L'esperto risponde / Società, Spiritualità e mistica

Chiara D’Urbano

Psicologa e Psicoterapeuta EMDR, Perito della Rota Romana e dei Tribunali del Vicariato di Roma, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna. Con l’editrice Città Nuova ho pubblicato tre libri: La pietra della follia, Per sempre o finché dura e Percorsi vocazionali e omosessualità.

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Vita in comune

Fare il nido in comunità

Tra i più adulti o anziani, possiamo a volte trovare persone che si sono “accomodate” e rimangono in comunità senza dare un contributo personale dinamico, oppure altri che presentano disturbi più seri, non affrontati in passato. Si può pensare: «Ormai a quest’età non si può cambiare». Può succedere, però, che se questi disturbi sono reali e non vengono “chiamati per nome”, tutta la comunità ne risenta o addirittura venga inficiata la tenuta della stessa, sia come convivenza quotidiana, sia come vita spirituale.

Tutto ciò ovviamente senza mettere in questione la buona volontà, la virtù o la santità di tali persone (anche grandi figure di santi hanno avuto disturbi di personalità non indifferenti).

Cosa si può fare in queste situazioni? Un religioso

Grazie per lo stimolo a riprendere temi così interessanti. Una premessa “doverosa”, in un momento storico come quello attuale: nessuno di noi è immune da momenti di difficoltà, sbandamenti, perdita di speranza e orizzonte, o dalla sensazione, talvolta, di non potercela fare.

Come ha detto il nostro papa, tutti possiamo sperimentare paura e smarrimento, perché siamo sulla stessa barca umana. Questo non dovremmo mai dimenticarlo. Siamo fratelli e sorelle nella bellezza delle risorse che abbiamo, e nelle fragilità che ci accomunano.

Lei, però, accenna a situazioni specifiche, quelle in cui la persona soffre di difficoltà più marcate che vanno a segnare la vita personale e comunitaria, o perché poco collaborativa o perché particolarmente vulnerabile. Le due situazioni, tuttavia, non possono essere del tutto identificate, sebbene abbiano dei punti comuni.

 

La prima: quella di chi si accomoda o «nidifica» direbbe p. Luigi Rulla sj. Cosa vuol dire nidificare? Vuol dire che non si fa alcuna scelta propositiva, in merito alla vita comunitaria: si rimane nel cammino, ma si va, di fatto, in pre-pensionamento! Qualunque attività risulta pesante, inadeguata, nessun apostolato è adatto e nessuna comunità mi comprende come vorrei. La persona, in questi casi, vive il proprio scontento non in modo proattivo, cercando soluzioni, rendendosi disponibile ad un confronto, cercando altri percorsi di vita, ma rimanendo in vocazione in modo passivo. Il “vantaggio” di rimanere fermi è che si evita la fatica di mettere mano alle proprie decisioni esistenziali per maturare altre soluzioni. Rimanere fermi offre un’apparenza di perseveranza e fedeltà. Ma perseverare è tutt’altro, è un’operazione attiva, che passa attraverso il fare propri i valori vocazionali ed espandersi nel dono di sé, cioè nell’amore.

 

L’altra situazione, invece, è propria di chi ha una personalità complessa e problematica. Questo mi sembra un punto importante e delicato. Come giustamente si sottolinea nella domanda iniziale, la problematicità non ha nulla a che vedere con la santità, la fede, la buona volontà, ma ha a che vedere con la vita in comune e l’efficienza apostolica. Ricordo, infatti, come ho detto spesso che:

  1. le scelte vocazionali sono scelte con una rilevanza pubblica e non solo intima;
  2. rettori, formatori e comunità (che rappresentano la Chiesa) sono chiamati a valutare se ci sono i presupposti umani e spirituali per poter far procedere il candidato, per il bene suo – innanzitutto – e poi degli altri intorno. Non esiste un diritto vocazionale. L’infelicità personale è una triste condanna per sé e per quanti vivono con lui o lei;
  3. le comunità religiose non hanno un compito direttamente terapeutico, non sono chiamate, cioè, come primo compito, a risanare o supportare le fragilità psichiche dei suoi membri, in quanto non ne hanno gli strumenti adeguati. Mi spiego: nessuna c’è scala di merito, nessuno è “meglio o peggio” di altri, e non sono “i migliori” a procedere nella vocazione. La prospettiva è piuttosto un’altra: il ministero sacerdotale, ma anche la vita consacrata, si caratterizzano per esigenze specifiche e per aspetti che coinvolgono la concretezza quotidiana, una evidenza sociale e molto altro. Tutto questo necessita di una base umana, chiamiamola maturità, che vuol dire, in altre parole, un equilibrio psicoaffettivo adeguato a quel Quindi non in astratto. Quando si dice nel linguaggio comune «ho scoperto che non avevo la vocazione», si potrebbe tradurre meglio e in modo meno moralistico: «Ho compreso che Dio mi ha fatto dono di una struttura umana che si può realizzare in pienezza altrove». Perché mai Dio Padre dovrebbe chiedere a un suo figlio una strada di vita che lo spezza, lo forza, lo costringe ad essere altro da ciò che è? Crescere, migliorarsi, diventare più generosi – e questo costa – non significa snaturarsi.

 

Ritornando alla domanda iniziale. In entrambe le situazioni la comunità si scopre impotente: chi ha fatto il nido non è disposto ad uscirne e chi ha delle difficoltà personali probabilmente non lo riconosce e quindi non si lascia aiutare, o comunque la comunità non è in grado di farlo. Per esempio: la persona può avere delle dipendenze che devono essere curate in strutture adatte, o problemi umorali che richiedono l’intervento di uno specialista, oppure è un’accumulatrice di oggetti e invade casa e ogni spazio comune…

La questione è relativamente semplice finché la persona è in formazione e questi disagi già si rendono evidenti. Ma qualora la formazione fosse conclusa allora le cose si complicano.

Lasciare i nidificatori nelle loro tane? Sopportare in silenzio chi ha sempre scatti di ira? Non può essere la soluzione, in quanto va tutelato il membro singolo, ma va preservata anche la vita insieme, come il servizio apostolico. Perciò, sebbene non ci sia un’unica strada, non si può rimanere inermi.

Le persone vanno messe a confronto, con delicatezza e riservatezza, con ciò che crea disagio alla comunità. Possono essere fatte proposte alternative, per esempio l’essere inseriti in realtà meno sfidanti e più a misura di quella persona. Possono essere indicati altri servizi, o percorsi esterni di supporto o consapevolezza di sé.

