L'esperto risponde / Psicologia

Chiara D’Urbano

Psicologa e psicoterapeuta, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Sono Perito dei Tribunali del Vicariato di Roma e collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna. Con l’editrice Città Nuova ho pubblicato tre libri: La pietra della follia, Per sempre o finché dura e Percorsi vocazionali e omosessualità.

Vedi tutti gli esperti
Vita in comune

Omosessualità e sacerdozio

Ho letto i precedenti numeri di questa rubrica in merito all’orientamento omosessuale in seminario o nella vita comune. Il papa ha detto che “è meglio che non entrino” persone con questo orientamento. E mi sembra che da una parte dica qualcosa di importante, ma dall’altra lasci aperta la porta ad altre possibilità o riflessioni. Lei cosa ne pensa? Un Rettore

È chiaro che qui non si offre una risposta sul piano del “sì” o “no” al percorso vocazionale delle persone con orientamento omosessuale, dato il contesto di una rubrica di psicologia e la non gestibilità di una domanda di questa portata attraverso riflessioni individuali.

Non intendo sfuggire dal condividere la mia prospettiva, vorrei farlo, però, considerando ancora due aspetti: il primo riguarda l’associazione, esplicita o implicita, per cui le persone con orientamento omosessuale sarebbero meno capaci di gestire gli impulsi sessuali. Il secondo aspetto riguarda invece l’impegno pubblico delle vocazioni alla vita consacrata e sacerdotali.

Ritengo che le considerazioni di papa Francesco in merito all’ammissione di persone con orientamento omosessuale in seminario o nella vita consacrata, sottendano entrambi questi temi. Nel colloquio a porte chiuse con i vescovi italiani, che Lei richiama, Bergoglio su questo argomento ha utilizzato l’espressione: «Attento discernimento». Aggiungendo: «Se avete anche il minimo dubbio, è meglio non farli entrare».

E nel testo intervista con Fernando Prado La forza della vocazione (Edb, 2018), di fronte alla domanda sull’omosessualità Francesco si esprime con queste parole: «È qualcosa che mi preoccupa, perché forse a un certo punto non è stato affrontato bene […] nella formazione dobbiamo curare molto la maturità umana e affettiva. Dobbiamo discernere con serietà e ascoltare anche la voce dell’esperienza che ha la Chiesa. Quando non si cura il discernimento in tutto questo, i problemi crescono. Come dicevo prima, capita che forse al momento non siano evidenti, ma si manifestano in seguito. Quella dell’omosessualità è una questione molto seria, che occorre discernere adeguatamente fin dall’inizio con i candidati, se è il caso. Dobbiamo essere esigenti. Nelle nostre società sembra addirittura che l’omosessualità sia di moda e questa mentalità, in qualche modo, influisce anche sulla vita della Chiesa».

Cosa sta continuando a ripeterci il nostro Papa? Ciò che io comprendo è che il discernimento alle vocazioni sacerdotali (e di vita consacrata) finora non è stato affrontato con la necessaria competenza, trasparenza e fermezza. Si è affrontato, ad esempio, poco o nulla, considerandolo talvolta un tema vergognoso, l’orientamento sessuale del candidato, aspetto che invece è molto importante, perché connota la persona e il suo modo di amare. Questo aspetto non può essere in nessun modo accantonato, ma neppure essere utilizzato come caratteristica unica per liquidare immediatamente la persona come “non adatta”.

«Il che significa che la persona che afferma di avere un orientamento omosessuale andrà conosciuta in quella complessità inedita di cui quel tratto è una parte, ma non il tutto, e che pure con quel tratto esprime qualcosa della propria umanità. Trascurare questo stato di cose conduce ad alcune derive, psicologiche ma pure teologiche […] E si badi bene: esprime proprio perché quel tratto “c’è”; e non, invece, “nonostante” quel tratto» (Stefano Guarinelli, in: www.avvenire.it/chiesa/pagine/abusi-nella-chiesa-3).

Ritengo, quindi, che da parte di papa Francesco, il mettere a tema l’orientamento sessuale e nello stesso tempo non chiudere in modo drastico le porte a persone con orientamento omosessuale, siano indicativi che il centro di attenzione deve essere proprio quello della maturità psico-affettiva, che va indagata su molteplici livelli e attraverso diversi aspetti.

Il punto di valutazione sull’idoneità alla vita sacerdotale e religiosa non sta nell’orientamento omosessuale come se fosse, a-priori, più a rischio di atti sessuali (non mi risulta alcun fondamento scientifico in questa presunzione), e perciò meno adatto al percorso vocazionale. Ogni adulto maturo, uomo o donna, dovrebbe, anzi, saper interporre un tempo e una riflessione tra desiderio/impulso (sessuale o di rabbia) e azione concreta. L’irresponsabilità e l’impulsività sono considerate dal già citato Manuale diagnostico di ultima generazione (DSM-5) come tratti patologici nel funzionamento della personalità umana.

