sono d’accordo per diversi motivi. Innanzitutto, perché sarebbe una situazione totalmente artificiale rispetto alla prospettiva di vita del futuro prete e, a volte, anche alle abitudini di vita del giovane in famiglia. Inoltre, è essenziale aiutare il giovane che entra in seminario a comprendere che non diventa né orfano né figlio unico: quando in casa si condivide la camera da letto lo si fa con il fratello o con la sorella mentre i compagni di seminario sono altro! È importante che il seminarista venga aiutato ad avere un cuore aperto ma anche con dei confini e, lo spazio della propria camera, credo sia un buono “spazio” di esercizio quotidiano.

Sarebbe però importante che in alcune occasioni particolari, per esempio un tempo di vacanza, si proponesse ai seminaristi la possibilità di dormire in camere comuni. Questo aiuterebbe a lavorare sulla capacità di adattamento dei futuri sacerdoti.

Credo che in seminario esistano servizi concreti estremamente validi per sondare un giovane: la cucina, la pulizia degli spazi comuni, la portineria: in questi ambiti è difficile nascondersi e non suscitare reazioni davanti a comportamenti irresponsabili».

 

Mi viene in mente un altro aspetto che potrebbe allenare il giovane a costruire relazioni con altri giovani e futuri sacerdoti: attivare dei tempi per le verifiche di gruppo, e non solo per quelle a tu-per-tu col formatore. Non si tratta di un capitolo delle colpe, ma di offrire strumenti che saranno utili anche nella vita pastorale: sapersi confrontare con altri preti e non viaggiare per conto proprio come se questo bastasse alla vita di un presbitero. Non mi pare siano diffusi confronti tra sacerdoti diocesani.  

«Generalmente, in seminario esistono tre livelli di vita quotidiana: il seminarista, il gruppo (per esempio, la classe) e la comunità intera. Credo che sia estremamente utile, in una prospettiva formativa, creare legami a più livelli e a diverse sfumature.

Il seminario non deve essere il luogo e il tempo in cui fare solo mille cose, ma anche dove avere tempo per riflettere con calma e rileggere e condividere le esperienze vissute.

È importante potersi raccontare in un ambiente non giudicante, ascoltarsi reciprocamente, giungere a scelte comuni (e non sempre necessariamente condivise). I seminaristi vanno aiutati e accompagnati a vivere il passaggio dallo scegliere la cosa migliore per sé a quella migliore in sé stessa, non solo con una scelta logica ma anche con un discernimento spirituale che dovrà essere sia individuale che comunitario.

Questa attenzione dovrà poi essere coltivata ed approfondita, grazie alla formazione permanente del clero, negli anni successivi all’ordinazione presbiterale».

 

Infine, mi pare che un altro rischio grande che lei introduce possa essere «il bravo seminarista», che sa cosa può dire e cosa non dire, e così la verità di chi sia e cosa provi interiormente rimane celata fin dopo l’ordinazione (e infatti dopo, nei primi anni di sacerdozio, a volte emergono «soprese»). Complice, talvolta, è la mancata riservatezza interna all’ambiente formativo e quindi la scarsa fiducia che il giovane costruisce verso chi lo accompagna, «e sei poi lo racconta al Rettore?». È vitale, penso, favorire l’autenticità del dono di sé, senza omologarlo secondo un modello che il seminarista apprende e al quale si adegua. Come in famiglia, una delle qualità più belle di un gruppo di crescita è lo spazio per essere se stessi, per poter esprimere ciò che si vive: paure, gioie, fatiche, debolezze, cadute, senza sconti («questo è meglio che non lo dico») né timori, per poi poterci lavorare. Senza questa opportunità preziosa tutto il processo vocazionale rimane falsato e non aiuta certo a formare un prete vero e autentico, ma solo una specie di figura artificiale.

«Concordo. Personalmente ritengo che i giovani in formazione tendano ad essere estremamente compiacenti nei confronti dei loro superiori/formatori. Per limitare questa tendenza è necessario che ci siano dei formatori che siano uomini innanzitutto «risolti» sotto questo aspetto e particolarmente attenti a non sponsorizzare un modello di bravo seminarista.

