L'esperto risponde / Spiritualità e mistica

Chiara D’Urbano

Psicologa e psicoterapeuta, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Sono Perito dei Tribunali del Vicariato di Roma e collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna. Con l’editrice Città Nuova ho pubblicato tre libri: La pietra della follia, Per sempre o finché dura e Percorsi vocazionali e omosessualità.

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Vita in comune

Perfezionismo o flessibilità

Da anni vivo col mio parroco, una persona senza beni materiali, ma chiusa ed egoista. Mi perdoni se sembra un giudizio, non mi vergogno di dirlo. Allora è vero che noi cinquantenni a volte abbiamo nuovi grilli per la testa: dal telefono, alla macchina, al pizzetto ricercato, e sicuramente non siamo di esempio, ma non basta la povertà in quanto tale. Non vuole essere una giustificazione badi bene. Grazie per questo prezioso servizio. Un religioso (e prete)

Volentieri riprendo l’argomento per le tante osservazioni, diverse, che sono giunte in relazione al precedente numero di questa rubrica «Consacrati alla moda?». Alcuni mi hanno scritto che rimane fastidioso vedere preti con super macchine o consacrati/e che demandano i servizi domestici o più umili sempre ad altri, senza mai “sporcarsi le mani”. E che, in fondo, «anche l’abito fa il monaco». Altri commentano che non bisogna considerare assoluto nessun valore.

Queste osservazioni mi ricordano una situazione che si è venuta a creare nel mio studio di psicologa.

Incontro un sacerdote, giovane, camicia sbottonata, jeans, curato e profumato, che potrei confondere con un bel ragazzo “qualunque”. Subito dopo arriva un altro prete, più o meno coetaneo, in talare, il quale mi dice che è appena uscito da una celebrazione ufficiale e non ha fatto in tempo a cambiarsi. Ma di solito non veste molto diversamente.

I due sacerdoti si stanno mettendo in discussione perché è un momento non tanto di “crisi vocazionale”, ma di ripensamento del loro modo di essere e di vivere le rispettive scelte, che comunque non sono in discussione nella loro essenza. Le difficoltà, piuttosto, riguardano il loro ambiente di vita, per motivi del tutto opposti. Per l’uno è troppo clericale, per l’altro è troppo mondano.

Non devo dare “risposte” e soluzioni nette – meno male –, non è questo il mio compito. Provo, piuttosto, a riflettere su cosa li metta a disagio, e con quale modello si confrontano. Se sono in uno stato di malessere, infatti, è perché si è creato uno scarto tra ciò che desiderano e ciò che sono. Li conosco entrambi e so che le motivazioni di ciascuno sono solide, eppure hanno sensibilità diverse.

Il primo è stufo di dover corrispondere ad un modello old-style di prete trasandato e povero, non si riconosce in quella veste nella quale non crede, e mi racconta quanto riesca a conquistare i ragazzi perché lo vedono alla loro portata. Possono parlare di tutto e si sentono liberi con lui di raccontare le loro storie.

Questo sacerdote, che chiamerò Luca, mi dice, però, di essere guardato con sospetto nel suo ambiente, che lo ritiene troppo mondano. Talvolta esce con questi ragazzi a prendersi una birra e quando la gente del quartiere passa e lo riconosce gli fa occhiatacce. Qualcuno con cui è più in confidenza gli ha detto apertamente: «Luca, ma ti pare che un prete faccia così?».

Il secondo sacerdote (che è anche un religioso), che invece chiamerò Andrea, è in conflitto con la propria coscienza perché ritiene che le scelte della sua comunità non corrispondano al suo modello di povertà. Vedere altri confratelli comportarsi in modo troppo “libero” lo inquieta, gli sembra che la gente così vada in confusione, non si mandi il giusto messaggio. Non riesce a parlare di fede con loro, che lo tacciano di essere troppo bigotto. Vive una tensione interiore.

C’è un nucleo comune ad entrambi, che riguarda il bisogno di autenticità, ma anche di trovare conferme ed appoggi all’esterno per sentirsi accettati come sacerdoti. Le critiche, infatti, li mettono in discussione. L’uno sente di essere se stesso nel modo in cui si esprime, si veste, sta con gli altri. La sua attività pastorale gli dà ritorni positivi, ma la gente lo guarda male. L’altro sente di essere in pace con la propria coscienza quando «il prete fa il prete» e non si mette «a scimmiottare i ragazzi». Deve avere il suo segno di riconoscimento, e dare esempio di sobrietà. Sono entrambi sinceri ed umanamente simpatici.

Si può dire se una tipologia sia preferibile rispetto all’altra? Sposto la domanda su un altro piano e forse sembrerà un modo tipicamente da psicologa di non prendere posizione. Credo che ogni aspetto della nostra vita, quando diventi troppo centrale e assoluto, rischi di sbilanciare il nostro equilibrio generale. Perfino quelli che sono considerati di per sé aspetti positivi possono assumere valenze negative, se diventano estremizzati e inflessibili. Nell’ultimo Manuale Diagnostico, anche gli aspetti della personalità di per sé positivi vengono messi in discussione e il testo riporta un esempio: «le persone che, a causa di un’estrema bontà d’animo, si lasciano ripetutamente sfruttare da altri senza scrupoli». Questo vuol dire che la cosa ottimale non è la stessa per tutti, sempre, in tutti gli ambienti.

Tornando ai due sacerdoti, per offrire loro piste di riflessione che essi stessi trasformeranno in decisioni concrete, utilizzo due criteri, apparentemente opposti, del medesimo Manuale.

  1. Avere «chiari confini tra sé e gli altri», una stima abbastanza stabile e uno sguardo su di sé realistico, significa non dipendere eccessivamente dal giudizio degli altri, ma neppure rendersi insensibili ai rimandi esterni. Mi sembra un aspetto importante su cui Luca e Andrea possono confrontarsi rispetto al loro malessere. Sono interiormente liberi? Oppure hanno convinzioni personali ancora deboli, troppo dipendenti dagli altri? Questo criterio, però, da solo non è sufficiente.
  2. C’è poi la dimensione intersoggettiva. Essere empatici significa non solo comprendere le esperienze altrui, ma anche gli «effetti del proprio comportamento sugli altri», soprattutto quando siamo responsabili di quelli che ci sono intorno. Il sacerdote ha un ruolo pubblico e di visibilità sociale, ha una responsabilità non solo per se stesso. Quindi è importante anche come si pone, come gli altri lo “vedono”. Gli altri che peso hanno per Luca e Andrea?

