L'esperto risponde / Società

Chiara D’Urbano

Psicologa e psicoterapeuta, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Sono Perito dei Tribunali del Vicariato di Roma e collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna. Con l’editrice Città Nuova ho pubblicato tre libri: La pietra della follia, Per sempre o finché dura e Percorsi vocazionali e omosessualità.

Vedi tutti gli esperti
Vita in comune

Omosessualità: le parole pesano

Ho letto l’interessante numero precedente di questa rubrica, sul foro interno ed esterno. Sono un formatore all’interno di una Congregazione di sacerdoti-religiosi (noi arriviamo al ministero e professiamo i voti) e mi domandavo se l’orientamento omosessuale di un giovane o comunque di un membro di comunità, sia una di quelle dimensioni che andrebbero condivise con altri. Eventualmente con chi? Altrimenti, perché no? Oggi è sempre meno raro che un giovane si apra su questo aspetto e mi piacerebbe che lei dicesse qualcosa di più in merito al mio interrogativo che, posso dirle, è oggetto di confronto anche con altri sacerdoti che si occupano di accompagnare i cammini in seminario.

La domanda è acuta e insieme impegnativa. È un’occasione preziosa per riprendere la riflessione su questo argomento, che però necessita di un passo indietro.

Ripeto volentieri, peraltro, che quando ci accostiamo a temi sensibili che toccano la vita delle persone, dovremmo farlo pensando innanzitutto che non si fa (solo) della teoria, ma si avvicinano le storie, le esistenze, conquiste, sconfitte e lacerazioni di Mario, Francesco, Paola, Carla…

Lo dico – se posso condividere una parola personale – a partire dall’esperienza del mio lavoro clinico che ha ri-formato il mio modo di rapportarmi allo studio e a domande come quelle che il sacerdote pone, riducendo un po’ la superbia di pensare in modo disincarnato. Perciò, non posso iniziare la nostra rubrica su tematiche simili senza esplicitare, innanzitutto, che al centro c’è un uomo, una donna, giovane e meno giovane, che cerca di corrispondere ad una vocazione. E che la vocazione è autentica quando rende lui o lei persone migliori, più mature e compiute.

Altra precisazione: le risposte a interrogativi come quelli posti dal formatore non possono essere dicotomiche – “sì” o “no” –, perché ciò che riguarda l’essere umano deve poter rispettare la complessità che gli è propria, altrimenti riduciamo tutto a una “questioncina” da manuale.

L’orientamento omosessuale è un aspetto “nucleare” della persona. È una dimensione che coinvolge la percezione di sé, il voler bene, l’amare, il mettersi in relazione con gli altri, la sessualità. Quindi è qualcosa di profondo e intimo, che necessariamente diventa significativo in una scelta di vita sacerdotale e di vita fraterna. La persona, infatti, risponde alla vocazione – per usare un linguaggio comune – con tutta se stessa, mente, cuore e corpo.

L’orientamento sessuale, allora, è un tratto importante della persona, la quale «andrà conosciuta in quella complessità inedita di cui quel tratto è una parte, ma non il tutto, e che pure con quel tratto esprime qualcosa della propria umanità» (intervista a don Stefano Guarinelli, in L. Moia, Chiesa e omosessualità, Ancora 2020). In due parole: l’orientamento omosessuale è una dimensione significativa, ma non totalizzante.

Inoltre, l’omosessualità non indica un qualche deficit specifico, non rimanda automaticamente e di diritto a qualcosa che “non va” nella persona. Pertanto un omosessuale (uomo o donna) non è identificabile come portatore sano di una patologia che prima o poi diventa evidente, creando scompensi nell’equilibrio personale e di comunità (per un approfondimento sul tema: C. D’Urbano, Percorsi vocazionali e omosessualità, Città Nuova 2020).

Tutto quanto detto finora va integrato, ed è ciò che intendevo con la complessità dei processi umani: l’omosessualità non è irrilevante, ma non è neppure patologica in se stessa. E veniamo alle domande.

Quando una persona in formazione condivide questa dimensione di sé in sede di accompagnamento spirituale, come dicevamo nel precedente numero, il contenuto è di foro interno, per cui in alcun modo può essere portato fuori da quella sede. L’accompagnatore spirituale potrà, semmai, lavorare con la persona perché sia lei ad aprirsi con chi la affianca nella formazione.

Se è, invece, il formatore/la formatrice a ricevere questa confidenza (foro esterno), si aprono vari scenari. La domanda sul significato e sull’effetto del dire che “Francesco è omosessuale”, “Carla è omosessuale” potrebbe scoperchiare, piuttosto, nel formatore/formatrice che se la pone, dubbi, paure e forse ignoranza personale sull’argomento. È assolutamente necessario che gli incaricati della formazione siano competenti su questo tema, per non commettere imprudenze o per non sentirsi scomodi di fronte ad esso.

Quale sarebbe il beneficio di condividere fuori dall’equipe formativa un’informazione sull’orientamento omosessuale del/la giovane, per esempio al parroco nella cui parrocchia andrà a fare apostolato, o della missione in cui la ragazza si immette? Attenzione, quindi, che come non si condivide tout court nessun aspetto intimo della persona, al di là delle sedi in cui questo possa rendersi utile alla persona stessa – è lei e il suo processo vocazionale al centro –, ogni parola di troppo diventa una “chiacchiera” o può diventare tale. Non solo non favorisce l’individuo, ma crea confusione su di lui.

Vediamo ora cosa accade una volta che la persona esca dalla formazione. In comunità (qui mi riferisco alle comunità di vita consacrata, possiamo approfondire in un altro numero la dimensione del sacerdote diocesano), sebbene non ci sia nulla di codificato dal punto di vista giuridico, la questione non è molto diversa. Immaginiamo che Paola, consacrata quarantenne, oppure Matteo, religioso trentenne, si aprano con i propri responsabili di comunità su questa dimensione di sé. Decidono di farlo perché si sentono liberi con lui o lei e vogliono essere autentici al massimo. Questa è una posizione molto bella, di verità su di sé, come molte altre condivisioni significative rivolte a chi accompagna. Ebbene, il resto della comunità non ha un “diritto” di conoscenza di dimensioni così personali, in quanto – mi si passi l’espressione forte – non deve attrezzarsi in un modo speciale se un suo membro ha un orientamento omosessuale.

Come scrive p. Giuseppe Piva, gesuita che da anni nella pastorale accompagna «le nostre sorelle lesbiche» e i «nostri fratelli gay, bisessuali e transessuali» (in L. Moia, op. cit.), «capiamo bene la differenza tra una persona omosessuale, un tossicodipendente e un malato psichiatrico».

I tanti “sì, ma…” – se poi ci si trova insieme? Se poi si fanno viaggi apostolici insieme? Se si dorme nella stessa camera? – rimandano alle premesse iniziali: l’orientamento omosessuale, è parte “nucleare” e profonda della persona e del suo modo unico di essere lei e lei-in-vocazione. Diventa problematico solo se – come nel caso dell’orientamento eterosessuale – non è integrato nel tutto armonioso della persona che è in cammino per corrispondere alla chiamata, anche col proprio corpo, con la propria sessualità.

All’interno della comunità, che come ripeto non è un consesso di amici, ma una fraternità adulta di fede, le relazioni e il modo di viverle hanno già (o dovrebbero avere) un loro “codice” (non scritto) a tutela della privacy, della adultità dei rapporti e dell’essere, appunto, una realtà carismatica e non goliardica. Occorre aggiungere altre cautele?

Semmai, se l’ambiente comunitario lo consente perché il clima fraterno è sereno, è autentico, è accogliente – noi psicologi parleremmo di un sistema di attaccamento “sicuro” – allora, forse, sarà naturale per il membro che ne è parte, decidere di parlare di sé agli altri, alle altre. Quante volte questo effettivamente si realizzi non so! Ma la decisione appartiene alla libertà personale.