Non possiamo negare che esistano due questioni di fondo:

  • Rapporto tra foro esterno ed interno in seminario. In questo percorso formativo, a differenza, della formazione nella vita religiosa, sono due ambiti nettamente separati. Questa scelta offre delle garanzie indiscutibili al candidato ma a, volte, ampi margini di rischio all’Istituzione, la quale non può accedere (giustamente) al «privato del giovane» che rimane del tutto riservato e lì il seminarista magari condivide aspetti di sé cruciali o comunque molto significativi, che invece il formatore non conosce. È dunque estremamente importante il discernimento del seminario. Forse, formatori che sappiano accogliere e non giudicare troppo rapidamente facilitano l’apertura sincera dei giovani.
  • Il ruolo del prete. Fino a qualche decennio fa si tendeva a formare un leader capace di gestire parrocchie con una moltitudine di bambini, giovani e adulti e un’infinita di attività. Con tutti i limiti di questa impostazione è innegabile che questo schema funzionava. Ora chi vogliamo che sia il prete? E chi possiamo permetterci che sia? Le due domande, da porsi contemporaneamente, mettono in crisi e dunque rischiamo di creare futuri preti completamente “estranei” a ciò che andranno a vivere».

 

Alla fine di questa intervista in due puntate con don Marco Vitale (che nella diocesi di Roma collabora nell’equipe della formazione permanente del clero, in particolare nell’accompagnamento umano e spirituale dei sacerdoti), raccolgo ciò su cui abbiamo riflettuto, a rapidi cenni:

  • La fraternità, anzi il fare fraternità, non arriva spontaneamente: gli anni di seminario possono preparare i preti ad acquisire questa attitudine al confronto, alla «intervisione», altrimenti non è pensabile che la improvvisino una volta fuori dalla struttura. Ad oggi ci sono ancora margini di miglioramento nelle realtà formative.
  • I formatori devono avere predisposizioni naturali di ascolto ed empatia, ma anche un’adeguata preparazione. È altissimo il rischio che formatori «irrisolti» o che non abbiano lavorato abbastanza su se stessi colludano con le dinamiche personali dei giovani, ad esempio quella della compiacenza per cui il seminarista coglie molto bene ciò che fa piacere al formatore e ci si adegua! Attenzione, da parte di chi accompagna, anche ad un ascolto non giudicante senza il quale il giovane falsa o abbellisce la narrazione di sé, e dice (o non dice) quello che l’adulto (non) vuol sentirsi dire.
  • La dimensione spirituale che don Marco richiama ci rimanda ad una scelta che è dentro una logica di fede prima che umana (semmai le due dimensioni si potessero separare), per cui, per quanto sembri scontato, è fondamentale non perdere di vista che la dimensione vocazionale, di chiamata di Dio, ha un primato su tutta la riflessione possibile e doverosa sui processi umani attraverso cui la vocazione si incarna.
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Vita in comune

Vita in comune è contaminarsi

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In una settimana dove le buone pratiche sono al centro dell’attenzione, mi piacerebbe avere un esempio concreto di cosa questo voglia dire nella vita in comune.


La richiesta mi piace molto. Un numero questo di oggi un po’ diverso dallo stile consueto. In estrema sintesi direi: “contaminarsi” è la sfida dei nostri tempi: mantenere un’identità solida e chiara, ma saperla confrontare, senza timore di perdersi. Detto così può sembrare vago e teorico. Perciò riporto fresca fresca un’esperienza recente. Nella cornice di S. Croce in Gerusalemme, in un sabato pomeriggio qualunque, un gruppo di giovani che fanno esperienza di vita comunitaria, uomini e donne, in formazione o già con una scelta “per sempre”, si sono aperti a dire qualcosa della loro vocazione. Si sono resi disponibili – di fronte a un pubblico di un centinaio di persone, composto di altri giovani, consacrati e laici, famiglie, formatori e superiori –, a dialogare con tutta l’emozione che si può immaginare. Questo per dire cosa? Siamo nel tempo dove solo insieme si può “lasciare un segno” convincente e pieno di significato in un millennio affamato di relazioni, e insieme fragilissimo proprio nel costruirle e mantenerle. Nessuno di questi 6 giovani era lì a titolo personale, ma come comunità di fratelli e sorelle che condividono un carisma: Legionari di Cristo, Pie Discepole, Focolarine, Cistercensi della carità. Nomi e volti concreti, che raccontano di una famiglia di appartenenza e si dispongono a riflettere con altri: che stiamo facendo? Dove stiamo andando? Cosa possiamo migliorare? E il pubblico ha partecipato, intervenendo direttamente, più e più volte con tante voci diverse. Da quella, solo per citarne qualcuna, di Simonetta, psichiatra, direttrice dell’Opera don Guanella, a chi conosce anche per missione e impegno la vita consacrata, come p. Donato e p. Ignazio, a Maria, che vive e accompagna la realtà formativa, a Francesco, seminarista in cammino. In una parola, il pomeriggio è stata un’esperienza di comunione. L’unica testimonianza che rimane oltre i contenuti, come più di qualcuno ha notato. Nessun eroe, nessuna esperienza “perfetta” o già compiuta, persone “ordinarie”, ma con la voglia di realizzare un Grande Ideale di vita in un’esperienza di vita in comune. Messaggio di fondo: la felicità nella vita consacrata, è possibile, ma va costruita giorno per giorno. La parola “felicità” di solito suscita sguardi perplessi, perché troppo corrosa. Va bene, allora e proviamo a dirlo in un altro modo: disegno di Dio, pienezza e realizzazione umana coincidono. Dicono la stessa cosa! Dio vuole un’umanità piena. L’umano pieno è chi sa donare se stesso e sa far felici gli altri, come accade tra gli sposi. Penso anche alla squadra dietro e oltre il momento finale di un pomeriggio così. Nomi concreti e insieme discreti, anche in questo caso, Luca, Aurora, Giulio, Elena, Sara, che fanno squadra per rendere possibile un momento simile. Dietro le quinte, o sul campo. Insieme. Nuovamente. Il segno, l’unico credibile del nostro tempo. Un happy end? Perché no? La profezia del terzo millennio è la voce dei giovani che tra tante possibili strade scelgono di cercare Cristo con altri, in comunità. Si lasciano aiutare perché questo sia possibile. Si raccontano perché chi accompagna legga con loro i segni della vocazione, qui o altrove. Ci sono aspetti da ripensare, è vero, i giovani di oggi ormai hanno complessità nuove rispetto a qualche anno fa. Alcune categorie di ieri, non sono più efficaci. Ma le nuove generazioni hanno sete di autenticità. Di Ideali solidi. Di coerenza delle realtà nelle quali entrano. Sono portatori di speranza. Una bella provocazione che tocca tutti noi. E questa ricerca mette in gioco, per un aiuto reciproco, insieme, laici e consacrati, celibi e coppie.
Vita in comune