Per concludere ed usando espressioni meno tecniche e più “familiari”: la libertà interiore deve essere orientata dalla carità. Tener conto del contesto e dell’ambiente geografico in cui si opera vuol dire rendersi flessibili alle circostanze, e attenti alla sensibilità delle persone intorno a noi. La gente oggi ha un gran bisogno di testimoni credibili e coerenti. È un tempo che grida il bisogno di chiarezza. Non si può pretendere che gli altri ci leggano sempre il cuore. Quindi attenzione a non mandare messaggi ambigui col nostro comportamento! Essere semplici, veri e il più possibile trasparenti, invece, è un bel segno di cura dei “piccoli”, e ci motiva verso una sempre maggiore autenticità.

 

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Chiesa

Omosessualità e vocazione: una sfida doppia?

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Sono un sacerdote formatore in un Istituto a vita comune e uno dei giovani che seguo mi ha fatto conoscere la vostra rubrica. Ho cercato e trovato anche il tema che oggi vorrei evidenziare, quello dell’orientamento omosessuale. È entrato in comunità un ragazzo trentenne, laureato in Ingegneria, con esperienze lavorative proficue (un ragazzo in gamba), il quale mi ha manifestato fin dai primi incontri la propria omosessualità, e qualche pregressa esperienza affettiva con ragazzi. Questa esplicitazione mi ha spiazzato perché in genere, semmai, una simile apertura avviene molto in là nel tempo e quasi mai in maniera spontanea. Ho letto i numeri della rubrica che hanno riguardato l’argomento, ma quando poi tocca in prima persona il servizio che si porta avanti gli interrogativi si fanno concreti. La nostra realtà comunitaria sta cercando di formarsi meglio sull’argomento, quindi la mia è una richiesta di qualche suggerimento su come procedere. Non ci sono ricette, ma sicuramente sarà importante avere alcune indicazioni di massima per non far del male a nessuno. Grazie, p. Roberto  


Grazie davvero! È vero che abbiamo affrontato l’argomento in diverse occasioni, ma quando si parla della persona, dei suoi processi, del suo mondo emotivo-affettivo, non c’è mai nulla di scontato. Come sempre nello stile di questa rubrica – che lei ha conosciuto da poco – propongo qualche riflessione che ho elaborato attraverso lo studio, il confronto con colleghi, con formatori/formatrici e attraverso l’esperienza di accompagnamento psicologico di chi vive la vocazione presbiterale, monastica, a vita comune. Questo per dire che non si danno “soluzioni”, e che l’opportunità di lasciare aperto il dialogo, senza alcuna pretesa di avere in tasca l’ultima parola, è il clima consueto del nostro spazio on-line. L’alternativa è il pensiero unico e inamovibile che non lascia margini per riconoscere gli apporti della scienza, della storia, del Magistero stesso che cammina cercando di cogliere i segni dei tempi. La prima considerazione molto semplice è l’importanza e quindi l’apprezzamento rispetto all’apertura spontanea di un giovane/di una giovane (per età o per percorso formativo) al proprio formatore. La consegna di sé e della propria intimità sono da considerare un atto di grande coraggio e di fiducia: evidentemente la persona non teme gravi ripercussioni rispetto a quanto dice e crede che le informazioni che fornisce possano entrare a far parte dell’accompagnamento. Quando si riceve un pezzo di vita dell’altro il tempo del giudizio andrebbe sospeso… prima di correre a catalogare nella casella del giusto/sbagliato, dato innocuo/pericolo, sono d’accordo/in disaccordo, l’apertura personale va semplicemente ricevuta e accolta. Molto raramente, infatti, un dato umano, isolato dal suo insieme, può assumere una tonalità specifica e assoluta. L’aver avuto genitori separati, padre o madre assente, depresso/a, violento/a è un elemento di anamnesi importante, ma in se stesso non dice chi è, e come è diventata la persona che racconta del proprio ambiente domestico. Qui un giovane adulto sta confidando qualcosa di importante che coinvolge il proprio modo di vivere se stesso, gli affetti, le relazioni. Non si può approfondire in questa sede cosa voglia dire “sono omosessuale” perché andremmo fuori spazio, ma teniamo conto anche della necessità di decodificare tale informazione essendo spesso confusa, vaga, o comunque non sufficientemente elaborata la comprensione di sé. In ogni caso, come anticipato, attenzione: il dato “omosessualità” non rivela quale sia il modo di essere di quell’individuo. Il primo collegamento che spesso scatta di fronte all’espressione dell’altro omosessuale, infatti, è la confusione sessuale che ne consegue, anzi confusione sull’identità di genere dell’individuo (mezzo uomo e mezza donna), confusione nella sua gestione dell’eros (impulsi sfrenati o quasi), caos nei rapporti interpersonali (conflitti sicuri). Tali presupposti fanno scattare l’allarme in chi segue i