fbpx
L'esperto risponde / Psicologia

Ezio Aceti

Laureato in psicologia, consigliere dell’Ordine degli psicologi della Lombardia, esperto in psicologia evolutiva e scolastica, ha pubblicato per Città Nuova: I linguaggi del corpo (2007); Comunicare fuori e dentro la famiglia (nuova ed. 2012), Crescer(ci) (2010); Mio figlio disabile (2011); con Giuseppe Milan, L’epoca delle speranze possibili. Adolescenti oggi (2010); Educare al sacro (2011); Mio figlio disabile (2011); Nonni oggi (2013); Crescere è una straordinaria avventura (2016); con Stefania Cagliani, Ad amare ci si educa (2017).

Vedi tutti gli esperti
Psicologia

Bambini e senso di Dio

I bambini possiedono già il senso religioso? Non sarebbe bene educarli alla fede quando sono grandi ed in grado di comprendere? Angela (Parma)

Sin dall’antichità l’uomo possedeva un senso del sacro e del religioso molto forte, che si manifestava mediante i simboli, che diventavano cosi veicoli, segni, di questa profonda realtà, quasi testimoni destinati a perdurare nel tempo. Ma allora la religiosità è connaturale all’uomo? E se sì, come trovarne le tracce? A quale età possiamo identificare in modo chiaro queste orme della religiosità?

Maria Montessori propende decisamente per una religiosità connaturata nell’uomo, quindi innata. Nel suo progetto educativo, infatti, molto spazio è dato alla formazione religiosa a partire dai 3 anni.

Possiamo, quindi, parlare di religiosità infantile? Alcuni studiosi come Rizzuto e Aletti, si pongono in un’ottica dinamica e confermano la connaturalità religiosa del bambino. Aletti, infatti, afferma: «Il bambino si pone dei problemi di carattere essenziale, sproporzionati al suo momento di sviluppo: le risposte religiose sono inizialmente correlate in modo evidente a questi problemi. Sono, cioè, meccanismi di superamento e di adattamento di alcuni modi essenziali dell’esperienza infantile; proprio per questo contengono già un’intenzionalità trascendente, che si specifica a livello simbolico come una tendenza al superamento incessante di una visione meramente egocentrica dell’Io, verso la scoperta, l’accettazione e la relazione con l’altro».

Certamente nel bambino non è ancora evidente una pura intenzionalità di rapporto col trascendente, essa è probabilmente ambivalente, perché condizionata in egual misura sia dai problemi di adattamento della prima infanzia, sia da fattori di apprendimento manipolati dall’esterno.

Leggendo alcune testimonianze di ricercatori sulla religiosità del bambino, colpisce vedere come fanciulli che non hanno ricevuto nessuna educazione religiosa manifestino comunque un senso di Dio. Il bambino, infatti, vive dapprima in modo discontinuo alcune esperienze, emozioni, intuizioni trascendentali ricche di significato, già presenti in lui, che solo gradualmente e attraverso l’aiuto dell’ambiente diventeranno col tempo habitus costante.

Ha ragione A. Fossard quando, parlando del bambino, dice che si muove a suo agio nel mondo del trascendente e gode sereno al contatto con Dio. Nell’aiutare la vita religiosa del bambino, dunque, non si impone qualcosa che gli estraneo, ma si risponde a una richiesta silenziosa: «Aiutami ad avvicinarmi a Dio».

Anche se l’esperienza del trascendente è già presente nel bambino, è necessario comunque che venga accompagnata da relazioni umane significative che gli facciano comprendere la bellezza della vita e la grandezza del dono dell’amore. Sono molteplici gli studiosi che hanno approfondito i primi rapporti fra la madre e il bambino come prototipi dei futuri rapporti tra il bambino e il trascendente.

Aiutare il bambino a conoscere la sua religiosità significa aiutarlo a crescere e a sviluppare tutto quello che la fede contiene: l’amore gratuito, la speranza nella vita e la gioia di donarsi agli altri.