L’identità di un carisma

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La ringrazio per il suo servizio e il suo coraggio nell’approcciarsi alla Vita Consacrata. Questa Vita Consacrata femminile (che è molto diversa da quella maschile, se ancora possiamo usare questi due aggettivi), è una vita meravigliosa, ma oggi viene bersagliata e minacciata in mille modi, molto spesso non solo dal mondo nella sua mondanità, ma anche dagli stessi consacrati e dallo stesso mondo ecclesiale. Non è sempre così chiara la nostra identità, il nostro ruolo e il nostro posto in seno alla Chiesa. Non possiamo rischiare di diventare qualcosa di ibrido e indefinito, come donne non dobbiamo scimmiottare nessuno, occorre invece recuperare tutta la nostra femminilità per essere donne di Dio, madri, sorelle, amiche, cittadine di questo tempo. Mi rendo conto, come consacrata e anche come Madre Generale di una Congregazione religiosa, che dobbiamo trovare il coraggio di entrare e avviare in maniera più decisa e determinata un processo di rinnovamento e svecchiamento. Ma come gettarci dentro questo percorso di svecchiamento, per far risplendere tutto il bello della vita che abbiamo scelto, come non perdere lo spirito missionario ed evangelico? Come non tradire la nostra storia, il carisma, le tradizioni che ci hanno animato nel tempo, ma rimanendo donne felici? Come non diventare prigioniere delle nostre strutture, testardamente trincerate per difendere casa, opere, pastorali che forse vanno riviste, rivalutate, ripensate in modo nuovo. In tutto questo non vorrei solo trovare risposte, ma accendere desideri. Una Responsabile Generale