processi formativi. Chi ascolta e affianca storie di vita reali sa bene che tutto questo è possibile, ma è possibile a prescindere dalla dimensione dell’orientamento sessuale. C’è, tuttavia, un aspetto significativo e non trascurabile: in un contesto omogeneo di soli uomini o sole donne, soprattutto durante la formazione iniziale, che un membro giovane abbia un orientamento verso persone del medesimo sesso è una variabile da non sottovalutare. Credo che il dubbio del sacerdote si inserisca qui. Piuttosto che aumentare il “controllo” però – Marco, omosessuale e sorvegliato speciale, vediamo come si comporta – è importante affiancarlo per approfondire le motivazioni vocazionali (fondamentale), e perché possa integrare la dimensione omosessuale nel complesso della sua personalità, secondo la vocazione che sta iniziando a vivere. Marco-integrale dovrà imparare a conoscere meglio se stesso e i propri punti di forza e di vulnerabilità, quindi cosa per lui costituisce una risorsa, ma anche cosa non lo aiuta a crescere secondo il progetto esistenziale che sta scegliendo. Per esempio: forse cercherà il confronto e l’amicizia solo o prevalentemente con altri giovani o persone esterne da cui pensa di essere compreso o con cui pensa di avere in comune l’orientamento sessuale. Il formatore potrà sostenere Marco perché incontri e si relazioni oltre il dato omosessualità. Non è facile, sia chiaro, è naturale per chiunque la ricerca dei “simili” (mi si passi questa espressione alquanto infelice), ma è vitale non chiudersi in sottogruppi di appartenenza perché la scelta vocazionale è universale, trasversale alle categorie culturali, politiche, soggettive. Tuttavia ciò non è valido solo in merito all’orientamento, ma a qualunque altro dato personale che funga da filtro e discriminante nei rapporti. Il formatore – preparato a sua volta nel servizio che gli hanno affidato e non improvvisato in ambito formativo (prima responsabilità comunitaria) – ha l’ulteriore responsabilità di trattare da adulto chi entra in seminario o comunità e quindi di confrontarlo gradualmente quando noti qualcosa che non lo convince, senza riversare sulla persona l’intera lista di cose che non vanno, da cui il conseguente congedo finale e irreversibile verso l’uscita. Se veramente si vuol dare alla persona la possibilità di maturare (altro tema affascinante), allora l’accompagnamento dovrà essere chiaro e autentico, fatto di dialogo (formatore/formando), di dubbi condivisi, di criticità rilevate, senza camuffare sotto le vesti dell’accoglienza un disgusto, un rifiuto interno che di fatto condiziona la prosecuzione del giovane in quel contesto. Altrimenti meglio essere onesti fin dall’inizio: qui non possiamo riceverti. Se, invece, si ritiene possibile il cammino vocazionale, per molti altri dati di partenza che fanno supporre la potenzialità di un buon processo formativo, allora lo sguardo deve rivolgersi alla maturazione della persona, secondo lo specifico stato di vita in cui si è inserita. In altre parole: potrà diventare un buon sacerdote o religioso? Quali sono gli impedimenti perché realizzi in modo armonioso la vocazione presbiterale o a vita consacrata? Durante il periodo iniziale i fattori di maturazione riguardano – tanto l’omosessuale quanto l’eterosessuale – il progressivo senso di appartenenza rispetto alla comunità, il senso di fede, la capacità di non fare di un dato il tutto di sé, la disponibilità ad incontrare, interfacciarsi, collaborare con altri fratelli e sorelle senza rigide ripartizioni, la libertà interiore da carriera, denaro, protagonismo... Ci vorrà prudenza nel permettere ad un giovane, una giovane omosessuale, di stare in ambienti omogenei quanto a genere? Certamente. Le sfide sono maggiori per la possibilità di attrazione e legami “di coppia”, ma non si può ridurre tutta qui la vocazione e le sue tensioni. Né si può pensare, in modo intellettualmente onesto, che l’esclusione a priori di un omosessuale sia una strada percorribile, a prescindere da qualunque valutazione seria, globale e costruita con la persona stessa. Non voglio invocare, anche se sarei tentata, le parole del Papa sui processi da attivare o su altre espressioni di apertura da lui pronunciate, perché tutto può essere strattonato da una parte e dall’altra. Piuttosto, concludendo: a) si può riflettere su quale sia “il modello” di prete o consacrato oggi che la realtà formativa ha in mente. È grossolano detto così, ma credo ci capiamo. b) è bene chiarire in cosa consista la maturità della persona che cammina verso l’ordinazione e/o la consacrazione, criticità ed eventuali impedimenti assoluti di quella persona. La vocazione è una cosa seria ed esigente, peccato quando la si riduce a pezzetti sganciati l’uno dall’altro e dimenticando che si tratta di un incontro divino e umano dove la voce di Dio e la felicità umana convergono.  
Vita in comunità

