L'esperto risponde / Società

Chiara D’Urbano

Psicologa e psicoterapeuta, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Sono Perito dei Tribunali del Vicariato di Roma e collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna. Con l’editrice Città Nuova ho pubblicato tre libri: La pietra della follia, Per sempre o finché dura e Percorsi vocazionali e omosessualità.

Vedi tutti gli esperti
Vita in comune

Se arriva il Capitolo generale…

Ci prepariamo, tra pochi giorni, a vivere il Capitolo Generale della nostra Congregazione, che ha qualche secolo di vita. Noi responsabili capiamo che, al di là delle strutture, avremo da riflettere sullo stile comunitario che ormai è il cavallo di battaglia dei nostri incontri e “scontri”. È difficile distinguere ciò che è fondamentale, da ciò che è temporaneo e quindi può cambiare. Se mi può dare qualche spunto credo che sarebbe molto utile. Una Superiora Provinciale.

Il prossimo anno la mia Famiglia religiosa vivrà un importante momento per tutti noi: il Capitolo Generale. Molte cariche cambieranno e noi giovani speriamo che tante vecchie consuetudini finalmente cambino. In realtà siamo divisi, nel senso che “a gruppi” speriamo cose diverse e alla fine discutiamo su ciò che è essenziale e cosa non lo è. Un giovane seminarista in formazione.

Lo spazio della rubrica non riuscirà ad esaurire queste due considerazioni molto simili, che toccano una questione attuale. Provo, tuttavia, a condividere qualche spunto.

Prima di tutto riprendo l’interrogativo concreto che emerge: cosa si può aggiornare o ripensare? La quantità di tempo insieme? Il cosa si fa? Il modo di stare insieme?

Credo che siamo tutti d’accordo sul fatto che la dimensione relazionale è l’aspetto nevralgico della nostra società. Le coppie riflettono su cosa sia necessario per sentirsi coppia. Le comunità, maschili e femminili, si interrogano sulle tradizioni nelle quali si sono formate e se queste reggano i cambiamenti antropologici. Gli anziani si domandano «dove andremo a finire» di questo passo. E i giovani come potranno cavarsela nella convivenza con generazioni tanto diverse.

 

Un punto di partenza: le categorie di riferimento non sono solo quelle umane. Nei percorsi con Dio la motivazione per vivere insieme viene dalla fede.

Non è un dettaglio, o solo una precisazione teorica, per di più scontata. L’Istituto che affronta un momento importante quale un Capitolo Generale, o un tempo di sistemazione delle proprie regole di vita, non può prescindere dalla sua origine carismatica.

Quello che voglio dire, è che il Fondatore o la Fondatrice non ha creato una propria azienda, di cui è diventata padrona e poi ha assunto dei dipendenti, ma ha dato spazio ad un’Ispirazione che lui o lei ha assecondato, ma che nasceva Altrove.

Quindi: nessuno possiede nulla. Ne segue un’incredibile libertà interiore. Paradossalmente, neppure chi riceve l’intuizione dallo Spirito può dirsi proprietario o titolare del carisma. E quella Famiglia religiosa non può considerare «sua» la novità di dare accoglienza ai poveri invisibili, di promuovere l’ecumenismo, di insegnare comunicando dei valori… In questa stessa linea, le opere sono funzionali a rendere operativo il carisma, ma vanno e vengono, si aprono e si chiudono a seconda delle necessità.

Ciò che rimane, invece, è quella specifica Parola evangelica che ha messo in moto uomini, donne e le iniziative che ne sono nate. Come custodirLa e nello stesso tempo mantenerla viva?

 

Ecco che la vita comunitaria, dove sia prevista, «fa memoria» di quella Parola attraverso il suo stare insieme quotidiano, ma deve anche attualizzarla perché non perda vitalità. E qui veniamo alle domande iniziali.

Il fondamento dello stare insieme e i valori che lo orientano rimangono immutati. Riconoscere l’obbedienza come scelta di libertà e di fiducia nella Provvidenza, vivere il rapporto con l’autorità (superiore/a, rettore, responsabile di comunità) all’interno di una fraternità dove siamo tutti uguali (il ruolo è funzionale al vivere ordinato, e non è eterno), impegnarsi nel lavoro in quanto parte dell’umanità, ma senza diventarne schiavi… sono dimensioni non soggette al tempo.

Tuttavia l’incarnazione di tutto ciò può diventare oggetto di riflessione e aggiornamento. La flessibilità è un indice di maturità, individuale e di gruppo. Cioè il saper rispondere adeguatamente ai cambiamenti delle epoche e delle generazioni chiamate a seguire Gesù.

Esprimerei, allora, in questi termini il modo di affrontare l’aggiornamento.

Ogni realtà carismatica dovrebbe individuare una cornice minima che rappresenta le mura domestiche, senza le quali l’abitazione viene giù. Le dimensioni imprescindibili perché le persone che vivono insieme possano dirsi parte di una specifica realtà carismatica. Le mura però sono altra cosa dall’arredo, quindi sono da individuare solo quei confini al di là dei quali, sebbene non si faccia del male, si è “altro”. Una coppia più o meno esplicitamente fissa per se stessa dei limiti che salvaguardano l’esclusività del rapporto e l’essere famiglia, secondo propri criteri. Il limite ha un valore molto importante e sano. Senza confini c’è il caos, e i genitori lo sanno bene.