Credo, allora, che questa sia e dovrebbe essere la preoccupazione dei rettori, dei superiori/delle superiore, dei formatori/delle formatrici: valutare, indagare senza fretta, anche con persone competenti nel campo della salute mentale e non solo spirituale, come “funziona” quella persona, come si comporta nel rapporto col maschile, col femminile, in casa, fuori casa, come vive e gestisce il peso – perché senza dubbio è tale – della solitudine affettivo/sessuale, perché la frustrazione dell’astinenza può degenerare in forme pericolose per sé e per gli altri.

Infatti, sempre nel discorso a porte chiuse ai pastori Cei, Bergoglio esprime la sua preoccupazione per la pratica degli atti omosessuali. Sono questi, quindi, a costituire un venir meno alla propria vocazione, e un male agli altri, ma lo sono tanto quanto gli atti sessuali tra un uomo ed una donna quando vengono compiuti da sacerdoti e consacrati.

È doveroso, quindi, e sono senza indugi d’accordo, che dove ci sia un dubbio che la persona non sia e non sarà in grado di corrispondere alle esigenze vocazionali – perché ha ferite psicologiche troppo profonde per poter essere risanate nell’ambiente del seminario o della comunità, e anche aiuti esterni risulterebbero insufficienti o richiederebbero un tempo troppo lungo di lavoro –, è bene che la persona non sia ammessa!

«Quando vi siano candidati con nevrosi e squilibri forti, difficili da poter incanalare anche con l’aiuto terapeutico, non li si deve accettare né al sacerdozio né alla vita consacrata. Bisogna aiutarli perché facciano altri percorsi, senza abbandonarli. Occorre orientarli, ma non li dobbiamo ammettere. Ricordiamo sempre che sono persone che vivranno al servizio della Chiesa, della comunità cristiana, del popolo di Dio. Non dimentichiamo questa prospettiva. Dobbiamo fare attenzione a che siano psicologicamente e affettivamente sani» (La forza della vocazione, ib.).

In passato, il sottovalutare le carenze della struttura umana o il presumere che bastassero la fede e la buona volontà a compensarle – “ci pensa il Signore, se preghi” – ha “generato” vocazioni psicopatologiche con gravi danni per se stessi e per gli altri.

Il secondo aspetto che avevo anticipato nello scorso numero è ancora papa Francesco ad esplicitarlo come parte integrante del discernimento sulla persona che vuole iniziare un percorso vocazionale: «Ricordiamo sempre che sono persone che vivranno al servizio della Chiesa, della comunità cristiana, del popolo di Dio».

Le vocazioni sacerdotali e alla vita religiosa hanno una rilevanza e una ricaduta sociale enorme.

Non sono scelte private o intimistiche, altrimenti non si farebbero professioni pubbliche quando si riceve il ministero o si emettono i voti. Celebrare l’Eucarestia, confessare, accompagnare i bambini, i giovani, stare con i poveri, gli ammalati, insegnare, rendersi disponibili ai trasferimenti, o pregare in luoghi stabili e circoscritti per il mondo… sono impegni che richiedono un notevole equilibrio personale. Il sacerdote, infatti, assume delle precise responsabilità morali, spirituali ed educative verso le persone che si confidano e si rivolgono a lui, proprio per il ruolo che ha.

Ecco perché è necessario spostare il baricentro dell’attenzione, nel discernimento iniziale e nell’accompagnamento successivo, dalla questione dell’omosessualità presa isolatamente in se stessa – ma che, come abbiamo detto, non può essere neppure sottovalutata come se fosse un aspetto qualunque – all’equilibrio generale della persona. Il sacerdote omosessuale coerente e fedele alla sua vocazione è un sacerdote ben riuscito. Sappia, però, come già dicevamo la scorsa volta, che qualora decidesse di condividere con altri, o diventasse esplicito il suo orientamento, l’accoglienza da parte dell’altro/degli altri (confratelli o fedeli) potrebbe non essere così benevola.

Concludo: l’orientamento sessuale non è un indicatore rappresentativo di tutta la persona, neppure sul piano vocazionale. Allora la valutazione rispetto al candidato omosessuale deve essere necessariamente personale, caso per caso, come per ogni candidato. Questo non riduce il valore delle norme e dell’Ideale, ma mette al centro la persona, la sua storia, il suo essere unico dal punto di vista spirituale e psicologico.