In comunità ci sono maturità, sensibilità, esperienze ed età diverse per cui non tutto può essere messo a conoscenza di tutti. Come in famiglia, tuttavia, quando le condizioni domestiche lo consentono è più probabile che i figli saranno aperti e schietti con i genitori e magari con gli altri fratelli e sorelle.

Non ritengo giusto, invece, che ci sia una regola valida sempre e comunque per cui le informazioni personali debbano essere esplicitate apertamente.

Di fronte all’obiezione (valida) che però l’occasione fa l’uomo ladro, per cui meglio sapere se un fratello o una sorella ha un orientamento omosessuale, credo si possa dire – pur distinguendo tra il tempo della formazione iniziale e quello successivo – che ciascun membro cammina e va aiutato a conoscere se stesso e tutto ciò che potrebbe rappresentare un impedimento o un inciampo alla propria vocazione. Quindi, la tutela iniziale della prima formazione, poi dovrebbe lasciare il posto all’autonomia dell’adulto che si presume abbia maturato il senso di appartenenza alla realtà vocazionale e il senso di responsabilità. Questo comprende il voler – egli/ella in prima persona – essere fedele a ciò che ha scelto, essere fedele all’Amore che la/lo motiva.

In sintesi: a mio parere troverei davvero poco rispettoso dell’altezza e della grandezza della vocazione non tener conto che è la chiamata di Dio, che poi la Chiesa vaglia, all’origine dei processi di risposta di ministri e consacrati. Inzeppare di prescrizioni – in nome della prudenza – il vivere insieme abbassa la fraternità al livello di uno studentato.

Concludo dicendo che la rubrica è uno spazio di scambio e confronto, oltre che di approfondimento di aspetti specifici. È sempre arricchente, quindi, se arrivano opinioni diverse che nutrono il dialogo e lo rendono vivo e non uniforme.

84Risposte
Visualizzazioni
Vita in comune

Comunità: a proposito di foro interno ed esterno

Leggi la risposta

Leggo con profondo interesse la vostra rubrica da cui traggo spunti per il mio quotidiano! In uno degli articoli, riguardo alla formazione nella vita religiosa e in seminario, lei accenna alla differenza tra foro esterno e foro interno. Potrebbe approfondire l’argomento? Una consacrata  


La ringrazio per la domanda, molto attuale, in quanto oggi negli ambienti formativi si riflette sul diritto alla privacy dei candidati/o membri di comunità e la necessità di accedere ed eventualmente condividere le informazioni su di lui/lei, con un’equipe. Premetto che per foro interno si intende in senso stretto solo ciò che viene condiviso nella confessione o nella direzione spirituale. Ci sono eccezioni solo in situazioni estreme. Tecnicamente non sono di foro interno, invece, gli scambi e i confronti con formatori/formatrici o responsabili di comunità. Non accada che queste dimensioni interne ed esterne siano gestite da un’unica persona! Come il caso di un padre spirituale che diventi rettore nello stesso sessennio di formazione di un gruppo di seminaristi; cioè rispetto agli stessi ragazzi prima direttore spirituale e poi rettore. Questo a grandi linee. A me, però, sta a cuore non la dimensione giuridico-canonica, diritti e doveri, che non è di mia competenza, quanto quella esperienziale. La prospettiva è quella psicologica caratterizzata da una deontologia che tutela la privacy (in senso lato di “foro interno”), anche nell’accompagnare i processi vocazionali. E qui la questione si fa complessa. Proprio in seguito all’articolo scritto con don Marco Vitale su questa rubrica, più di qualche sacerdote o consacrato/a ha reagito dicendo che i suoi ricordi degli anni di formazione sono abbastanza negativi riguardo alla riservatezza. Un sacerdote, in particolare, ricordava la scarsa fiducia verso il suo accompagnatore spirituale in seminario, in quanto alcune informazioni che avrebbero dovuto essere strettamente riservate a quell’ambito, “finivano”, invece, tra quelle condivise anche col Rettore. Superfluo dire che questo è gravemente scorretto. I confini devono essere chiari. Però si parla di percorsi, di storie e di accompagnamento concreto, non di teoria, perciò il tema si complica. Partirei da un presupposto, non nuovo, per chi segue la rubrica. La formazione vocazionale è a beneficio della persona e non valuta se quell’uomo o quella donna siano abbastanza intelligenti o di buona volontà. Non si tratta neppure di un concorso per meriti, ma di un’indagine, negli anni, se quello specifico percorso, con le sue caratteristiche, è la strada che renderà la persona realizzata spiritualmente e umanamente. In altre parole, secondo un linguaggio comune (che mi piace meno, lo confesso): se la vita sacerdotale o di consacrazione corrispondono alla volontà di Dio su quella persona. Questo significa in senso positivo che, se la persona è realizzata, la comunità circostante e la Chiesa tutta ne beneficerà. Viceversa, se la persona è sempre in conflitto, si sente stretta in quel contesto, sperimenta continua angoscia, difficile credere che quella strada sia la “croce che Dio le assegna” (e dunque sia volontà di Dio). Peraltro a lungo andare l’infelice potrebbe fare danni all’interno della comunità o nell’apostolato. Non mi soffermo su questo punto. La premessa mi sembra importante per dire che se l’orientamento dei formatori/formatrici è il benessere di chi arriva, e non un reclutamento di forze per tenere in vita la congregazione o l’istituzione, allora è la persona al centro. Con questa attenzione essenziale: parliamo di persone adulte (a parte i seminari minori), che quindi vanno trattate come tali. Provo a spiegarmi: in ambito spirituale e psicologico non ci sono dubbi che la tutela dei contenuti è massima. Tuttavia, proprio perché si tratta di aiutare le persone a scegliere la cosa migliore per loro, quando si intercetta un aspetto significativo, che può essere rilevante ai fini del discernimento e dell’accompagnamento, chi accompagna può far comprendere alla persona l’importanza di essere autentica anche col suo formatore, formatrice. È la persona – non altri – che poi condividerà se stessa, se comprende il valore della franchezza. Non si può manipolare questo passaggio: la persona va aiutata ad aprirsi con i soggetti deputati alla formazione, senza sostituirsi a lei. E fin qui mi sembra che l’argomento sia lineare. Cosa accade, però, di fronte ad un formatore/formatrice che ha competenza in quanto foro esterno? Mi pare verta qui la domanda. Come gestirà le informazioni riservate che la persona condivide con lui o lei? In tal senso è vitale costruire relazioni di fiducia reciproca: il soggetto, sia nella fase iniziale che in quella successiva, deve poter contare su un ascolto prudente e cauto, che non faccia di quelle condivisioni una materia comune. Sarebbe grave. Del resto i soggetti deputati alla formazione e all’accompagnamento sono individuati già in partenza dall’istituzione, per cui solo loro, e nelle modalità più opportune, potranno essere coinvolti qualora ci fossero aspetti rilevanti di cui dovrebbero venire a conoscenza. Non altri. In alcun modo. D’altra parte la persona che sta in un ambiente di vita comunitaria dovrebbe aver maturato fiducia verso chi la affianca, in quanto è “in famiglia”, pur con tutte le dovute differenze da una famiglia naturale. Se si crede che chi è stato scelto nel ruolo formativo (ruolo che nessuno si auto-attribuisce), ne abbia la grazia e le capacità, allora diventa più facile confidare che l’altro mi abbia a cuore, farà scelte per il mio bene, non vorrà di certo ledermi. Qui non mi sembra ci siano regole scritte. A chi è incaricato della formazione è richiesta prudenza (tanta) e anche la giusta competenza per non commettere delle ingenuità che paga poi la persona interessata. Un ultimo aspetto, questa volta relativo ai rapporti alla pari. La persona in comunità è tenuta a condividere con gli altri/le altre aspetti importanti di se stessa? In questo caso ritengo fondamentale richiamare l’unicità e l’anomalia della vita religiosa e fraterna secondo un carisma. Non essendo un gruppo di amici, l’apertura dei membri varia in base a tanti fattori: composizione della comunità, maturità dei membri, contenuti della condivisione (un ricordo della propria storia, un evento accaduto di recente, una condizione interiore…). Per essere comunità non è che tutti debbano sapere tutto! Rischio che forse gli ambienti femminili corrono maggiormente. Occorre rispetto e delicatezza verso ciascuno/a, e non può esserci un obbligo a tutti i costi di apertura agli altri (o self-disclosure). È chiaro che quanto più un ambiente ha costruito relazioni sane, autentiche, non morbose né fredde – un contesto di “attaccamento sicuro”, si potrebbe dire – tanto più è probabile che l’apertura di sé sarà spontanea, anzi desiderata. Tuttavia, ripeto, ci vuole prudenza: ogni storia è a sé, come lo è ogni ambiente comunitario, fatto di persone adulte, con maturità e sensibilità diverse.
Vita in comune