Nel caso delle famiglie carismatiche:

  1. cosa ci rende famiglia francescana, legionaria, focolarina…? La nostra identità come si può esprimere nel concreto della vita fraterna perché ci riconosciamo appartenenti ad essa e non solo ospiti? Possono essere, per esempio, individuati determinati tempi e stili di preghiera comune, la condivisione di 1, 2 o tutti i pasti quotidiani. Ogni realtà ha una impostazione diversa del modo di intendere la vita in comune, e darsi indicazioni concrete aiuta a non vivere la fraternità in modo soggettivo, ma condiviso. Se ne può parlare, anzi è bene farlo, e qui tutti hanno diritto di parola, affinché insieme – e solo insieme – si trovino le coordinate per essere fraternità. Richiamo, però, l’individuazione di una cornice e non di tutti i dettagli dell’interno casa che, invece, potrebbero essere lasciati alle singolarità di ciascun membro. Il rischio, altrimenti, è di massificare la comunità e imporre una «uguaglianza» forzata che a lungo andare non regge. Le persone, quando non fuggono, trovano vie alternative per essere se stesse, ed è un peccato che non possano esserlo dentro casa loro. I formatori sanno quanto sono diverse tra i giovani le sensibilità sul vivere insieme. Non dettagliando tutto, ma solo le cose importanti, è molto più facile trovare un accordo e viverlo volentieri.
  2. Cosa vuol dire obbedienza? Cosa è per noi l’autorità? Anche in questo caso ogni realtà (come ogni coppia genitoriale) ha un modo più o meno elastico di vivere i rapporti verticali. Mi sembra bene parlarne, riflettere sul fatto che le nuove generazioni hanno un modo nuovo di intendere l’autonomia, i permessi, l’essere membri di una comunità. Dunque: possono essere aggiornati i margini di responsabilità dei fratelli e delle sorelle? Cosa rende disobbediente un giovane o una giovane? E cosa, invece, esprime l’individualità del singolo e quindi è positivo? Chiedo scusa, ma rinnovo che l’essenziale sono le mura portanti, e non il colore delle pareti, gli oggetti da mettere per abbellire le stanze…
  3. L’apostolato a cosa deve rispondere? In che modo il nostro specifico carisma si traduce nelle opere in cui siamo impegnati? Queste domande preservano dall’imporre una “modalità unica” (e pericolosa) di intendere la missione e di viverla nella pratica.

 

Concludo: se il vivere comunitario nasce e si alimenta dei valori evangelici e dell’esperienza della tradizione, per rimanere vitale deve trovare il coraggio di alleggerirsi delle zavorre accumulate nel tempo. A partire dalla governance, e poi a cascata nella vita in comune, le realtà carismatiche non devono temere di perdere la propria identità, se fanno un’opera di discernimento su cornice/arredo (ormai ci capiamo).

Anzi, leggere i tempi e saper adeguare ciò che va adeguato significa camminare nella storia e arrivare al cuore degli uomini e delle donne di oggi.

106Risposte
Visualizzazioni
Vita in comune

Domande e speranze di giovani consacrati e consacrate

Leggi la risposta

Siamo un gruppo di giovani consacrate e consacrati. Avremmo alcune domande da farle sulla vita in comune oggi.