«È meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta di un essere umano […] È vero che le norme generali presentano un bene che non si deve mai disattendere né trascurare, ma nella loro formulazione non possono abbracciare assolutamente tutte le situazioni particolari. Nello stesso tempo occorre dire che, proprio per questa ragione, ciò che fa parte di un discernimento pratico davanti ad una situazione particolare non può essere elevato a livello di una norma» (Papa Francesco, Amoris Laetitia, n. 304).

Aggiungo, infine, che l’essere sacerdoti o consacrati non rappresenta l’unica chance di santità o di corrispondenza al vangelo. Per cui quando la persona (o chi la accompagna) si rende conto che in quel percorso non cresce, non matura, compie sforzi quotidiani superiori alle sue capacità, ha desideri sessuali che diventano una lotta continua, allora deve accettare altre strade di realizzazione di sé. E ciò non vuol dire mandare la persona all’inferno o rifiutarla, significa aiutare innanzitutto lei a star bene e poi tutelare gli altri, oggi e domani.

Nell’ultimo numero, infine, affronterò la connessione, stavolta frequente ed esplicita, che lega indebitamente omosessualità e abusi.

99Risposte
Visualizzazioni
Vita in comune

Le ragioni dell’io e la spiritualità del noi

Leggi la risposta

«La sua ultima rubrica mi ha fatto venire in mente una costatazione maturata nei miei anni di formatore: l’ambiente culturale che si respira oggi, anche all’interno della Chiesa è di una grande valutazione della persona umana, del rispetto della sua libertà, della necessità di essere accolti, ascoltati, in un sincero rapporto umano e cristiano. Il tutto è buono ed anche evangelico, tuttavia nel vivere all’interno della vita consacrata, questa preminenza della persona umana può prendere il posto alla preminenza della persona di Gesù che è il centro, il criterio, il modello, la causa, e la meta di ogni consacrazione. E così non di rado si trovano religiosi che perdono di mira il fatto che i loro voti sono un forma concreta di vivere la vita di Gesù, con le sue motivazioni, con il suo modo di vedere il mondo, i fratelli, i rapporti umani. […] I voti allora si possono vivere all’interno di un orizzonte immanente in continuo confronto con le esigenze e le ragioni dell’io che afferma i suoi diritti. Mentre si dovrebbe vivere la consacrazione nell’infinito spazio di un orizzonte trascendente che si riceve come dono dello Spirito e si può spiegare come una partecipazione-esistenziale nel rapporto d’amore filiale di Cristo con suo Padre! […]. Credo che chi riceve questo dono, non si fermerà tanto a valutare la capacità umana del proprio superiore, la bellezza o meno delle persone che vivono la stessa vita comune, la “logica” delle indicazioni del superiore. […] I piccoli saranno grandi... beati i perseguitati... perdersi per ritrovarsi... morire per avere vita» (p. Hernán)   «Seguo sempre con interesse la vostra rivista. Di questo servizio ringrazio molto. Mi permetto di unirmi al coro di chi chiede, per ricevere luce. Come educarsi al “noi”? Ben sapendo che nella Vita - e nella Vita Consacrata - spesso si pensa che ciò avvenga in automatico, perché si cresce... e si matura. A me così non pare. Quale il cammino interiore che rende capaci di autentico amore oblativo, di autentico ascolto dei veri bisogni dell’altro/a?» (una claustrale)