50Risposte
Visualizzazioni
Pediatria

Francesca ha paura

Leggi la risposta

Nostra figlia Francesca, di quasi sette anni, da un po’ di tempo ha troppa paura. Non basta rassicurarla e nemmeno più accompagnarla. Ha paura, soprattutto in casa se rimane sola in una stanza, e del buio… ma anche se gioca a nascondino, dopo aver contato non si allontana per andare a cercare gli altri. Grazia di Napoli


Numerosi sono gli studi sulle cause delle paure infantili. Si possono raggruppare in due categorie:
  • le caratteristiche interne o psicologiche del bambino: in questo caso le paure sono una espressione simbolica dei conflitti evolutivi.
  • l’apprendimento: il bambino impara ad avere paura come conseguenza degli avvertimenti o dei condizionamenti educativi (per esempio quando i genitori sottolineano indebitamente i pericoli dell’oscurità), o da esperienze traumatiche (quando ad esempio un bambino viene morso da un cane è facile che acquisisca una “fobia dei cani”)
Inoltre sono anche presenti fattori determinati dalla costituzione o dal temperamento del bambino. Francesca ha paura. Avere paura non è una colpa, anzi è una condizione che determina ansia, insicurezza, pensieri depressivi, disturbi somatici (mal di pancia). Tutti i bambini manifestano una varietà di paure durante l’infanzia. Le paure poi di solito diminuiscono man mano che i l bambino progredisce verso l’età adolescenziale e, normalmente, non solo non interferiscono con lo sviluppo psicosociale, ma sono funzionali allo sviluppo stesso in quanto permettono al bambino di prendere coscienza ed evitare determinati pericoli che possono realmente mettere a repentaglio la sua salute. Inoltre servono per rafforzare nel soggetto la distinzione fra l’Io e la realtà esterna. Le paure infantili poi, variano secondo l’età del bambino. Generalmente nei primi cinque anni, le paure e le fobie del bambino riguardano gli estranei, le streghe ed altri personaggi delle favole. Oltre soprattutto l’oscurità, l’essere lasciato solo al buio e certi animali. Successivamente, dai sei agli undici anni, fa paura la possibilità di perdere i genitori, la scuola, i castighi ( specialmente quelli minacciati da forze superiori , magiche o soprannaturali ), l’oscurità, alcuni fenomeni della natura (tuoni, lampi), i ladri, la violenza fisica. E allora, cosa fare? Tenendo conto che con la crescita le paure dovrebbero scomparire, tuttavia alcuni suggerimenti possono aiutare… Francesca, se da un punto di vista cognitivo è già una bambina preparata, forse emotivamente è ancora piccola e necessita di essere sostenuta. Potrebbe essere utile:
  1. evitare ammonimenti, proibizioni costrizioni o punizioni, perché alla lunga non fanno che aggravare la situazione
  2. evitare di dare la massima attenzione alla bambina in quanto capisce che in questo modo i genitori sono tutti per lei, e così può strumentalizzarli e condizionarli mantenendo il permanere della situazione di paura.
  3. non parlare continuamente a tavola delle paure o dei sogni del bambino, per non aumentare l’attenzione sulla paura.
Naturalmente, fino a quando Francesca va a scuola , ed è inserita nel contesto sociale, non ci sono grossi problemi. Diversamente se la paura tende ad ampliarsi, impedendole l’inserimento nella scuola o la vita con gli altri amichetti, allora forse sarebbe utile una osservazione da parte di uno specialista.  
Psicologia

Castrazione chimica e stupidità del male

Leggi la risposta

Dopo gli ultimi episodi di stupri, si parla di castrazione chimica. Che ne pensa?


Sarebbe bene, talvolta, turarci le orecchie. Se non altro per evitare di offuscare la trasmissione alle nuove generazioni del senso della vita e delle cose a venire. Quando l’ennesimo ministro di turno (guarda caso maschio), di fronte alle aberrazioni e ai soprusi sessuali nei confronti delle donne, propone come soluzione la castrazione chimica significa che abbiamo toccato il fondo della barbarie. Significa tornare alla legge del taglione, occhio per occhio, vendetta per vendetta. Questo modo stolto, cieco e rozzo di affrontare il problema è figlio di una mentalità che rappresenta l’ennesima tentazione del potere nelle mani dell’uomo: combattere il male con altro male. Tutto questo getta nefandezza sui colpevoli che vengono così considerati non degni di recupero, di pentimento, di stima, ma condannati in eterno, maledetti per sempre. Significa considerare l’uomo come un lupo, pronto a sbranare chiunque. Certo, mi si dirà, e la vittima? La vittima va curata, sostenuta, accolta con tutto l’impegno possibile. La vittima va amata, protetta, consolata e risarcita giustamente. E al persecutore occorre impedire che faccia altro male, ma senza infliggere altro male, bensì con l’idea del recupero, della riabilitazione, della possibilità di riscatto. Il male va sempre condannato (c’è qualche lettore che qualche volta non abbia commesso il male?), mentre la persona va sempre riabilitata. Cosa possono pensare i nostri ragazzi adolescenti se di fronte al male e alla sofferenza la risposta è un altro male? C’è il rischio di condannare tutto e tutti, di spegnere la speranza nella capacità dell’uomo di recupero e redenzione. Forse come generazione di adulti dovremmo vergognarci e chiedere scusa ai nostri figli per il cattivo esempio che diamo quando utilizziamo la vendetta e l’emozione negativa per infliggere ulteriore sofferenza. Indigniamoci, vergogniamoci, chiediamo scusa a quei giovani che a causa del nostro cattivo esempio non credono più al riscatto dell’uomo. Contemporaneamente però, impegniamoci in proposte che riscattino il male col bene, il negativo col positivo. Del resto, non è vero che basta una piccola luce per rischiarare anche il buio più profondo? Allora forza, accendiamo luci, accendiamole sempre!
Società