Come favorire la crescita personale

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Sono una responsabile di comunità, giovane per età e per esperienza in questo ruolo. Sono stata preparata, dal punto di vista accademico, per assumere l’incarico che mi è stato assegnato, ma la domanda che mi porto da tempo è cosa favorisca veramente un cammino dei nostri fratelli, delle nostre sorelle. Nella mia esperienza, con altre della mia età, non ha funzionato, come avrebbe dovuto, l’averle mandate fuori a studiare, ma talvolta anche l’averle trattenute in apostolati interni ha avuto effetti da pre-pensionamento e deresponsabilizzanti. Qualcuna ha avuto poco a mio parere, qualcuna fin troppo, ma sembra che nulla dia garanzia assoluta di “riuscita” formativa e vocazionale.


Proprio nei giorni scorsi ho incontrato un gruppo di responsabili e formatrici e questa domanda è emersa da più prospettive. Una questione concreta e attuale, che in altri numeri della nostra rubrica abbiamo già toccato, ma che riprendo volentieri dopo la pausa estiva. Un autore, Irvin Yalom, ha approfondito gli studi sul funzionamento e l’efficacia dei gruppi esperienziali, che vorrebbero favorire l’incontro e la crescita personale dei membri. C’è uno stile di gruppo vincente, c’è un leader migliore di un altro? E quanto incidono questi sul benessere e quindi sul cambiamento individuale dei singoli membri? Nei nostri termini: il clima comunitario quale peso ha sulla maturazione dei consacrati; il/la responsabile della comunità dovrebbe avere delle specifiche caratteristiche? Le ricerche prodotte sull’argomento valutavano, tra le altre, dimensioni quali «l’autostima, i valori esistenziali negli atteggiamenti e nei comportamenti interpersonali, i meccanismi di difesa, la capacità di esprimere le emozioni, i valori, i modelli di amicizia e importanti decisioni di vita» (I. Yalom, Boringhieri 2002, pp. 537-8). Mi avvalgo, perciò, dei risultati emersi, mutuando ciò che può rivelarsi utile per il nostro ambito, quello della vita in comune consacrata, in quanto almeno alcune considerazioni hanno senz’altro una validità trasversale rispetto ai cosiddetti T-group, che erano strutturati, con un numero di partecipanti, una durata, e un facilitatore qualificato. Una prima osservazione molto semplice è che «il gruppo di incontro […] influenzava chiaramente il cambiamento, ma sia in meglio che in peggio» (ib.), e comunque l’entusiasmo del singolo per l’esperienza gruppale non era di lunga durata. Riguardo al leader – entriamo nel vivo del nostro ambito – non risultava rilevante la “scuola” di pensiero e di appartenenza (noi diremmo: dove ha studiato e in quale corso si è formato), quanto il suo modo di intervenire sul gruppo. Il leader, tra i suoi vari compiti, può: a) stimolare emozioni; b) assistere i membri offrendo sostegno, protezione, calore, accettazione; c) spiegare, chiarificare, interpretare (si parla di “attribuzione di significato”); d) avere funzioni più o meno direttive, come fissare regole, norme, individuare obiettivi, dare il ritmo al gruppo. L’utilizzo di queste 4 funzioni è stato considerato secondo una correlazione precisa con gli esiti (il miglioramento individuale): partiamo da stimolazione emozionale e funzione direttiva (a e d). Rispetto a tali funzioni il troppo o il troppo poco produce in entrambi i casi esiti negativi, in modo curvilineo. Poca stimolazione rischia di favorire un gruppo senza energia, con una ridotta vitalità, asfittico, ma d’altra parte troppa stimolazione rende il contesto emozionalmente carico, in eccesso, direi elettrico. Così pure una scarsa direttività genera un consesso umano smarrito, confuso, dove c’è solo soggettività, ma il fissare troppe regole e dare direttive al dettaglio, stimola persone infantili, poco autonome. Aggiungo una nota interessante, che ancora mutuo dalle ricerche: chi dirige “a bacchetta” sul momento affascina e seduce, “guarda come è sicuro di sé”, e le persone si sentono rassicurate da una figura che sembra avere la soluzione per tutto. Alla lunga, però, il guru fa morire l’energia vitale altrui. Pertanto servono entrambe le funzioni (stimolazione e direttività), ma in misura moderata su tutt’e due le polarità. Le altre due funzioni, invece, se associate – e solo se associate – producono sempre esiti positivi. Assistere, cioè offrire empatia, stima incondizionata…e insieme stimolare la persona a rileggere la propria esperienza, per comprenderla, integrarla, e utilizzarla in altre situazioni, aiuta la crescita. Viceversa, la sola dimensione emotiva senza l’integrazione cognitiva non è sufficiente a far maturare la persona. Per fare un esempio: favorire il disvelamento, l’apertura intima di un membro del gruppo (self-disclosure) non produce cambiamento se questa consegna di sé non è accompagnata da un insight, da una comprensione intellettuale. Attenzione, allora, specie negli ambienti femminili, a non moltiplicare i momenti di scambio emotivo, “parliamo dell’esperienza vissuta, cosa hai provato”, se poi lo scambio si esaurisce in uno sfogo, senza alcuna rilettura e integrazione di quella esperienza col resto della vita, il che vuol dire senza che quell’evento abbia acquistato senso oltre l’oggi. Diventa, altrimenti, una confusione. Torniamo alla questione iniziale che pone la giovane responsabile. La maturazione della persona è favorita da molteplici fattori. Non basta che ella sia parte di un “bel gruppo” umano (magari fosse efficace la semplice immersione), in quanto l’entusiasmo non dura e non è detto, comunque, che ci sia un miglioramento personale nel vivere insieme. La funzione del leader, superiore o superiora di comunità, è senza dubbio importante per non attivare gruppi troppo emotivi (chi vuol piangere/gridare, piange/grida dove e comunque voglia), che sanno più di campo-giovani che di vita in comune. Ma neppure gruppi devitalizzati, aridi, che sanno piuttosto di azienda di lavoro, che di famiglia. E ancora: un buon leader di certo non facilita la creazione di gruppi infantili che si perdono se non vengono loro date le indicazioni giuste, momento per momento, se non hanno un planning dettagliato della giornata, se non hanno istruzioni militaresche. Ma neppure, d’altra parte, gruppi anonimi che rappresentano solo un insieme di individualità autogestite, perché manca un coordinamento, un progetto comune, un minimo di struttura che faccia dire che si è “comunità”. Certo, ogni comunità dovrebbe riflettere seriamente su cosa la faccia sentire tale, quali sono le condizioni minime essenziali che tutti/e condividono o dovrebbero condividere, al di sotto delle quali il gruppo diventa un insieme indefinito di persone X. Ma al di sopra delle quali si rischia l’asfissia. Un’altra conclusione molto ad hoc che le ricerche ci forniscono, è che l’attribuzione di significato può essere stimolata dal leader, ma è compito di ciascuno assumere questo impegno. In altre parole: è importante offrire supporto, empatia, conforto, stima, dare modo alle persone di esprimersi, ma anche orientarle, offrire dei feedback. Tuttavia ciò che è vincente è stimolare la riflessione che a questo punto è emotivo-cognitiva, perché ciascuno riesca a far sintesi, ad apprendere, a migliorare in base al vissuto. Qualora la persona, però, non fosse in grado di entrare in questa dinamica di senso, allora il processo di maturazione si arresta, e nessuno può farci nulla. Non c’è comunità, non c’è superiore/a che possa incidere nel miglioramento individuale. Aggiungo: non che sia “colpa” della persona (non ci sono colpe), può darsi che l’ambiente non sia quello adatto alla sua crescita. Di fatto, messi a disposizione i possibili strumenti maturativi – e la comunità non si tiri fuori da questo onere – il singolo ha una parte fondamentale, e se rimane ad uno stadio inadeguato all’età, è meglio che cerchi un contesto esistenziale più adatto al volo della vita.
Vita consacrata

Come convivere con persone “difficili”?

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Nella convivenza emergono situazioni che vanno oltre le difficoltà di carattere o di periodi particolari di crescita, di crisi o di prove. A volte ci troviamo con persone che minano profondamente i rapporti, la fiducia e l’amore che sono alla base della nostra vita e la ragione dello stare insieme. Fuori della comunità nessuno, neanche la famiglia, lo avverte, giacché custodiscono moltissimo l’immagine esterna di sé. Inoltre, nelle nostre comunità gli spostamenti frequenti non contribuiscono all’identificazione e all’accertamento di questi problemi. Purtroppo, tali casi sembrano non avere possibilità di cura perché la persona problematica nega la realtà vista e vissuta da tutte le altre. Anche se si parla chiaramente con lei, con esempi, dando la possibilità di una correzione, o di essere aiutata da un professionista esterno, in genere ella non accetta. Come comportarsi? Un consacrato É vero che ora si sta molto più attenti al profilo delle candidate, ma ci troviamo con alcune situazioni molto difficili e ci tocca affrontarle in modo che ci sia anzitutto la carità verso queste sorelle, ma senza trascurare nemmeno la salute e “l’esaurimento” delle altre. Le decisioni che prendiamo ora determinano in qualche modo il panorama futuro che lasciamo alle sorelle più giovani. Credo che la nostra generazione adulta abbia una grandissima responsabilità in questo senso. Avrebbe qualcosa da dirci al riguardo? Come si possono affrontare situazioni in cui la persona ha difese così alte che non riconosce niente di se stessa? Una consacrata  