Rispondo a padre Hernán: grazie per aver voluto condividere le sue riflessioni. Sono profondamente d’accordo: oggi c’è un clima transumanista, che mette al centro la persona umana, cercando di potenziarne la bellezza, le prestazioni, la stessa durata della vita, ed eliminare qualunque aspetto indesiderabile, ma si ferma lì, senza riuscire ad aprirsi ad orizzonti di senso che vadano oltre. Senza apertura al Trascendente, nell’illusione che l’uomo possa fare di tutto senza limiti. La vita consacrata, il vivere insieme secondo un Ideale, potrebbe essere la testimonianza più autentica e credibile che invece la vita può avere altre prospettive. Che non è tutta questione di successo, di efficienza, di marketing. Credo, tuttavia, che per molto tempo le realtà carismatiche abbiano dimenticato “pezzi di umanità”, nel senso che la persona che iniziava un percorso vocazionale veniva considerata automaticamente immune da difficoltà, fragilità, desideri, bisogni anche sani. Oggi c’è quindi una sorta di “rivendicazione” di quello che è stato trascurato in passato, lecita, ma che rischia quello che Lei ha ben espresso: ridurre le scelte di fede a logiche aziendali. Aggiungo un’altra considerazione: superare la logica umana significa anche non trascurarla, perciò negli ultimi tempi la Chiesa sta prestando particolare attenzione nell’accogliere e far proseguire i giovani e meno giovani che entrano in seminario o nella vita in comune, come anche nell’affidare compiti di responsabilità e di formazione. La maturità umana è imprescindibile, soprattutto per scelte di vita che non avvengono solo nell’intimità personale ma che hanno significativi risvolti relazionali. È un delicatissimo equilibrio, mai completamente raggiunto, di umanità e trascendenza, capacità e fede. Non si può eliminare per nessuna ragione uno dei due termini.   Rispondo alla claustrale: ringrazio anche Lei dell’interesse e della domanda che fa eco alla precedente riflessione. Le rispondo purtroppo brevemente, ma stimolata dalle sue parole. Non c’è nulla di automatico nei processi umani, che necessariamente devono essere sostenuti e accompagnati, a partire dalle motivazioni iniziali. Non è mai troppo l’impegno che la vita consacrata impiega e impiegherà nel valutare se le motivazioni per scegliere e rimanere nel vivere insieme siano sufficientemente solide, e se veramente corrispondono alla felicità della persona. Uno dei grandi ostacoli al benessere delle comunità è la frustrazione presente in alcuni dei suoi membri. Bastano pochi, anzi solo uno, a complicare la pace di tutti. Il “noi”, oggi in particolare, non è per nulla semplice, sia perché in passato se ne è abusato a discapito del singolo, sia perché la nostra cultura esalta il narcisismo individuale. Proprio recentemente il papa andando a Loppiano ha parlato della «spiritualità del noi», non solo in senso strettamente spirituale, ma come «realtà concreta con formidabili conseguenze» anti-egoistiche. Dal punto di vista psicologico può aiutare molto, perciò, favorire la scelta di membri che siano veramente felici di essere dove sono, e poi impegnarsi – sforzo richiesto anche alle famiglie – per riscaldare la vita comunitaria, non solo trascorrendo del tempo insieme (dimensione affettiva che da sola è insufficiente), ma anche per trovare obiettivi carismatici condivisi, cioè per alimentare quello che è il fondamento di una scelta carismatica.
Vita in comune

Ho messo la mia vita nelle mani di incapaci

Leggi la risposta

Ho letto la sua rubrica dove si parla giustamente di discernimento comunitario. Ma se uno, dopo anni che ci prova, ha ormai deciso che ha messo la propria vita nelle mani di incapaci, forse è meglio che se ne vada. Che altro potrebbe fare?


Anche ai tempi di Gesù si è posta una questione simile: il vangelo di Giovanni ci racconta che ad un certo momento «molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui» (Gv 6, 66), forse delusi da aspettative tradite e da parole che suonavano per nulla piacevoli. Al punto che Gesù si mette a provocare anche i più vicini a lui: «Forse anche voi volete andarvene?» (6, 67). Insomma, nei contesti di fede ci sono sempre situazioni umane che possono sembrare un ostacolo alla crescita, perché non si comprendono o appaiono (e magari talvolta lo sono) stupide, e questo per un’intelligenza viva e sana è inaccettabile.   C’è un però. Il grande salto di scelte che non si fermano sul piano orizzontale. Cerco di spiegarmi: non sto dicendo che vadano assecondate, in nome di una presunta e mal compresa “obbedienza”, pratiche o consuetudini che oggi hanno perso di significato, né che debbano essere accettate, senza spirito critico, scelte comunitarie o dei responsabili. Tra l’altro ormai non mi pare che nella vita religiosa ci sia più nulla di inamovibile e assolutamente insindacabile, neppure negli ambienti femminili, storicamente più portati a sopprimere il conflitto e cercare soluzioni pacifiche, anche quando scomode o non condivise. Invece ho modo di constatare molta reattività nei giovani e meno giovani, nuovi spazi di dialogo che forse non sono ancora sufficienti, ma che danno modo ai membri di un’organizzazione a movente ideale di avere scambi e fare proposte, che non di rado si traducono poco per volta in cambiamenti concreti. Si stanno facendo, insomma, grandi sforzi per superare mentalità fuori tempo, riflettere sui cambiamenti antropologici in corso e aprirsi a una nuova comprensione della missione. Dunque c’è un fermento nuovo e la disponibilità ad un ripensamento, i cui segni sono già visibili.   Credo, tuttavia, che una comunità o un movimento carismatico non siano “un’azienda” con un sindacato che protegge i diritti dei lavoratori, e che procede con assunzioni, licenziamenti e dimissioni. La logica è umana, ma anche meta-umana. La vocazione a far parte di quel gruppo è individuale, la vocazione è personalissima, ma ci si mette insieme perché si crede che da soli quella intuizione non riuscirebbe a realizzarsi. Inoltre non ci si chiama da soli. La chiamata si riceve, si accoglie, si compie. Senza miracolismi o “divinismi”, ma il punto di partenza è senza dubbio oltre la persona umana. Non è un dettaglio. Se le dinamiche fossero le stesse di qualunque altro consesso umano, si perderebbe l’originalità e l’unicità della vocazione religiosa, che infatti non può essere ridotta dentro le leggi “del gruppo” dove il più capace e il più efficiente svolge il ruolo del leader, né in quelle della famiglia naturale, con padri/madri e figli. Questa è una delle ragioni, infatti, per cui la “terapia di gruppo” nella comunità è distruttiva, come possono testimoniare diverse (ed ingenue) realtà di vita in comune che negli anni passati, in totale buona fede, ne hanno fatto esperienza. Le motivazioni per entrare e rimanere in una realtà carismatica, come quelle per uscirne, hanno una forza, un alimento, più profondo e più ampio di quelle che animano una selezione del personale o il perseguimento di un obiettivo aziendale. Tutto ha un senso diverso, umano e trascendente insieme: la leadership, i rapporti fraterni, la presenza di un anziano. Perfino il conflitto e la sua risoluzione seguono una “politica” speciale. Altrimenti la comunità sarebbe una tra le molteplici forme di associazionismo. La sua vitalità trascendente si perderebbe. Il mondo, noi, ne abbiamo invece un grande bisogno.   Per concludere: se non si trovano più motivazioni di fede per andare avantila convinzione profonda che Dio mi voglia lì e che questo corrisponde alla mia felicità –, allora vengono a mancare gli unici veri presupposti che danno senso ad una scelta vocazionale. Meglio andarsene in questo caso. Mentre invece non può essere l’incompetenza umana (cioè i difficili rapporti con i responsabili o con alcuni fratelli e sorelle) a svuotare di significato una realtà carismatica. Mi dispiace liquidare in poche parole un tema interessante, che magari può essere l’inizio di un successivo approfondimento.
Vita in comune