I giovani e i grandi problemi del mondo

Leggi la risposta

Ma i giovani d’oggi dove sono? Sembra che non incidano più come un tempo nella vita sociale… perché? Stefano (Livorno)


Carissimo Stefano, la tua riflessione contiene una parziale verità, perché ci mostra come nel tessuto sociale le generazioni si siano accorciate, e soprattutto come sembra scomparso il pensiero ideale e utopico. La caratteristica dei giovani è sempre stata quella dell’idealità, dell’utopia, delle scelte spesso ai margini, quasi trasgressive. Il mondo dei grandi di solito reagiva in modo normativo e rigido, ma era comunque costretto a constatare la propria inefficacia su molti interventi. Oggi, dove i quarantenni sembrano adolescenti, dove il gossip la fa da padrone, dove i populismi sembrano trionfare nella loro emotività sfrenante, dove sono i grandi ideali? C’è ancora l’utopia? Perché senza utopia una società prima o poi si appiattisce, si spegne nel tran tran quotidiano, scivolando verso il torpore dell’autosufficienza e della stagnazione. Questo avviene a tutti i livelli, da quello scolastico a quello lavorativo ed economico. L’analisi ci porterebbe lontano, ma in questa rubrica mi preme individuare una causa pedagogica che ritengo molto rilevante: l’atrofia del pensiero ideale. Gli studi scientifici dimostrano (Piaget ne è stato lo scopritore con i suoi esperimenti sull’aspetto cognitivo del bambino e del giovane) che durante l’adolescenza e la gioventù il pensiero, il modo di ragionale diventa ipotetico deduttivo, cioè in grado di grandi idealità e di grandi visioni. Certo, il giovane non ha l’esperienza, ma la sua mente, la sua ragione è in grado di elevarsi al di sopra della realtà e immaginare grandi scoperte, grandi novità, differenti da quelle conosciute. Ebbene questa capacità dei giovani oggi viene spesso sottovalutata e derisa da un mondo solo emotivo e coercitivo, che non è più in grado di mostrare fiducia nella capacità di questo pensiero giovanile. Siamo sommersi continuamente da parole emotive e frivole, carenti di grandi ideali e creatività. Occorre invece fidarci di più dei giovani, dar loro l’opportunità di coltivare grandi idee, e soprattutto presentare loro le sfide planetarie con fiducia nelle loro possibilità di risolverle. Orientare in modo forte la loro idealità verso la soluzione dei grandi problemi del mondo e non fermarsi solo al piccolo orticello di casa propria. Sarebbe un amore concreto verso le loro capacità e la loro persona, foriero magari di nuove utopie positive. Sì, i giovani meritano tutta la nostra fiducia e passione!
Società

Se l’educatrice odia i bambini

Leggi la risposta

Come è possibile che ci sia tanta violenza, disprezzo e odio da parte di insegnanti dell’asilo verso questi piccoli? Anna


