L'esperto risponde / Psicologia

Chiara D’Urbano

Psicologa e psicoterapeuta, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Sono Perito dei Tribunali del Vicariato di Roma e collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna.

Vedi tutti gli esperti
Vita in comune

Omosessualità e comunità

Ho letto la sua precedente rubrica e sono curioso di vedere come tratterà l’aspetto pratico. Perché le sue riflessioni, a mio parere assolutamente necessarie oggi, non rimangano solo su un piano teorico mi dovrebbe aiutare a capire come affrontare concretamente la domanda se e come accettare uomini e donne omosessuali in seminario o in comunità. Non si può far finta che sia un argomento secondario, e neppure si può sottovalutare che siamo spesso disturbati quando veniamo a conoscenza che un confratello o una consorella (che magari fa già parte della comunità) ha un orientamento omosessuale. Mi sento spaesato su questi temi e chiedo a lei qualche chiarimento. Un formatore

Non offro né soluzioni né una guida pratica sull’argomento, anche perché è molto articolato. Piuttosto propongo delle considerazioni che nascono dai miei valori di fede, dall’esperienza clinica e dall’accompagnamento di giovani e meno giovani, uomini e donne in formazione (seminario/comunità) o già impegnati nell’attività pastorale ed apostolica.

Ritengo che il vivere insieme abbia bisogno di almeno un paio di coordinate importanti: 1) la comunità deve avere sue regole chiare e concrete (sia su chi entra, sia sulle modalità di convivenza) che favoriscano un vivere insieme sano. 2) Le persone che ne fanno parte siano quanto più possibile consapevoli di se stesse (come anticipato nel numero precedente), in quanto il prezzo dell’ignoranza è molto alto: l’infelicità per sè e per gli altri, e talvolta disastri per sè e per gli altri.

Iniziamo dalla prima questione.

Le realtà formative e le comunità sono costituite generalmente da persone dello stesso sesso che condividono la preghiera, i pasti, i momenti insieme. Oggi, tuttavia, sono sempre più frequenti anche realtà vocazionali miste: spazi comuni per uomini e donne che appartengono allo stesso carisma. Fin qui si tratta di informazioni di base – la composizione della comunità solo maschile, solo femminile o mista – che sono tra i dati espliciti e noti a chi inizia il percorso, che normalmente ha già avuto contatti e incontri con quell’ambiente.

Ci sono, poi, anche principi pratici di vita insieme, meno evidenti, che la comunità deve rendere noti fin dall’inizio, perchè sono educativi per il cuore e prudenziali per il corpo. Vivere a stretto contatto con altri infatti, implica che il mio fratello, la mia sorella potrebbero entrare nel mondo del mio desiderio. E ovviamente io potrei entrare nel desiderio altrui.

Perciò, proprio perchè stare insieme tutti i giorni porta a volersi bene, pregare, mangiare l’uno accanto all’altro, è necessaria una qualità di vita comune elevata, e uno stile che rispetti lo spazio fisico di ciascuno, la riservatezza del suo corpo, la privacy e l’intimità.

In altre parole, va mantenuta tra le persone in comunità una “distanza ottimale”, tipicamente adulta, che non vuol dire ignorarsi o essere “freddi” l’uno con l’altro. Vuol dire, invece, rispettare il mistero proprio e dell’altro. Una comunità vocazionale è una realtà di fede, e non semplicemente umana. La differenza è abissale. Non si tratta di un gruppo di amici, sebbene l’amicizia sia un sentimento che può nascere naturalmente tra alcuni membri di comunità. Non si tratta neanche di relazioni esclusive (affettive o di “lobby”) come tra partner, perché questo tradirebbe il senso della vita sacerdotale e di quella consacrata. Se una persona sente che la solitudine fisica è troppo faticosa ed intollerabile, questo dovrebbe essere già decisivo per orientarsi altrove e lasciare la comunità.

