L'esperto risponde / Società

Ezio Aceti

Laureato in psicologia, consigliere dell’Ordine degli psicologi della Lombardia, esperto in psicologia evolutiva e scolastica, è nella redazione del giornalino Big Bambini in giro. ha pubblicato per Città Nuova: I linguaggi del corpo (2007); Comunicare fuori e dentro la famiglia (nuova ed. 2012), Crescer(ci) (2010); Mio figlio disabile (2011); con Giuseppe Milan, L’epoca delle speranze possibili. Adolescenti oggi (2010); Educare al sacro (2011); Mio figlio disabile (2011); Nonni oggi (2013); Crescere è una straordinaria avventura (2016); con Stefania Cagliani, Ad amare ci si educa (2017).

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Società

Se l’educatrice odia i bambini

Come è possibile che ci sia tanta violenza, disprezzo e odio da parte di insegnanti dell’asilo verso questi piccoli? Anna

Ormai le cronache sono impietose nel comunicarci l’ennesimo trattamento violento nei confronti dei bambini da parte di insegnanti ed educatrici delle scuole dell’infanzia, e perfino degli asili nido. Il pensiero va subito all’enorme sofferenza in gioco:

  • Sofferenza da parte dei bambini, che invece di essere protetti e accuditi vengono minacciati e picchiati;
  • Sofferenza da parte dei genitori, che si sentono impotenti e traditi da quelle istituzioni che avrebbero dovuto crescere in modo armonico i loro piccoli;
  • Sofferenza da parte delle stesse istituzioni, che ancora una volta vacillano di fronte al male perpetuato ai cittadini più innocenti;
  • Sofferenza da parte delle insegnanti che hanno procurato simili ingiustizie, per il loro fallimento educativo e per la probabile depressione conseguente;
  • Sofferenza e rabbia da parte di tutti noi, che giustamente non possiamo accettare simili episodi.

Di fronte a tutto questo, occorre una riflessione umile, intelligente e pronta. Innanzitutto occorre evitare di considerare le insegnanti come dei mostri, anche se ciò che hanno commesso è tremendo. D’altra parte, non è più possibile assistere ad episodi di tale gravità nei confronti dei nostri figli più vulnerabili. E quindi occorre rimuovere tali insegnanti dal loro incarico, con un giusto risarcimento dei danni.

La riflessione però ci porta su binari pedagogici che occorre possibilmente mettere subito in campo:

Prevenzione
È necessario prevenire simili episodi mediante interventi precisi:

  • L’età di servizio delle insegnanti non deve essere troppo elevata. Dopo venti anni di lavoro con bambini così piccoli è importante che le insegnanti possano passare ad altre mansioni, magari diventando formatrici di altre insegnanti, per evitare il burn out che con un lavoro così faticoso è spesso dietro l’angolo.
  • Momenti di verifica e supervisione almeno ogni 15 giorni, per sostenere e supportare il lavoro prezioso e faticoso delle insegnanti.

 

Formazione
La formazione umana e professionale deve essere maggiormente curata, come pure la selezione delle educatrici, le quali devono avere una buona capacità relazionale ed empatica, indispensabile per il loro lavoro.

Retribuzione
Occorre poi prevedere una maggiore retribuzione per un lavoro importante e fondamentale per la crescita di ogni nazione.

Vorrei concludere tenendo conto di un aspetto: il lavoro delle insegnanti è un lavoro delicato e faticosissimo, in quanto la logica del bambino piccolo è differente da quella dell’adulto. Ciò comporta fatica nella comprensione e nella gestione. Naturalmente tutta la nostra solidarietà va ai bambini e ai genitori coinvolti in simili episodi. E contemporaneamente sottolineiamo che la fatica di educare necessita la fatica di essere preparati. Questo è l’augurio che facciamo a tutti.