Ormai le cronache sono impietose nel comunicarci l’ennesimo trattamento violento nei confronti dei bambini da parte di insegnanti ed educatrici delle scuole dell’infanzia, e perfino degli asili nido. Il pensiero va subito all’enorme sofferenza in gioco:
  • Sofferenza da parte dei bambini, che invece di essere protetti e accuditi vengono minacciati e picchiati;
  • Sofferenza da parte dei genitori, che si sentono impotenti e traditi da quelle istituzioni che avrebbero dovuto crescere in modo armonico i loro piccoli;
  • Sofferenza da parte delle stesse istituzioni, che ancora una volta vacillano di fronte al male perpetuato ai cittadini più innocenti;
  • Sofferenza da parte delle insegnanti che hanno procurato simili ingiustizie, per il loro fallimento educativo e per la probabile depressione conseguente;
  • Sofferenza e rabbia da parte di tutti noi, che giustamente non possiamo accettare simili episodi.
Di fronte a tutto questo, occorre una riflessione umile, intelligente e pronta. Innanzitutto occorre evitare di considerare le insegnanti come dei mostri, anche se ciò che hanno commesso è tremendo. D’altra parte, non è più possibile assistere ad episodi di tale gravità nei confronti dei nostri figli più vulnerabili. E quindi occorre rimuovere tali insegnanti dal loro incarico, con un giusto risarcimento dei danni. La riflessione però ci porta su binari pedagogici che occorre possibilmente mettere subito in campo: Prevenzione È necessario prevenire simili episodi mediante interventi precisi:
  • L’età di servizio delle insegnanti non deve essere troppo elevata. Dopo venti anni di lavoro con bambini così piccoli è importante che le insegnanti possano passare ad altre mansioni, magari diventando formatrici di altre insegnanti, per evitare il burn out che con un lavoro così faticoso è spesso dietro l’angolo.
  • Momenti di verifica e supervisione almeno ogni 15 giorni, per sostenere e supportare il lavoro prezioso e faticoso delle insegnanti.
  Formazione La formazione umana e professionale deve essere maggiormente curata, come pure la selezione delle educatrici, le quali devono avere una buona capacità relazionale ed empatica, indispensabile per il loro lavoro. Retribuzione Occorre poi prevedere una maggiore retribuzione per un lavoro importante e fondamentale per la crescita di ogni nazione. Vorrei concludere tenendo conto di un aspetto: il lavoro delle insegnanti è un lavoro delicato e faticosissimo, in quanto la logica del bambino piccolo è differente da quella dell’adulto. Ciò comporta fatica nella comprensione e nella gestione. Naturalmente tutta la nostra solidarietà va ai bambini e ai genitori coinvolti in simili episodi. E contemporaneamente sottolineiamo che la fatica di educare necessita la fatica di essere preparati. Questo è l’augurio che facciamo a tutti.
Psicologia

Bambini ed emozioni

Leggi la risposta

Nella scuola di mio figlio è partito il progetto “Educare alle emozioni”. Perché è così importante? Francesca di Rimini


Educare il corpo mediante una alimentazione adeguata, interventi psicomotori e sportivi corretti, ed educare la mente attraverso percorsi cognitivi sempre più attenti alla realtà del bambino è sicuramente affascinante. Come opportuno è educare i bambini alla dimensione spirituale mediante l’ascolto del cuore, ove risiede la voce dello Spirito d’amore del Padre. Tutto questo, se fatto con cura, rivela una attenzione educativa meravigliosa, che finalmente mette al centro il bambino e offre a lui occasioni esperienziali per crescere. Poi però arrivano le emozioni, queste forti e grandi e meravigliose “disturbatrici” che sconvolgono, stravolgono, rallentano i percorsi pensati e studiati a tavolino dagli illustri professoroni… È ormai arrivato il tempo di smettere di credere che il bambino (in realtà tutto l’essere umano) si possa scomporre nelle sue parti e, per farlo crescere bene, si debba dare spazio a ciascuna in modo analitico. Ciò che serve ai giorni nostri è mettere insieme le parti che ci compongono: il corpo, la mente, il cuore (emozioni, sentimenti, relazioni), l’anima (lo spirito, l’anelito al Trascendente). Un’unità che fa la differenza. Come a ciascun essere umano (bambino e adulto) diamo cibo ogni giorno per nutrire il suo corpo, come gli facciamo respirare aria pulita e bere acqua non inquinata, come gli diamo occasione di movimento e riposo, come a ciascun essere umano (bambino e adulto) offriamo possibilità di apprendere le parole dette, scritte, lette sui libri, di contare e conoscere le scienze, di apprendere lingue di altre Nazioni e di suonare strumenti musicali… così anche alle emozioni si deve dare tempo e spazio educativo. Perché anche il mondo emotivo necessita di essere appreso. Dobbiamo essere maggiormente consapevoli circa le emozioni provate dai nostri figli e, ancora prima, dobbiamo esserlo circa le nostre stesse emozioni. Tutto ciò che noi osserviamo, sperimentiamo e viviamo è prezioso per la nostra esistenza e quella degli altri. Così è anche per i bambini che si apprestano a osservare e a vivere per la prima volta sensazioni, istinti, emozioni e sentimenti che li orientano verso le persone e le cose. Una buona educazione è quella che sa carpire il segreto della vita, il senso di quello che si sperimenta e aiuta gli altri (in questo caso i bambini) a cogliere la luce e l’amore presenti. Tutto quello che succede, se ben gestito, può essere una occasione per migliorare, per costruire ponti fra le persone, insomma per promuovere un mondo di pace. Così è per le emozioni! Esse possono essere una straordinaria opportunità per la vita se si conoscono e se si comprende come trasformarle in esperienze positive. Viceversa, possono determinare conflitti, litigi, scoraggiamenti, fino alle esperienze più devastanti. Pertanto, ben venga l’educazione alle emozioni sin nella scuola dell’infanzia, che deve coinvolgere non solo le insegnanti e i bambini, ma anche la famiglia e gli altri educatori.  
Educazione