In nessun caso si deve rimanere in silenzio, come se il silenzio fosse l’apice della carità. Non sempre lo è. Un padre e una madre, quando hanno un figlio con delle difficoltà, gli rivolgono un’attenzione privilegiata che però non dimentica gli altri figli. Sarebbe ingiusto.

Aggiungo che spesso queste situazioni perdurano nel tempo, perché magari nessuno ha avuto il coraggio di intervenire e dopo anni e anni l’andamento disfunzionale si è cristallizzato e diventa sempre più difficile smuoverlo. Allora è davvero pesante. Si può, però, cercare di fare squadra, insieme, con gli altri fratelli e sorelle, creando attorno a quella persona una fraternità il più serena, solidale e complice possibile. Non si esclude, ma si argina e contiene la fragilità presente o sopraggiunta di un membro.

È chiaro: quanto più si individuano le vulnerabilità dei membri, tanto prima si può trovare una strada per il benessere personale e di gruppo. Perciò, cercare confronti dentro e fuori casa, e formarsi in modo da acquisire competenza per il compito di accompagnamento, favorisce – non garantisce – realtà vocazionali felici e realizzate, per quanto possibile. Ricordiamo che la chiamata di Dio e la compiutezza umana convergono.

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Spiritualità

Omosessualità: timori e interrogativi

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Vorrei condividere alcune osservazioni. Primo. Lo scorso incontro Zoom ha toccato il tema dell’omosessualità, in senso prevalentemente maschile. Si parla raramente di questo in ambito femminile. Eppure ci sono molti problemi al riguardo. Nelle comunità femminili si esprime la “sororità” con manifestazioni affettive (abbracci e baci) che se venissero adottate in ambito maschile farebbero subito parlare di “omosessualità”. Secondo. L’argomento trattato è complesso e difficile anche a partire dal contesto in cui viviamo. Oggi, in cui la piaga della pedofilia si sta manifestando in tutta la sua ampiezza, si guarda con sospetto la possibilità di accogliere vocazioni con orientamento omosessuale. […]. La paura che si ripetano casi del genere frena, blocca, impedisce la serenità nel discernimento vocazionale. Terzo. Ricordo che un importante monaco, una volta, ebbe a raccontare come in un monastero maschile, l’ingresso di persone con orientamento omosessuale ha portato ad una trasformazione del monastero. Secondo il detto “simile attira simile”, questo monastero si era andato componendo quasi unicamente di religiosi con orientamento omosessuale. Un sacerdote religioso


Grazie per queste interessanti osservazioni, e grazie anche della sua partecipazione alla formazione agile, di cui ha dato un gradito riscontro. Abbiamo dovuto abbreviare il suo testo, ma solo per ragioni di spazio, magari altre considerazioni che pure ci sono giunte, o eventuali approfondimenti potrebbero confluire in ulteriori numeri di questa rubrica. Ha ragione che si tende a declinare l’omosessualità prevalentemente sul versante maschile, ma l’argomento riguarda anche il mondo femminile, di certo. C’è da dire che la modalità espressiva maschile/femminile ha delle sfumature diverse: tra adolescenti, ad esempio, è possibile vedere due amiche tenersi per mano o scambiarsi affetto, mentre è meno “tipico” tra due ragazzi. Detto questo: nelle comunità religiose, come nei seminari, la relazione interpersonale è tra persone adulte, come ripeto spesso, tipo mantra, per cui tra adulti, uomini e donne, la gestualità e la modalità espressiva non dovrebbero essere quelle adolescenziali. Darsi un abbraccio, mostrare affetto e tenerezza, sono canali belli quando utilizzati in modo appropriato e senza secondi fini, mentre possono diventare inopportuni quando, invece, creano dinamiche “di coppia” o di alterazione del rapporto, allora lo snaturano, lo rendono manipolatorio, ambiguo. Talvolta, in effetti, mentre le comunità maschili soffrono un eccesso di indipendenza, al limite di una semplice convivenza tra colleghi, quelle femminili, all’opposto, soffrono di forme di dipendenza e di infantilismo, nel linguaggio, come nella gestualità e nel modo di vivere i rapporti. Questo, però, è trasversale all’omosessualità. In altre parole: non c’entra con l’omosessualità, ma con l’immaturità dei membri e dell’ambiente che favorisce fredda distanza o, all’opposto, vicinanze morbose, invischiate. Perciò, quando accadono situazioni di dipendenza e legami impropri al contesto, per esempio tra formatore/formatrice e formandi, il problema è piuttosto di affettività. Potrebbe essere coinvolto l’orientamento omosessuale, certo, ma non è quello il centro della questione, quanto la consistenza della vocazione e il livello di equilibrio dell’individuo. Persone omosessuali lavorano o dovrebbero lavorare su se stesse, sul proprio mondo affettivo, relazionale e sessuale, come quelle eterosessuali, ancor più quando assumono un incarico di formazione o di governo. Non c’è un galateo di comportamento, ma senza dubbio dovrebbe esserci un’attenzione e una cura specifiche per la convivenza vocazionale, essendo un gruppo “speciale”, di alto livello, quanto a Ideale di vita. Altra questione è il riserbo e il pudore che ancora caratterizzano gli ambienti vocazionali femminili, per cui è vero che si parla pochissimo dell’argomento, e questo è un peccato perché il silenzio alimenta ignoranza e paure e non permette adeguati processi di accompagnamento. Pertanto (e vengo al terzo punto del nostro lettore), se le vocazioni sono serie, ben fondate, ben accompagnate, e con motivazioni che si rinnovano nel tempo, e se – dunque occorrono diverse condizioni! – chi viene scelto per accompagnare e governare ha un buon equilibrio personale e una conoscenza di sé adeguata, non vedrei la ragione per cui si dovrebbero creare circoli di simili. La presenza di gruppi, sottogruppi, etnie di “preferenza”, favoritismi, slogan, è indicativa di una non-comprensione vocazionale. Mi permetto anche di rilevare che – come dicevamo nell’ultimo Zoom – l’orientamento sessuale è una delle dimensioni della persona, che non la qualifica in toto e non la esaurisce. Dunque non può essere questo un aspetto che accomuna e dà l’impronta…del resto due persone con orientamento omosessuale, come due persone con orientamento eterosessuale, possono essere diversissime tra loro. L’omosessualità, quindi, non crea “somiglianze” a meno che, mi spiace ripetermi, parliamo di adolescenti (per età o per maturità psicoaffettiva), che quindi si devono riconoscere nel branco, e allora adottano look, linguaggi e comportamenti quasi identici in modo da sentirsi, appunto, “gruppo di simili”, noi/loro. Chiunque utilizzi una dimensione di sé – qualunque dimensione di sé, dall’orientamento sessuale, alla qualifica professionale, alla sensibilità, alla provenienza geografica – per qualificarsi e associare altri rivelerebbe una grande immaturità personale. Infine, punto importantissimo (il secondo), è scientificamente scorretto e lo è anche da un punto di vista esperienziale e statistico associare pedofilia (un disturbo previsto dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, DSM-5, tra quelli parafilici) e omosessualità (che non è un disturbo). Abusi e pedofilia, ipersemplificando al massimo, riguardano persone con gravi problematiche affettive e non toccano l’orientamento sessuale. Attenzione, quindi, a non accontentarsi del “sentito dire” su argomenti così delicati, in cui si finisce per legare in modo del tutto indebito le due condizioni. La non conoscenza fa molto male alle persone coinvolte, fa un cattivo servizio alla Chiesa e crea generalizzazioni pericolose. Piuttosto, la formazione andrebbe ripensata mettendo a tema quelli che fino ad oggi erano argomenti tabù negli ambienti vocazionali: affettività, corporeità, sessualità, dimensioni bellissime dell’essere umano. Dimensioni che, però, vanno conosciute per poter essere formate e accompagnate. Lo dico sia per il singolo, che per le comunità: quale affettività vive il gruppo, come la esprime… La paura dovrebbe, allora, insorgere per quegli ambienti che non si mettono mai in discussione, o che non approfondiscono le richieste vocazionali con gli strumenti che oggi sono a disposizione, per verificare se la strada ministeriale o a vita comune sia il bene della persona, se ella abbia la struttura umana per sostenere tale percorso di vita. Sono convinta che quando si rimettono al centro i valori e la vocazione e si riflette seriamente sulla maturità personale e dell’ambiente, l’orientamento sessuale della persona finisce sullo sfondo, importante, ma non centrale. Ribaltare i termini, penso, rischia di alterare la possibilità di una riflessione seria e fondata su questo argomento, come i percorsi vocazionali meriterebbero. —