Domande molto stimolanti che vengono dal mondo maschile e femminile, e che mettono al centro la problematicità sopraggiunta di un fratello o di una sorella nell’ambito della vita comune. Problematicità spesso neppure minimamente immaginate al di fuori del contesto di vita, perché la persona è “abile” a celare le tensioni che, invece, crea dentro casa o all’interno del contesto in cui trascorre molte ore. Direi che non si possa impostare una riflessione a senso unico, di fronte all’interrogativo del “cosa fare” di fronte a uomini e donne che, quando ormai la loro scelta è già definitiva, creano difficoltà serie nel clima comunitario. Condivido, piuttosto, alcune osservazioni. Prima osservazione: gli anni iniziali purtroppo potrebbero non essere sufficienti a dire come la persona sarà in futuro. Mi spiego: chi accompagna i cammini formativi sa bene quante dinamiche di accondiscendenza, compiacenza, tolleranza indotta si attivino nella persona che sente di essere valutata dal suo formatore/formatrice. Ella è consapevole che il tempo di ingresso e quello immediatamente successivo sono orientati proprio a cercare di comprendere, insieme alla persona stessa, se la strada intrapresa favorirà la sua piena espansione spirituale ed umana. È chiaro, allora, che i primi anni sono solo parzialmente “onesti”, non per cattiva volontà di Marco (nome di fantasia) che chiede di entrare in comunità, o di Francesca (nome di fantasia) che desidera consacrarsi al Signore, i quali volutamente ometterebbero gli aspetti scomodi di sé, quanto perchè è naturale cercare di adattarsi alle situazioni quando c’è un obiettivo importante da raggiungere. Chi di noi, sotto osservazione, non cerca di sfumare i propri limiti? Tuttavia questo non vuol dire che i formatori non debbano prepararsi adeguatamente prima di assumere il compito di accompagnamento, e quindi fare il possibile ai fini della valutazione. Attenzione, quindi, da parte dei responsabili, che chi assume l’onere formativo abbia strumenti idonei all’incarico. Inoltre, quegli anni sono in qualche modo indicativi di alcuni fattori quali, ad esempio, la stabilità dell’umore, la disponibilità a collaborare e a lasciarsi mettere in discussione, di quanto bisogno la persona abbia di primeggiare, dominare, apparire... quindi c’è comunque uno spaccato significativo che lascia presagire come procederà Marco e come procederà Francesca. Propongo, allora, alcune domande che potrebbero orientare un processo di accompagnamento vocazionale:
  • Chi accompagna – possibilmente non da solo/a – lascia che il tempo passi sperando che le cose si sistemino, o ha il coraggio di intervenire dove osservi che qualcosa non funziona?
  • Ma soprattutto: quale “modello” di consacrato/a si ha in mente? Cioè, cosa dovrebbe raggiungere la persona che inizia un processo vocazionale, quali caratteristiche spirituali e umane dovrebbe assumere per essere accolto e stare bene secondo quel carisma?
  • E non meno importante, anzi urgente: quale modello di comunità c’è sullo sfondo? Certo, una comunità di amore, collaborazione... d’accordo, ma concretamente, quali atteggiamenti, quali personalità non starebbero bene in quello specifico contesto carismatico? Sono interrogativi che andrebbero discussi apertamente sia perchè è cambiata la comprensione della “vita comune” rispetto a qualche generazione fa, sia perchè ci devono essere delle coordinate di confronto chiare quando si accompagna una persona, altrimenti la valutazione diventa troppo soggettiva.
Gli interrogativi accennati coinvolgono ulteriormente il rapporto tra i membri, il rapporto con l’autorità, l’equilibrio tra vita interna e apostolato... dipendenza e autonomia individuale. Occorre parlarne e parlarne, negli spazi e nei contesti adeguati, ma il formatore, la formatrice non può improvvisare queste riflessioni o portarle avanti da solo/a. Sarebbe grave. È la comunità, l’Istituto, la Congregazione, il Movimento intero che si fanno carico di accogliere o meno una persona, anche se di fatto i ruoli sono diversificati e sono affidati temporaneamente ad alcuni. Seconda osservazione ben nota a chi segue questa rubrica: le comunità vocazionali non possono assumersi oneri terapeutici “prendiamo quel fratello, poi cercheremo di aiutarlo”. Non è loro compito, anche perchè mancherebbero gli strumenti adeguati al supporto e alla cura. E per molte altre ragioni che non possiamo approfondire ora. Pertanto, quando è verosimile che la persona ha scarsi margini di miglioramento è opportuno aiutarla a prendere consapevolezza che non è il cammino adatto a lei. Terza osservazione. Mettiamo in conto, come si diceva, che un buon accompagnamento e perfino un adeguato cammino psicologico, non costituiscono una garanzia certa che la persona procederà serenamente (magari). Negli anni a seguire il tempo d’inizio, possono subentrare diversi fattori legati alla conoscenza di sé della persona che si scopre diversa da come aveva iniziato. Possono emergere malattie, insoddisfazioni, frustrazioni che cambiano gli equilibri personali e quindi interpersonali. Le variabili sono innumerevoli. Fatto sta che la comunità inizia a risentire di un fratello o una sorella che diventa difficile: pretende, “usa” l’ambiente e l’Istituto secondo il proprio progetto, ma senza passione personale, è disinteressato della vita fraterna. Qui il panorama meriterebbe molti esempi. Nuovamente: che fare? Dirlo apertamente alla persona interessata sembra non sortire effetto, proposte di aiuto interno ed esterno non vengono accolte. Servono strategie di sopravvivenza per tutti, se la persona non collabora e non accetta di assumersi le proprie responsabilità. Condivido ciò che attingo dall’esperienza clinica.
  • Le comunità vanno in qualche modo coinvolte attivamente nell’informazione e nelle proposte concrete: può essere utile cambiare qualcosa dello stile di vita, o sistemare diversamente l’orario, i momenti di incontro...? È vero, ci sono sensibilità e maturità diverse, ma la comunità è fatta di soggetti adulti e come tali vanno allenati a partecipare al clima comunitario e alle sue ferite. Non servono i dettagli di vita del fratello o della sorella, serve però che tutti prendano coscienza che tutti stiamo risentendo di una presenza “scomoda”.
  • Piuttosto che attivarsi nell’emergenza, sarebbe utile che in modo ordinario le comunità maschili e femminili fossero responsabilmente coinvolte nell’andamento interno, dall’economia al clima emotivo di casa. In questo modo quando sopraggiunge una difficoltà l’ambiente è più pronto e meno spaventato dalla criticità che si evidenzia.
  • Cambiare ambiente non risolve, ma allegerisce le tensioni del gruppo se Marco o Francesca non riescono a prendere coscienza che il loro modo d’essere è faticoso per la comunità. Di nuovo: tutta la famiglia carismatica è famiglia per quella persona, non solo la comunità specifica dove si trova in quel momento.
Spiritualità

La vocazione: una caccia al tesoro?

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Sono un “giovane adulto” in cammino all’interno di una comunità religiosa; alcuni di noi scelgono anche il sacerdozio, altri rimangono fratelli laici. Sono già da diversi anni inserito in questo percorso, ed eccomi a mettere in discussione l’orientamento della mia vocazione. Sto valutando, cioè, con chi mi accompagna, la solidità del mio desiderio missionario che significherebbe cambiare espressione carismatica. Come può immaginare, non è facile. Non è facile neppure trovare chi possa prendere in considerazione questi dubbi quando ormai la formazione iniziale sta terminando e quindi si dà per scontato che quella persona porterà a termine la decisione in linea col cammino intrapreso. Scegliere una figura esterna all’ambiente non è ben visto. Sceglierla interna all’ambiente non mi dà sicurezza di essere seguito con cuore libero, per una sorta di “conflitto di interessi”. Sto banalizzando, ma spero di avere qualche indicazione in merito. Grazie per questo originale spazio-amico. Dopo anni di insegnamento, come religiosa, vivo un desiderio fortissimo di dedicarmi alla missione. Mi è stato detto che i poveri sono intorno a me, che non occorre andare lontano…sì certo questo lo so, non sono fresca di vocazione. Quando scelsi la Congregazione dove sono ora, sinceramente non mi sono posta la domanda sul carisma specifico, erano le religiose conosciute ad ispirarmi, e non l’apostolato, solo conseguenza dell’ambiente a me caro. Sono stata molto bene fino ad oggi, non rinnego nulla e rifarei tutto, ma ora non sono più in pace. Sono ben seguita, per cui mi sento fortunata, e immagino con dolore il momento in cui dovrò prendere distanza dalle mie sorelle perché noi non abbiamo esperienze missionarie. In fondo però non è ancora camminare con Dio, come scriveva Etty Hillesum?