La ringrazio per le sue riflessioni appassionate ed attuali. Approfitto delle sue testuali parole «non vorrei solo trovare risposte» per offrirle considerazioni più che soluzioni. Credo che la vita consacrata, femminile e maschile, abbia la possibilità non solo di “sopravvivere”, ma di portare un contributo enorme nel nostro tempo. Solo però se affronta con coraggio il ripensamento delle proprie strutture, delle opere di apostolato e dello stile relazionale all’interno della comunità, oltre che delle modalità di discernimento, ma quest’ultimo è un tema a sé. Le parlo con schiettezza, grazie alla fiducia che Lei mi rimanda. Qualche pennellata. Mi sembra importante che ciascuna realtà carismatica definisca cosa è essenziale e cosa non lo è della propria identità, ad esempio alcuni aspetti del vivere insieme, il tipo di missione (a chi è rivolta e come), quale sia il “cuore” del carisma. Devono essere pochi punti, sintetici e chiari. Uno dei limiti che finora ha gravato sulle realtà di vita consacrata è che l’identità ha finito per coincidere con una marea di micro-dettagli che hanno cucito le persone in spazi assai ridotti di crescita, finendo per soffocare la vitalità dei gruppi. Più volte ho potuto constatare come anche gli aspetti concreti della vita ordinaria (come apparecchiare, per dirne uno) erano letteralmente normati secondo delle consuetudini, sicuramente valide, ma non dogmatiche, e che impedivano di utilizzare quel minimo di buon senso personale e soggettivo per svolgere una semplice mansione. L’iper-regolazione di tutto favorisce l’infantilismo, riduce la creatività delle persone, e tende a deresponsabilizzare, tanto «è già tutto deciso e io non posso fare niente altro che eseguire». Lo stesso pericolo di non stimolare la crescita adulta dei membri di comunità si corre quando si porta avanti l’idea, tanto illusoria quanto scorretta anche dal punto di vista psicologico, che ci sia un’unica modalità di vivere l’intuizione carismatica del Fondatore/della Fondatrice. Chi l’ha detto? Il Fondatore, la Fondatrice era uno/a, e non poteva certo prevedere tutte le possibili sfumature individuali. Del resto ciò che lui o lei ha ascoltato dallo Spirito Santo è stato filtrato dall’umanità della sua specifica persona. Dunque non perdere le singole individualità è fondamentale. Manca ancora un pezzo. Oggi il pericolo maggiore che corrono le comunità è sul versante opposto, e cioè che le singole individualità, con la pretesa di portare avanti le proprie intuizioni, si sentano oltre anche quelle coordinate essenziali, per cui le realtà di vita insieme assomigliano ad ostelli e mense di passaggio. Che fine fa il senso di appartenenza? Dove lo si ritrova? Per questo ritengo essenziale comprendere ciò che davvero è importante per sentirsi parte di quella famiglia e ciò che invece è legato al tempo, a consuetudini che non sono più utili, a generazioni che ormai si vanno trasformando. Come farlo? Sarebbe utile, penso, innanzitutto studiare in modo attivo ed attualizzante le proprie fonti carismatiche, anche rispetto ai primi collaboratori del progetto spirituale. Per poi delineare insieme, comunitariamente, la cornice della propria vita cioè le coordinate ampie ed essenziali che sono rappresentative di quella Organizzazione a Movente Ideale e che accomunano le persone che ne fanno parte, oltre le quali il senso di appartenenza si annacqua e perde di significato. Le faccio l’esempio della coppia sposata: vivere insieme, svegliarsi e addormentarsi insieme, salvo eccezioni, rappresenta un aspetto non solo “pratico” ma significativo dell’essere marito e moglie. All’interno della cornice si devono poi poter costruire percorsi vocazionali a misura personale. E così la coppia lungo il giorno porta avanti il proprio lavoro e diversi contatti relazionali, ma questo non tradisce l’identità matrimoniale. Il coraggio e l’impegno a studiare, riflettere e dialogare insieme, facendosi anche aiutare da figure esterne e quindi meno coinvolte emotivamente, credo possano “rilanciare” la vita consacrata, che sicuramente attraversa tempi non facili, perché ha potenzialità meravigliose e uniche di cui il mondo ha estremo bisogno. Nella prossima rubrica approfondirò le differenze tra realtà femminili e maschili (è vero però che ormai si vanno sfumando) e come, in pratica, si possano delineare più nel concreto cornice e dettagli della vita comunitaria.
Vita in comune

La comunità antidoto agli abusi

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Giornali e tv sono pieni di notizie e polemiche sullo scandalo degli abusi nella Chiesa cattolica. Che ne pensa?