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Vita consacrata

La necessaria umanità

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Sono una consacrata e con qualche fratello della nostra realtà maschile ultimamente stiamo condividendo alcune osservazioni che ci toccano personalmente. Entrambi, pur essendo felici e convinti della nostra vocazione, realizzati nello studio (io) e nel lavoro apostolico (lui), notiamo quanto potrebbero crescere le nostre comunità dal punto di vista dell’umanità. È vero che ci possono essere anziani e anziane difficili da sopportare, esigenti e lamentosi, come anche i giovani, possono essere passivi e poco collaborativi, e poi ci sono le differenze culturali, ma talvolta pensiamo che se trovassero case meno rigide e prese solo dai mille impegni da portare avanti, forse si tranquillizzerebbero un po’, e tutti staremmo meglio. Abbiamo troppe opere da gestire e poche forze, quindi si capisce che le nostre energie sono orientate a risolvere continue emergenze, ma nel frattempo le nostre comunità rischiano di inaridirsi. Si può essere in 3 e sentirsi a casa ed essere in tanti, ma sperimentare un grande senso di solitudine. Parlare di famiglia, allora, è azzardato in alcune nostre case.


Siamo tornati diverse volte sul tema della comunità come gruppo umano “speciale”, speciale al punto che nessuna immagine di gruppo è del tutto adatta a rappresentare le dinamiche di una realtà vocazionale fraterna. La riflessione iniziale, ma anche le diverse storie di vita che ho modo di affiancare quotidianamente, rendono però alcune considerazioni sempre attuali e forse non scontate. C’è Paolo che da poco ha lasciato la vita religiosa e che si trova completamente da solo ad affrontare il suo “reinserimento” nel mondo del lavoro, e della vita fuori da una struttura nella quale è cresciuto e nella quale ha creato tanti rapporti buoni e amichevoli. Marta, invece, sta affrontando delle difficoltà personali, certo può andare ogni tanto a casa a trovare i suoi genitori, sono loro, infatti, a crearle molti pensieri, lei che è figlia unica, ma quando rientra in comunità le due esperienze sembrano non avere alcun collegamento. Se sta a casa, si occupa dei suoi ed è concentrata lì, quando rientra riprende la vita comunitaria come se niente fosse: nessuno le chiede granché oltre la domanda formale, nessuno sembra aver ben capito la gravità delle sue preoccupazioni. Infine c’è Matteo, di mezza età, il quale dopo tanti anni di percorso non si è ancora arreso a vedere alcuni confratelli isolati, distaccati, molto poco coinvolti nella vita insieme. Anche Matteo, ormai, sta imparando a prendere distanza e a farsi «gli affari suoi», «tanto nessuno è attento a nessuno». Purché non si diano problemi e si rispetti il lavoro, ciascuno è del tutto autonomo nella gestione della vita ordinaria, ignaro della condizione interiore del fratello accanto. Tre icone possibili e frequenti nelle comunità. Ci sono esperienze fraterne serene, capaci di sostegno e vicinanza a giovani e anziani, a forti e deboli, ma non sono rare le tre voci-icona che fanno eco alle parole della nostra lettrice. Allora recuperiamo la categoria “famiglia” per le fraternità di uomini e donne, ma prendiamone la dimensione sana e costruttiva. Anche perché, parliamoci chiaro, se ci sono persone che a distanza di molti anni, sono ancora proiettate più sui luoghi di origine che sulla scelta che hanno compiuto, oppure hanno amicizie e fiducia solo in rapporti esterni alla comunità, sconfortati dalla freddezza interna, qualcosa non va. Certo questo ha a che vedere con molti fattori: la realizzazione vocazionale, la maturità individuale, l’egocentrismo del nostro tempo, ma direi – per essere onesti – anche col benessere che si vive nel gruppo di appartenenza. Nel gruppo possono non esserci amici, come quelli che si sceglierebbero o che si sono incontrati nella vita, può succedere non è strano. Come ripetiamo spesso, non ci sono neppure relazioni filiali in senso stretto, cosa che renderebbe infantile la dinamica del gruppo e anche insana. Ma dimensioni quali il supporto, l’ascolto, la stima, il rispetto dell’altro con la sua storia e i suoi momenti alti e bassi, sono centrali per una comunità sana, armonica, che possa essere attraente per i suoi membri e per quelli che si avvicinano con un desiderio vocazionale. Il fuggi fuggi fuori casa, ripeto, sottende tante questioni, ma ciò non esonera dall’interrogarsi su come funzioni «la nostra famiglia concreta», quale sia il clima prevalente: indifferente o accogliente, giudicante o capace di dare spazio, c’è un’aria serena o conflittuale, c’è libertà di espressione o, invece, prevalgono sempre le stesse voci, quelle più forti e capaci di orientare tutte le altre. Sempre più comunità oggi si mettono in discussione, dopo molteplici uscite, a causa delle scarse entrate, o motivate dalle situazioni spesso faticose che i responsabili si trovano a gestire riguardo alle relazioni fraterne. Il lavoro è complesso, ma la domanda di fondo è molto semplice: cosa non funziona nel nostro stile di vita, o potrebbe funzionare meglio? Non che si debbano rincorrere i consensi così da poter convincere i giovani ad entrare. La vocazione alla vita fraterna non è per tutti. I piccoli numeri sono evangelici. Ingrossare le fila delle comunità non è nello spirito della loro essenza. Tuttavia lavorare sull’umanità dei membri e del loro stare insieme, anche alla luce di molte sofferenze passate e presenti, penso possa essere uno stimolo bello, arricchente, doveroso per non continuare passivamente sull’onda delle tradizioni e del fatto che «per qualche anno siamo tranquilli, perché tanto vocazioni ce ne sono». Come farlo?
  • Intanto può essere utile enucleare le difficoltà, in modo chiaro e il più oggettivo possibile, senza caricare tutto già di un’interpretazione e quindi di un significato.
Enucleare.
  • Creare spazi dove sistematicamente si possano esprimere cose belle e meno belle di quella specifica realtà. Senza giudizi, senza creare caos, perché l’interesse è che le cose vadano meglio, e non quello di valutare personalmente questo o quel fratello/sorella. Attenzione, quindi, al linguaggio che si utilizza.
Avere spazi.
  • Aiutarsi a prestare attenzione (non ad impicciarsi, che è diverso) alla persona accanto, con un volto e un nome. Riconoscerla non come una qualunque, ma come individuo concreto. «Ieri non ti ho visto, tutto bene?». «Mi pare che tua sorella fosse in ospedale, si è ripresa?». Non servono i dettagli, è già molto offrire cura che si fa interesse delicato per la vita altrui. La solitudine fa male. Nessuno può vivere senza avere intorno rapporti affettuosi, che si interessino a me e io all’altro. Penso sia chiaro che questo non ha a che vedere con realtà fusionali, dove manca la riservatezza, e il confine interpersonale.
Avere cura. Le comunità hanno moltissimo da dire al mondo, sono vocazioni irrinunciabili. L’umanità, però, non è secondaria perchè esse siano esperienze credibili. —