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Illuminare le ferite

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Sono un po’ depresso per il fatto che la pandemia non finisce mai, tra rossi, arancioni, gialli…


Tutto, attorno, è un po’ confuso, caotico. Le nuove regole per il periodo natalizio prevedono giorni di restringimento (zona rossa) e giorni meno restrittivi (zona arancione), tanto che ormai è indispensabile tenere il calendario in mano per vedere cosa si può o non si può fare. Così sta avvenendo in tutta Europa e in molte altre parti del mondo. Ogni nazione emana regole che, pur differenti, hanno un solo intento: evitare gli assembramenti per prevenire la diffusione del virus. Per fortuna è iniziata la somministrazione del vaccino tanto atteso, con la speranza che prima o poi la pandemia ci lasci per sempre. Nel frattempo continuiamo a contare, come in una battaglia, i lutti, le ferite, le innumerevoli sofferenze di tanta gente che sembra non poterne più, e spesso si lascia andare a reazioni scomposte e disperate. Se diamo uno sguardo al passato, molte volte i popoli si sono trovati ad affrontare situazioni che sembravano disperate, e talvolta senza alcuna via d’uscita. E come hanno reagito? Cosa hanno fatto? A ben guardare, sempre però c’è stato qualcuno che, di fronte alla tempesta, ha cercato di orientare il popolo verso la meta, indicando la rotta dove andare. Hanno aiutato il popolo a tenere il timone diritto mentre incombeva la tempesta, innanzitutto per non aumentare i danni, ma soprattutto per portare in porto la nave. È talmente vero questo che, se andiamo a guardare chi sono i grandi maestri dell’umanità (pensiamo a filosofi come Socrate o Pascal, a pedagogisti come Montessori e Bruner, a politici come Tommaso Moro o La Pira, ai grandi santi e ai grandi papi come Papa Francesco), ci accorgiamo che al fondo di loro stessi, qualcuno o qualcosa li animava, spingendoli a motivare il meglio presente nella loro gente. Naturalmente, perché il popolo superi la tempesta è necessario un patto, un accordo fra noi adulti per testimoniare ai nostri figli e nipoti che l’umano può farcela. Sì, l’umano che c’è in noi, pur nella fragilità, può vincere, se non smette mai di essere se stesso: votato all’amore. Sì, perché la vera e profonda caratteristica dell’umano è l’amore, che è sempre possibile, sempre. Allora possiamo piegarci, ma non soccombere. Perché si soccombe quando:
  • Si continua a denigrare l’altro con lamentele e accuse infinite,
  • Ci si erge a paladini del bene, utilizzando la menzogna per essere ascoltati,
  • Si selezionano le persone in base alle proprie idee, escludendo altri che pensiamo siano di altre categorie,
  • Si continua a lanciare parole negative e disperate di fronte alla minaccia che incombe.
  Invece si è paladini del bene e si vince quando:
  • Si fa appello al positivo che alberga in ciascuno,
  • Si diffondono esperienze di solidarietà e di speranza,
  • Si invitano tutti a ricominciare con parole incoraggianti e di sostegno,
  • Si fa di tutto (ricerca scientifica) affinché la nostra intelligenza, tipica dell’umano, possa comprendere quale è il bene per tutti.
  Se faremo così otterremo la vittoria, cioè la possibilità di trasformare la ferita in feritoia, la sofferenza e la fatica in una feritoia, cioè in una opportunità, che sempre ci è data per il vivere. Allora facciamolo, facciamolo anche se il vento sembra soffiare contro. Sappiamo però che il vento non è più forte dell’umano che c’è in noi, perché il bene è la nostra radice.  
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Il silenzio d’oro

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Ogni volta che accendo la tv non c'è altro che grida, schiamazzi e scontri sterili...