Posso decidere da solo, anche se vivo in comunità?

Leggi la risposta

Ci viene detto spesso che è importante “formare il cuore” e la coscienza per diventare sempre più responsabili della nostra vocazione, ma di fatto mi sembra che la persona che fa parte di una comunità religiosa non abbia poi molta autonomia di decisione. Un consacrato


Quanto è delicato l’argomento! Poco tempo fa leggevo una riflessione molto intensa di Luigino Bruni sulla chiamata di Samuele e sulla presenza di Eli che lo aiuta a riconoscere la provenienza di quella voce. È uno scenario psicologico, non solo di fede, che, come un quadro ricco di dettagli, richiede di sostare ad osservarlo con un po’ di calma, senza fretta. Eli non ha poteri speciali, è un essere umano che ha bisogno «di tre “chiamate” per riconoscere la natura della voce. Forse, conoscendo molto bene Samuele, aveva riconosciuto i sintomi della sua chiamata profetica già nel primo risveglio, ma ha voluto attendere» (da: Meraviglioso mestiere è vivere). Sulla scena tra Dio e la persona chiamata c’è dunque un terzo indispensabile, perché da solo il giovane Samuele non ce l’avrebbe fatta. Questo è l’aspetto più immediato che salta all’occhio. Vorrei provare, ora, ad allargare lo scenario con alcune questioni concrete: se sia proprio necessario il confronto tra la persona e il/la formatore/formatrice o responsabile, e fino a quando. Quale sia il peso del parere o della decisione di un formatore, di un superiore, o della stessa comunità, rispetto all’autonomia personale. Se poi la persona e chi l’accompagna hanno pareri diversi, tutto diventa ancora più difficile. Questo vale sia per le questioni ordinarie, sia per la grande domanda che riguarda la scelta esistenziale. Ho incontrato giovani determinati a proseguire nel percorso vocazionale, convinti di essere sulla strada giusta mentre invece la comunità, attraverso i formatori, aveva valutato diversamente quel percorso. Può accadere dunque che il giovane o la giovane insiste di sentirsi bene e di essere contento/a, ma chi accompagna da fuori non è dello stesso parere. Succede anche il contrario: la persona ha molti dubbi sulla propria vita, ma riceve invece conferme di essere nella giusta direzione. «Pochissime manipolazioni, più o meno in buona fede, sono più devastanti di quelle vocazionali» (ib.). Non credo esista una soluzione univoca, tuttavia, riprendendo l’osservazione iniziale sull’«autonomia di decisione», condivido alcune convinzioni maturate attraverso l’esperienza. Innanzitutto è vero che le realtà comunitarie, soprattutto quelle femminili, non sempre hanno sostenuto il divenire adulti dei consacrati e l’assunzione di responsabilità personali. La famiglia sana, invece, favorisce e incoraggia la crescita dei propri membri. Tuttavia è vero anche un altro aspetto: la scelta di una vita insieme significa che parte integrante della vocazione diventa la comunità. Non che “io” scompaio nel “noi”, ma senza dubbio quel noi ha un valore molto significativo, entra nell’esistenza della persona, come sua parte, e diventa per lei un criterio fondamentale di valutazione. In qualunque momento della vita, quindi non solo nelle prime tappe formative, la comunità di appartenenza rimane un interlocutore fondamentale, pur con i suoi tempi ed i suoi limiti. Procedere da soli significa in qualche modo tradire la scelta di vivere in comunità. C’è da considerare anche un altro aspetto, che riguarda chi accompagna i percorsi di formazione o chi è responsabile di una realtà di vita in comune. Non sono compiti che può sostenere chiunque, nel senso che occorre una formazione personale che non si può improvvisare, né lasciare semplicemente al buon senso. Diversi consacrati, ormai anziani, raccontano di aver fatto i formatori o i superiori grazie al loro “buon carattere”, ma senza alcuna competenza specifica. Dunque, per concludere: il pericolo di fanatismi e totalitarismi per cui il gruppo lascia ad un stadio infantile chi ne fa parte, o lo assorbe completamente, è reale. Sarebbe un peccato, però, anche voler decidere da soli, rendendo solo formale una vocazione comunitaria che, come ho già detto spesso, è la grande profezia del nostro millennio, così solitario.
Vita in comune