Accolgo volentieri la sua richiesta. L’argomento è complesso, per cui nel breve spazio di questa rubrica mi limiterò a trattarne solo un aspetto. Credo valga la pena riflettere su un dato riportato nello studio commissionato dalla Conferenza Episcopale Americana, The Nature and Scope of Sexual Abuse of Minors by Catholic Priests and Deacons in the United State 1950-2002, poi ripreso nel successivo The Causes and Context of Sexual Abuse of Minors by Catholic Priests in the United States, 1950-2010: i preti abusanti sono per la maggioranza diocesani (69%). Quelli religiosi, che vivono in una realtà comunitaria, sono invece meno della metà del totale. Inoltre, nel 40% dei casi, il primo abuso avviene tra i 30 e i 39 anni di età. Ora, sebbene sia chiaro che non esiste un determinismo assoluto (causa-effetto) nei processi umani, né un unico fattore che possa essere identificato all’origine di una devianza, i numeri riportati fanno riflettere. Lo stesso documento Causes and Context osserva che il prete diocesano spesso vive da solo nella propria parrocchia, o tutt’al più con un altro sacerdote. Talvolta è isolato geograficamente e la maggior parte degli abusi avviene nella sua residenza. Ciò che colpisce è proprio l’aspetto della solitudine, non dal punto di vista del celibato, argomento molto “caro” a chi tenta di screditarlo collegando questa scelta alla corruzione sessuale, ma in quanto rimando alla povertà di relazioni umane che spesso caratterizza la vita del prete diocesano, al di fuori della sua attività ministeriale. L’assenza di una famiglia propria, infatti, rende estremamente importante che il sacerdote costruisca rapporti paritari, cioè non solo di “servizio” parrocchiale o pastorale. Come rapporti paritari si intendono prima di tutto l’amicizia e l’aiuto reciproco, senza i quali anche l’essere umano più equilibrato, a lungo andare, rischia di perdere il proprio orientamento, schiacciato dagli oneri pastorali e privo di ricarica affettiva. Non bisogna dimenticare che l’umanità è la base indispensabile sulla quale la grazia opera e di cui non può e non vuole fare a meno. Si potrebbe dire che quanto più l’umanità è solida ed armoniosa, tanto meglio l’opera di Dio può procedere. Etty Hillesum, morta nei campi di concentramento all’età di 27 anni, scriveva, con un’immagine molto singolare, ma anche molto efficace: «Non basta predicarti, mio Dio […] bisogna aprirti la via […]. Ti prometto, ti prometto che cercherò sempre di trovarti una casa e un ricovero. In fondo è una buffa immagine: io mi metto in cammino e cerco un tetto per te» (Diario, 1941-1943). Credo sia un’espressione bellissima. L’umanità che si offre a Dio e si dona ai fratelli e alle sorelle, rimane fragile, bisognosa degli altri. E meno male, sarebbe davvero triste l’autosufficienza. Dio ha bisogno che gli uomini e le donne si diano una mano, e che gli diano una mano! Neppure lui vuole essere autosufficiente. Il documento Cause and Context, inoltre, ricorda che il sacerdote diocesano è spesso privo di confronti nella vita quotidiana, a differenza di quello che ha una comunità di fratelli intorno. Non è un dettaglio. La possibilità di raccontare “come è andata oggi”, di pregare insieme, di avere qualcuno che si preoccupa se un tu manchi a tavola, crea una dimensione familiare fondamentale per l’equilibrio psicoaffettivo di chi ha fatto una scelta vocazionale. Un amico sacerdote mi diceva quanto era importante per lui sapere che c’erano dei fratelli intorno che lo “guardavano” e, in caso di bisogno, potevano afferrarlo per i capelli e tirarlo fuori dal fango. Il dono di sé può perseverare ed avere meno occasioni di caduta solo se vissuto all’interno di un contesto umano fraterno, dove, cioè, ci siano scambi quotidiani, fatti di incontri anche semplici, ma costanti, che rendono più leggeri gli impegni parrocchiali e le preoccupazioni che normalmente le persone riversano sul sacerdote. È fondamentale che fin dagli anni formativi si insista sulla necessità che il sacerdote, una volta uscito dalla confortante struttura del seminario, abbia sempre vicino dei punti di riferimento – il documento Cause and Context parla di “supervisione” – e magari, dove possibile, costituisca una fraternità con altri sacerdoti con cui condividere alcuni momenti della giornata. Oggi, soprattutto i giovani preti, quelli più a rischio di sentirsi soli e rimanere schiacciati dal lavoro (burn out), lo stanno comprendendo, per cui sempre più spesso creano piccoli gruppi di vita insieme. La comunità di per sé non può impedire cadute ed espressioni fragili dell’umanità dei propri membri, tuttavia può rappresentare una fortissima prevenzione, comunicando calore, vicinanza, solidarietà, attenzione all’altro. Anche noi laici, spesso distratti, siamo importanti: possiamo far sentire i sacerdoti accolti, rispettati e stimati. Credo che avere una comunità intorno, laici e consacrati, sia “vincente” per rendere più umane e meno solitarie le nostre giornate.
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Consacrate e consacrati

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Sono una formatrice, in passato responsabile del mio Istituto, non più giovanissima, anzi in “terza fascia”, ma credo di avere la mente piuttosto aperta, nonostante l’età. Con la mia comunità stiamo riconsiderando le consuetudini e l’organizzazione della giornata, perché è ora di rimettere mano a quanto c’è da cambiare. Mi rendo conto di quanto differente sia la vita dei nostri confratelli uomini…