In questo periodo di particolare sofferenza, avvertiamo nel nostro intimo emozioni spesso contrapposte come la paura, la rabbia, la tristezza. A volte la disperazione e la malinconia. Le reazioni comportamentali sono molteplici e spesso scomposte, col risultato di aumentare ancor più l’ansia e la solitudine. E i social come Facebook, o la televisione, o altri, fanno da cassa di risonanza. C’è chi si lamenta continuamente, chi, infischiandosene dell’altro, non solo utilizza un linguaggio volgare, ma arriva a denigrare pesantemente tutti, oppure si erge a paladino della libertà e proclama la sua indignazione di fronte a qualsiasi restrizione. Per non parlare poi di chi cerca di attirare l’attenzione con urla e grida a tutti la sua idea pensando in questo modo di ricevere più attenzione. Insomma, da qualsiasi punto la si prenda, sembra che le emozioni trovino il loro sfogo in varie maniere e spesso anche sopra le righe. Naturalmente, molte discussioni sono pacate, con l’intento di portare un contributo sereno a quanto stiamo vivendo, di facilitare il dialogo e l’approfondimento. Il fatto poi che le restrizioni dovute alla pandemia aumentino gli incontri virtuali, i dibattiti on line, e le conferenze via zoom, appare come una cosa di per sé nuova, mai sperimentata prima, almeno con questa intensità e frequenza. Insomma vogliamo farci sentire, trovare qualcuno che ci ascolti. Eppure, qualcuno è lì che ci ascolta nel modo giusto. È lì e ci può sostenere con competenza e forza. È Gesù bambino che ancora una volta nasce. Lui nasce sempre, sia che il cielo sia bello sia brutto. Nasce anche oggi, nel tempo unico della pandemia. Ma noi come facciamo a saperlo? Facciamocelo dire da Lui. Lasciamo che Lui ci parli. Mi vengono in mente le parole di Romano Guardini (Verona 1885- Monaco di Baviera 1968): «Il silenzio autentico è una forza attiva […] Il vero silenzio non significa un’entità negativa, una cosa che rimane inespressa. Anzi è un comportamento attivo, una commozione della vita interiore, nella quale si diventa padrone di se stessi». Infatti, con san Giovanni della Croce sappiamo che «Il solo linguaggio che Dio ascolta è il linguaggio dell’amore. A questa realtà, a questo linguaggio si perviene non parlando, ma tacendo». Allora facciamo silenzio, non perché non vogliamo parlare o per una rinuncia al fare, ma per ascoltare quanto Dio ci può dire. Perché Dio parla sempre, e noi possiamo ascoltarlo se lo lasciamo nascere in noi con il nostro silenzio d’amore. Forse non ci darà le risposte come noi ce le aspettiamo, ma di sicuro ci darà la luce e la forza per amare ancora di più, come Lui ha fa venendo in mezzo a noi.
Società

Anziani: meno male che ci sono!

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Ho sentito dire in tv che noi anziani non siamo produttivi... che ne pensa?


In questo periodo di pandemia, la condizione fisica degli anziani è balzata in primo piano perché ci si rende perfettamente conto della loro vulnerabilità e fragilità. Ed è giusto e sacrosanto che si faccia di tutto per tutelarli, proteggerli, perché non si può fare a meno del loro prezioso contributo. Eppure, purtroppo c’è chi ha pensato bene (anzi male) di relegarli in secondo piano perché ritenuti incapaci di una resa economica in termini di efficienza ed efficacia. Ma, chiediamoci, a che età si è anziani? Il fatto è che nessuno vuol ritenersi anziano, perché questo nome evoca uno stretto collegamento con la perdita di alcune funzioni e capacità vitali, come la forza fisica e la memoria, che lentamente diminuiscono col tempo. Pertanto, al di là delle leggi che di volta in volta cercano di definirlo (65, 70, 75, 80 anni), possiamo di solito pensare che l’anzianità corrisponda ad uno stato ove l’efficienza fisica e psichica rallenta. Ma, se tutto ciò è vero, è necessario ridare il giusto posto all’anzianità, evidenziandone anche gli aspetti positivi e indispensabili per ogni società che si rispetti. E quali sono questi aspetti positivi? Sono tantissimi. Ogni società si basa su due gambe: la prima è caratterizzata appunto dagli anziani, perché senza tradizione e memoria una società si spegne. L’altra gamba sono i bambini, perché senza infanzia la società non ha futuro. Come la ciclicità delle stagioni è funzionale alla vita naturale, così la ciclicità dell’esistenza è funzionale alla vita umana, alla comunità e al mondo. E, se non vogliamo essere troppo filosofici e astratti, rileviamo fra i tanti, almeno cinque sostegni positivi che gli anziani portano alla nostra società:
  • Sostegno economico: grazie alla loro pensione e al loro risparmio accumulato in anni di lavoro e sacrificio, rappresentano in questo periodo di crisi spesso l’unico reddito per tenere insieme le famiglie dei loro figli disoccupati e di molti poveri.
 