Nell’epoca attuale, crede sia possibile passare dalle “fredde” strutture che compongono le nostre comunità alla bellezza d’essere famiglia e quindi vivere una vera e propria fraternità? Sr. Pierenza, Pie Discepole Parlare di famiglia è sicuramente la categoria antropologica più vicina alla vita comunitaria, ma non è del tutto adeguata. Allora bisogna intendersi. Il rispetto, la stima e la fiducia che dovrebbero esserci in famiglia – dico dovrebbero perché non è così rosa la situazione di tante famiglie – sono tra gli aspetti più belli e significativi che le comunità potrebbero valorizzare. Invece, purtroppo, bisogna riconoscere che nelle realtà di vita insieme spesso c’è individualismo, sospetto, non si respira un clima “familiare”, nel senso di rapporti autentici, incoraggianti e sereni. È chiaro che qui entrano in gioco diversi fattori (discernimento iniziale, maturità personale, affanno nell’apostolato...). Credo, perciò, che sia importante pensare insieme, parlandone e confrontandosi, quale fraternità si voglia realizzare, cosa voglia dire oggi vivere insieme, e come si voglia rinnovare la vita comunitaria. E avere spazi in cui si discute su cosa invece non funzioni, nel concreto di ogni giorno. Quale fraternità vogliamo essere non può essere qualcosa che viene deciso solo “dall’alto” (Superiori, Responsabili, Rettori) per tutti. Mi chiede se è possibile realizzare una vera fraternità: sì lo è, però a condizione di pensarla e modularla insieme.   Dov’è l’equilibrio tra l’apertura a tutti nella comunità e l’intimità con alcuni con cui ci si trova bene? Quali sarebbero i criteri psicologici per distinguere tra l’intimità di amicizia e la dipendenza da un altro? Fr. Ruben, Legionari di Cristo Lei pone una doppia domanda. Riprendo quello che ho appena accennato rispetto alla “famiglia”. La vita comunitaria è una realtà composta da adulti che nel vivere insieme, secondo uno specifico carisma, sentono di poter corrispondere a Cristo e realizzare in pieno la propria esistenza. Non è un gruppo di amici, non è un consesso di colleghi, non è un’esperienza temporanea. L’essere una realtà umano-divina a vita, richiede una grande attenzione nei rapporti interpersonali. Non tutto può essere condiviso, perché ci sono sensibilità, maturità, percorsi individuali diversi, e l’intimità personale credo vada custodita. Un criterio che può essere utile, è considerare se un’informazione possa far crescere ed edificare la comunità, o se invece sia solo un pettegolezzo, o uno sfogo personale. Riguardo all’amicizia, è un dono immenso nella vita di ciascuno di noi, che però va gestito considerando, appunto, che l’amicizia tra persone adulte all’interno di un percorso vocazionale va costruita e mantenuta mettendo al primo posto “la vocazione”. E quindi l’appartenenza al Signore, vissuta insieme ad altri fratelli e sorelle, e il servizio agli altri. L’amicizia, se è autentica, deve aiutare a crescere in queste dimensioni.   “Una volta si viveva meglio nelle comunità” è la frase con cui spesso facciamo i conti. I nostri sforzi per vivere meglio l’oggi, provando a trovare un punto di incontro tra la società di ieri e quella di oggi, sembrano inutili. Che cosa c’era di meglio ieri e manca oggi? Se il mondo contemporaneo richiede altre competenze, come facciamo a pensare solo al passato e non cercare di inserirci nel presente? Sr. Christine, Cistercensi della Carità Papa Francesco in una delle omelie a Santa Marta diceva che sono idolatri di se stessi quei cristiani fermi al «si è sempre fatto così». Molto interessante questa affermazione. La storia evolve, la società cambia, e sebbene i valori essenziali del Vangelo rimangano gli stessi, così come quelli della vita consacrata, la modalità di viverli non può rimanere fissa a venti, trent’anni fa. Sarebbe rigido ed anacronistico. Il Pontefice insiste sempre sull’apertura del cuore, che vuol dire essere disponibili alle novità dello Spirito, il quale suggerisce modalità di vita insieme al servizio dell’uomo di oggi e non di ieri. Del resto, alcuni anziani saggi riconoscono che nelle comunità di un tempo non ci si conosceva reciprocamente, non c’era dialogo e che oggi invece si sta valorizzando l’umanità delle persone. Per cui attenzione che le strutture e le forme di vivere insieme siano sempre adattabili a chi le vive e non viceversa. Attenzione a non perdere magnifiche opportunità di crescita per paura del nuovo.   Noi giovani abbiamo davanti sempre più persone adulte che, dopo aver speso anni e anni nel servizio, ma anche nella gioia e nella piena realizzazione di sé, arrivano ad un certo punto dove decidono che non ce la fanno più. Cosa succede a livello psicologico in un essere umano che lo porta a mettere in questione una vita spesa per una scelta fatta? È possibile invecchiare mantenendo un equilibrio psicologico che porti a rimanere fedeli e felici? Rawan, Movimento dei Focolari Quando il papa richiama l’importanza ed il ruolo degli anziani nelle comunità propone un esempio ben preciso di “anziano” e parla del vecchio Eleazaro, che pur di non dare scandalo ai giovani preferisce perdere se stesso e la propria vita. Una capacità del genere non si improvvisa, ma si costruisce nel tempo. Sebbene la vita umana ed i suoi processi siano nelle mani di Dio e talvolta sfuggano alla nostra comprensione, la nostra parte è rifondare ogni giorno le motivazioni della scelta di vita, in coppia o in comunità. Una crisi non viene all’improvviso, è “nutrita” attraverso micro fratture e micro allontanamenti dall’Ideale scelto, che in qualche modo la coscienza percepisce, ma che ignora per non dover fare i conti con queste apparenti piccole infedeltà. Dunque sì, è possibile invecchiare bene e rimanere fedeli se non si dà per scontato il sì iniziale. Vale per gli sposi e per i consacrati. Ci vogliono coraggio, volontà ed apertura. Non si può mai camminare da soli. Mantenere un riferimento esterno a sé, trovare una persona di fiducia alla quale si possa raccontare tutto e confrontarsi, aiuta a gestire insieme i momenti di debolezza e di stanchezza. Spesso, purtroppo, quando si arriva a parlarne è già troppo tardi.   Quali sono due punti positivi che puoi trovare nelle giovani generazioni di religiosi e sacerdoti in campo psicologico e quali sono le due mancanze più forti? Possiamo migliorare queste mancanze con l’aiuto dei nostri fratelli maggiori (che qualche volta sembra che non ci capiscano) e come possiamo mettere a frutto le nostre potenzialità? Fr. Cesar, Legionari di Cristo La voglia di autenticità e di costruire rapporti veri credo che siano due degli aspetti più belli delle nuove generazioni. Voi giovani non vi accontentate di obbedire e basta, volete comprendere per poter corrispondere meglio a una regola o a una consuetudine. Siete schietti e desiderate rapporti non solo formali, ma sinceri e caldi, perché la comunità diventi un luogo nel quale si sta volentieri e non dal quale si debba fuggire. La generazione attuale, tuttavia, è fragile nelle emozioni, spesso si è formata in famiglie destrutturate, fagocitate dalla questione lavoro, per cui la stabilità, il sacrificio e la fedeltà sono sfide molto più complesse per chi compie scelte esistenziali oggi. La vita in rete, inoltre, non aiuta perché offre delle scappatoie a buon mercato per giovani e meno giovani. Credo, perciò, che vadano valorizzate la vostra sete di risposte significative e convincenti e il bisogno di forme di vita attraenti che, cioè, attirino il cuore, e non siano solo “ben funzionanti”. La speranza è che formatori, educatori e responsabili siano sempre più preparati al loro compito meraviglioso e insieme assai complesso, di accogliere le vostre vulnerabilità e valorizzare le vostre ricchezze.   Alcune volte nella vita consacrata succede che si arriva ad una certa insoddisfazione e si pensa di riempirla cercando altri modi di realizzarsi. Come distinguere tra una legittima esigenza di crescita e maturazione e invece il cercare scappatoie in percorsi o processi che puntano più che altro ad una necessità personale di autoaffermazione? Fedele, Movimento dei Focolari Le rispondo a partire dall’esperienza che ho fatto in tanti anni di accompagnamento della vita consacrata. Credo che per molto tempo la crescita personale, le risorse individuali, i talenti dei singoli membri di comunità siano rimasti oscurati e poco valorizzati, perché lo sguardo era rivolto prevalentemente a un’uniformità di vita. Non dimentichiamo che la vita consacrata risente del tempo storico ed antropologico. Lo stesso accadeva in famiglia. Oggi la situazione, come sappiamo, è ben diversa. C’è però il rischio che la vita comunitaria diventi semplicemente uno spazio di realizzazione personale, dove tanti individui affermano loro stessi. Il vivere insieme, invece, è parte integrante della vocazione e non è un elemento secondario o accessorio. Allora ben vengano i talenti di uomini e donne in vocazione, se però i frutti sono condivisi in comunità e favoriscono anche il benessere della comunità. Se questo accade o non accade, col tempo diventa visibile, e diventa quindi la chiave per comprendere se dietro un’attività o un servizio c’è prevalentemente autoaffermazione. Occorre, quindi, una grande maturità da ambo le parti: la persona deve essere onesta e non “sfruttare” in modo egocentrico la realtà carismatica, ma anche le comunità – e riconosco che su questo c’è parecchio da lavorare – dovrebbero favorire e non ostacolare la realizzazione dei propri membri perché esse prendono respiro, vigore ed efficacia se i fratelli e le sorelle crescono in una sana affermazione personale.
Vita in comune