Se il Covid entra in comunità

Leggi la risposta

Sono un giovane religioso da molti anni in comunità. In questo tempo di pandemia stiamo vivendo un’esperienza particolare: la possibilità di essere contagiati e di contagiare. Infatti un nostro confratello sacerdote si è effettivamente ammalato. Da qui nasce l’esperienza di colpa e di diffidenza verso l’altro. Vorrei concentrare la mia attenzione sulla colpa. Come non colpevolizzare, incolpando i nostri fratelli o sorelle di comunità? E come non sentirsi in colpa quando accade che qualcuno di noi risulti contagiato? Siamo una comunità femminile di “governo”, per cui piccola e circoscritta. Accanto a noi, però, abbiamo sorelle che sono impegnate nell’apostolato, per cui stanno necessariamente a contatto col pubblico. Viviamo un clima veramente strano e direi unico fino ad oggi: ci sentiamo come “in punta di piedi” l’una con l’altra non sapendo se l’una potrà essere untrice per l’altra. Le nostre età e condizioni di salute sono diversificate, per cui immagini che la paura che qualcuna si ammali seriamente è realistica e non solo lontana. Parlando con altre comunità ci siamo rese conto che non è così rara questa situazione interna.


Grazie per queste condivisioni che esprimono sul versante maschile e femminile gli stessi interrogativi. Purtroppo è il tema attuale dominante: vicinanza e distanza da reinventare perfino in comunità. In due incontri Zoom durante il tempo del lockdown, ideati da Aurora Nicosia direttrice di Città Nuova, si era data voce a diverse esperienze comunitarie dall’Italia al Cile, dall’Argentina al Messico, dal Brasile all’Uruguay, sul tema della pandemia. Molto interessante. Sono stati espressi e messi in comune timori, angosce, speranze, sguardi positivi, sguardi sconfortati. Oggi lo scenario è in parte diverso: mentre prima si era quasi tutti accomunati da uno stare “dentro”, ora quantità e tipologia di impegni, spesso fuori comunità, mettono le persone più vulnerabili effettivamente a rischio di essere contagiate da questo virus insidioso. Dunque le due riflessioni centrano proprio la fase che stiamo attraversando. Credo che dobbiamo partire dal nome che in quell’occasione di scambio intercontinentale avevamo dato all’evento Covid: un trauma. Qualcosa, cioè, che irrompe nella vita ordinaria in modo del tutto imprevedibile e ingestibile e la travolge, anzi la stravolge. Scombina le certezze, cambia i parametri ordinari dei rapporti, della modalità di lavoro, della possibilità stessa di lavoro, della percezione degli spazi. Nessuno può farci nulla. Non si può chiamare direttamente in causa nessuno. Qualcuno ha provato ad attribuire la dolorosa pandemia alla volontà punitiva di Dio del tipo «ve lo avevo detto che stavate sbagliando». Saremmo fuori strada. Allora escluso Dio, ed essendo impossibile andare in cerca della fonte primaria di tutto questo sconvolgimento – che poi noi cittadini comuni non abbiamo competenze e strumenti – sorge la necessità di scaricare la tensione su qualche “colpevole”. Direi che questo è un meccanismo umano atavico: l’attribuzione di colpa ad un capro espiatorio. In tal modo si identifica “l’oggetto” su cui scaricare rabbia e frustrazione, incertezza del presente e angoscia del futuro, per poi rimproverarlo di imprudenza e incuria. E se diamo la colpa a noi stessi (ma è più raro!) paradossalmente ci mettiamo in pace: di tutto questo caos “sono io a dover essere punito”. Come se questo risolvesse la questione. Accade di frequente nella società di ridurre la lettura dei problemi ad un’unica causa, e accade anche negli ambienti comunitari. In ciò non c’è nulla di anomalo. Tendiamo tutti a cercare “lo straniero” di turno e lo guardiamo come il colpevole dei conflitti comunitari, della mancanza di dialogo, dell’apostolato che non funziona, della carenza di vocazioni. Il che, appunto, ci rasserena. Tuttavia, è ovvio, questo sistema non aiuta per niente il vivere insieme. Convogliare su uno o più confratelli/consorelle il demerito di aver portato il virus dentro casa non ha senso e finisce per aumentare il livello di paura, di diffidenza reciproca, perfino di astio: «se tu non fossi uscito», «ti avevo detto che dovevi essere più attenta». Questo vale anche in qualsiasi famiglia umana. Si potrebbero fare molte riflessioni su questi aspetti, io mi muovo sul mio terreno, che è quello psicologico, e condivido alcune considerazioni. Di fronte a un evento traumatico – dalle Torri gemelle al Covid che ha portato via molte persone care e tuttora circola – ciascuno di noi reagisce diversamente. Il tipo di reazione è il frutto di una serie di fattori che vanno dalla famiglia di origine, alle risorse personali, alle esperienze vissute, fino alla condizione attuale. Perciò nessuno deve sentirsi in colpa se non sente dentro di sé le energie per vivere bene, con pace e speranza questo tempo. Anzi, lo dica, chieda aiuto. Non si è migliori o peggiori di altri se di fronte a contingenze irruenti si risponde con più o meno grinta e ottimismo. D’altro canto, non si risolvono o leniscono queste stesse esperienze pensando che è la negligenza altrui a determinarla. È chiaro che, come ci viene ogni giorno richiamato, è richiesta attenzione reciproca, prudenza, cura verso i soggetti più deboli (anziani e immunodepressi in particolare). Il ben noto Manuale diagnostico di ultima generazione – noto, intendo, per chi segue questa rubrica – mette un segnale rosso quando qualcuno è: «confuso e inconsapevole dell’impatto delle proprie azioni sugli altri». Avere cura è essere presenti a se stessi e a quello che possono attivare i propri comportamenti. E questo vale su molti fronti. Tuttavia, lo stesso testo ci ricorda che la vita vissuta «come […] pericolosa», per cui tutto e tutti sono una minaccia, è indicativo di una difficoltà propria (e non dell’altro). Precisamente della capacità progettuale che, forse, si è inceppata in qualche frangente di vita. Inoltre: la paura dell’altro, del diverso da sé, che mi disorienta e a cui attribuisco «spesso ed erroneamente intenti distruttivi» è un campanello d’allarme di una mia difficoltà relazionale, e qui, più precisamente, nell’area dell’empatia. Il fratello o la sorella, in tal caso, mi mette in crisi, i suoi pensieri e le sue azioni mi spaventano, penso che lui o lei possa farmi del male, per cui sto alla larga, lo temo, diventa il mio possibile untore. Voglio dire che la tendenza umana di fronte alle paure che portiamo nel cuore – e Dio sa quante ne abbiamo passate nella vita per essere così timorosi – per poterle guardare e gestire, è di personificarle in un volto sui cui dirigere il nostro scontento. Ma non aiuta buttarle né su noi stessi sotto forma di colpa, né sugli altri. Non ho “consigli” da offrire. Credo, piuttosto, che se intercettiamo in chi ci sta accanto una particolare difficoltà ad attraversare questi mesi di rinnovata tensione, dovremmo inventarci strategie di soccorso. Da quella più semplice e a portata di mano: dare e inventare spazi per mettere in comune tutte queste esperienze interiori, al suggerire un aiuto professionale se l’ascolto non è sufficiente. Le tensioni naturali di questo tempo vanno disinnescate in tutti i modi possibili, perché (almeno) l’ambiente domestico sia uno spazio senza filo spinato.
Vita in comune