Come corollario: la comunità rappresenta la “casa”, cioè uno spazio familiare di accoglienza, dialogo, condivisione di fatiche e di soddisfazioni, ma rimane un contesto stra-ordinario di convivenza tra persone di età, culture, sensibilità diverse che non si sono scelte, e che si trovano insieme per corrispondere ad una chiamata trascendente. Pertanto: linguaggio, comportamenti, abbigliamento decoroso, delicatezza, rispetto reciproco negli ambienti comuni sono da curare sempre.

Questo perchè un certo stile di vivere in comunità – la bellezza induce bellezza, il decoro ispira imitazione, come la mediocrità è contagiosa – favorisce atteggiamenti sani, rispettosi, non di eccessiva confidenza perchè questi possono facilmente trascendere in forme relazionali ambigue, quando non morbose, patologiche, che corrompono la castità, anche “solo” del cuore.

Detto ciò il discorso si va articolando e vengo alla seconda questione.

La persona che entra conosce se stessa e il proprio orientamento sessuale? La mia esperienza mi fa dire: molto raramente. In genere la consapevolezza del proprio orientamento si acquisisce solo nel corso della formazione, e raramente, purtroppo, chi entra in seminario o in comunità condivide questi aspetti centrali della propria personalità con il formatore/formatrice, rettore, accompagnatore spirituale, perchè neppure lui o lei ne è a conoscenza! E se ne è a conoscenza non ne ha il coraggio.

Mi permetto un’altra riflessione sul discernimento: non è raro che la comprensione del proprio orientamento omosessuale – che, diciamolo pure, rimane difficile ancora oggi da esplicitare in famiglia, con gli amici e da vivere apertamente – possa creare una motivazione inconsapevole verso una scelta sacerdotale e di vita consacrata. Perchè è un percorso che offre una chance di gestire la propria affettività/sessualità in modo valido, anzi “meritevole” e contenuto. Se non conosco bene me stesso, posso fare scelte sbagliate, che non mi aiutano a diventare un uomo o una donna migliore, e possono creare danni ad altri, come si diceva.

Mettiamo, invece, la migliore delle ipotesi per cui la persona abbia chiaro ed espliciti fin dall’inizio il proprio orientamento omosessuale, rendendosi quindi disponibile a un accompagnamento sincero e autentico.

In entrambi i casi – se la persona in vocazione esplicita fin dall’inizio di avere un orientamento omosessuale oppure lo scopre successivamente – come si regola la comunità?

  1. La accetta, se sì a quali condizioni? La manda via?
  2. Gli altri membri devono saperlo?

 

Rispondo, sapendo di non trovare assolutamente pareri unanimi, che non c’è una ragione a priori per cui la persona non dovrebbe essere accolta, o dovrebbe essere allontanata tout court. Tuttavia la persona con orientamento omosessuale dovrà essere accompagnata con particolare attenzione, perchè la fatica per lui/per lei è maggiore in quanto vive in un contesto con continui stimoli affettivi e sessuali. In casa è circondato/a prevalentemente da persone dello stesso sesso.

Dunque nessuna ingenuità: le sfide del vivere insieme sono enormi, e una persona omosessuale che voglia seguire Cristo all’interno di una realtà carismatica potrà farlo solo se arriva ad una consapevolezza sincera di sè e accetta di essere affiancata seriamente.

D’altro canto formatori/formatrici, superiori/e, rettori, devono essere sempre più competenti per essere in grado di aiutare in modo serio, accogliente il fratello, la sorella a lui affidato ed eventualmente trovare con lui/lei una strada alternativa. Ripeto, però, che non dovrebbe essere l’orientamento sessuale in se stesso ad essere la questione dirimente. Bisogna valutare caso per caso, in funzione anche dell’ambiente comunitario e del compito pastorale (ne parleremo la prossima volta).

Alla seconda domanda rispondo che le comunità non sono sempre pronte ad un’accoglienza non giudicante verso le persone omosessuali, anche per tutta una serie di pregiudizi, o per motivazioni sociali e/o culturali. C’è sospetto, c’è timore, talvolta rifiuto incondizionato, quasi istintivo.