Il posto del dolore

Leggi la risposta

Vorrei capire come distinguere la sofferenza legata al sacrificio, che qualunque vocazione richiede, da quella che invece può segnalare di non essere nel contesto giusto. Oggi si sfugge a qualunque impegno, ma “fin dove” Dio può chiedere la rinuncia a se stessi? Un consacrato


È profondo e delicato l’interrogativo. Lei ha ragione, sia dal punto di vista psicologico che della fede: il limite e la fatica fanno parte del cammino di crescita dell’essere umano. Un bellissimo studio di André Godin rilegge la vicenda di Saulo di Tarso, mettendo in evidenza come l’autenticità della sua vocazione sta nel totale stravolgimento di vita. Era un uomo colto, già profondamente credente e retto, che seguiva Dio, difendendolo però con violenza. A un certo punto succede qualcosa: Saulo scopre che quel Dio non era come lo aveva immaginato, non era forte e vendicatore, bensì si identificava totalmente con i poveri, gli ultimi, i perseguitati. Deve essere stato sconvolgente! La caduta da cavallo, tramandata dalla tradizione, è l’immagine metaforica di un processo stra-ordinario di cambiamento dei propri orizzonti, verso altri fino a quel momento del tutto sconosciuti. Saulo diventa perfino cieco, come a dire che perde la capacità di controllo e gestione della sua vita. Non si potevano trovare immagini più vivide per rappresentare la fatica di Saulo, ora Paolo, il quale non solo scopre che l’Altro ha un volto diverso da quello che finora si era figurato, ma dovrà anche ingegnarsi a trovare nuove strade per corrispondergli. Si può dire, allora, che la vocazione religiosa da una parte è in linea col desiderio profondo del cuore umano, dall’altra però apre spazi nuovi e questo non avviene in modo “indolore”. Come potrebbe, del resto, un aggressore diventare “spontaneamente” apostolo dell’unità, senza alcuna resistenza interiore? Qui mi sembra il punto nodale della domanda posta all’inizio. Immagino, infatti, che Paolo ogni giorno avrà dovuto rinnovare la propria adesione a Colui che da poco aveva ri-conosciuto, ma immagino pure che questa lotta non abbia significato per lui la fatica immane di ricominciare ogni giorno e ogni momento da zero, perché una vita del genere sarebbe insopportabile. Dunque una vocazione autentica non è una continua salita. Paolo sente che quel Dio-uno-con i piccoli è degno di credibilità e questo gli dà energia, volontà, senso totale di vita. Paolo è più felice del vecchio Saulo di Tarso e si spende senza misura per essere come Colui che ha messo al centro della propria esistenza, vivendo secondo l’intuizione ricevuta. Credo che questi siano i segni di una vocazione autentica: espande l’umanità, non la rattrappisce, non rende la persona più cupa e meno generosa. Ciò non ha nulla a che vedere con il carattere, più aperto o più riservato, né con le difficoltà, maggiori o minori, che ciascuno affronta a causa dei propri tratti personali e della propria storia. Ha piuttosto a che vedere con il senso di appartenenza: fare mia quella realtà scelta, e darmi tutta ad essa. Come è stato per Paolo. Quali sono i segni concreti per capire che l’appartenenza non si è sviluppata? Chi è sempre molto critico rispetto al proprio ambiente di vita, o ha un umore fuori partitura, perché raramente riesce a sintonizzarsi con l’atmosfera emotiva del gruppo, o chi conteggia il dare e il ricevere. Queste persone forse non sono ancora “cadute da cavallo”, e ciò non ha nulla di moralistico, né di patologico. Non si tratta di diventare esaltati rispetto alla propria vocazione, né degli iperattivi (anche Saulo lo era), ma di sentire una corrispondenza – “attiva” la chiama Godin – tra i desideri personali e quelli della realtà scelta. Perciò il soffrire non è necessariamente indice di vocazione realizzata – vedo tante persone che stanno male, convintissime (sbagliando) che il dolore sia proprio il segno della volontà di Dio. Allo stesso tempo, la fatica che si impiega quotidianamente non è indice di una vocazione imperfetta. C’è un altro segno, a mio parere significativo, per leggere una vocazione e il suo essere autentica: il discernimento comunitario. Ma ne parleremo un’altra volta.
Vita in comune