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Vita consacrata

Come coniugare il perdono e la vita in comunità?

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Nel precedente numero di questa rubrica abbiamo delineato l’iter del perdono, un processo intrapersonale, l’unico veramente capace di rigenerare se stessi, innanzitutto, e quindi le relazioni. Restituisce una prospettiva di vita a chi ha sofferto e un nuovo sguardo di speranza e accoglienza a chi accoglie il perdono e smette, così, di percepirsi solo come colui che ha sbagliato.


Il perdonare, però, quando si sposta dalla teoria alla pratica sembra diventare umanamente impraticabile. «E’ troppo doloroso quello che è successo», «non è la prima volta che lo perdono, ma siamo sempre punto e a capo», «mi spiace, ma non sarò sempre io la stupida del gruppo, qualche volta toccherà anche ad altri iniziare o no?». Penso che chiunque di noi abbia dovuto fare i conti con questi dubbi, e si sia trovato impantanato in rapporti che sembrano irrisolvibili. Negli ambienti di vita comune diventano uno scoglio che prima o poi va affrontato. Certo agli inizi della vita di coppia o nei primi anni di esperienza fraterna, per quanto cognitivamente si sappia che si dovrà affrontare qualche incomprensione nel corso del tempo, in fondo si coltiva l’illusione che la cosa non toccherà a noi. «Ci amiamo troppo, sono sicuro che non ci saranno tensioni tanto forti, noi non siamo come gli altri». «Nella mia comunità parliamo molto, non vedo perché dovremmo andare incontro a delle divisioni». Di fatto la realtà è ben diversa. Ci sono ambienti comunitari letteralmente spaccati da muri di silenzio, a tavola è ben chiaro chi fa alleanza con chi… e nel momento in cui bisogna prendere delle decisioni, già si conoscono i nomi di chi sarà a favore e chi contro, senza margini di sorpresa. Non bisogna scandalizzarsi: la fraternità non come dato di fatto, semplicemente perché ci sono più persone conviventi, ma come esperienza positiva di condivisione di fede, come laboratorio di fiducia, stima, collaborazione e perdono, è da costruire. Non si parte dalla fraternità, ci si arriva. E poi la si coltiva, si risana, e la si coltiva ancora in un processo che non ha fine, perché basta che un membro di comunità cambi, o subentrino fatti nuovi, e la dinamica sarà diversa e avrà bisogno di coordinate diverse da quelle precedenti. Quindi non c’è una tecnica che valga sempre e comunque, l’unico punto fermo è la ricerca di uno stile che lasci la favola del «ci vogliamo tutti bene perché abbiamo scelto lo stesso carisma» ed entri in una logica adulta che favorisca la costruzione e il recupero del vivere insieme in modo fraterno.   Allora, per quanto sia già chiaro e acquisito, mi sembra fondamentale richiamare la specialità e l’originalità dei cammini vocazionali. L’amicizia e la simpatia che sono dimensioni molto belle, umanamente appaganti, che certamente agevolano le relazioni, in effetti non sono l’ingrediente indispensabile del buon vivere un’esperienza carismatica, ministeriale o di vita consacrata. Magari si potessero avere nel pacchetto vocazione. Questo vuol dire cambiare il livello delle attese e di conseguenza modificare la percezione della “delusione”. Cosa è deludente? Non tanto trovarsi in un ambiente dove con nessuno dei fratelli o delle sorelle andrei in vacanza, perché purtroppo accade, quanto che non ci sia un dinamismo attivo e orientato alla costruzione di un contesto che sia di fiducia, di accoglienza, di inclusione e di risanamento delle ferite, inevitabili, normali del vivere insieme.   I conflitti – quando non siano il clima esclusivo – non sono “il” problema della comunità, e neppure lo sono le diversità di vedute, le personalità non adesive l’una all’altra (e meno male). Il problema è l’atteggiamento chiuso, indisponibile a trovare delle vie di scambio con l’altro. Nessun romanticismo in tutto ciò. È un impegno altissimo. È un’arte di notevole maturità: «comportamenti costruttivi e prosociali» direbbe il Manuale Diagnostico tra le caratteristiche di un buon funzionamento di personalità. È scomodo, certo. Dover comprendere la vita fraterna invece che come qualcosa di naturalmente e spontaneamente bello e semplice, come un’esperienza forte, intensa, con un valore significativo, da “realizzare”, perché non si trova entrando in comunità. Una certa passività rischia di caratterizzare il chiamato, come se l’essere stato vocato da Dio lo abilitasse a trovare già bell’e pronta la realtà in cui si inserisce. La coppia che si mette insieme e poi si sposa sa che con il consenso del sì inizia una comunione tutta da edificare, perché non c’è qualcun altro che le consegni “la vita di famiglia”. Occorre uno sguardo lucido, sereno e concreto sull’assetto della specifica fraternità in cui mi inserisco. Ci sono fratelli o sorelle con un carattere difficile, aggressivo, ci sono personalità psichicamente complesse, ci sono volti felici/infelici/arrabbiati, a partire da questa precisa composizione inizia il “progetto fraternità”.   Il gruppo di amici è spontaneo, si sta bene perché ci siamo scelti. Il gruppo di lavoro è artificiale, ma ci si adatta in nome della riuscita lavorativa, ma la vita comunitaria sta oltre un presupposto di spontaneità o di efficienza, deve trovare delle motivazioni ben più solide che vanno negoziate continuamente. Qui si inserisce il processo del perdono. E in tale processo la motivazione di fede è un valore aggiunto enorme. Non dobbiamo esserci simpatici, diventare amici, ma essere fratelli e sorelle che è un fatto di testa, più che di cuore (se inteso come emozione a pelle). Se non si è disposti a questo, forse è più sano e opportuno cambiare strada per sé e per gli altri. Stare in comunità, «basta che non mi chiediate di perdonare», non ha senso. Altro discorso è il tempo necessario, l’impegno necessario, questi sì, sono da mettere in conto. Per questo è fondamentale potersi confrontare, parlarne, avere la disponibilità di spazi riservati per lavorare su di sé, ma anche comunitari per poter coinvolgere e includere tutti nell’individuazione di criticità, risorse per affrontarle, strategie per metterle in campo. È insufficiente il bravo leader, la comunità è mia e nostra, anzi talvolta i membri di comunità aiutano il superiore a riflettere su cosa non funzioni, a proporre possibile strade comunionali.   I silenzi agghiaccianti, le solitudini vissute nella propria camera «perché non vale la pena incontrare nessuno in questa casa» interrogano tutti. L’obiettivo non è il comunitarismo o un’esperienza fusionale, ma un dinamismo di inclusione e perdono che non lasci indietro nessuno, proprio nessuno.
Vita consacrata