Lei tocca un tasto dolente. Non mi considero una paladina dei diritti femminili, soprattutto perché mi pare che spesso questo tema sia stato, e sia ancora talvolta, strumentalizzato. Credo che rispettare le innegabili differenti predisposizioni naturali significhi valorizzare sia la donna che l’uomo nelle loro particolarità. Però condivido le sue considerazioni: le comunità di consacrate sono, oggi, in una posizione differente, e a volte svantaggiata, rispetto a quelle maschili. Tempo fa un frate notava quanto sul bilancio generale della loro comunità maschile gravino le spese per l’acquisto di sigarette da parte dei religiosi. I consacrati possono fare sport, utilizzare abiti opportuni per uscire, fare escursioni, andare al mare, bere una birra, senza che questo crei “scandalo” per nessuno. Gli scandali sono ben altri. È un dato di realtà. Nel rispetto di una scelta di sobrietà, per cui l’attenzione economica alle decisioni piccole e grandi di ogni giorno diventa un criterio di discernimento significativo, la disparità di condizioni di vita tra realtà maschili e femminili è innegabile. Credo che questo sia frutto di una tradizione che considera le donne – mi dispiace ammetterlo – quasi incapaci di gestire in autonomia la propria vita, che quindi va normata in tutti gli aspetti. L’espressione “suorine” la dice lunga. Più che protettivo, direi che suona un po’ svalutante. Chi conosce da vicino la vita in comune femminile sa quanto questo sia vero. Molti aspetti stanno certo cambiando: le donne oggi sono apprezzate e richieste in ruoli di responsabilità all’interno della Chiesa, insegnano con competenza negli Atenei, promuovono spazi di riflessione e aggiornamento delle proprie realtà di vita. Ma il percorso è ancora lungo. Mi permetto una considerazione ulteriore, che riguarda la “sanità mentale” di consacrati e consacrate, quindi i necessari spazi di benessere personale e attenzione psico-fisica. Essere attenti alla scelta di povertà, non significa annullare la propria umanità. I momenti dedicati a camminare, condividere momenti ricreativi, curare il proprio corpo non sono una deriva narcisista se servono a vivere meglio le relazioni quotidiane, in coppia e in comunità. Questi momenti riducono il rischio di depressione, noia, sfogo attraverso l’alcol, ore trascorse davanti a computer e televisione. L’essere umano ha bisogno di varietà, di svago, di rimodulare il proprio equilibrio, su cui la grazia di Dio opera. Per cui quando mi viene chiesto se approvo il desiderio di un giovane o una giovane di intraprendere un particolare percorso di studio, approfondimento, specializzazione, rispondo sempre di , basta che in quel giovane sia ben radicato il senso di appartenenza alla propria vocazione. In questo modo, tutto quello che vive per sé, lo vive anche per i fratelli e le sorelle, per potersi donare con maggiore libertà ed energia. È chiaro, i frutti devono essere tangibili. L’ultimo Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) – mi dispiace che il titolo sia piuttosto inquietante – richiama i criteri di maturità del Sé: il «perseguimento di obiettivi esistenziali coerenti e significativi, sia nel breve sia nel lungo periodo» e «standard interni di comportamento costruttivi e pro sociali». Come dire che l’appartenenza alla propria vocazione dovrebbe rappresentare il criterio quotidiano per valutare cosa fare e cosa non fare. Non solo: mettere in atto comportamenti unicamente finalizzati a se stessi non è indice di maturità, perché nel funzionamento psicologico sano la pro-socialità e gli standard costruttivi (non demolitori) sono criteri importanti. Questo vale per le donne e per gli uomini adulti, trasversalmente all’età e alle culture. A parità di obiettivi di vita, quindi, non c’è ragione per valutare con sguardo diverso la condotta maschile e quella femminile. Quando questo accade, purtroppo, significa che le pre-concezioni storiche e culturali gravano ancora troppo.
Vita in comune

L’eccellenza della vocazione (alla vita consacrata)

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…ma la tendenza ad affidare tutto agli psicologi non rischia di insidiare l’unità e la credibilità della Chiesa? Un formatore