  • Accompagnamento di senso: se è vero che i giovani sono il futuro e che il loro cervello è nel massimo dell’efficienza, è altrettanto importante che qualsiasi grande e utopica idea vada accompagnata dall’incoraggiamento, dall’esperienza che molti anziani possono mettere in campo.
 
  • Testimonianza del tempo luminoso: nei confronti di tutti i nipoti e i bambini verso i quali si trovano in contatto. Quanto sarebbe bello che le scuole dell’infanzia ed elementari ospitino una volta alla settimana una nonna o un nonno che testimoni con i racconti, con la loro storia, il tempo vissuto: darebbero un contributo enorme in termini di insegnamento alla vita, alla tenacia, alla speranza.
 
  • Indignazione di fronte al male: la loro esperienza ci può ammonire di fronte al male, all’egoismo che alberga nella persona, ricordandoci quanto non esista la verità da una parte sola, ma tutto può contribuire al bene, anche le cadute e le sconfitte; l’importante è indignarci sempre di fronte alla volgarità e al male. Loro questo ce lo possono ben rammentare.
 
  • Avvicinamento e accettazione della fine: per chi è credente, quanto è importante incontrare anziani che testimoniano l’accoglienza della fine non come una sconfitta, ma come un passaggio che, anche se può fare paura, può essere affrontato se accompagnato dalla fede, dall’abbandono verso l‘Amore. Ma anche per chi non crede, la testimonianza può essere valida se accompagnata dal silenzio amoroso verso le persone e gli altri, accettando di andarsene.
  Allora mi raccomando, da ora in poi, quando sentiamo la parola “anzianità”, cerchiamo di associarla ad una età positiva, bellissima che, con la fragilità, testimonia che “vale la pena vivere” sempre. Anche quando magari è necessario occuparci di loro. Anzi, ringraziamo quando ci capita perché ci danno la possibilità di realizzare il meglio che c’è in noi: l’amore verso l’altro, la cura. Succederà allora che ci avranno aiutato, con la loro vulnerabilità, ad essere migliori. Ad essere più umani.  
Società

I bambini di fronte alla stanchezza (pandemica) dei grandi

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Mi sento sottoposta ad uno stress incredibile tra la paura del virus, gli orari della giornata sconvolti, la tensione al lavoro… e i bambini ci vanno naturalmente di mezzo. Non so che fare. Una mamma  