L’insegnante è un modello

Leggi la risposta

La scuola è spesso in crisi: insegnanti e studenti faticano a trovare una intesa, e soprattutto la disciplina e l’attenzione sono merce sempre più rara. Quale deve essere secondo lei il corretto rapporto insegnanti-studenti? Ludovica di Foligno


Carissima Ludovica, la tua domanda pone al centro il rapporto fra docenti e studenti. È necessario allora porre l’attenzione sul valore educativo della scuola. Oggi, per fare l’insegnante, non basta più conoscere la propria materia, ma è necessaria una preparazione relazionale che l’università non sempre fornisce. Infatti, mentre un tempo il paradigma che muoveva i rapporti nella società era caratterizzato dalla norma e dalle regole, spesso vissute e imposte in modo rigido e autoritario, oggi tutto è cambiato. Il filosofo Galimberti, nella sua analisi sulla società contemporanea, dice che in questi ultimi quarant’anni, con l’esplosione dei mass media e l’invasione delle emozioni, sono avvenuti molti più cambiamenti che non nei 1970 anni di prima. Una volta il professore veniva rispettato e spesso era temuto. Oggi ci si muove all’interno di mille emozioni e gli aspetti relazionali affettivi sono sempre più importanti nel processo formativo. Ogni professore deve sapere che è un educatore. Un tempo l’insegnante era distaccato e il rapporto non era obbligatorio. In pochi anni, invece, si è passati da un rapporto troppo distaccato e distante, caratterizzato spesso da un autoritarismo esagerato, a un’interazione dove quasi non c’è più distinzione tra docente e studenti. L’esplosione delle emozioni ha travolto anche il confine etico-morale che deve caratterizzare la convivenza in classe. Il rapporto quindi deve essere al centro del processo formativo. Un rapporto di stima e dialogo, concentrato su autorevolezza e rispetto. Essere insegnanti oggi comporta una serie di abilità e sensibilità che non sempre vengono prese in considerazione dagli organi competenti e dai dirigenti. Purtroppo le ristrettezze economiche e politiche non sempre favorevoli alla scuola determinano una poca considerazione di questa agenzia educativa che, insieme alla famiglia, è il vero tessuto connettivo della società italiana. Avere educatori preparati professionalmente e umanamente comporta investire risorse non solo per la preparazione scientifica, ma anche per la preparazione umana ed emotiva, che favorisca la maturità di chi si appresta a un compito bellissimo e delicato come quello dell’insegnamento. L’insegnante deve avere quell’autorevolezza che permette agli studenti non solo di imparare, ma anche di stimare il modello di persona che ha di fronte. L’autorevolezza si conquista con ingredienti particolari: 1) la professionalità. Il docente ha il dovere morale di trasmettere il proprio sapere. 2) il rispetto e la serietà dell’impegno. L’insegnante deve essere un modello da imitare per i propri allievi. 3) lo stile fraterno. Il professore deve avere la pazienza del pedagogo, consapevole di avere a che fare con giovani in crescita. Quindi occorre cominciare dalla consapevolezza che in classe l’aspetto relazionale è centrale. Per essere bravi insegnanti non basta più conoscere la materia, ma si deve instaurare un rapporto pedagogicamente corretto con gli studenti, dove chi sa di più si abbassa come un piano inclinato verso chi conosce meno e lo aiuta, mediante una relazione positiva e chiara, a conoscere le cose, il mondo e la vita.
Pagina 1 di 9
Simple Share Buttons