Nella precedente risposta, era rimasta in sospeso questa parte di riflessione che mi sta molto a cuore. Il timore che Lei esprime è lecito. Quando il Concilio Vaticano II ha riconosciuto l’importanza della formazione umana, molte comunità religiose si sono ingenuamente affidate a specialisti, psicologi e psichiatri, senza valutarne alcune caratteristiche essenziali. Innanzitutto, che questi condividano l’antropologia cristiana come cornice e sfondo del loro agire terapeutico, che vuol dire riconoscere e accogliere i principi essenziali che riguardano l’essere umano, capace di superarsi, anzi bisognoso di andare oltre se stesso, verso una Trascendenza. Ma insieme limitato, nel corrispondere a questo desiderio, da una fragilità insita nel suo essere “umano”, appunto. Il gesuita p. Rulla la chiamava dialettica di base: l’uomo è aperto alla Grazia, ma è anche peccatore, c’è un Io ideale e un Io reale. Pilastri necessari per chi sia chiamato a collaborare con le realtà vocazionali. Faccio un esempio pratico, tra i tanti che si potrebbero citare: se il terapeuta non credesse nel valore positivo che può avere il sacrificio di sé e il considerare l’altro un fratello o una sorella, è chiaro che gli sarebbe impossibile affiancare la persona che vive le sfide della vita fraterna, con persone a lei “estranee”. Il suo retro-pensiero sarebbe: «chi te lo fa fare? Se non ti piacciono gli altri membri cambia comunità», e il lavoro terapeutico né risentirebbe radicalmente. È assodato, infatti, che la neutralità non esiste! Naturalmente ogni psicologo, nella pratica clinica, si rifà a un modello teorico e metodologico di riferimento, ma se condivide l’antropologia cristiana non potrà mai minare i valori fondanti della fede e della Chiesa: l’unità, la comunione, il perdono… E comunque ricordiamo che il discernimento finale sulla vocazione non lo fa lo psicologo, ma il formatore. Una seconda caratteristica importante che devono avere gli psicologi coinvolti in questo delicato compito è che conoscano veramente, e non “per sentito dire”, i processi umani e spirituali della vocazione religiosa, la quale è corrispondere a un’intuizione, la “chiamata”, che ha fondamento Altrove, oltre se stessi, sebbene converga al benessere della persona, come ho detto più volte. Ciò non vuol dire che bisogna cercare qualcuno che la pensa come noi. Vuol dire piuttosto che è necessario un accompagnamento specialistico competente e rispettoso di dinamiche assolutamente originali. I processi vocazionali, infatti, non possono essere compresi secondo una logica puramente umana. Anche qui faccio un esempio tra molti: gli psicologi che hanno utilizzato metodologie di gruppo all’interno delle comunità – e purtroppo ne ho sentite diverse di esperienze così – hanno creato disastri, perché i rapporti che intervengono tra i membri di un gruppo vocazionale che vive insieme non sono paragonabili a nessun’altra realtà umana! Non costituiscono, strettamente parlando, una famiglia, né un gruppo terapeutico, e neppure un team aziendale… È fondamentale tenerne conto, altrimenti, il formatore ha ragione, vengono trascurati aspetti importantissimi della vita in comune, e il rischio è frantumare le comunità, invece di aiutarle. Ancora un’ultima decisiva precisazione: l’accompagnamento psicologico non dovrebbe essere considerato un lusso, per cui chi manifesta il bisogno di un confronto esterno debba sentirsi in colpa per questo. Ma neppure l’ultima spiaggia, quando ormai non si può fare più nulla. Lo studio clinico non è lo spazio della buona morte. Piuttosto, proprio per la bellezza e la grandezza di questa vocazione straordinaria alla vita in comune, che non è per tutti – anche chi vuole diventare pilota di aereo si sottopone volentieri a test attitudinali di vario tipo –, la psicologia può costituire uno strumento prezioso per realizzarla sempre meglio. Un pilota, per diventare tale, deve seguire un lungo iter di valutazione, e poi, finché rimane in servizio, fa controlli periodici per la salute fisica e psichica. A maggior ragione ciò è valido per i processi vocazionali: è la sublimità della scelta, la particolarità delle sue caratteristiche, di altissimo valore ed impegno – povertà, castità, obbedienza, celibato, vita insieme/solitudine, missione – a motivare l’utilità dell’affiancamento della formazione umana.
Vita in comune

La moda dello psicologo

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Seguo le sue interessanti rubriche, ma ho un dubbio di fondo, spero non offensivo: da duemila anni la formazione vocazionale viene fatta attraverso “educatori e padri spirituali”, formati a loro volta in modo univoco sul vangelo e la tradizione della chiesa. Ora la tendenza ad affidare tutto agli psicologi (ognuno che fa riferimento a una diversa teoria, di questo o quel “maestro”) non rischia di insidiare l’unità e la credibilità della Chiesa? Un formatore