Quindi credo che il fratello o la sorella che vogliano aprirsi con gli altri membri debbano essere consapevoli che si potrebbero trovare davanti a risposte diverse, rifiuto compreso.

Ecco perchè è fondamentale che questi temi vengano affrontati per tempo, in modo concreto e non solo eccezionalmente nella vita comunitaria: bisogna imparare a parlarne senza scandalizzarsi e senza assumere posizioni rigide, ma dialogando, discutendo, in modo da non trovarsi impreparati di fronte a queste situazioni che rischiano di ferire chi decide di esporsi e parlare di sé.

Concludo, l’ideale a mio parere è:

  • da parte della persona omosessuale, l’apertura franca e autentica di sè, innanzitutto verso chi accompagna il percorso vocazionale. Dove c’è apertura entra la luce e si può crescere;
  • da parte delle comunità, il coraggio di riflettere apertamente su questi temi, per non essere ambigue o impreparate, decidendo insieme come regolarsi di fronte a un membro omosessuale. La comunità, ovviamente, può ritenere che non si sente pronta ad accoglierlo o mantenerlo all’interno. Bene che sia chiara su questo.

Rimane “scoperta” la dimensione apostolica di cui avremo modo di parlare nella prossima puntata della rubrica.

80Risposte
Visualizzazioni
Vita in comune

Vangelo e maturità umana

Leggi la risposta

Questa volta, invece di rispondere a una domanda, propongo ai lettori uno scambio di opinioni con due Responsabili Generali della Congregazione religiosa del Cottolengo, che ho incontrati nei giorni scorsi. È una realtà internazionale che si rivolge agli ultimi, una realtà di religiose di vita apostolica e di vita claustrale, religiosi, sacerdoti e volontari. Insieme riflettiamo sulla bellezza e sulle difficoltà della vita in comune quando ci sono persone “difficili”, che quindi costringono la comunità a interrogarsi su se stessa.


Madre Elda. Penso che una caratteristica bella della comunità sia accogliere ed integrare le fragilità dei suoi membri e non rifiutarle. Integrarle vuol dire che fare spazio a sorelle con delle difficoltà può diventare un momento di crescita e di grazia per tutti; e questo va contro la cultura dello scarto del nostro tempo, per cui solo chi è “in gamba” riesce a farsi strada e trova un posto nella società. L’accoglienza fa crescere tutta la comunità, in una dimensione spirituale e in quella di una nuova umanità perché l’umano perfetto si è incarnato nella debolezza...Paolo non aveva certo un bel carattere ed è stato uno dei più grandi apostoli del Vangelo! La Chiesa poteva essere affidata al prediletto di Gesù, Giovanni, che gli ha poggiato la testa sul petto, e invece no, è stata affidata a Pietro, uno che aveva anche tradito il suo Maestro. Le fragilità ci sono sempre state, ma ieri erano diverse e questo dipende dalla struttura umana che è cambiata e dal mondo sociologico e culturale in cui nascono, crescono e sviluppano le persone. Però un tempo le vulnerabilità individuali erano meno evidenti perché le comunità erano