Molto delicato e complesso il tema sollecitato dal “giovane adulto” e dalla religiosa. Riflessioni provvidenzialmente molto simili, che sollevano il medesimo interrogativo. La mia prospettiva, lo ricordo, è da psicologa credente per cui mi muovo nello spazio delle scienze umane che mi competono, non entrando, invece, nel merito del “discernimento”. In altre parole, provo a condividere qualche pensiero che riguarda l’individuazione della propria strada di vita, tema a me caro, soprattutto quando questa venga ripensata rispetto alla decisione iniziale. Fascino e insieme consapevolezza di quanta pacatezza e libertà interiore occorrano per accompagnare la valutazione ai primi passi e quella successiva di una scelta di vita. In un interessante e gustoso articolo pubblicato di recente si esprime con chiarezza e garbo la “mitologia” che è proliferata attorno all’argomento del riconoscere la propria vocazione, quasi fosse un oggetto da riuscire a trovare decifrando le indicazioni poste e i rebus, come nella “caccia al tesoro”. Di tappa in tappa, di risoluzione in risoluzione, ecco la vocazione. Oppure, la vocazione rappresentata come una condizione sintomatologica da individuare (ce l’ho/non ce l’ho) con dei test specifici. La vocazione, in quanto processo spirituale e umano-psicologico, ha una matrice relazionale ed è una dimensione in divenire. C’è un’intuizione vaga, più o meno intensa emotivamente, e c’è un percorso fatto di scoperte, comprensioni, nuove comprensioni, soste, pause, scatti di corsa in avanti, battute d’arresto. Tutto questo viene confrontato all’interno di un rapporto, Dio-persona-Chiesa. Talvolta i formatori e le formatrici vivono come un fallimento o, peggio ancora, un cattivo investimento gli anni di studio e accompagnamento offerti, quando poi la persona si orienta altrove. È comprensibile, ma non possiamo sottovalutare la complessità e la scommessa vocazionale, che non è sotto l’assoluto controllo dell’individuo, e neppure quello dei formatori/formatrici e ancor meno dello psicologo. Il processo per comprendere la propria strada è lungo, e i tempi canonici che la Chiesa offre, sebbene orientino a non rendere infiniti gli itinerari formativi, in realtà non possono comprimere, né appiattire le storie individuali. Di fatto, lo dico da una prospettiva esperienziale e clinica, è solo nel corso del tempo, quando la persona si trova concretamente in gioco, che ella può confermare la scelta intuita o decidere di indirizzarla secondo altre dimensioni carismatiche o vocazionali. Non è raro, infatti, che lui o lei entri in “crisi” quando si immerge nel contatto col reale fraterno o di apostolato, allora Marco conosce nuovi aspetti di sé che prima non erano venuti fuori e Francesca scopre risorse di se stessa che non aveva immaginato fino a quel momento. L’età in cui questo accade è variabile. Magari succedesse solo quando i tempi formativi lo consentono! Gli anni, le energie che cambiano, motivazioni che dopo il primo decennio scricchiolano, esperienze positive o fallimenti, portano la persona in un punto di se stessa che non aveva preventivato a tavolino, nonostante tutta la buona volontà e la buona formazione. È del tutto naturale. Ma che fare quando l’incontro con la realtà profonda di sé avviene dopo il tempo della formazione iniziale? Rischiare di non arrivare mai a prendere una decisione stabile? Mettere in conto che anche dopo una scelta definitiva ci possa essere un margine di dubbio? Non credo si debba porre così la questione. Ogni scelta esistenziale, che sia onestamente tale, è desiderata in modo stabile e duraturo, non certo col beneficio del dubbio. Direi, però, che non si può pensare a una linearità di tappe, consequenziali e progressive, nell’accompagnamento personale. La storia della salvezza ci dice che c’è un itinerario, ma che le svolte sono all’ordine del giorno. La storia rimane la stessa, sebbene con mille eventi che la rimodulano. Dunque ci si impegna a dare il massimo di sé nell’oggi e con lo sguardo al domani, in modo fedele e coerente. Tuttavia non si possono scartare con leggerezza le nuove comprensioni che sopraggiungono. Queste devono pur trovare una collocazione nella vita della persona, e tale collocazione può condurla altrove rispetto al luogo di partenza. Voglio precisare: non sto supportando una prospettiva che rende precari i “sì” detti per la vita. Cerco, piuttosto, accogliendo le domande da cui siamo partiti, di allargare lo sguardo oltre risposte binarie. Se accompagnato e non lasciato all’emozione del momento – certo il tema è qui appena accennato – un riorientamento della rotta non credo che debba portare a cercare i colpevoli del cattivo discernimento. Almeno per quanto io riesca a comprendere. In questo processo risulta fondamentale l’incontro con persone libere interiormente, di preghiera, e preparate nell’accompagnamento, dentro o fuori la propria realtà di vita. Sono, però, altrettanto fondamentali:
  • l’apertura personale – ricordo che nella vocazione sono coinvolte persone adulte, fosse anche per l’età cronologica –;
  • il tempo che la persona impiega per vagliare le criticità che vive;
  • gli strumenti di cui si avvale in questo tratto della sua esistenza. Il confronto deve essere autentico e non di facciata, quando magari la decisione è già presa.
Concludo con uno spaccato reale. Un giovane inizia un itinerario in seminario. Dopo qualche anno si rende conto che c’è qualcosa che non lo fa stare bene, ma non riesce a comprendere chiaramente dove sia l’origine del malessere, nebuloso e indefinito. È proprio il suo vescovo ad aiutarlo a riorientare la strada verso un’esperienza monastica. Questo pastore non teme di perdere forza lavoro, cosa che peraltro sarebbe un cruccio condivisibile di questi tempi. Non tronca le perplessità del giovane, prende sul serio quel malessere ancora indecifrabile e gli offre un’alternativa. Non è detto che Fabio (nome di fantasia ndr) procederà nella nuova via, però l’esempio mi sembra renda bene la processualità vocazionale e che nella Chiesa ci sono figure di autorità dallo sguardo ampio e lungimirante, libere dalle smanie di possesso. Star bene nella propria vita e nella propria vocazione è davvero importante. Facilitarlo per noi e per chi affianchiamo è rendere un servizio all’essere umano, alla comunità, e alla Chiesa perché significa volere il bene del fratello e della sorella, e magari ridurre il numero degli scontenti che spesso appesantiscono l’aria delle nostre comunità di fede.
Vita in comunità