Il perdono ha davvero senso

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Sono un sacerdote, accompagno molte esperienze comunitarie. Rifletto però sui numerosi conflitti e stati di solitudine che ho modo di affiancare. Conosco approfonditamente diverse storie e pensarle non solo nella vita di coppia, ma anche nelle comunità che scelgono per vocazione la vita in comune, ha un impatto forte su di me. Si fanno incontri, corsi di formazione, colloqui, ma chissà se rimettere al centro e al fondo di molte dinamiche l’imparare a perdonare non ridurrebbe lo sfaldamento delle relazioni. So che non è una cosa banale e “tanto per dire”, e forse è proprio questo il limite del perdono: lo abbiamo capito e appreso male, rendendolo una roba da catechismo.


La prima volta che mi sono accostata agli studi sul perdono sono rimasta senza fiato. Eppure provengo da una formazione cristiana. Per dire: grazie dell’argomento che avete aperto, e sebbene in questa rubrica abbia già trovato spazio, non è mai abbastanza. Anzi, mi dispiace se molti passaggi sembreranno frettolosi. Oggi mi fermo proprio sull’iter del perdono, in una prossima rubrica potrei affrontare più nel concreto quanto sia vitale anche nelle realtà di coppia e comunitarie. Le scienze umane negli ultimi decenni hanno compreso, finalmente, che perdonare non è un atto solo religioso, di esclusiva competenza delle fedi e della spiritualità. È un atto essenzialmente umano, e per il credente è anche religioso, di levatura altissima, che può essere indagato scientificamente nei suoi presupposti e nei suoi effetti, con tutta la dignità di una capacità e una propensione umana. Numerose ricerche, infatti, hanno dimostrato la correlazione tra la disposizione a perdonare se stessi e gli altri e la salute psichica e fisica: «l’acredine tossica» (tratto da Teoria e clinica del perdono che è il testo di riferimento per questo numero) è nociva, appunto, e incide su depressione, stanchezza, sonno e ansia, come sulla pressione arteriosa e sul sistema immunitario ed endocrino. È solo un accenno che meriterebbe però di essere approfondito per bene. Il nostro titolo di oggi è interessante in quanto può essere letto come un’affermazione o come una domanda: il perdono ha davvero senso. Oppure: il perdono ha davvero senso? Con un bel punto interrogativo finale. Non so dare una definizione di perdono, magari i lettori stessi ne possono ricavare una convincente, oltre quelle già diffuse. Preferisco, piuttosto, cercare di coglierne l’essenza: si tratta innanzitutto di un atto intrapsichico, rivoluzionario nella sua portata, ai vertici della maturità e dell’amore. Inciampo n. 1. La confusione tra perdono e riconciliazione (un comportamento a due): perdonare non vuol dire necessariamente riprendere i rapporti con “l’aggressore” (chiamiamo così chi ferisce), perché non sempre questo è possibile – pensiamo a un genitore che non c’è più o un partner violento – e neppure è sempre opportuno farlo. Inciampo n. 2. Attendere che chi fa del male chieda perdono: potrebbe non avvenire mai e intanto chi subisce rimane bloccato nella sofferenza. Il perdono è legato, quanto ad attivazione, a chi lo vuole veramente. Alcuni Autori, tuttavia, ritengono che il perdono sia pienamente rigenerante quando anche il colpevole accoglie e interiorizza il dono dell’altro, scopre che non è capace solo di male e che non sarà condizionato per sempre da ciò che ha fatto. Inciampo n. 3. Far dipendere il perdono dai sentimenti positivi di chi subisce un torto verso chi lo ha inferto. È ingannevole, in quanto compassione, benevolenza ed empatia rimangono un “plus” che richiede tempo e presupposti favorevoli, ma non condizionano la possibilità di perdonare. Notevole. Non si alleggerisce la grandezza del perdono, piuttosto lo si libera dall’alibi «purtroppo non riesco a provare affetto per Marco dopo quello che mi ha fatto. Inutile che tenti di perdonarlo». Inciampo n. 4 (molto diffuso). «La memoria non mi aiuta, ho troppo vivido quello che è successo. Non mi parlare di perdono». Certo, se dipendesse dall’oblio o da un’amnesia il perdonare, non andremmo a scomodare un processo che sconvolge il rapporto con noi stessi e con la vita. Inoltre, dobbiamo far la pace col dato che proprio quando tentiamo di dimenticare o cancellare un ricordo, ecco che questo arriva prepotente nei nostri pensieri a disturbare quel senso di superficiale “superamento” nel quale speravamo. Perciò è un’illusione che possiamo dimenticare il male ricevuto ed è di frequente un altro alibi per non mettersi in gioco in prima persona. Potremmo continuare a lungo su ciò che non è perdono. Non è essere ingenui e far vincere il male, la giustizia deve poter fare il suo corso; non è neppure cedere alla debolezza, giustificando l’accaduto: «sì Francesca ha commesso quel fatto, ma non è poi così grave». Dinamiche psichiche non rare negli abusi su minori o nelle violenze domestiche. Il perdono può – quindi non è una sua componente essenziale – essere facilitato dalle scuse, che riconoscono l’entità del danno (ti ho tradito/mi ha tradito), ma ridimensionano la responsabilità del colpevole (mi dispiace/in effetti anche io ho contribuito a portarlo a quel punto). Attenzione, però, insisto che scusare non è l’essenza costitutiva del perdono, altrimenti sarebbero due costrutti sovrapponibili; in altre parole: sono perdonabili i torti scusabili. Il perdonare è su un piano del tutto diverso. È un processo che, in quanto tale, richiede volontà, pazienza, e tempo. Tanto tempo, fatto di tappe non lineari. Pensare, quindi: «vado agli Esercizi Spirituali così perdono» è fantasia. «Sono entrata in chiesa e ho perdonato», anche. Forse in quei momenti si prende coscienza che è necessario farlo, perché la rabbia mi sta consumando e sto ancora a questo punto, o perché in fondo sono io a star male, mica lui/lei. Spesso nelle storie di sofferenza ordinaria e straordinaria la persona arriva proprio qui: si rende conto che la rabbia era utile all’inizio per non soccombere alla depressione, ma adesso sta invadendo la mente e le relazioni, che pure non c’entrano nulla. Che la voglia di vendetta poteva tenere in piedi le giornate, ma tutto sommato non basta: la fiducia, il tempo consumato dal dolore, le energie perse, quelle non le restituisce nessuno. Perdonare è un cambio di logica. Radicale. Da quella mercantile o di giustizia retributiva a una logica di gratuità e novità, e di giustizia restitutiva. Prendiamo atto che non sta funzionando niente di quello che pensavamo fosse utile, i ricordi si affollano e non c’è verso di scacciarli, rumino continuamente, l’acredine e il rancore lievitano, l’esistenza sembra sospesa al punto di quell’evento o di quella scoperta. È l’ora del perdono, una via “obbligata”, l’unica che veramente possa risolvere il malessere e far uscire dalla gabbia me, che sono stata atterrata e schiacciata dalla delusione e trasformare quei sentimenti di distruzione che coltivo per chi mi ha fatto del male. Il perdono rigenera me, e, come vedremo, anche l’altro. Restituisce a me la mia vita che si era bloccata, all’altro la sua (se accoglie il perdono). Riaccende la speranza che si era offuscata. Concretamente come perdonare? Lo dirò in poche battute per ovvie ragioni di spazio.
  1. Primo passo: riconoscere l’accaduto.
  2. Secondo passo: riconoscere l’inefficacia della rabbia e della vendetta.
  3. Terzo passo: riconoscere che i tentativi fatti fino a quel punto per sentirsi meglio sono stati miseri.
  4. Quarto passo: il bisogno di risollevarsi, non volersi più sentire vittima e dipendente dalla persona e dal fatto, incastrati in quel segmento di vita, e insieme rinunciare a coltivare l’odio verso l’altro, l’aggressore, l’offensore. Fondamentale la chiarezza dell’obiettivo: rifiutare la condizione di sottomesso/a, anche se rimane il torto subito e la perdita di qualcosa/qualcuno di importante. Accettare che siamo noi a dover trasformare la lettura dell’accaduto.
Aiutano questo difficile processo, ma non lo condizionano in modo assoluto:
  • la presenza di un interlocutore qualificato. Rimuginare in se stessi potrebbe peggiorare le cose anziché migliorarle. Partendo dalla propria volontà e dalla presa di coscienza della necessità di cambiare logica, intraprendere un dialogo favorisce il graduale – davvero graduale – abbassamento del tono emotivo e dell’impatto doloroso dei ricordi e della rabbia.
È un lavoro sulle motivazioni. Fondamentale. Il bisogno di rivalersi si trasforma poco per volta nel bisogno di recuperare se stessi e di volersi liberare dalla schiavitù in cui ci si sente. Inizia a spostarsi il focus e si allarga. Inizia, allora, una paziente e graduale uscita da quel francobollo di storia che si ripercorre nella mente all’infinito, e un lento condurre l’attenzione su altro, coadiuvati dal non essere soli (l’interlocutore qualificato) e dalla capacità, anch’essa graduale, di riprendere attività magari sospese per mancanza di energie.
  • La possibilità di sviluppare sentimenti di benevolenza (accennati all’inizio) e ricevere la richiesta di perdono di chi ci ha fatto del male. Aiuta una personalità non incastrata nel rimuginio.
  • I valori religiosi. Molto interessanti gli studi sulla preghiera: pregare trasforma interiormente (o dovrebbe trasformare) chi prega, le sue motivazioni e la disposizione verso se stessi, verso l’altro e verso la vita. Non trasforma l’altro, non è una richiesta che scenda il fuoco sull’offensore e lo consumi (cf. Lc 9, 54), anche quando ne avremmo voglia.
Concludo con una serie di “”: sì, chiunque può perdonare, anche se ci sono personalità e condizioni che velocizzano il processo. Sì, qualunque situazione è perdonabile. Sì, ha senso perdonare perché la vita è degna di essere vissuta al meglio. Sì il perdono è un dono, il dono dei doni, dipende solo dalla volontà libera e incondizionata del donante, ma è lui il primo a beneficiarne.
Vita consacrata

Comunità esclusive o inclusive?