organizzate e vivevano attraverso atti comuni piuttosto strutturati e meno improntati sulle relazioni. Oggi invece sono le relazioni che formano la fraternità della vita in comune. E nelle relazioni le fragilità diventano più esplicite. Padre Carmine. Credo che noi stiamo pagando la poca attenzione che c’è stata nel tempo verso l’umano, quasi che si sia confusa l’attenzione all’uomo e alla sua natura con una mondanità, e noi oggi ne portiamo le conseguenze, con realtà comunitarie dove diversi fratelli e sorelle presentano difficoltà più o meno marcate. In realtà, non ci siamo chiesti nel tempo se il Vangelo ci aveva reso umanamente più maturi. Il Vangelo ha una grande potenzialità di maturare la persona, però non è scontato! Allora proprio questa scarsa attenzione alla dimensione umana e formativa delle persone ha appesantito la vita in comune. La scommessa della vita comunitaria dove ce la giochiamo, a mio parere? Ce la giochiamo proprio nell’arte della relazione, non di relazioni che vengano accolte solo quando sono ottime e funzionali, ma nella sfida stessa della relazione che oggi è l’aspetto “cenerentola” di questo Millennio. Chiara D’Urbano. Se comprendo bene state dicendo che la vita comunitaria, proprio in quanto realtà divina ed insieme umana, ha, tra i suoi compiti più importanti l'essere spazio di costruzione dei rapporti, che hanno un valore altissimo, oggi più che mai in una società in cui, invece, sono estremamente fragili: si aprono e si chiudono quando qualcosa non vada più a genio, nelle coppie come nei rapporti comunitari. Però la capacità di relazione non si improvvisa, cosa proporreste allora? Madre Elda. Una formazione iniziale seria, che non conceda sconti, esigente e solida perché fin dall’inizio bisogna valutare quali sono gli aspetti su cui la persona dovrà lavorare e se ci sono effettivamente le condizioni umane perché possa crescere e svilupparsi una vocazione. È chiaro che poi quando le fragilità si evidenziano nel tempo, queste possono essere solo accolte, con grande impegno e insieme spirito di fede. Padre Carmine. Concordo pienamente. Aggiungo che la formazione oggi è particolarmente ardua anche perché a volte accade, e anche a me è successo, di “scommettere” su qualcuno che sembri veramente valido nei primi anni, e poi, quando ormai la sua appartenenza si è consolidata, la persona tiri fuori degli aspetti inattesi, forse perché ormai si sente più “sicura”. Bisogna fare comunque tutto il possibile per affidare a persone competenti e ben preparate l’accompagnamento formativo di chi chiede di intraprendere un percorso vocazionale, il discernimento deve essere serio e rigoroso, o le comunità ne pagano le spese. Poi certamente la bellezza e la ricchezza delle nostre realtà di vita insieme ci dicono che, come i primi discepoli di Gesù, siamo tutti tanto diversi e tanto “umani”. La vita in comune, in questo senso, rappresenta un segno nell’umanità del nostro tempo: è profezia del nuovo millennio.
Vita in comune