Solo sani e performanti

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La pandemia ha reso più manifeste alcune fragilità in diversi di noi, fragilità che forse già esistevano ma che ora si rendono più evidenti. Come fare per imparare ad integrare nella nostra vita personale e nella vita comunitaria le debolezze proprie e altrui? Alle volte mi sembra che come comunità ci vediamo più nel dover essere, che nel guardare la realtà della persona, tenendo conto del suo percorso e dei processi che vive in un contesto in continuo cambiamento. Ci può dire come fare a contenere situazioni di malattia psichiatrica in una comunità? E badare anche alla salute delle persone che convivono con lei? Una consacrata, responsabile di comunità


Immagino che le sue considerazioni troveranno accoglienza ed eco in moltissime situazioni comunitarie e in moltissime situazioni di vita, anche familiari. Perciò grazie. La domanda provocatoria che si potrebbe porre è se il vivere insieme, secondo le coordinate di un carisma, favorisca l’insorgere di disagi relazionali, affettivi, psichici. Ovviamente detta così, la risposta è “no”, non c’è un rapporto causa-effetto, ci mancherebbe. Tuttavia credo che l’argomento che lei introduce meriti delle riflessioni approfondite e meno spicciole di connessioni semplicistiche. Vivere insieme tra sconosciuti non è roba facile, ce lo siamo detti tante volte. Dobbiamo partire, però, da remoto. A differenza di un passato non troppo lontano, oggi c’è una grande sensibilità nell’accompagnare chi chiede di entrare in comunità, maschile o femminile. I formatori vengono sempre più preparati al loro compito, i giovani sono sostenuti attraverso colloqui all’interno, studi, talvolta percorsi specialistici in collaborazione con professionisti di fiducia. In poche parole: è meno frequente che il percorso vocazionale vada avanti in automatico, e questo è davvero significativo. Rettori e formatori/formatrici sempre più spesso sanno cogliere segni di disagio nell’uomo o nella donna che è in formazione, ad esempio cambi frequenti di umore, scarsa collaborazione, elevata conflittualità o senso critico eccessivo, relazioni non aperte. Vedono che qualcosa non va e chiedono un confronto con la propria equipe, oppure con chi collabora con la comunità. Benissimo. Tuttavia nel corso degli anni le sfide del vivere insieme e dell’apostolato possono incidere sull’equilibrio personale. Anche chi “sembrava” solido e con tante risorse può trovarsi per diverse circostanze di vita a consumare più energie di quante ne avesse a disposizione. Talvolta ha poco senso accusare uno scarso discernimento. Pensiamo, ad esempio, ad una missione che affronta Marco in cui riceve delle delusioni, ad un ambiente comunitario in cui Francesca viene inserita ma nel quale non riesce ad integrarsi, ad un incarico che Andrea assume, ma che non è adatto alle sue potenzialità. Le ragioni di un malessere non preventivato sono le più diverse, come lo sono le combinazioni degli eventi in un dato momento di vita. Può subentrare anche un lutto, una malattia fisica o psicologica che cambia profondamente l’assetto mentale di Carlo o di Marta. Ognuno di noi sfugge a delle previsioni perfette e lineari di come andrà la propria storia. E meno male. Però non possiamo terminare qui. Credo che nelle situazioni prospettate dalle considerazioni iniziali l’integrazione psico-spirituale, di cui tanto si parla, sia davvero necessaria e le domande ne fanno cenno. La delineo molto sinteticamente per punti:
  • Che la vita sia imprevedibile non vuol dire non impegnarsi il più possibile per rendere autentica la valutazione iniziale, accompagnando la persona nel suo processo di fede e risposta spirituale. E accompagnandola nel comprendere – con lei – se la strada intrapresa è quella in cui il meglio di sé verrà fuori, il cuore si espanderà al massimo e la generatività potrà attivarsi.
  • Gli anni formativi dovrebbero seguire e valutare l’apertura progressiva della persona, quanto a consapevolezza di sé, al dialogo col formatore, al servizio fraterno.
  • Anche la comunità ha una parte fondamentale: – e questo aspetto mi sta molto a cuore – come si ristruttura all’arrivo di una persona nuova, o quando si accorge di un cambiamento di un suo membro (malattia, anzianità, difficoltà…)? È in grado di ripensare se stessa per favorire al meglio quel fratello o sorella? La plasticità dell’ambiente comunitario – che non vuol dire liquidità o mettere in discussione i valori portanti, e neppure rincorrere le fantasie di ciascuno – è fondamentale. Il cammino iniziale e successivo è di entrambe le parti, la persona e il gruppo di appartenenza, e rimarrà sempre un cammino con almeno questi due interlocutori (con Dio). Si aprono, allora, scenari sempre nuovi. Se un fratello o sorella manifesta, ad esempio, un disagio psichico – e la pandemia ha amplificato effettivamente molte vulnerabilità individuali e di gruppo – la comunità circostante dovrà fermarsi a capire come far sì che lui o lei non diventi uno scarto, in quanto scomodo e disturbante. Nello stesso tempo dovrà attivare dei nuovi canali di autocomprensione e di un nuovo equilibrio da trovare per il bene di tutti. Purtroppo la situazione si complica quando la persona non riesce a prendere adeguato contatto con se stessa, e questo in genere ha radici non certo negli ultimi anni. Si invecchia come si cresce. E perfino si affronta una malattia secondo alcune coordinate in linea con la personalità: più o meno collaborativa e autoriflessiva tanto per indicarne una.
  • La comunità è una realtà innanzitutto di fede, ma anche umana. Come Lei dice molto bene: al centro non c’è la produzione di servizi, ma un’esperienza di incontro con Dio e con l’altro, attraverso la preghiera, la vita comune, l’apostolato, il lavoro.
Pertanto – e concludo – nella coppia e nel vivere comunitario il partner, il fratello, la sorella, non ci lascia mai “tranquilli”. Viviamo ogni giorno la sfida dell’accogliere e del riadattarci all’altro non sempre sano e performante, che come noi cambia nel tempo. Non è questo lo spazio per prospettare eventuali soluzioni concrete, ma qualche minimo suggerimento è la semplicità di parlare in casa del disagio che sopraggiunge più o meno inaspettato nel fratello o nella sorella. Può essere utile cambiare qualche abitudine comunitaria per contenere meglio il malessere, o forse un altro tipo di ambiente, magari meno grande e meno sfidante; magari può essere utile affidare un piccolo servizio a quel fratello/sorella. Fondamentali sono la creatività di poter inventare spazi e modalità nuovi per vivere insieme al meglio, e chiedere aiuto, anche all’esterno, quando da soli, in coppia o in comunità, non ce la facciamo. Solo insieme si possono affrontare stati di vita problematici, che comprendo anche per esperienza professionale, sono una grande palestra di pazienza, sofferenza e di crescita personale e interrelazionale.
Vita in comunità

I miei segreti

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Sono un seminarista religioso, e mi piacerebbe se nella vostra rubrica dedicata alla vocazione potesse trovare risposta il mio interrogativo sul grado di condivisione a cui noi in formazione siamo tenuti gli uni con gli altri. Se faccio un percorso esterno di psicoterapia, se esco col permesso del mio formatore per incontrare un amico, o per andare qualche giorno fuori, a volte, mi infastidisce la curiosità invadente di altri che mi chiedono dove vado, cosa faccio e come mai non ero in casa. È doveroso che io sia aperto tout court con gli altri? E un domani che termino la formazione finisce questo “obbligo” di dire proprio tutto? Non credo che sia questo il fare comunità, anche perché non con tutti ho la stessa confidenza.