Soli insieme?

Leggi la risposta

Sono preoccupato per l’isolamento che viviamo nella mia comunità: ciascuno si occupa delle proprie cose, con relazioni minime con i fratelli, mentre verso l’esterno c’è un’attività frenetica. È come una specie di doppia personalità: estremamente sociale, simpatica e disponibile ad extra, ma alquanto ermetica ad intra, forse perché le persone non si sentono valorizzate. Un formatore


Fino a qualche anno fa queste parole potevano riferirsi, con certezza, soprattutto alle realtà maschili. Oggi invece non si può dire la stessa cosa: anche molte realtà femminili soffrono nel vedere le loro giovani e meno giovani chiudersi nelle proprie stanze, non appena possono. Qui, davanti a cellulare e computer si apre un mondo, anche bello: si naviga tra notizie di attualità, scambio di chat, Skype con la propria famiglia o con gli amici. Insomma, dentro la propria stanza c’è un intero mondo relazionale, invisibile a chi sta intorno, ma reale. Oppure ci si dedica appassionatamente ad attività apostoliche, solo che mentre fuori la persona è una sorta di eroe multitasking, dentro il proprio ambiente si spegne. Pare ci sia una forza centrifuga che allontana i membri delle comunità dai propri focolari domestici. Che succede? A domanda rilancio un’altra domanda: la vita comunitaria è ancora attraente per i suoi membri? Talvolta ho l’impressione che il modo di pregare, il modo di stare insieme, perfino il modo di svagarsi non corrisponda ai desideri e alle esigenze dei suoi membri. Consacrati e consacrate possono vivere secondo uno stile che non piace proprio a loro stessi, il che è piuttosto paradossale. Alessandro d’Avenia, ricordando l’esperienza di Ulisse, mosso dal desiderio e dalla passione di tornare ad Itaca, per sé e per i suoi compagni, aggiunge che però «prima bisogna aver reso la pietrosa Itaca il luogo più bello per cui lottare […] Ma dov’è finita Itaca?». Per accendere la passione per la propria “terra” occorre ripensare a come renderla ospitale per chi vi abita. Penso soprattutto al rapporto (spesso indefinibile) che lega i membri tra loro: relazioni a volte adolescenziali, cioè fatte di affetti appiccicosi e limitanti, relazioni altre volte formali, più che fraterne, che non sanno di molto e non possono certo animare la vita di comunità, né rappresentare una forza di attrazione reciproca. Non è raro che un seminarista o una consacrata dicano di sentirsi più valorizzati in parrocchia che in comunità. Eppure Itaca è tale «proprio grazie ai legami che la rendano Itaca». Allora c’è qualcosa che non torna: ci si conosce poco, tempo ed energie scarseggiano, forse si dà per scontato che una stessa vocazione renda automaticamente il vivere insieme una fraternità, invece non è così. C’è però un altro aspetto che mi sembra di cogliere oggi: le comunità spesso sono vissute come luoghi di passaggio, o trampolino di lancio per i percorsi individuali, come se la vita in comune non avesse un senso in se stessa. Molti “soffrono” la vita comunitaria perché non è abbastanza attenta alla persona, a “me”, e per questo cercano spazi esterni di realizzazione di sé. Allora c’è da riflettere su cosa ci si attenda dalla vita comunitaria, cosa la vita comunitaria voglia dare ai suoi membri, e viceversa. È come se l’aspetto del vivere insieme non fosse parte integrante della vocazione, ma un dettaglio eventuale, che deve comunque sottomettersi alle esigenze di ciascuno. I gruppi a movente ideale soffrono molto oggi un indebolimento del loro aspetto comunitario, forse proprio come reazione ad un passato dove invece il gruppo era una sorta di “mito”, a discapito dell’individuo. Mi pare sia questa la grande sfida della vita in comune nel nostro tempo, lo dico da laica che la osserva ammirata: tornare a credere di più in se stessa grazie ai suoi testimoni appassionati ed autentici, che insieme ad altri fratelli e sorelle – non amici, né sposi/e, né commilitoni – desiderano vivere il carisma scelto e, perché no?, che hanno anche il coraggio di ripensare se la propria terra si possa migliorare, rendendo Itaca meno pietrosa.
Vita in comune