Fedeltà e felicità

Leggi la risposta

In più occasioni ho sentito, anche da lei, associare l’espressione “felicità” ai percorsi vocazionali. È un termine che si fa fatica a decodificare in un tempo come il nostro, dove sembra che il piacere sia il solo criterio delle scelte quotidiane e di vita. Dove si colloca, allora, la fedeltà, la fatica di permanere nei percorsi intrapresi senza inseguire, momento per momento, il proprio esclusivo benessere? Un formatore


La ringrazio sinceramente della sua domanda. È uno degli interrogativi che mi sono stati posti in un recente incontro a Castel Gandolfo, per cui sono contenta di poter spiegare meglio l’espressione “felicità”. Il mio punto di partenza, sul quale torno spesso, è questo: se Dio si è incarnato, il suo desiderio è che l’essere umano si realizzi pienamente, come uomo e come donna. La chiamata di Dio e la realizzazione umana coincidono. Una vocazione compiuta si esprime attraverso persone sempre più integrate ed armoniose. Cupezza quotidiana, tristezza costante, tensione continua, spirito critico pungente, sono segnali d’allarme. A questo punto, però, arriva la questione centrale: cosa vuol dire realizzarsi? Credo che felicità significhi riuscire a donare completamente se stessi. Solo così la persona sta veramente “bene”, è contenta, dà un senso profondo alla propria esistenza, a breve e a lungo termine, senza essere in balia delle emozioni estemporanee. Donarsi, cioè amare, è l’arte matura – mi permetta l’espressione – di uscire da se stessi per ritornare a sé in una pienezza resa possibile, paradossalmente, dal buttarsi nella vita, nell’ascolto, nell’accoglienza dell’altro. Nessun romanticismo spirituale, piuttosto un vertice psicologico. Un Autore, a proposito dei matrimoni ben riusciti, indica la capacità di ciascun partner di aiutare l’altro ad «esprimere tutto il suo valore, secondo le risorse che possiede». Un modo di rappresentare una “bella” vocazione. In altre parole: la felicità. Solo che bisogna comprendere in quale percorso il dono di sé si possa esprimere al meglio: nel matrimonio? In una vita comunitaria? In una vita missionaria? È qui il cuore del discernimento. La persona felice è quella che ha compreso dove può amare “il più possibile”, dove realizza la vocazione che Dio gli propone. Ed è questo, penso, a sostenere la fedeltà quotidiana attraverso le difficoltà di ogni giorno. Le crisi possono essere superate solo se la persona è riuscita a collocarsi nella strada “giusta”. Altrimenti non si sente motivata ad andare avanti, perde il mordente, smarrisce l’orizzonte, perché ben oltre le difficoltà, in fondo non si sente “a casa”. Allora nessun accompagnamento diventa efficace. Ricordo che una volta un rappresentante istituzionale della Congregazione per i religiosi ricordava, a proposito delle uscite dalle realtà carismatiche, che le persone hanno bisogno – e direi che ciò è sano – di sentirsi realizzate, che non vuol dire rincorrere i propri capricci, sia chiaro. In entrambi i casi, infatti, cioè se non sono al loro posto o rincorrono lucciole, rimangono frustrate, arrabbiate, depresse. In sintesi: non sono le difficoltà o i conflitti comunitari che favoriscono gli abbandoni, ma il non aver individuato il percorso della propria realizzazione umano-spirituale. Lo sottolineo nuovamente, non si tratta di due dimensioni diverse. Dio e l’uomo vogliono la stessa cosa; la grande sfida è quella di comprendere “quale sia”. La fedeltà per sempre è possibile – e lo è! – al prezzo di un grande impegno, e di un accompagnamento nei momenti di fragilità, se la premessa è quella di un discernimento “corretto”. Anche l’Amoris Laetitia richiama l’immaturità psico-affettiva che incide sulla vita di famiglie e di comunità. Sono fondamentali, quindi, un discernimento competente ed insieme esigente, soprattutto nelle fasi iniziali, e un accompagnamento spirituale (e psicologico dove serva), che duri nel tempo, perché i percorsi umani sono lunghi e complessi. In passato veniva dato un grande rilievo alla dimensione sacrificale come voce quasi esclusiva della volontà di Dio, e questo ha fatto fraintendere sia l’accompagnamento vocazionale, sia la modalità di leggere, comprendere e sostenere le crisi personali. In conclusione: la fedeltà è un valore irrinunciabile, che oggi è fortemente messo in discussione dalla facilità con cui ciascuno «usa e getta, spreca e rompe, sfrutta e spreme» (AL, n. 39). Attenzione, però, ad aiutare le persone a individuare la propria vocazione. È un servizio impagabile all’essere umano, nel suo essere a immagine e somiglianza di Dio.  
Vita in comune

Lasciamoci sorprendere da nuove vie di comunione

Leggi la risposta

Nella sua rubrica lei mette spesso giustamente in evidenza problematiche riguardanti la vita in comune dei consacrati. Ma per favore non dimentichiamo di sottolineare la bellezza e la profezia di questa vita. Grazie. Una giovane consacrata