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Siamo una coppia di genitori di un ragazzo omosessuale, abbiamo altri 3 figli, e questa rubrica ci è stata segnalata da una coppia di nostri amici della parrocchia, per le ragioni che capirà. Non è stato facile in un primo momento accogliere l’apertura di Paolo, non capivamo e siamo rimasti molto confusi. Ma non è questo il motivo per cui ci siamo decisi a scrivere, il fatto è che Paolo vorrebbe entrare in seminario e noi sappiamo bene che il suo desiderio potrebbe non vedersi realizzato. Questo ci farebbe soffrire moltissimo un’esclusione a priori, perché ora che siamo più “dentro” la realtà di questi nostri ragazzi e degli adulti ci rendiamo conto che l’omosessualità è un mare di situazioni diverse e catalogarle tutte allo stesso modo come corrotte, pericolose, promiscue è proprio ingiusto. Ci addolorerebbe se Paolo non avesse neppure l’opportunità di farsi conoscere e poi, eventualmente, ricevere un “no”, ma per ragioni diverse: immaturità, mancanza di vocazione, e non per l’orientamento omosessuale. Lui, del resto, ha deciso di essere onesto e vuole comunque presentarsi senza maschere e senza nascondere nulla di sé. Se può dirci una parola le saremmo grati.


Grazie, grazie di cuore per questa bellissima condivisione, intensa e vera. In effetti è un argomento che ha trovato spazio nella nostra rubrica in diversi numeri, ora lei ci propone una storia molto concreta e attuale. Prima considerazione: ottima la decisione di Paolo (nome di fantasia) di essere autentico. Non è un discernimento vero quello che omette parti importanti di sé, e la persona stessa non sarebbe mai del tutto tranquilla, anche in futuro, sapendo che qualcosa del suo mondo è stata volutamente taciuta, né potrebbe essere adeguatamente seguita. Quindi, un primo bel segno di spessore: il coraggio di esporsi ed essere onesti, con chi accompagna la formazione, nonostante il timore lecito. Un’altra osservazione: come per tutto ciò che riguarda il mondo affettivo, relazionale e sessuale, ogni situazione è diversa dall’altra e non è certo l’orientamento sessuale preso in se stesso a poter dire quale grado di maturità abbia la persona, come “funziona”, come ama, se è generosa, se è capace di fedeltà e esclusività… di conseguenza, l’orientamento omosessuale non è indicativo di immaturità. Direi che sostenerlo sia veramente antiscientifico, nonché indice di scarsa o nulla esperienza rispetto a chi si impegni in un percorso in seminario o in comunità. Le dolenti note. Ad oggi nei percorsi vocazionali non c’è univocità di prassi sull’accoglienza o meno di omosessuali, perché i testi magisteriali – non entro nel merito – sono letti in modo che si escluda tale possibilità. Ora lo dico proprio a grandi linee, sebbene ci sarebbero delle precisazioni da fare. Per l’esperienza che ho, tuttavia, formatori, formatrici, rettori, vescovi intelligenti e preparati sanno che sono tanti i criteri per l’accoglienza e la prosecuzione di un giovane/una giovane e non è certo l’orientamento preso da solo, a poter dirimere la questione, in quanto è una dimensione importante e significativa della persona, ma non è il suo tutto, e, soprattutto, non è indicativa in se stessa di “come sia” Marco, Francesco o Carla. L’apertura, la docilità nel percorso, il modo di vivere la vita fraterna, la capacità di collaborare e dialogare con tutti, l’equilibrio affettivo…sono alcuni dei fattori che andrebbero osservati e valutati, fattori, quindi, trasversali all’orientamento sessuale. Non sto dicendo che in ambito di formazione iniziale e permanente sia indifferente l’orientamento sessuale, proprio in quanto dimensione profonda della persona, dico piuttosto che non è (o non dovrebbe essere) un criterio decisivo per dire sì o no rispetto all’accesso in seminario o comunità. Di fatto, cosa accade? Che purtroppo tra chi si accosta e accede ai percorsi vocazionali un buon numero presenta delle vulnerabilità, anche gravi. In altre parole, sono in molti (eterosessuali e omosessuali) a cercare nella vocazione un rifugio, una via di fuga, e una strada per mettersi al riparo dalle complessità del mondo (come se nelle realtà vocazionali non ci fossero complessità), o per sanare pezzi di sé e della propria storia. Questa fetta di persone inconsistenti, nel tempo, creeranno difficoltà all’ambiente, fosse solo per l’infelicità che vivono e per motivazioni che negli anni non reggono, per cui inducono a cercare compensazioni attraverso comportamenti che corrompono la scelta fatta. Queste personalità fanno rumore, creano problemi a se stessi e all’ambiente formativo, comunitario o apostolico. Tuttavia il disordine può riguardare chiunque, non è legato all’orientamento sessuale. Dipendenze di vario genere, abusi, carrierismo, sono ferite profonde che può infliggere tanto un eterosessuale che un omosessuale. Su questo occorre essere chiari. Non c’è un fondamento per ritenere che l’omosessuale sia meno capace di costanza, equilibrio e durata vocazionale. Attenzione, pertanto, a non prendere come “statistica” – per dire che gli omosessuali fanno solo disastri – quelle situazioni corrotte in partenza, perché inconsistenti nella scelta, e psicoaffettivamente immature, perché la fragilità riguarda eterosessuali e omosessuali. Tutti possono – anche in buona fede – strumentalizzare la vocazione per ragioni che prescindono dall’Ideale. Attenzione, inoltre, a non generalizzare, perché fa male a chi è coinvolto sentirsi massificato, senza alcuna attenzione al funzionamento individuale. La vocazione, però, per la delicatezza dell’impegno, non intimistico ma sociale ed ecclesiale, va valutata con estrema accuratezza da persone ben formate e preparate al compito le quali dovranno essere in grado di prendere in seria considerazione i processi di maturazione umana e spirituale. Non vanno banalizzati gli aspetti che riguardano l’affettività, la sessualità, lo stare in relazione, come se una cosa valesse l’altra, ma non vanno neppure assolutizzate dimensioni che devono essere contestualizzate nel funzionamento globale della persona – e questo va fatto certamente – e nel suo modo di vivere la scelta intrapresa. Per concludere: è bene che Paolo si apra a chi segue l’accoglienza e la valutazione iniziale e mantenga come criterio questa bella autenticità, dove Dio che è luce può entrare, e la Grazia operare. È anche un augurio che in questa avventura Paolo incontri persone sagge e lungimiranti in grado di offrire un accompagnamento altrettanto onesto e trasparente.
Vita consacrata

Fraternità, non collegi

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Ho partecipato con interesse, e devo ammettere anche con curiosità alla Zoom dedicato ai percorsi vocazionali “Parliamoci chiaro”. Mi è piaciuto essere tra persone che condividono le stesse aspirazioni, le stesse battaglie, un quotidiano simile, mi sembra che in questo contesto potremmo essere veramente liberi di confrontarci apertamente. Rimango però stupita che non si tocchino questioni secondo me molto diffuse, quelle che i nostri ambienti, con le età più diverse, funzionano ancora come a scuola: maestra e studenti. Eppure non siamo in formazione. Potrà mai cambiare questa mentalità nelle realtà femminili? Una consacrata Sono un giovane in cammino verso il sacerdozio, già da qualche anno nella vita religiosa. Non ho una crisi vocazionale, anzi sono stato appena ammesso all’ultima tappa di formazione e ne sono orgoglioso. C’è però di che scoraggiarsi nei nostri ambienti talvolta. Dinamiche infantili di gelosie e competizioni, non sembrano realtà di fede. Come possiamo far crescere i nostri ambienti? Avremo modo di toccare anche la parte “sporca” della nostra vita?  