Fantasia e desiderio

Leggi la risposta

Quando noi giovani parliamo dei nostri desideri spesso veniamo “richiamati alla realtà”, come se quello che sperimentiamo fosse a priori sbagliato, e non invece qualche segnale importante e magari proprio la voce di Dio. Lei cosa ne pensa? Un seminarista


        Mi trovo spesso ad affrontare questo argomento soprattutto con i giovani in formazione che, in seminario come nella vita comunitaria, stanno valutando se la strada intrapresa sia quella che permetterà la piena espressione di sé, e quindi un incontro autentico con Dio. Perché, come abbiamo detto più volte, una vocazione può dirsi “vera” quando permette alla persona di amare il meglio possibile e il più possibile: la “volontà di Dio” e la felicità umana, allora, si corrispondono meravigliosamente. Arrivano, però, pensieri, bisogni, fantasie. Quali sono indicatori significativi rispetto alla propria vita e quali, invece, tentazioni che possono abbagliare e portare fuori strada? Quello del desiderio è un argomento non solo di interesse spirituale, ma anche psicologico. Propongo tre esempi reali:
  1. una donna arriva nel mio studio e mi parla del malessere che vive perché il suo “desiderio di essere amata” non è corrisposto dal suo partner, come lei vorrebbe.
  2. un giovane sacerdote mi racconta del suo desiderio di creare un gruppo con i giovani della sua parrocchia, che però non riesce a realizzare: «dicono, dicono, ma poi non si vede nessuno...».
  3. un seminarista, dopo diversi anni di percorso vocazionale, sente il desiderio di costituire una famiglia propria perché si sente solo, e non sa come leggere questo pensiero ricorrente.
Come devono essere collocati questi desideri? Esiste una connotazione buona/meno buona rispetto a quello che attiva le nostre energie desideranti? La donna si impegna per ricevere le attenzioni del marito, cerca di avere cura di sé, di avere sempre la casa in ordine, il sacerdote si impegna per cercare un linguaggio e delle attività che possano attirare i ragazzi, e il seminarista cerca di pregare di più per non lasciarsi distrarre dalle fantasie che sperimenta. Tutti e tre sono mossi da un desiderio, dal bisogno di essere riconosciuti, e soffrono per non essere corrisposti, il che li fa sentire inadeguati, seppur per ragioni diverse, e vorrebbero approfondire questa condizione di non-appagamento. Come sempre, nei processi umani la risposta non è univoca. Entrano in gioco diverse componenti da considerare. Torno agli esempi. La donna che non sappia accogliere quello che il marito le offre, secondo le proprie capacità e potenzialità non sta “desiderando”. Non riesce più a vedere l’altro per ciò che è, rifiuta qualunque gesto che non corrisponda perfettamente a quello che lei aveva immaginato, non riesce a riconoscere anche il proprio limite, ma solo quello altrui. È intrappolata dentro i propri schemi. E ha intrappolato l’altro all’interno dei bisogni a cui lui dovrebbe corrispondere. Il sacerdote desideroso di far conoscere Gesù ai giovani, se si scoraggia nell’impegno e soprattutto riferisce sempre e solo a se stesso conquiste e sconfitte, forse non sta desiderando in modo autentico. In altre parole l’anelito apostolico diventa una questione di gratificazione personale, che quindi si traduce in aumento o abbassamento dell’autostima, e non più nella passione per l’incontro dei ragazzi col Vangelo. Infatti abbandona il progetto perché non ne vede i frutti immediati, e diventa aggressivo con gli altri per questo “fallimento”. Infine il seminarista, che pur vivendo con impegno la preghiera, la condivisione quotidiana e l’apostolato, sperimenta ancora un senso di vuoto. Egli però non asseconda immediatamente i pensieri che gli attraversano la mente, non inizia a distrarsi chattando o a cercare consolazione navigando in Rete, bensì ne parla con i suoi formatori e accompagnatori. Con loro decide di provare ad impegnarsi di più per comprendere meglio cosa stia vivendo, non si ritira dalla vita comune, anzi cerca di vincere il momento di confusione compiendo qualche gesto in più verso i suoi fratelli. È un modo “sano” di gestire il desiderio per cercare di comprenderne, insieme, il significato profondo, e forse individuare un’altra strada che meglio corrisponda a quel giovane. Allora... di fantasie effimere ne abbiamo tante lungo il giorno: quando sono stanca, fantastico di lasciare tutto e abbandonare ogni impegno; quando le cose in famiglia sono difficili, fantastico che le famiglie degli altri siano migliori della mia. Che un’altra condizione di vita sarebbe più adeguata. Il desiderio autentico, invece, è proprio su un altro piano. Innanzitutto si iscrive all’interno della relazione intersoggettiva, e non unicamente del piacere personale. È costruzione di rapporti, è apertura all’altro, è confronto. Non è utilizzo del partner, del fratello, della sorella, della parrocchia, secondo il proprio bisogno del momento. L’altro invece diventa un riferimento essenziale per comprendere e collocare il desiderio. Il desiderio autentico passa attraverso la capacità di affrontare la delusione e il dato di realtà che non sempre le cose vanno come vorrei. Quindi non pretende, non schiaccia, non opprime, non usa violenza. Sa attendere, pazientare e perdonare. Infine, il desiderio autentico è capacità di perdere qualcosa di me: mi fa crescere, mi rende libero e non capriccioso, non rimpicciolisce il mio cuore, né lo rende un vagabondo compulsivo e sregolato, sempre alla ricerca di altro. «L’esperienza del desiderio è sempre esperienza di un’alterità e, dunque, porta con sé sempre una quota di perdita dell’identità» (M. Recalcati).
Vita in comune