Donna e consacrata

Leggi la risposta

Ho letto con interesse le puntate della sua rubrica sui problemi dei seminari e della vita sacerdotale. Potrebbe spendere qualche parola anche sulla non sempre bella situazione femminile nei conventi? Faccio riferimento in particolare all’intervista al card. Joao uscita qualche mese fa nell’inserto Donne Chiesa Mondo dell’Osservatore Romano. Grazie. Una religiosa


In parte mi ritrovo nelle osservazioni sulla realtà comunitaria femminile, tuttavia credo che oggi siamo a una svolta epocale. Quando incontro consacrate italiane, africane, brasiliane, polacche, argentine, messicane… – e non parlo solo delle giovani – rimango sorpresa dalla libertà che hanno di individuare le vulnerabilità di un sistema che talvolta mostra segni di stanchezza eccessiva. Sr. Fulvia Sieni, Abbadessa delle Monache Agostinane dei Santi Quattro Coronati a Roma, col suo sguardo lucido e onesto mi pare concordi su questo aspetto di franchezza. Sr. Fulvia: «La vita religiosa femminile ha più consapevolezza delle proprie vulnerabilità di quanto si creda; non rimango mai sorpresa dalla lucidità che emerge sempre nelle conversazioni con donne consacrate (ma potrei dire lo stesso di dialoghi con donne sposate, madri o comunque con donne…) nel mettere a fuoco il problema o i nodi principali che, intrecciando diverse problematiche, rendono a volte complessa la realtà comunitaria (familiare o lavorativa). La vera e deludente sorpresa mi raggiunge quando, con la medesima lucidità, mi viene confidato il malessere di avere segnalato a chi di dovere (a volte fino al Vescovo) le difficoltà e di non aver trovato interesse, ascolto, sostegno, cura e solitamente è qui che sta la sorgente di ogni stanchezza nella vita religiosa». Ha ragione, posso immaginare situazioni come quelle che lei descrive di non ascolto, tuttavia mi permetto di insistere che a chi inizia un percorso vocazionale è comunque importante offrire strumenti per stare in piedi, per acquisire una coscienza adulta di sé e delle proprie capacità di amare. Le parole faticano ad esprimere quanto vorrei sottolineare: se non si favorisce “l’adultità” dei consacrati, qui stiamo parlando del mondo femminile in particolare, la vita religiosa rischia di scendere di livello. La realtà comunitaria è per adulti, e questo richiede una serie di caratteristiche da acquisire e mantenere, perché, altrimenti, lo stadio dei membri rimane quello infantile/adolescenziale e sarebbe uno spreco. Inoltre, credo che la parte maschile abbia la sua porzione di responsabilità: non di rado, infatti, ho sentito accompagnatori spirituali chiedere a una comunità di consacrate di prendere quella giovane, che ha serie difficoltà, perché "altrimenti dove andrebbe?". Sr. Fulvia: «Infatti. È necessario avviare processi di conversione e di cambiamento, ma questi devono essere accompagnati e devono coinvolgere tutta la mentalità della Chiesa, in particolare riguardo alle suore. Le abbiamo volute per anni nelle lavanderie dei Seminari, nelle sacrestie dei santuari, nelle cucine dei monsignori e, purtroppo, molte sono ancora là. Quando papa Francesco parla di «tratta» a me vengono in mente anche questo tipo di servizi: le chiamiamo “suorine”, “sposine di Cristo”, “monachelle”… ora improvvisamente le vogliamo formatrici e psicologhe, superiore e canoniste, econome e commercialiste. Ciò che oggi viene denunciato, per anni è stato avallato. Non è questo l’aiuto di cui c’è bisogno. Conosco molte consacrate che dopo aver lavorato duramente e molto tutto il giorno, pregato con impegno e partecipato alle attività della comunità cui appartengono, trascorrono ore della notte a studiare per poi riprendere il lavoro il giorno dopo. Conosco molti sacerdoti, invece, che risiedono in collegi che sono quasi alberghi di lusso, la cui retta è pagata dalla diocesi di appartenenza, le cui stanze sono spesso tenute in ordine da quelle sorelle che poi studieranno la notte, che dedicano il loro tempo a studiare, allo sport, alle mostre o al cinema. Sacerdoti che, se invitati a celebrare l’Eucarestia in qualche comunità religiosa, sperano di non dover fare l’omelia. Non ho mai sentito nessuno chiamare uno di loro “pretino”, “sacerdotello”, “amichetto di Cristo”… ed è ben giusto, sarebbe un’aberrazione, come di fatto lo è per le consacrate». Sono d’accordo. Riferirsi alle donne con espressioni puerili non rende ragione, né merito a un’identità, quella femminile, che ha un suo specifico anche in ambito vocazionale. Forse, allora, va ripensata la comprensione del vivere insieme in un ambiente femminile, sia perché rimane uno scarto innegabile rispetto agli spazi di libertà di cui godono quelle maschili, sia perché – almeno dal mio punto di osservazione – ho talvolta la percezione che manchi proprio una chiarezza in merito a cosa voglia dire essere comunità. Con sguardo femminile esterno, direi che le comunità di donne a volte vivono ancora errori di comprensione per cui “insieme” vuol dire “tutti uguali”, un pensiero unico con scarsi spazi di autonomia e un’unica mente pensante. Mentre, invece, è sano e direi vitale quel margine per essere se stessi perché un ambiente non diventi un contesto regressivo, che rende simbiotici. È chiaro che in questi casi c’è un rischio altissimo di alimentare il narcisismo. Perciò la riflessione deve contemplare: crescita adulta e senso di fraternità, una diade inscindibile. Sr. Fulvia: «Pur non volendo rinnegare secoli e secoli di tradizione nella vita religiosa, mi trovo semplicemente ad osservare che l’aver importato il modello gerarchico maschile nella vita religiosa femminile non ha fatto bene a quest’ultima. Perché le donne hanno in loro un’indole più collaborativa rispetto agli uomini che, mi permetto di dire, hanno bisogno di un leader, quanto meno dal punto di vista organizzativo, che assegni loro ruoli e compiti. Certamente anche nelle comunità religiose femminili serve un’organizzazione, delle responsabilità chiare e gestite, ma la famosa sinodalità, così proclamata nella Chiesa, la vedo già molto praticata tra le donne consacrate in modo concreto, semplice e senza troppo clamore. Sento di poter dire, vivendo con molte donne, che la corresponsabilità ci è con-naturale, va certamente educata ma nasce con l’appartenenza, il sentirsi a casa, il sapersi parte di un corpo del quale ci si vuole prendere cura proprio perché nostro. Mentre gli uomini mi sembrano, potrei sbagliare, più attenti a ruoli, compiti e posizioni. Comunque, l’inevitabile sta finalmente accadendo: l’uomo senza la donna non si comprende, né nel corpo nelle sue meravigliose caratteristiche creaturali, né nel modo di pensare e di agire, né nella sua vocazione». Da parte mia, come psicologa che vuol molto bene alla vita consacrata, la stima, e da essa ha ricevuto e riceve tanto bene, rimane doloroso constatare che gli abusi in ambito femminile sono molto reali. Talvolta se ne parla in toni esasperati, ma non si può fare a meno di osservare che in alcuni contesti (maschili e femminili) il potere non sia un servizio, ma un privilegio. È umano. Nulla di cui scandalizzarsi, però tra donne le dinamiche possono rimanere silenti e diverse sorelle possono soffrirne senza essere in grado di poterlo esprimere. Perciò senza drammatizzare o fare la parte delle vittime (anche perché qui la violenza è da donna a donna), ritengo che se ne debba parlare cercando di accostare con affetto, delicatezza, ma anche fermezza quelle situazioni che ad oggi rimangono inique, anche in ambito vocazionale. Sr. Fulvia: «Il tema degli abusi è molto delicato e parlarne in modo sbagliato o approssimativo può amplificare il dolore. Generalizzare, si sa, non è mai un buon approccio per affrontare i problemi; mi amareggiano alcune considerazioni che vorrebbero essere di denuncia, ma che di fatto producono solo sospetto e discredito verso la vita religiosa femminile che è invece molto preziosa, ma purtroppo vittima di sciocchi pregiudizi soprattutto qui, nel mondo occidentale. Forse quell’attaccamento al ruolo e alla posizione di quelle superiore maggiori burbere che non cedono il passo, di quelle econome che diventano padrone e perdono il senso del servizio dovrebbe interpellarci tutti. È innaturale che una donna, una madre, si comporti da matrigna (nell’accezione negativa): una madre sempre preferisce la vita dei figli; se così non è bisogna aver cura di lei, sta soffrendo, c’è qualcosa che non va ed è qualcosa di profondo e doloroso. Qualunque sia la forma della sua vocazione, ogni donna porta in sé una chiamata originaria alla fecondità e alla cura della vita; quando questo non accade dobbiamo domandarci cosa abbia mortificato e mortifichi la sua maternità. Cosa le impedisce di far crescere le sue figlie amandole?».
Vita in comune