Grazie davvero del vostro riscontro molto affine. Franco e onesto. Solo per ragioni di spazio ho dovuto abbreviare le due riflessioni, ma la sostanza mi pare sia molto chiara. Ne parleremo, sì, all’interno delle serate dedicate ai percorsi vocazionali e alle dinamiche di vita fraterna. Ma quello che dite mi sembra particolarmente importante e qualche considerazione la condivido fin d’ora. Si può riconoscere, in effetti, che il mondo comunitario femminile, in particolare, abbia, sul piano dell’autonomia, delle fragilità marcate. Direi che però la questione non riguarda solo le donne, come il giovane ci fa notare. Il vecchio retaggio di obbedienza, intesa come adesione quasi incondizionata e cieca alle indicazioni dei superiori e la comprensione dell’unità carismatica come un’unica mente e un’unica coscienza (sempre quella del superiore) pesano ancora sull’andamento della vita consacrata maschile e femminile (in quest’ultima in modo più pesante). Parlo a grandi linee, e quindi è chiaro che la mia prospettiva rimane poco rispettosa delle specificità, e di quelle realtà, invece, vivaci e adulte. Qualche approfondimento in più lo riserviamo proprio allo spazio un po’ più ampio degli incontri serali. Tuttavia è innegabile che oggi un tema centrale nel ripensamento della formazione e del vivere insieme, sia la necessità di aiutare i percorsi vocazionali a tirar fuori uomini e donne capaci di stare in piedi sulle proprie gambe, di assumersi responsabilità e progettualità, di avere menti pensanti, e non scolaresche o giardini d’infanzia. Il più volte citato Manuale Diagnostico di ultima generazione, nella nostra rubrica, il DSM-5, prevede, infatti, tra gli aspetti relativi alla maturità – che il testo chiama funzionamento di personalità sano o adattivo – quello dell’utilizzo di standard interni di comportamento costruttivi e prosociali. Peccato che questo attributo molto significativo dell’identità personale non sia incluso esplicitamente nelle tappe formative da verificare nei candidati, e direi neppure nella formazione dei formatori. Perché, per essere onesti, la necessità dell’aspetto costruttivo e prosociale deve essere chiaro anche in chi affianca la formazione e in chi ha ruoli di leadership, in quanto il punto cruciale è proprio nell’errata comprensione di tali dimensioni. Favorire processi di autonomia non vuol dire, infatti, creare menti ribelli e realtà centrifughe, dove ciascuno è proiettato altrove o solo sui propri bisogni. O quanto meno non dovrebbe essere questo il senso dell’autonomia adulta. Sempre per riprendere il Manuale, viene richiesto un atteggiamento costruttivo, ma appunto anche prosociale. Viene chiesta una stabilità di stima personale, ma anche la comprensione e la valorizzazione delle esperienze altrui… Intendo dire che la persona sana, equilibrata, che sta nel posto giusto, sa assumersi la bellezza e l’onere della propria vocazione, quindi ha una propria coscienza, e insieme sa guardare oltre se stessa, essendo in grado di vivere anche la dimensione interpersonale senza conflittualità eccessive, senza esclusioni o selezioni rigide. Gli ambienti formativi e di vita comunitaria, seminari e case religiose, dovrebbero senz’altro tenere conto di questo duplice livello e del duplice impegno: a) la persona va aiutata a crescere perché diventi capace di conoscere se stessa, di avere idee proprie e libere, cioè non dipendenti o schiacciate su quelle altrui, (“chiari confini tra sé e gli altri”, direbbe il nostro Testo), e poi va sostenuta perché sviluppi empatia e relazioni disinteressate. b) formatori e superiori devono acquisire strumenti personali per vivere la “genitorialità” (espressione tanto usata) in modo sano e veramente a servizio della persona: quale genitore vorrebbe un figlio che non è in grado di prendere decisioni e di diventare interiormente libero? Cosa se ne fa la vita religiosa e sacerdotale di persone mai cresciute? Semplicemente adesive, passive e fidelizzate a questo o quel superiore. L’apparente docilità di alcuni soggetti, in realtà spesso non è stabile, anzi facilmente le persone non-autonome cambiano “capo” non appena ne trovino uno più consenziente o più attento a loro! Concretamente questo si traduce nella possibilità che andrebbe lasciata fin dalla formazione di proporre iniziative, di portare avanti degli impegni in modo creativo con margini di autonomia (e inevitabilmente di errore), senza livellare le diverse sensibilità su una sola, quella del superiore/della superiora. D’altra parte, è pur vero che raccolgo espressioni di fatica in chi è responsabile di formazione, di comunità o di diocesi, perché a fronte di tanto parlare di autonomia il giovane, la giovane, per età o percorso, non è così proattivo rispetto alla propria vocazione e l’atteggiamento è piuttosto passivo e di attesa che sia sempre l’altro ad assumersi gli oneri di un’attività, o semplicemente di un progetto. Allora, in questo senso, è fondamentale che la capacità personale di mettersi in gioco, di sviluppare un’appartenenza – che non vuol dire adesione fideistica e a “mente spenta” rispetto ad un carisma e quindi ad un cammino – sia un requisito presente nella valutazione di una vocazione, ma anche nella formazione dei formatori e superiori. Fanno comodo persone che non obiettano mai nulla, che non fanno rumore, che aderiscono e basta, ma nel tempo sono le stesse persone che andranno in pre-pensionamento rispetto agli impegni comunitari o pastorali. Concludo riprendendo le due osservazioni iniziali: è urgente che gli ambienti di formazione e di vita insieme, comunità religiose o case di sacerdoti, siano famiglie nel senso più sano del termine. Nessuno rimane dipendente a vita da un altro, a meno di dinamiche patologiche. Saper coniugare la crescita adulta dei membri di un gruppo, con il senso fraterno, libera gli ambienti vocazionali da quell’aria “scolastica” o dall’essere solo luoghi di passaggio che talvolta può inquinarli.
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