Vangelo e maturità umana

Leggi la risposta

Questa volta, invece di rispondere a una domanda, propongo ai lettori uno scambio di opinioni con due Responsabili Generali della Congregazione religiosa del Cottolengo, che ho incontrati nei giorni scorsi. È una realtà internazionale che si rivolge agli ultimi, una realtà di religiose di vita apostolica e di vita claustrale, religiosi, sacerdoti e volontari. Insieme riflettiamo sulla bellezza e sulle difficoltà della vita in comune quando ci sono persone “difficili”, che quindi costringono la comunità a interrogarsi su se stessa.


Madre Elda. Penso che una caratteristica bella della comunità sia accogliere ed integrare le fragilità dei suoi membri e non rifiutarle. Integrarle vuol dire che fare spazio a sorelle con delle difficoltà può diventare un momento di crescita e di grazia per tutti; e questo va contro la cultura dello scarto del nostro tempo, per cui solo chi è “in gamba” riesce a farsi strada e trova un posto nella società. L’accoglienza fa crescere tutta la comunità, in una dimensione spirituale e in quella di una nuova umanità perché l’umano perfetto si è incarnato nella debolezza...Paolo non aveva certo un bel carattere ed è stato uno dei più grandi apostoli del Vangelo! La Chiesa poteva essere affidata al prediletto di Gesù, Giovanni, che gli ha poggiato la testa sul petto, e invece no, è stata affidata a Pietro, uno che aveva anche tradito il suo Maestro. Le fragilità ci sono sempre state, ma ieri erano diverse e questo dipende dalla struttura umana che è cambiata e dal mondo sociologico e culturale in cui nascono, crescono e sviluppano le persone. Però un tempo le vulnerabilità individuali erano meno evidenti perché le comunità erano organizzate e vivevano attraverso atti comuni piuttosto strutturati e meno improntati sulle relazioni. Oggi invece sono le relazioni che formano la fraternità della vita in comune. E nelle relazioni le fragilità diventano più esplicite. Padre Carmine. Credo che noi stiamo pagando la poca attenzione che c’è stata nel tempo verso l’umano, quasi che si sia confusa l’attenzione all’uomo e alla sua natura con una mondanità, e noi oggi ne portiamo le conseguenze, con realtà comunitarie dove diversi fratelli e sorelle presentano difficoltà più o meno marcate. In realtà, non ci siamo chiesti nel tempo se il Vangelo ci aveva reso umanamente più maturi. Il Vangelo ha una grande potenzialità di maturare la persona, però non è scontato! Allora proprio questa scarsa attenzione alla dimensione umana e formativa delle persone ha appesantito la vita in comune. La scommessa della vita comunitaria dove ce la giochiamo, a mio parere? Ce la giochiamo proprio nell’arte della relazione, non di relazioni che vengano accolte solo quando sono ottime e funzionali, ma nella sfida stessa della relazione che oggi è l’aspetto “cenerentola” di questo Millennio. Chiara D’Urbano. Se comprendo bene state dicendo che la vita comunitaria, proprio in quanto realtà divina ed insieme umana, ha, tra i suoi compiti più importanti l'essere spazio di costruzione dei rapporti, che hanno un valore altissimo, oggi più che mai in una società in cui, invece, sono estremamente fragili: si aprono e si chiudono quando qualcosa non vada più a genio, nelle coppie come nei rapporti comunitari. Però la capacità di relazione non si improvvisa, cosa proporreste allora? Madre Elda. Una formazione iniziale seria, che non conceda sconti, esigente e solida perché fin dall’inizio bisogna valutare quali sono gli aspetti su cui la persona dovrà lavorare e se ci sono effettivamente le condizioni umane perché possa crescere e svilupparsi una vocazione. È chiaro che poi quando le fragilità si evidenziano nel tempo, queste possono essere solo accolte, con grande impegno e insieme spirito di fede. Padre Carmine. Concordo pienamente. Aggiungo che la formazione oggi è particolarmente ardua anche perché a volte accade, e anche a me è successo, di “scommettere” su qualcuno che sembri veramente valido nei primi anni, e poi, quando ormai la sua appartenenza si è consolidata, la persona tiri fuori degli aspetti inattesi, forse perché ormai si sente più “sicura”. Bisogna fare comunque tutto il possibile per affidare a persone competenti e ben preparate l’accompagnamento formativo di chi chiede di intraprendere un percorso vocazionale, il discernimento deve essere serio e rigoroso, o le comunità ne pagano le spese. Poi certamente la bellezza e la ricchezza delle nostre realtà di vita insieme ci dicono che, come i primi discepoli di Gesù, siamo tutti tanto diversi e tanto “umani”. La vita in comune, in questo senso, rappresenta un segno nell’umanità del nostro tempo: è profezia del nuovo millennio.
Vita in comune