Testimoniare la fraternità sacerdotale

Leggi la risposta

È facile parlare di fraternità sacerdotale in via teorica, ma in pratica come si fa? La vedo molto difficile...


Negli ultimi due numeri di questa rubrica abbiamo riflettuto con don Marco Vitale sul rinnovamento della formazione sacerdotale, insistendo sull’aspetto di fraternità che sarebbe auspicabile anche per i sacerdoti diocesani, aspetto da imparare a costruire fin dagli anni di seminario. Ora, invece, entriamo in un’esperienza viva di fraternità sacerdotale con don Emilio Rocchi, il quale può intanto dirci due parole su “chi è”. «Dall’ordinazione presbiterale in poi ho svolto diversi incarichi, uno più bello e sfidante dell’altro: viceparroco, insegnante di religione cattolica nella scuola (media e classico paritario) e di teologia dogmatica nell’Istituto Teologico Marchigiano, aiutante di studio della Segreteria generale della CEI, rettore del seminario diocesano, parroco, segretario della Commissione presbiterale Italiana… e, pur variando incarichi e luoghi di servizio pastorale, ho scelto di vivere sempre con altri preti, secondo la spiritualità focolarina».   È possibile, quindi, non è utopico che ci siano fraternità di sacerdoti, ciascuno con i propri impegni, senza, per questo, «snaturare» la vocazione sacerdotale? «A mio avviso sarebbe auspicabile, per tutta una serie di motivi, uno più importante dell’altro. Infatti, la vita comune offre tante possibilità di superare la cultura individualista, la quale apparentemente rende più liberi, ma in pratica più autoreferenziali e questo pone seri rischi a coloro che sarebbero chiamati a camminare in una Chiesa sinodale. Purtroppo il vivere insieme tra sacerdoti non è una realtà diffusa, mentre invece offre la possibilità (quando funziona) di accorgersi dei disagi altrui e propri e cercarne una soluzione. Ti costringe a farti carico di qualcuno e di fare il primo passo, rischiando anche la correzione fraterna.   Ha detto una cosa molto interessante: come sempre nelle esperienze umane, non è detto che l’esperienza – in questo caso il vivere insieme – “di per sé” sia garanzia di un atteggiamento di maggiore autoconsapevolezza, né di maggiore attenzione e cura all’altro. «Però la vita comune dà almeno la possibilità di maturare nella capacità di sapersi relazionare con tutti e di rapportarsi in modo adeguato con chi la pensa diversamente da noi. Infatti, siccome ciascuno è unico e irripetibile, quando si vive insieme si ha l’occasione di allenarsi in modo concreto a camminare e a fermarsi (quando necessario) insieme. Offre l’opportunità di vivere il “rinnegarsi” evangelico (senza fuggirne la fatica) e di sperimentare la fecondità apostolica del vivere il Comandamento nuovo di Gesù, rivolto prima di tutto agli apostoli, che è la legge fondamentale della Chiesa (cf. Lumen gentium 9)».   Mi permetto di insistere perché è preziosa l’esperienza che lei sta narrando: concretamente cosa condividete e come avete pensato l’organizzazione della giornata? Per gli uomini mi pare meno scontato il mettersi insieme per realizzare una vita in comune, non solo concentrata sugli impegni pastorali o lavorativi. Provocatoriamente potrei immaginare un luogo abitativo tutto al maschile, dove in effetti ciascuno va avanti secondo le proprie attività e rientra solo per mangiare e dormire. «La vita comune si differenzia molto a seconda del numero e dell’età dei preti. Nell’esperienza più recente in ordine di tempo, ero con altri 3 preti anziani, due dei quali parroci emeriti (il più anziano, malato di Parkinson, l’altro che avevo sostituito al compimento dei 75 anni, malato di Alzheimer). In questo caso non mancavano tensioni, giunte al culmine quando il prete più anziano mi disse con grande chiarezza: “Ciò che è importante per te, non lo è per me. E ciò che è importante per me, non lo è per te”. Grazie a ciò, ho scelto di vedere situazioni e persone non accontentandomi più solo della mia prospettiva. Ho visto che il cercare di avere come prioritario il vivere l’amore evangelico, tendendo a praticare per quanto possibile il Comandamento Nuovo di Gesù, è decisivo per la pastorale. La vita fraterna, con le stesse difficoltà che sperimentano – e capiscono – tante famiglie, rende credibile l’omelia, come le riflessioni proposte ai diversi incontri con gli adulti e i genitori. L’azione pastorale staccata da questa testimonianza, o non maturata dall’amore al fratello (che è gioia e penitenza), mi sembra poco incisiva e rispondente alle sfide di molti battezzati. In questa comunità presbiterale si condivideva la celebrazione eucaristica in genere e, in qualche caso, la Liturgia delle Ore con alcuni. In altre comunità invece c’era un ritmo di preghiera condiviso: Liturgia delle Ore, Meditazione, un incontro settimanale per raccontarsi come ci si impegnava a vivere la Parola di Dio, una condivisione anche di beni materiali così da crescere nell’autentica fraternità, che si vedeva anche nel condividere i pasti e nel sistemare la casa e la cucina… Qualche gita secondo esigenze e possibilità di ciascuno. Festeggiare compleanni e anniversari di ordinazione»   Grazie, mi sembra importante quello che ha detto e cioè che i ritmi di ogni realtà fraterna si possono modulare a seconda delle esigenze, e non devono essere pensati in modo rigido, come talvolta accade. Venendo, invece, alle questioni spinose: quali sono le difficoltà maggiori in un’esperienza tra persone che non hanno scelto “per vocazione” la vita fraterna? «Ci sono diverse fatiche che si sperimentano sia dentro le persone – la fatica a relazionarsi superando e integrando i normali e necessari conflitti della prossimità – che tra le persone: “leggere” e interpretare in modo diverso le situazioni, le differenti priorità e i modi di organizzare la giornata. Uno dei motivi, a mio avviso, che rende faticosa la vita fraterna tra preti è che oltre alla famiglia naturale l’unico modello che molti preti hanno avuto è quello del Seminario. Lì però, in genere, c’è una certa “gerarchia”, esiste chi dà indicazioni e chi le ascolta e le attua, più o meno volentieri. Una volta divenuti preti, non pochi rifiutano questo “modello”, ma mancando di una formazione specifica non riescono a vivere da uguali e distinti. Si corre il rischio di non essere sufficientemente impegnati a edificare una “vita interna” attenta alle diverse sfaccettature di una vita fraterna che va dalla condivisione alla comunicazione, che tocca la pastorale e la cura della salute, per sé e per chi vive accanto a noi… Un ulteriore elemento è la difficoltà che sorge quando qualcuno lascia intendere che il proprio modo di fare è il migliore e non accetta come positiva la diversità. E questa mentalità non può non avere conseguenze (gravi) nel modo di proporre e accompagnare le iniziative pastorali. Si fa fatica a valorizzare i carismi e ministeri altrui e si tende a privilegiare (se non imporre) i propri modi di vedere e di fare!»   Mi pare un’enorme sfida anti-narcisistica: non vedere se stessi come «i modelli». A questo punto secondo Lei, avendo in mente la situazione delle diocesi italiane, dove i sacerdoti sono pochi e oberati di impegni pastorali e spesso molto distanti l’uno dall’altro, si possono realisticamente pensare esperienze simili a quella che Lei vive, o sono molto specifiche e legate al carisma di appartenenza? Riprendendo la riflessione di don Marco Vitale sulla preparazione remota dei giovani seminaristi ad un pensare comune, cosa servirebbe per poterle realizzare, poi, da preti? «Mi sembrerebbe una scelta strategica importante di formazione permanente e di concreta testimonianza del presbiterio diocesano, attorno e in comunione con il Vescovo. Esistono tanti casi in cui la difficoltà di spostarsi da un paese all’altro, per una precaria viabilità e per il crescere degli anni e le condizioni di salute, rendono difficile il vivere insieme dei preti. È una situazione che chiede un serio discernimento negli organismi di partecipazione. Ogni scelta è rinunciare ad altro, ma si tratta di valutare qual è il Bene nella situazione attuale? … A mio avviso è essenziale testimoniare come preti la fraternità sacerdotale e da lì far scaturire l’azione pastorale, come Gesù faceva con i discepoli: affinché stessero con lui e per andare a predicare!   Un ulteriore e decisivo aspetto, anche per il crescere dell’età, è il vivere insieme di preti giovani e anziani. E vale anche per noi presbiteri quanto papa Francesco scrive sull’importanza di giovani e anziani, che sono la speranza della Chiesa (cf. Evangelii gaudium, 108)? Eccetto condizioni di malattia di una certa gravità che chiedono quindi cure specifiche che non si possono assicurare in una casa parrocchiale, mi sembrerebbe alquanto significativo far rimanere i preti anziani dove hanno esercitato il ministero. Eppure, si fa fatica a viverlo. Avremmo bisogno, sin dagli anni del Seminario, di essere formati alla concretezza della fraternità sacerdotale. Si chiedono infatti (a tutti) virtù non comuni. La mia esperienza in questo senso, pur impegnativa, è stata preziosa perché ha trasmesso un importante insegnamento. Capisco bene che non si può assolutizzare la propria esperienza! Ritengo fondamentale però esplicitare come prima dell’efficienza (anche pastorale) esiste il criterio della testimonianza e il far vedere concretamente cosa significhi il presbiterio diocesano e cosa sia la fraternità sacerdotale. E, non da ultimo, «Le sfide esistono per essere superate» (Evangelii gaudium, 109)».
Vita in comune