Vocazioni di serie A e di serie B?

Leggi la risposta

Ho letto su questa rubrica le considerazioni della consacrata non-italiana, e sull’Osservatore Romano la denuncia coraggiosa sulle suore sfruttate, denuncia che ha fatto il giro del web. Allora le nostre proteste non sono poi così lontane dalla realtà! Una consacrata non-italiana In parrocchia cerco di coinvolgere le suore che sono nel quartiere per darmi una mano nelle catechesi o nella formazione dei laici, ma mi rispondono spesso che non si sentono all’altezza; sono loro stesse che si sentono più a loro agio in ruoli di retroguardia. Un sacerdote


Non credo che serva esattamente una “risposta” a queste riflessioni così significative. Preferisco condividere pensieri vari, allargando lo sguardo, ma cercando di non perdere di vista il tema. Qualche anno fa Francesco rivolgendosi all’Unione dei Superiori Maggiori in Italia, in un discorso poi riportato nell’articolo di Civiltà Cattolica «Svegliate il mondo», ha parlato della formazione come opera artigianale e non poliziesca, della necessità di formare i cuori altrimenti si formano «piccoli mostri» (diceva proprio così!), e di tenere aperti gli occhi sulla cosiddetta «tratta delle novizie», denunciata dai vescovi filippini. È la triste, ma reale situazione, del reclutare vocazioni straniere da inviare in Europa, continente che attraversa un periodo di grave crisi numerica. Nello stesso discorso il Papa si è pure lamentato della consapevolezza, oggi ancora inadeguata, della vocazione dei religiosi-non sacerdoti, alludendo, credo, al fatto che a volte si creano vocazioni di serie A, B, C... Faccio riferimento a quel discorso per dire innanzitutto che situazioni di squilibrio all’interno della Chiesa sono innegabili, e lo sono a più livelli, sia riguardo al rapporto maschile-femminile, sia riguardo al rapporto tra le diverse scelte vocazionali. E poi perché penso che alcune gravissime collusioni siano una responsabilità comune di vescovi, sacerdoti, ma anche delle Congregazioni stesse che non aiutano le proprie sorelle a crescere adeguatamente rendendosi donne libere, veramente adulte, condizioni essenziali per un cammino di fede e vocazionale autentico. Offrire un percorso di studi rischia di rendere le persone “fin troppo autonome”, dicono alcune superiore, ma più a monte la questione riguarda sempre un discernimento adeguato e la necessità imprescindibile di favorire la maturazione personale, aiutando chi non è nel posto giusto a scegliere altro. Non è certo una soluzione quella di lasciare nell’ignoranza i membri di una comunità, eventualità ancora oggi più frequente in ambito femminile che maschile, come del resto non è custodire una vocazione quella di lasciare il giovane/la giovane entro le 4 mura domestiche così non ha “tentazioni”. D’altro canto, riprendendo l’osservazione del sacerdote, spesso sono le consacrate stesse, pur avendo ricevuto strumenti adeguati, a non buttarsi nell’apostolato, a rimanere “come principesse”, diceva una formatrice, “sempre scontente”. Allora… la fraternità non ha “posti fissi” (chi pulisce e chi insegna), ed è possibile solo quando, uomo o donna, mi impegno a valorizzare la sensibilità e i talenti dell’altro, ad oppormi se la dignità del fratello o della sorella è sminuita in qualunque modo, ad incoraggiare e sostenere chi è più timoroso o insicuro nell’abbracciare un compito di cui si sente incapace, solo per stereotipi ormai interiorizzati. Insomma uomini e donne hanno ancora un bel daffare per potersi guardare negli occhi alla pari, perché, come diceva Etty Hillesum «Per umiliare qualcuno si deve essere in due: colui che umilia e colui che è umiliato, e soprattutto che si lascia umiliare» (Diario 1941-1943).
Pagina 13/ di 17
Simple Share Buttons