Fedeltà e felicità

Leggi la risposta

In più occasioni ho sentito, anche da lei, associare l’espressione “felicità” ai percorsi vocazionali. È un termine che si fa fatica a decodificare in un tempo come il nostro, dove sembra che il piacere sia il solo criterio delle scelte quotidiane e di vita. Dove si colloca, allora, la fedeltà, la fatica di permanere nei percorsi intrapresi senza inseguire, momento per momento, il proprio esclusivo benessere? Un formatore


La ringrazio sinceramente della sua domanda. È uno degli interrogativi che mi sono stati posti in un recente incontro a Castel Gandolfo, per cui sono contenta di poter spiegare meglio l’espressione “felicità”. Il mio punto di partenza, sul quale torno spesso, è questo: se Dio si è incarnato, il suo desiderio è che l’essere umano si realizzi pienamente, come uomo e come donna. La chiamata di Dio e la realizzazione umana coincidono. Una vocazione compiuta si esprime attraverso persone sempre più integrate ed armoniose. Cupezza quotidiana, tristezza costante, tensione continua, spirito critico pungente, sono segnali d’allarme. A questo punto, però, arriva la questione centrale: cosa vuol dire realizzarsi? Credo che felicità significhi riuscire a donare completamente se stessi. Solo così la persona sta veramente “bene”, è contenta, dà un senso profondo alla propria esistenza, a breve e a lungo termine, senza essere in balia delle emozioni estemporanee. Donarsi, cioè amare, è l’arte matura – mi permetta l’espressione – di uscire da se stessi per ritornare a sé in una pienezza resa possibile, paradossalmente, dal buttarsi nella vita, nell’ascolto, nell’accoglienza dell’altro. Nessun romanticismo spirituale, piuttosto un vertice psicologico. Un Autore, a proposito dei matrimoni ben riusciti, indica la capacità di ciascun partner di aiutare l’altro ad «esprimere tutto il suo valore, secondo le risorse che possiede». Un modo di rappresentare una “bella” vocazione. In altre parole: la felicità. Solo che bisogna comprendere in quale percorso il dono di sé si possa esprimere al meglio: nel matrimonio? In una vita comunitaria? In una vita missionaria? È qui il cuore del discernimento. La persona felice è quella che ha compreso dove può amare “il più possibile”, dove realizza la vocazione che Dio gli propone. Ed è questo, penso, a sostenere la fedeltà quotidiana attraverso le difficoltà di ogni giorno. Le crisi possono essere superate solo se la persona è riuscita a collocarsi nella strada “giusta”. Altrimenti non si sente motivata ad andare avanti, perde il mordente, smarrisce l’orizzonte, perché ben oltre le difficoltà, in fondo non si sente “a casa”. Allora nessun accompagnamento diventa efficace. Ricordo che una volta un rappresentante istituzionale della Congregazione per i religiosi ricordava, a proposito delle uscite dalle realtà carismatiche, che le persone hanno bisogno – e direi che ciò è sano – di sentirsi realizzate, che non vuol dire rincorrere i propri capricci, sia chiaro. In entrambi i casi, infatti, cioè se non sono al loro posto o rincorrono lucciole, rimangono frustrate, arrabbiate, depresse. In sintesi: non sono le difficoltà o i conflitti comunitari che favoriscono gli abbandoni, ma il non aver individuato il percorso della propria realizzazione umano-spirituale. Lo sottolineo nuovamente, non si tratta di due dimensioni diverse. Dio e l’uomo vogliono la stessa cosa; la grande sfida è quella di comprendere “quale sia”. La fedeltà per sempre è possibile – e lo è! – al prezzo di un grande impegno, e di un accompagnamento nei momenti di fragilità, se la premessa è quella di un discernimento “corretto”. Anche l’Amoris Laetitia richiama l’immaturità psico-affettiva che incide sulla vita di famiglie e di comunità. Sono fondamentali, quindi, un discernimento competente ed insieme esigente, soprattutto nelle fasi iniziali, e un accompagnamento spirituale (e psicologico dove serva), che duri nel tempo, perché i percorsi umani sono lunghi e complessi. In passato veniva dato un grande rilievo alla dimensione sacrificale come voce quasi esclusiva della volontà di Dio, e questo ha fatto fraintendere sia l’accompagnamento vocazionale, sia la modalità di leggere, comprendere e sostenere le crisi personali. In conclusione: la fedeltà è un valore irrinunciabile, che oggi è fortemente messo in discussione dalla facilità con cui ciascuno «usa e getta, spreca e rompe, sfrutta e spreme» (AL, n. 39). Attenzione, però, ad aiutare le persone a individuare la propria vocazione. È un servizio impagabile all’essere umano, nel suo essere a immagine e somiglianza di Dio.  
Vita in comune