Autentici in Seminario

Leggi la risposta

Ho letto la sua ultima rubrica. Può spiegare come si fa concretamente a creare questi spazi di fraternità, dove far nascere il senso comunitario tra sacerdoti?  


Don Marco Vitale, la riflessione del numero scorso ha sollecitato da parte di diversi lettori alcuni approfondimenti, che cerchiamo di rendere ancora più concreti. Partiamo dal dato positivo e incoraggiante che diversi vescovi sono aperti e desiderosi di rendere sempre più efficace l’ambiente formativo del seminario, e si avvalgono di figure interne ed esterne per rendere dinamica e responsabilizzante la formazione. Sulla stessa linea oggi molti formatori e rettori hanno acquisito competenze raffinate rispetto alla dimensione umana della persona, per cui sanno cogliere eventuali fragilità, e quando occorra proporre al giovane un accompagnamento più personalizzato. Insomma non siamo all’anno zero. Tuttavia credo che ci sia da considerare “il clima” che il giovane respira in seminario, o meglio cosa il seminario “abbia in mente” riguardo a chi è in cammino. Torniamo alla dimensione fraterna: come Lei ha detto il seminario è una grande opportunità di gruppo, ma di fatto viene spesso vissuto come un albergo. Tento con occhio femminile di immaginare se non potrebbero essere ripensati alcuni spazi che sono anche luoghi di crescita, ad esempio tornare alle camere condivise. So che questo oggi attiva delle paure enormi, ma un ventenne che si allena a fare i conti con un altro rispetto alle proprie abitudini e comodità, può essere conosciuto anche attraverso queste dimensioni micro-comunitarie. Altrimenti in seminario i giovani trovano più comodità di quelle che lasciano a casa, e meno fratelli di quelli che avevano in famiglia. «Per semplificare il ragionamento, accolgo come verificata l’ipotesi che oggi i seminari offrano una proposta ecclesiale e formativa di eccellenza. Mi sembra estremamente interessante la duplice questione: quale aria respira un giovane in seminario? Cosa ha in mente il seminario sul seminarista? Il giovane, in seminario, nella stragrande maggioranza dei casi non può che respirare l’aria che vi trova! E a volte l’aria non è oggettivamente salubre. Cosa il seminario abbia in mente sul seminarista è ancora più complesso perché è un mix tra le idee del vescovo (o dei vescovi nei casi dei seminari regionali), del rettore, del vicerettore, dei formatori, dei padri spirituali… Sarebbero utili idee chiare ma di certo questo tempo è per la Chiesa un tempo di fragilità, di trasformazione, ma anche di potenziali risorse e tutto questo non può che rispecchiarsi nella formazione remota e permanente del clero. A solo modo di esempio, credo sia sufficiente ricordare che a distanza di quattro anni dalla pubblicazione della Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis la Chiesa italiana non ha ancora pubblicato una recezione ufficiale a livello di Chiesa nazionale, mostrando tutta la fatica dell’episcopato italiano ad indicare delle direzioni chiare e condivise. Sull’ipotesi delle camere condivise, personalmente non sono d’accordo per diversi motivi. Innanzitutto, perché sarebbe una situazione totalmente artificiale rispetto alla prospettiva di vita del futuro prete e, a volte, anche alle abitudini di vita del giovane in famiglia. Inoltre, è essenziale aiutare il giovane che entra in seminario a comprendere che non diventa né orfano né figlio unico: quando in casa si condivide la camera da letto lo si fa con il fratello o con la sorella mentre i compagni di seminario sono altro! È importante che il seminarista venga aiutato ad avere un cuore aperto ma anche con dei confini e, lo spazio della propria camera, credo sia un buono “spazio” di esercizio quotidiano. Sarebbe però importante che in alcune occasioni particolari, per esempio un tempo di vacanza, si proponesse ai seminaristi la possibilità di dormire in camere comuni. Questo aiuterebbe a lavorare sulla capacità di adattamento dei futuri sacerdoti. Credo che in seminario esistano servizi concreti estremamente validi per sondare un giovane: la cucina, la pulizia degli spazi comuni, la portineria: in questi ambiti è difficile nascondersi e non suscitare reazioni davanti a comportamenti irresponsabili».   Mi viene in mente un altro aspetto che potrebbe allenare il giovane a costruire relazioni con altri giovani e futuri sacerdoti: attivare dei tempi per le verifiche di gruppo, e non solo per quelle a tu-per-tu col formatore. Non si tratta di un capitolo delle colpe, ma di offrire strumenti che saranno utili anche nella vita pastorale: sapersi confrontare con altri preti e non viaggiare per conto proprio come se questo bastasse alla vita di un presbitero. Non mi pare siano diffusi confronti tra sacerdoti diocesani.   «Generalmente, in seminario esistono tre livelli di vita quotidiana: il seminarista, il gruppo (per esempio, la classe) e la comunità intera. Credo che sia estremamente utile, in una prospettiva formativa, creare legami a più livelli e a diverse sfumature. Il seminario non deve essere il luogo e il tempo in cui fare solo mille cose, ma anche dove avere tempo per riflettere con calma e rileggere e condividere le esperienze vissute. È importante potersi raccontare in un ambiente non giudicante, ascoltarsi reciprocamente, giungere a scelte comuni (e non sempre necessariamente condivise). I seminaristi vanno aiutati e accompagnati a vivere il passaggio dallo scegliere la cosa migliore per sé a quella migliore in sé stessa, non solo con una scelta logica ma anche con un discernimento spirituale che dovrà essere sia individuale che comunitario. Questa attenzione dovrà poi essere coltivata ed approfondita, grazie alla formazione permanente del clero, negli anni successivi all’ordinazione presbiterale».   Infine, mi pare che un altro rischio grande che lei introduce possa essere «il bravo seminarista», che sa cosa può dire e cosa non dire, e così la verità di chi sia e cosa provi interiormente rimane celata fin dopo l’ordinazione (e infatti dopo, nei primi anni di sacerdozio, a volte emergono «soprese»). Complice, talvolta, è la mancata riservatezza interna all’ambiente formativo e quindi la scarsa fiducia che il giovane costruisce verso chi lo accompagna, «e sei poi lo racconta al Rettore?». È vitale, penso, favorire l’autenticità del dono di sé, senza omologarlo secondo un modello che il seminarista apprende e al quale si adegua. Come in famiglia, una delle qualità più belle di un gruppo di crescita è lo spazio per essere se stessi, per poter esprimere ciò che si vive: paure, gioie, fatiche, debolezze, cadute, senza sconti («questo è meglio che non lo dico») né timori, per poi poterci lavorare. Senza questa opportunità preziosa tutto il processo vocazionale rimane falsato e non aiuta certo a formare un prete vero e autentico, ma solo una specie di figura artificiale. «Concordo. Personalmente ritengo che i giovani in formazione tendano ad essere estremamente compiacenti nei confronti dei loro superiori/formatori. Per limitare questa tendenza è necessario che ci siano dei formatori che siano uomini innanzitutto «risolti» sotto questo aspetto e particolarmente attenti a non sponsorizzare un modello di bravo seminarista. Non possiamo negare che esistano due questioni di fondo:
  • Rapporto tra foro esterno ed interno in seminario. In questo percorso formativo, a differenza, della formazione nella vita religiosa, sono due ambiti nettamente separati. Questa scelta offre delle garanzie indiscutibili al candidato ma a, volte, ampi margini di rischio all’Istituzione, la quale non può accedere (giustamente) al «privato del giovane» che rimane del tutto riservato e lì il seminarista magari condivide aspetti di sé cruciali o comunque molto significativi, che invece il formatore non conosce. È dunque estremamente importante il discernimento del seminario. Forse, formatori che sappiano accogliere e non giudicare troppo rapidamente facilitano l’apertura sincera dei giovani.
  • Il ruolo del prete. Fino a qualche decennio fa si tendeva a formare un leader capace di gestire parrocchie con una moltitudine di bambini, giovani e adulti e un’infinita di attività. Con tutti i limiti di questa impostazione è innegabile che questo schema funzionava. Ora chi vogliamo che sia il prete? E chi possiamo permetterci che sia? Le due domande, da porsi contemporaneamente, mettono in crisi e dunque rischiamo di creare futuri preti completamente “estranei” a ciò che andranno a vivere».
  Alla fine di questa intervista in due puntate con don Marco Vitale (che nella diocesi di Roma collabora nell’equipe della formazione permanente del clero, in particolare nell’accompagnamento umano e spirituale dei sacerdoti), raccolgo ciò su cui abbiamo riflettuto, a rapidi cenni:
  • La fraternità, anzi il fare fraternità, non arriva spontaneamente: gli anni di seminario possono preparare i preti ad acquisire questa attitudine al confronto, alla «intervisione», altrimenti non è pensabile che la improvvisino una volta fuori dalla struttura. Ad oggi ci sono ancora margini di miglioramento nelle realtà formative.
  • I formatori devono avere predisposizioni naturali di ascolto ed empatia, ma anche un’adeguata preparazione. È altissimo il rischio che formatori «irrisolti» o che non abbiano lavorato abbastanza su se stessi colludano con le dinamiche personali dei giovani, ad esempio quella della compiacenza per cui il seminarista coglie molto bene ciò che fa piacere al formatore e ci si adegua! Attenzione, da parte di chi accompagna, anche ad un ascolto non giudicante senza il quale il giovane falsa o abbellisce la narrazione di sé, e dice (o non dice) quello che l’adulto (non) vuol sentirsi dire.
  • La dimensione spirituale che don Marco richiama ci rimanda ad una scelta che è dentro una logica di fede prima che umana (semmai le due dimensioni si potessero separare), per cui, per quanto sembri scontato, è fondamentale non perdere di vista che la dimensione vocazionale, di chiamata di Dio, ha un primato su tutta la riflessione possibile e doverosa sui processi umani attraverso cui la vocazione si incarna.
Vita in comune

Un seminario meno verticale e più orizzontale

Leggi la risposta

Mi piacerebbe che entrasse un po’ più nei dettagli concreti del discorso sulla formazione dei sacerdoti. È possibile?