Speravamo tutti che non arrivasse. Ma è arrivata, con tutta la sofferenza dovuta a morti, ricoveri, limitazioni lavorative, scolastiche e di spostamento. Sappiamo che questa seconda ondata rappresenta per le persone adulte una prova particolare con risultati negativi in termini di fatica, ansia, angoscia e dunque stress psicologico. Infatti, se durante la prima ondata, di fronte alla novità della chiusura e del lockdown all’inizio la reazione è stata sostanzialmente di assenso motivato e resistenza intelligente da parte delle famiglie e della gente, ora la situazione è differente. Stanchi e fiaccati per la chiusura imminente e la crisi lavorativa ed economica conseguente, molti faticano a sopportare la limitazione della libertà e la chiusura di interi settori produttivi ed economici, in particolare quelli destinate al tempo libero, cioè proprio al tempo previsto per la “scarica emotiva dello stress e dell’ansia”. Senza possibilità di “ricarica”, naturalmente, il rischio è che lo stress e la fatica si accumulino ulteriormente, con lamentele e aggressività (spesso verbali) molto scomposte. E i bambini? Cosa vivono e pensano i bambini? Sappiamo che i piccoli non hanno ancora uno sviluppo cerebrale, cognitivo ed emotivo per elaborare e comprendere fino in fondo quello che sta succedendo. I loro punti di riferimento sono i genitori, gli educatori e i grandi che si occupano di loro e che, in questa circostanza, appaiono stanchi e un po’ depressi. Sappiamo inoltre che i bambini sono il futuro di ogni nazione e che investire in loro è non solo importante ma soprattutto intelligente e produttivo. Allora cosa fare? In questo momento penso ad un uccello, il pellicano: come si comporta con i suoi piccoli? Di solito vola in alto per vedere i pesci e prenderli e darli poi triturati ai piccoli. Il pellicano, però, quando non ci sono più pesci, di fronte alla penuria di cibo prende dal proprio petto un po’ della sua carne e la dà ai suoi piccoli. Questo è il tempo in cui noi dobbiamo dare di più, soprattutto mostrare ai nostri figli che siamo disposti a fare di più per loro e a sostenerli anche se siamo stanchi e depressi. Papa Francesco usa il termine “mitezza” a significare la capacità di mantenere l’equilibrio nonostante le intemperie e la tempesta. Pertanto suggerirei:
  • Utilizzare la parola e il linguaggio per spiegare che anche se non fanno sport, piscina, o la scuola è ridotta, noi ci siamo e possono contare sul nostro aiuto.
  • Chiedere scusa ogni volta che la fatica e la stanchezza ci travolgono e magari ci lamentiamo o siamo scorretti e scortesi nei loro confronti.
  • Evitare di lamentarci continuamente verso le autorità sapendo che per loro la fiducia verso l’autorità è importante e comunque va rispettata, anche se non si è sempre in accordo.
  • Trovare occasioni per lodarli con pertinenza, per far sentire loro che gli vogliamo bene indipendentemente dalla situazione
  • E poi… chiedere loro di aiutarci ad essere un po’ più spensierati, magari con iniziative e giochi che loro sanno proporci.
In questo modo non risolveremo la pandemia, ma renderemo più umano questo periodo faticoso, con la garanzia che i nostri figlio sapranno comprendere… E comprenderanno. Sì, comprenderanno.
Società

Crepet è sempre Crepet

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Ho letto l’ultimo libro di Crepet: Vulnerabili. Alcune cose le condivido, altre meno. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa lei…