Lasciamoci sorprendere da nuove vie di comunione

Leggi la risposta

Nella sua rubrica lei mette spesso giustamente in evidenza problematiche riguardanti la vita in comune dei consacrati. Ma per favore non dimentichiamo di sottolineare la bellezza e la profezia di questa vita. Grazie. Una giovane consacrata


Ci sono esperienze che, nella loro semplicità ed ordinarietà, diventano come punti di luce. E noi ne abbiamo estremo bisogno, tra notizie cupe e dolorose che inondano le nostre giornate e che troppo spesso abbattono la speranza. La speranza è una «virtù teologale», un’espressione che sembra molto lontana dal linguaggio attuale e che perciò proverò a rendere con altre parole… chissà se i teologi me le fanno passare. Sperare è voler dare il meglio di sé partecipando a qualcosa di più grande della propria storia e del proprio limite, riponendo fiducia nel bene che ci può essere e che si può realizzare (cf. www.vatican.va/archive/catechism_it/p3s1c1a7_it.htm). Per il credente questo è il regno dei cieli e la vita eterna, ma anche per chi non condivide il senso di fede credo che abbia un enorme valore la fiducia che il bene sia possibile. Non solo, la speranza è legata al desiderio di felicità: l’essere umano, oltre qualunque confessione di fede, aspira al bene (ib.) e, aggiungo, al bello, a cose armoniose e positive. Se rimanesse nella condizione in cui si trova, senza “sperare” null’altro, se non andasse in cerca di punti di luce oltre se stesso, non sperimenterebbe almeno assaggi di felicità. Speranza e felicità sono strettamente intrecciate. Condivido, perciò, un’esperienza recente col desiderio di immetterla in questo circolo di bene, di fiducia e di speranza. Alcuni giovani di realtà carismatiche e nazionalità diverse si sono trovati insieme a collaborare per un impegno che era stato loro chiesto. Tutto qui, ma c’è stato molto altro. Ho potuto osservare la freschezza di chi si mette in gioco senza quelle diffidenze che talvolta caratterizzano gli adulti, specie se provengono da comunità geografiche o vocazionali diverse dalle proprie. I giovani no. Si danno una mano, si organizzano cercando di ascoltarsi, di trovare delle strade comuni di dialogo e di soluzione al compito da svolgere, si vengono incontro con immediatezza anche nelle cose pratiche come raggiungere il luogo di “lavoro”. Creativi e privi di formalismi – talvolta forse fin troppo! –, sono proprio gli aspetti che li rendono capaci di superare le barriere mentali che noi “grandi” ci siamo costruiti a difesa della diversità, fosse anche di appartenenza carismatica. Si scambiano tra di loro, con entusiasmo disarmante, inviti agli incontri comunitari, o a conoscere la propria famiglia religiosa, come fratelli e sorelle che non badano a null’altro che non sia il rapporto stesso. Questo microcosmo di umanità in comunione, tra Messico, Uganda, Giordania, Colombia, e Italia, tra uomini e donne, seminaristi e consacrate, in formazione o già più avanti nel cammino, è uno dei segni che non deve cadere nel nulla, solo perché di vita ordinaria. Anzi, è questo, credo, un grande segno di speranza per la vita consacrata, che forse per i numeri sempre più esigui, vive una stagione di forte solitudine: è possibile aprire nuove strade di fraternità. Senza timori sospettosi, oltre le specificità dei singoli carismi, non solo per realizzare progetti esterni, che è già un’esperienza dal respiro universale, ma anche per confrontarsi sulle problematiche comuni, sulla formazione o sull’apostolato, o ancora più semplicemente per festeggiare momenti di famiglia, mangiare e pregare insieme. I giovani – bersaglio facile delle critiche attuali per le loro indubbie complessità – indicano, senza neppure volerlo, nuove vie di comunione e questa è una grande speranza per il nostro essere uomini e donne, spaventati dal rimanere soli e affamati di rapporti veri e buoni.
Vita in comune