Accolgo volentieri questa interessante provocazione, per nulla offensiva. Lei ha ragione, la storia è come un pendolo per cui si assiste, spesso, a mode che oscillano ora in una direzione, ora in quella opposta. Qui, però, si tratta di ben altro: la psicologia, in quanto scienza, non fa riferimento a un maestro”, né al trend del momento. Il suo intento, infatti, non è quello di condurre a sé, né di proporre il pensiero di un singolo, ma di aiutare l’essere umano a raggiungere un miglior grado di benessere, a fare ordine nella propria storia, a guardare il futuro con speranza e realismo, a rafforzare le proprie potenzialità e ridurre le fragilità, ad affrontare in maniera costruttiva le situazioni difficili, a comprendere il perché di alcune condizioni emotive… Nell’ambito dei processi vocazionali la collaborazione con gli psicologi deve, però, necessariamente rispettare alcune condizioni. Toccherò due grandi temi, strettamente legati, il primo lo affronto subito, il secondo nel prossimo numero: a) serve la psicologia? b) “quale” psicologo? (a proposito della tradizione della Chiesa). L’eccesso di intervento psicologico, come può immaginare, non mi trova d’accordo. Gli argomenti sono vasti, per cui cercherò di essere sintetica. La prima considerazione, molto empirica, viene dal constatare che le comunità religiose del passato non sono “migliori” di quelle attuali, anzi diversi anziani hanno uno sguardo assai lucido sulle gravi carenze che hanno caratterizzato la loro formazione, dove non sono mai state affrontate (o molto poco) alcune questioni nodali, nell’uomo come nella donna: affettività, relazioni, amicizia, sessualità. Le conseguenze di questo silenzio – tenendo conto che non c’è mai un rapporto diretto causa-effetto nei processi umani –, riguardano lo stile di vita fraterno non sempre ottimale, la scarsità di dialogo tra fratelli e sorelle e con i responsabili, la difficoltà a riconoscere in tempo una difficoltà affettiva, che a volte giunge sconcertando tutti. Aggiungo un’altra considerazione, frutto di lunghi e autorevoli studi commissionati dalla Conferenza Episcopale Americana sugli abusi da parte dei sacerdoti cattolici (Nature and Scope e Cause and Context), in un arco temporale che va dal 1950 al 2010: la generazione (sexual offenders) maggiormente coinvolta in atti di abuso ha ricevuto la sua formazione prima degli anni ’70. Cosa vuol dire? Non certo che il celibato sia all’origine delle devianze affettive, come i media hanno provato a far credere. Il picco maggiore di abusi, tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli ’80, non ha visto, infatti, alcuna variazione in merito alla scelta celibataria. Intendo dire che se il celibato è una costante rimasta invariata nella tradizione della Chiesa, certo non può essere questo aspetto “la causa” dell’aumento di abusi in un preciso arco temporale, e poi della sua ridiscesa (diminuzioni di abusi) a partire dal 1985 (vedi grafico). Bisogna evidentemente considerare altro. pedofilia Molto in sintesi si può concludere così: gli abusi sono diminuiti quando i programmi formativi (per i candidati al sacerdozio diocesano e di vita in comune) sono stati rinnovati con l’introduzione della formazione umana e non solo spirituale. La formazione spirituale da sola non è sufficiente. Se si offre l’una senza l’altra l’accompagnamento risulta parziale e inefficace. Si tratta di strumenti entrambi necessari, che si integrano pur mantenendo una propria autonomia. È chiaro che un’adeguata formazione umana è solo una pre-condizione per la riuscita vocazionale, tuttavia, essa ha un notevole peso nell’andamento equilibrato del processo “specifico” di adesione a Cristo. Concludendo: la scelta vocazionale non è una scelta privata e intimista, quindi la solidità affettiva è indispensabile: c’è una responsabilità sociale di cui occorre tener conto. Talvolta le comunità e i seminari rischiano di dimenticare questo aspetto. Oggi, però, chi accompagna spiritualmente i processi maturativi sa che la persona ha bisogno di entrambi gli strumenti: formazione umana e spirituale. In una società complessa come la nostra, dove i ragazzi iniziano un percorso vocazionale avendo già fatto innumerevoli esperienze, anche in Rete, è quanto mai necessario che siano affiancati da persone competenti, che possano aiutarli a rileggere o integrare le vicende vissute. Più in generale, ho potuto constatare come in alcune fasce di età, quando l’uomo e la donna vanno incontro a cambiamenti psicofisici – ad esempio intorno ai 45/50 anni, e successivamente dopo i 60 –, sia particolarmente utile rivolgersi a una persona esterna al proprio ambito di vita, per affrontare il periodo che si sta attraversando.  
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