Il retro di copertina del suo ultimo libro, Vulnerabili, ritrae Paolo Crepet con lo sguardo pensoso, un po’ melanconico, ma con quella sottile luce di speranza che nostalgicamente traspare dagli occhi. Sì, perché il grande psichiatra e sociologo è sempre lui, Crepet, con quella sua pacata e passionale riflessione sulla vita, sul mondo, sulle cose, sugli eventi. Ho avuto il grande privilegio di conoscerlo in occasione di una conferenza in quel di Lamezia Terme, dove entrambi eravamo stati invitati come esperti per parlare ad una folta schiera di insegnanti e operatori sociali. Ed è stato un vero piacere ascoltare questa grande persona, mentre con competenza e passionalità sviscerava le sue idee circa l’educazione e incantava la platea con il suo modo di fare. Una modalità autentica, passionale, vera, frutto di anni di lavoro e di studio. Che non si smentisce neanche nel libro Vulnerabili: una riflessione a tutto campo sulla pandemia come esperienza dolorosa, sconvolgente, che però, se siamo attenti, può essere anche foriera di qualcosa di buono. «Dobbiamo avere coscienza che ogni evento del cammino dell’umanità, per quanto terribile e funesto, contiene una lezione utile non soltanto a chi è sopravvissuto, ma anche e soprattutto a chi nascerà quando tutto quello che stiamo drammaticamente vivendo sarà entrato nella memoria di una narrativa passata […] L’epidemia che ha colpito il pianeta non deve essere considerata soltanto come un’enorme emergenza sanitaria , ma anche come occasione di un grande cambiamento antropologico dal quale verranno anche alcune opportunità» (pg 163-164). Il suo contributo di idee e riflessioni, Crepet ce lo presenta nei sedici capitoletti del libro, dove sviscera a 360 gradi le problematiche più evidenti che la pandemia ha messo in luce. Questo virus, cosi piccolo, nascosto, imprevedibile, non è infatti solo causa di angoscia, morte e malattie, ma anche di “convivenze forzate”, di scoperte di relazioni che avevamo dimenticato, insomma di una vulnerabilità che ci porta a riflettere maggiormente sui mali che affliggono il pianeta. Il libro ci invita a riflettere, ad evitare le facili scorciatoie o le soluzioni populiste, perché solo con lo sforzo e la riflessione possiamo cogliere la tragica lezione che il virus ci sta dando. E, da libero pensatore, condanna tutti quelli che ritengono solo una parentesi tutto quello che sta succedendo. Invita invece a cogliere in profondità i pericoli che la pandemia ha messo in luce: il mondo malato di individualismo, il clima che agonizzante inizia a sconvolgere il pianeta, la tecnologia digitale che, se non controllata, rischia di fagocitare i sentimenti e le relazioni più significative come l’amore, la tenerezza, l’abbraccio, la superficialità di chi si dimentica del passato e racchiude tutto in un presente emotivo ed egocentrico, relegando gli anziani in un angolo tecnologico e sicuro come le case di riposo. Ammirevoli sono anche i ricordi e le testimonianze del suo lavoro di psichiatra, quando trasferitosi ad Arezzo inizia la battaglia contro i manicomi seguendo la scia luminosa del grande Franco Basaglia. Particolarmente toccante è la riflessione sui bambini e sulla scuola del capitoletto XIV lettera ad una maestra: qui il miglior Crepet si prodiga a tutto campo nella difesa dei bambini e del loro sviluppo evolutivo. «È affiorato, grazie al coronavirus, un mio vecchio sospetto: al fondo, le civiltà più progrediscono e più accrescono la loro “pedofobia”, ovvero covano un latente sentimento di alienazione, quasi di avversione, nei confronti dei più piccoli (la diffusione degli alberghi Children free ne è una prova inconfutabile). Non credo sia un caso se, più aumenta e si diffonde il benessere, sempre meno bambini si mettono al mondo e quando poi quei pochi cominciano a crescere, non sappiamo e non vogliamo perder tempo per educarli». Mi sembra che in questo passaggio si riconosca il miglior Crepet, paladino delle generazioni future, perché qui traspare non solo l’anima inclusiva di tutti, ma anche la persona protesa verso il futuro. Il libro dunque è da una parte una denuncia appassionata dei mali che ci affliggono col rischio di delegare tutto alla tecnologia digitale come panacea, a scapito della riflessione, del contatto fisico, della partecipazione relazionale ed emotiva dell’incontro, del rispetto dei tempi dell’ascolto, della parola, e dall’altra un accorato appello a riflettere sulla lezione che la pandemia porta con sé. Crepet ci lascia questo messaggio: la vulnerabilità è una fatica ed una evidenza della nostra natura umana, ma anche una memoria incisa nella carne che ci può spingere, mediante il ricordo di chi ci ha preceduti, a utilizzare il meglio di noi, ove la fatica e la sofferenza possono essere sfruttati al meglio. Forse, il limite del libro è che la speranza sembra un po’ messa in angolo e solo a sprazzi appare come possibilità di riscatto. Per questo, nel ringraziare Crepet per questa sua ultima fatica, si invitano tutti a raccogliere l’eredità che le persone migliori ci hanno lasciato con l’attenzione fiduciosa verso le nuove opportunità che sempre, nonostante la sofferenza e del coronavirus, si aprono all’orizzonte.  
Psicologia