Il delicato compito della formatrice

Leggi la risposta

Ho riflettuto su uno dei suoi recenti articoli di questa rubrica: Giovani consacrate: speranze e delusioni. Qualche considerazione: si parla tanto di giovani nella vita consacrata […], ma è mai possibile che siano le nostre sorelle più grandi a sentire la necessità di mettere a tema qualcosa di grosso per le giovani e non loro stesse a “dare fastidio” con richieste, proposte, fosse anche con proteste? Guardo alle nostre giovani e ho in mente nomi e cognomi, nazionalità ed età. Non vedo tutta questa proposta di rivoluzione, questa grinta, questa passione! Vedo gente molto allineata, molto paurosa, rassegnata, molto ripiegata su se stessa, sui propri mali, sui propri studi, sui propri interessi, sulle proprie amicizie, sul lamento per non vedere adulti di riferimento, sul «lei non mi guarda, lei ce l’ha con me», sul «mi sento sola, vorrei un’amica», con pochi interessi veri, sempre aggiornate sui gossip, ma con poco pensiero creativo e costruttivo, che non sanno dire “no” alle grandi ingiustizie sociali perché credono che tanto nulla possa cambiare… Cosa possiamo fare per favorire nelle più giovani cammini che nascano dal di dentro, senza sostituirci a loro? Cosa possiamo fare per essere un riferimento senza la pretesa da nessuna delle due parti di essere/trovare le sostitute delle mamme? Una Vicaria Generale


I suoi interrogativi sono impegnativi e anche molto concreti, grazie. Il suo scritto, ben più ampio, approfondisce anche l’aspetto dell’incontentabilità dei giovani, nonostante le nuove opportunità. Immagino che ormai possiamo concordare sulla fragilità emotiva e relazionale dell’umanità del nostro tempo, perché tutti risentiamo di un clima sociale e culturale veramente complesso. Se, però, questo si declina nello specifico della vita consacrata, i risvolti sono enormi. Credo che i giovani, nonostante facciano loro stessi la scelta di intraprendere un percorso vocazionale (magari in passato erano le famiglie, o la cultura del tempo a spingerli verso strade simili), abbiano innanzitutto bisogno di maturare, perché, come ricorda il Papa nell’Amoris Letitia, «a volte le persone hanno bisogno di realizzare a quarant’anni una maturazione arretrata che avrebbero dovuto raggiungere alla fine dell’adolescenza» (n. 239). Non bisogna scandalizzarsi, perciò, se, nonostante l’età cronologica non più giovanissima, chi entra nella vita consacrata, o si avvicina al matrimonio, affettivamente viva ancora «un amore egocentrico proprio del bambino, fissato in una fase in cui la realtà si distorce e si vive il capriccio che tutto debba girare intorno al proprio io» (ib.). È indispensabile, allora, un accompagnamento che non si limiti all’ingresso in comunità, perché i processi di maturazione sono lunghi e articolati, e non bastano uno o due anni. La Chiesa deve necessariamente dare indicazioni canoniche minime per le diverse tappe formative, ma nel concreto della vita spesso i tempi di maturazione sono più ampi. Come lei saprà per esperienza, occorre tempo, pazienza, e attesa che la persona entri in contatto con se stessa e prenda coscienza di ciò che c’è da migliorare. Un altro aspetto che mi sembra molto importante è che oggi le persone giovani (soprattutto), ma spesso anche le meno giovani, hanno bisogno di essere continuamente motivate. Il concetto di obbedienza, ad esempio, che un tempo rendeva indiscutibili tutta una serie di regole e comportamenti, oggi manca proprio come categoria interiore. E questo, penso, abbia una ragione: i giovani sono su un’altra lunghezza d’onda rispetto alle generazioni precedenti, si portano dentro una complessità che viene sia da un ambiente familiare (e sociale) molte volte frammentato, conflittuale e diviso, sia dalla loro personale vulnerabilità emotiva ed affettiva. Questo non li rende peggiori, semplicemente sono diversi, più emotivi, più bisognosi di riscontri e di incoraggiamento. Come ha spiegato un autorevole rappresentante della Congregazione per la Vita Consacrata in un recente incontro, oggi chi abbandona la vita in comune non lo fa perché la sente troppo impegnativa, né perché ha problemi comunitari, ma perché non ha trovato lì la propria felicità. È un aspetto estremamente serio. So che il concetto di felicità andrebbe declinato meglio e mi ripropongo di farlo in un altro numero. Può apparire pesante e fastidioso per un formatore sentirsi addosso l’onere di dover sostenere le motivazioni altrui, eppure oggi è indispensabile. I giovani hanno bisogno di potersi esprimere, come lei giustamente dice nel corso del suo scritto, di avere la possibilità di parlare, di confrontarsi, di dialogare, di incontrare degli “attivatori di senso”, dei testimoni appassionati. Non c’è nulla di scontato per loro e con loro. Lei ha anche ragione ad evidenziare che spesso appaiono indolenti rispetto alle responsabilità. Anche questo purtroppo è parte della generazione attuale, poco fiduciosa in se stessa, poco allenata all’impegno in prima persona. È importante, quindi, che fin dai primi passi i giovani abbiano la possibilità di sperimentare dei compiti dentro e fuori la comunità, che possano però portare avanti con un margine di autonomia. Essi spesso lamentano che la fiducia è solo apparente perché non appena provano a mettere in gioco un po’ di creatività personale vengono “richiamati all’ordine”. Certo, non ogni iniziativa originale è giusta, ma osiamo un po’ più di fiducia. Perciò, a conclusione, comprendo bene le sue preoccupazioni. E siccome il carico è gravoso, non rimanga da sola a portarlo: se possibile formi un’équipe di formatori/educatori. Confrontarsi in uno scambio continuo di esperienze, anche tra realtà carismatiche diverse, potrà aiutarla a sviluppare nuove proposte, a confrontare e trovare insieme nuove strategie di accompagnamento e motivazione.  
Pagina 11/ di 18
Simple Share Buttons