Nella precedente rubrica, Ripensare la formazione, ho fatto cenno all’aspetto relazionale e al costruire relazioni fraterne, dimensioni che sembrano essere carenti nella formazione in seminario e talvolta, paradossalmente, anche nell’ambiente comunitario. Qui riflettiamo a due voci con don Marco Vitale, che nella diocesi di Roma collabora nell’equipe della formazione permanente del clero,  in particolare nell’accompagnamento umano e spirituale dei sacerdoti. Con lui cerchiamo di approfondire proprio la dimensione fraterna in Seminario. Don Marco l’ambiente del seminario è uno spazio in se stesso relazionale, i giovani vivono insieme con rettore e formatore, condividono momenti di preghiera oltre che la vita ordinaria fatta di studio, pasti, tempi ricreativi, eppure una volta usciti da quell’ambiente molti, troppi sacerdoti lamentano una distanza enorme tra loro, come se appunto non ci fossero stati 5 o 6 anni di vita insieme prima. È vero, in seminario, nonostante il calo drastico delle vocazioni, si è comunque un gruppo e molte attività vengono svolte insieme. Nonostante ciò, i fatti, dimostrano che questo non è sempre sufficiente ad educare i giovani a sane ed intense relazioni. Credo che una motivazione di questa difficoltà sia costituita dal fatto che la realtà del gruppo raramente viene percepita come fondamentale: se io diventerò prete dipenderà solo dal giudizio del rettore su di me! Non si fa esperienza di un discernimento comunitario e neppure del doversi fidare degli altri o del dover ricevere fiducia dagli altri. C’è poi la questione delle ridotte relazioni che un giovane in seminario vive quotidianamente, relazioni che spesso sono relegate al solo mondo dell’università. Sarebbe utile che ogni seminarista vivesse rapporti più intensi nella parrocchia di servizio, con le famiglie che lì incontra, con i propri amici. In tutto questo è necessario guidare il seminarista a rileggere le sue relazioni sul piano cognitivo, emotivo e spirituale. Mi sembrano importanti 3 aspetti che lei sottolinea. Il primo: le relazioni non possono essere solo di tipo verticale (col rettore, col formatore, con l’autorità in genere). Il secondo, legato a questo: ci sono pochi stimoli per imparare a collaborare. Il giovane è inserito per l’apostolato in una parrocchia e lì se la vede prevalentemente col parroco che lo accoglie, per cui ancora una volta il rapporto è di un unico tipo. Infine, che non basta «fare esperienza», perché soprattutto durante la formazione iniziale è fondamentale accompagnare il seminarista a leggere, comprendere, valutare il suo modo di stare in rapporto. Cosa potrebbe essere migliorato allora? È difficile rispondere perché ogni seminario è un mondo a sé. Posso dire però, ad esempio, che diversi seminari sono ancora lontani dal coinvolgere nella formazione i laici (ed in particolare il mondo femminile), o dal favorire reciproche relazioni di fiducia tra i seminaristi. Il discernimento è molto sbilanciato sulla persona e poco sulla capacità e la modalità di stare in gruppo. A partire da quello che ha appena detto, è possibile che le derive o gli abbandoni dei sacerdoti, magari proprio nei primi anni di ministero, possano venire da una formazione che ha un’impronta prevalentemente individualista? Non credo che esista un legame diretto tra formazione individualista e abbandono del ministero, piuttosto credo che una formazione molto concentrata sul singolo in quanto tale (attenzione necessaria, ma non sufficiente), non aiuti a riconoscere, accogliere e affrontare fragilità preesistenti nel candidato sul piano interpersonale. Queste ultime, proprio perché non riconosciute, rischiano di diventare sempre più potenti e portare il seminarista, e poi il giovane prete, ad essere più concentrato sui propri bisogni che su un servizio condiviso, e questo a lungo andare può avere delle conseguenze pesanti. In moltissime situazioni di crisi vocazionale, se fosse esistita intorno al sacerdote una rete di sane relazioni, probabilmente le cose avrebbero potuto prendere risvolti più coerenti, meno drammatici, e il prete non si sarebbe ritrovato da solo a portare il peso del proprio malessere. Lei vede delle differenze in chi arriva oggi in seminario? Cosa ne pensa delle nuove generazioni? Ho una grande ammirazione per le nuove generazioni perché devono affrontare una serie di difficoltà inimmaginabili solo 30 anni fa. La trasformazione della famiglia, del mondo del lavoro, il dominio dell’apparenza rispetto alla sostanza, il mito del successo facile e la stessa trasformazione della Chiesa sono, per i giovani, delle grandi sfide. Credo che i giovani di oggi, più delle generazioni precedenti, abbiano grandi risorse interiori, ma spesso inespresse a causa di adulti che hanno il delirio dell’eterna giovinezza e che non riescono neppure a notarli. Aggiungo due parole sulla fede dei giovani: non conoscono più il lessico per esprimerne il bisogno (non lo conoscono più neanche molti dei loro genitori), ma sentono molto spesso il desiderio di Dio. Tradizionalmente la vita del seminario è scandita da una durata, da orari, dai ritmi dello studio. C’è qualcosa in questa organizzazione che potrebbe essere migliorato o aggiornato, proprio perché le nuove generazioni hanno una pasta umana diversa rispetto alle precedenti? Sicuramente non la durata: 7 anni, se ben fatti, sono abbastanza. Qualcosa si potrebbe dire sugli orari dei seminari, ancora impostati sul passato, sono spesso sconnessi dalla realtà della società contemporanea, ma anche delle parrocchie. Neppure questo, però, è il punto centrale, perciò non sto ad approfondirlo. L’aspetto più significativo, invece, è sicuramente quello dello stile: il Seminario è spesso ancora impostato come un tempo di separazione… come uno spazio e un mondo a sé, quasi isolato da quello circostante e quindi irreale. Poi ci si meraviglia che i giovani preti fatichino a creare relazioni di qualità. Lei si occupa di organizzare/pensare la formazione per il clero, potrebbe immaginare delle piste concrete che oggi potrebbero essere ripensate nella formazione dei seminaristi? Probabilmente non dico cose troppo nuove sottolineando che una prima necessità è quella di formare il prete con un’opera di sinergia tra pastorale giovanile/vocazionale, seminario e formazione permanente. Una seconda priorità è quella di mettere in seminario educatori formati, competenti, e con una certa esperienza. Una terza necessità credo che sia quella di ripensare lo spazio fisico del seminario che non può rimanere l’unico spazio da usare: perché non cogliere le opportunità offerte dalle parrocchie, dalle famiglie, dalle comunità religiose maschili e femminili? Una quarta attenzione dovrebbe riguardare il lavoro manuale per la gestione della propria vita quotidiana, spesso i seminari sono degli alberghi! Una domanda più personale: lei che ricordi ha dei suoi anni di formazione? Ricordo anni faticosi, vissuti al rallentatore (per me che ero un giovane «pimpante»), con relazioni piuttosto formali e un forte sbilanciamento a favore dello studio personale e alla fedeltà ai cosiddetti «atti comuni». Nonostante tutto ciò, a distanza di trenta anni, devo ammettere di essere molto riconoscente a quella esperienza di seminario perché sono certo che, se ho superato le tante difficoltà incontrate nella vita, lo devo anche all’esperienza vissuta in quel tempo iniziale. A conclusione di questo numero riprendo alcuni punti che mi sembrano di particolare importanza. Sono riflessioni le nostre, che partono dalla vita e si inseriscono dentro i processi da attivare – più che soluzioni o risposte da dare – che stanno così a cuore al nostro Papa.
  • Lo spazio del seminario, pur «speciale» in quanto luogo e tempo formativo, va pensato all’interno di una continuità, un prima, la vita e la storia delle nuove generazioni, e un dopo, l’ordinarietà del ministro che non avrà più orari, «controlli» formativi, scansione precisa della giornata. Stimolare l’esperienza fraterna favorisce, fin dai primi anni di seminario, una comprensione di sé e del proprio servizio come un sé-con, cioè un sé in relazione ad altri, senza i quali il sacerdote diventa un burocrate o un funzionario qualsiasi. Pensarsi «comunità diocesana» oltre a portare una testimonianza di fraternità è un sostegno enorme per le difficoltà e le sfide che il ministro affronta ogni giorno.
  • Mantenere la formazione su un piano solo o prevalentemente verticista falsa i criteri di valutazione dei candidati e li lascia poveri di formazione alla fraternità, con gravi conseguenze per il ministero successivo.
  • Il seminario è uno spazio circoscritto ma non chiuso, né dal punto di vista logistico, né educativo. Coinvolgere le famiglie di origine, quelle della parrocchia, le comunità religiose, i laici e le laiche può contribuire a «normalizzare» la formazione e a renderla più efficace, in quanto diversifica le esperienze dei giovani, e li prepara ad affrontare la vita da ministri potendo contare su strumenti psicologici adulti – quali la capacità di dialogare, collaborare, chiedere aiuto – che sono essenziali per le grandi sfide che la vita di un prete oggi comporta.
Pagina 1 di 14
Simple Share Buttons