Paura e film horror

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Cosa fa si che uno sia attratto da un video horror? Che dire di chi pensa che non fa male essendo finto? Oreste


La mia risposta sarà strutturata in due parti: una più descrittiva, riguardante il piacere di controllare la paura, l’altra più pedagogica, che riguarda l’opportunità educativa di vedere o no i film horror. Di fronte ad un film horror, la mente umana prova sensazioni di paura, sapendo però che tutto ciò è finto e non costituisce un pericolo reale. Gli studi ci dicono che se il nostro cervello capisce che tipo di paura stiamo provando e, dato che ne deriva che la situazione in realtà è sotto controllo, ne risulta che tutto ciò può essere piacevole Ma cos’è la paura? La corrente psicologica comunemente accettata la spiega come «diverse emozioni legate ad un processo psicologico che ci avvertono di possibili pericoli, stress o situazioni molto negative». Si tratta di sistemi che si attivano a livello fisiologico e comportamentale, dopo aver velocemente valutato una specifica situazione come minacciosa. In realtà risulta che dopo il primo sguardo, il nostro cervello è già consapevole del tipo di paura che ha risvegliato in noi. Infatti i nostri cervelli possono essere condizionati per avvertire una sensazione di paura di fronte ad uno stimolo che percepiscono come minaccioso. Il fatto è che questa paura può essere gratificante per alcune persone quando è avvertita in una situazione di controllo. Perché succede questo? Perché per alcune persone il film può dare sensazioni piacevoli? All’interno del nostro sistema limbico, in fondo al nostro lobulo temporale, si trova l’amigdala. Questa struttura subcorticale è incaricata di determinare se quello che stiamo provando è una “paura piacevole” o una “paura reale”. Di fronte ad una situazione che scatena questa emozione, possiamo reagire in modi diversi. A volte vogliamo correre, attaccare, scappare… In un modo o nell’altro, il nostro corpo reagirà liberando adrenalina e aumentando il livello di cortisolo e zucchero nel sangue. Ma questa forte scarica nel nostro organismo è positiva? Se ci troviamo in un ambiente controllato e la nostra mente è sicura al cento per cento del fatto che non c’è nessun pericolo reale, trasmetterà al corpo una forte sensazione di piacere, e potremo godere di questa sensazione consumando le sostanze liberate senza l’interferenza di alcuna minaccia reale. Questa esperienza fa si che di fronte alla paura, e al superamento di questa, il nostro cervello può provare una sensazione di autostima. Naturalmente tutto questo può essere gestito dalla persona adulta. Molto differente è l’opportunità di vedere film horror da parte di minori alle prese con il processo di identificazione e di crescita. Il rischio di stimolare processi imitatori e distorsioni particolari della realtà è in effetti molto alto. Non sono pochi i fatti di cronaca tragici che testimoniano la pericolosità di certi comportamenti fino ad arrivare alla perversione sadica e masochista. Pertanto:
  • Mai proporre film horror ai minori.
  • Evitare di cercare l’autostima gratificante mediante l’horror. È bene viverla in altri contesti più reali.
  • Tutto ciò non impedisce, per l’adulto che lo vuol vedere, di prendere visione qualche volta di un “buon” film horror, se questo può essere controllato
  L’importante è che tutto ciò non ci impedisca mai di stare nella realtà e di affrontare le paure, aprendoci alle paure degli altri che faticano a mantenerle sotto controllo.  
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