In questa rubrica avevamo già toccato il tema della condivisione personale negli ambienti comunitari, ma volentieri riprendo la riflessione dalla prospettiva che lei ci offre, di cui la ringrazio. Mi sembra interessante che sotto l’interrogativo che lei pone si possa intravedere la domanda di fondo: lo spazio di vita in comune che “natura” ha? Per dire che siamo comunità cosa ci vuole? Le confesso subito che prenderò alla larga l’argomento, appunto perché mette in movimento una serie di considerazioni. Ce lo siamo detti più volte, non essendo una comitiva di persone scelte reciprocamente, la fraternità vocazionale ha dei connotati tutti suoi, che la rende qualcosa di unico, per certi versi più di una famiglia di sangue, ma “meno” legata internamente da vincoli naturali o spontanei. Dovunque peschiamo delle somiglianze, ci rendiamo conto che non sono sufficienti a rappresentare esattamente l’ambiente comunitario di un seminario, di una fraternità sacerdotale o di vita religiosa, perché c’è sempre qualcosa che sta oltre, non facilmente afferrabile. L’aprirsi agli altri mi sembra una delle questioni più delicate, che intercetta proprio l’essenza della vocazione nella sua espressione comunitaria. Come al solito ci tocca distinguere l’ideale dalla concretezza reale del vivere insieme, mantenendo viva la tensione sana e stimolante che le due dimensioni si avvicinino il più possibile. Dobbiamo essere onesti, però: investire su questa sfida del reale comunitario verso l’ideale, comporta dare del tempo, parecchio tempo alla costruzione e alla cura della comunità, perché non c’è nessun processo di qualità che sia spontaneo e rapido. Neppure se immaginassimo di selezionare un gruppo di persone, ad esempio, di grande generosità, di grande spessore spirituale, di grande intelligenza, la somma dello stare insieme funzionerebbe bene, con certezza. Sono tanti i fattori che fanno di un contesto umano e di fede un “bell’ambiente comunitario”. E sono tanti i fattori che interagiscono in modo complesso: le età diversificate dei membri, la famiglia e la cultura di provenienza, le esperienze vissute fino a quel momento (positive, deludenti, difficili, appaganti…), le attese che si nutrono rispetto alla fraternità, il diverso coinvolgimento personale, i differenti stadi di maturità individuale. Perciò, osservato da fuori, il gruppo comunitario appare davvero variegato, tanto che verrebbe da dire: ma come si sono trovati insieme tutti questi? C’è poi l’aspetto della leadership che non è affatto trascurabile: è vero che oggi sempre più spesso i responsabili di comunità, i rettori, i formatori, le formatrici sono scelti anche per la preparazione che hanno nell’accompagnamento, ma questa non è la norma. In ogni caso, di fatto può succedere che chi ha studiato per acquisire competenze, poi non funzioni bene come leader con il gruppo che gli è affidato. Anche la variabile di chi è “a capo”, quindi, ha il suo bel peso su un insieme di persone: se è troppo rigido/a e interventista o, al contrario, troppo assente e poco autorevole, se è equo/a o fa preferenze evidenti di fratelli o sorelle, se è ansioso/a o pacifico/a, se collabora o meno alla vita quotidiana… l’aria comunitaria ne risente inevitabilmente, nonostante parliamo di relazioni tra adulti e non di dinamiche genitori-figli. Tornando alla domanda iniziale, con queste premesse, l’apertura di sé, il self-disclosure per usare un’espressione più tecnica, non può essere imposta, né essere una regola preconfezionata e rigida, che vale sempre e comunque. Direi piuttosto che è un orizzonte che rimanda ad un clima accogliente, di fiducia reciproca, di stima e di rispetto, e quindi auspicabile. Ma questo clima va creato, come si diceva prima, con grande energia e pazienza. Perciò la mia apertura all’altro, fratello o sorella nella fede, che io sia in formazione o meno – dove l’altro non è necessariamente un amico, in senso stretto (che mi sono scelto e con cui ho una buona sintonia) – avverrà se le condizioni reciproche lo consentono, se abbiamo costruito un dialogo, se siamo stati capaci di incoraggiarci a vicenda, se non mi sento giudicato da lui/lei. Vale nei rapporti interpersonali e vale per la comunità in senso più ampio. Non è per nulla scontato che ci sia un’atmosfera emotiva cordiale, benevola e supportiva. Dunque, penso che non possa essere una regola che io consegni parti di me, se non ci sono le condizioni per farlo, o io non le sento tali. Talvolta qualche religioso si lamenta di essere “l’ultimo a sapere le cose delicate”, oppure una consacrata è rammaricata perché nessuno si apre con lei… È chiaro che qui stiamo riflettendo sulle relazioni tra pari, perché con i formatori/formatrici la dinamica è in parte diversa, anche perché ci sono spazi e tempi per una conoscenza più approfondita della singola persona, custodita da riservatezza. Nei rapporti fraterni, invece, l’apertura autentica di sé è una “conquista”, il segno che quei fratelli e sorelle hanno fatto un cammino insieme di conoscenza, di scambio, magari di conflitto, che li/le ha fatte crescere non nell’uniformità di pensiero o di comportamento, ma nell’accoglienza rispettosa e discreta, anche di limiti e difetti. Concludo: sarebbe bello se ciascuno in comunità avesse il desiderio e la possibilità di condividere con tutti/e ciò che appartiene alla propria intimità o alla propria sfera privata, ma questa opportunità non è un dono del cielo, né un numero del regolamento, ma il frutto di una volontà precisa di rendere “casa” lo spazio di vita fraterna. Dipende da me, ma dipende molto anche da “noi”. Tuttavia non vedrei un dramma né nella gradualità della condivisione (ci vuole tempo, per qualcuno anni), e neppure in una differenziazione di condivisione: con Marco è naturale e spontanea, mentre con Francesco o Lucia, nonostante l’impegno, forse non mi sento di dire tutto, per le più diverse ragioni. Questo non è essere “meno comunità”, ma essere una comunità carismatica sì, però umana, tollerante e comprensiva.
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