Ci sono esperienze che, nella loro semplicità ed ordinarietà, diventano come punti di luce. E noi ne abbiamo estremo bisogno, tra notizie cupe e dolorose che inondano le nostre giornate e che troppo spesso abbattono la speranza. La speranza è una «virtù teologale», un’espressione che sembra molto lontana dal linguaggio attuale e che perciò proverò a rendere con altre parole… chissà se i teologi me le fanno passare. Sperare è voler dare il meglio di sé partecipando a qualcosa di più grande della propria storia e del proprio limite, riponendo fiducia nel bene che ci può essere e che si può realizzare (cf. www.vatican.va/archive/catechism_it/p3s1c1a7_it.htm). Per il credente questo è il regno dei cieli e la vita eterna, ma anche per chi non condivide il senso di fede credo che abbia un enorme valore la fiducia che il bene sia possibile. Non solo, la speranza è legata al desiderio di felicità: l’essere umano, oltre qualunque confessione di fede, aspira al bene (ib.) e, aggiungo, al bello, a cose armoniose e positive. Se rimanesse nella condizione in cui si trova, senza “sperare” null’altro, se non andasse in cerca di punti di luce oltre se stesso, non sperimenterebbe almeno assaggi di felicità. Speranza e felicità sono strettamente intrecciate. Condivido, perciò, un’esperienza recente col desiderio di immetterla in questo circolo di bene, di fiducia e di speranza. Alcuni giovani di realtà carismatiche e nazionalità diverse si sono trovati insieme a collaborare per un impegno che era stato loro chiesto. Tutto qui, ma c’è stato molto altro. Ho potuto osservare la freschezza di chi si mette in gioco senza quelle diffidenze che talvolta caratterizzano gli adulti, specie se provengono da comunità geografiche o vocazionali diverse dalle proprie. I giovani no. Si danno una mano, si organizzano cercando di ascoltarsi, di trovare delle strade comuni di dialogo e di soluzione al compito da svolgere, si vengono incontro con immediatezza anche nelle cose pratiche come raggiungere il luogo di “lavoro”. Creativi e privi di formalismi – talvolta forse fin troppo! –, sono proprio gli aspetti che li rendono capaci di superare le barriere mentali che noi “grandi” ci siamo costruiti a difesa della diversità, fosse anche di appartenenza carismatica. Si scambiano tra di loro, con entusiasmo disarmante, inviti agli incontri comunitari, o a conoscere la propria famiglia religiosa, come fratelli e sorelle che non badano a null’altro che non sia il rapporto stesso. Questo microcosmo di umanità in comunione, tra Messico, Uganda, Giordania, Colombia, e Italia, tra uomini e donne, seminaristi e consacrate, in formazione o già più avanti nel cammino, è uno dei segni che non deve cadere nel nulla, solo perché di vita ordinaria. Anzi, è questo, credo, un grande segno di speranza per la vita consacrata, che forse per i numeri sempre più esigui, vive una stagione di forte solitudine: è possibile aprire nuove strade di fraternità. Senza timori sospettosi, oltre le specificità dei singoli carismi, non solo per realizzare progetti esterni, che è già un’esperienza dal respiro universale, ma anche per confrontarsi sulle problematiche comuni, sulla formazione o sull’apostolato, o ancora più semplicemente per festeggiare momenti di famiglia, mangiare e pregare insieme. I giovani – bersaglio facile delle critiche attuali per le loro indubbie complessità – indicano, senza neppure volerlo, nuove vie di comunione e questa è una grande speranza per il nostro essere uomini e donne, spaventati dal rimanere soli e affamati di rapporti veri e buoni.
Vita in comune

Il delicato compito della formatrice

Leggi la risposta

Ho riflettuto su uno dei suoi recenti articoli di questa rubrica: Giovani consacrate: speranze e delusioni. Qualche considerazione: si parla tanto di giovani nella vita consacrata […], ma è mai possibile che siano le nostre sorelle più grandi a sentire la necessità di mettere a tema qualcosa di grosso per le giovani e non loro stesse a “dare fastidio” con richieste, proposte, fosse anche con proteste? Guardo alle nostre giovani e ho in mente nomi e cognomi, nazionalità ed età. Non vedo tutta questa proposta di rivoluzione, questa grinta, questa passione! Vedo gente molto allineata, molto paurosa, rassegnata, molto ripiegata su se stessa, sui propri mali, sui propri studi, sui propri interessi, sulle proprie amicizie, sul lamento per non vedere adulti di riferimento, sul «lei non mi guarda, lei ce l’ha con me», sul «mi sento sola, vorrei un’amica», con pochi interessi veri, sempre aggiornate sui gossip, ma con poco pensiero creativo e costruttivo, che non sanno dire “no” alle grandi ingiustizie sociali perché credono che tanto nulla possa cambiare… Cosa possiamo fare per favorire nelle più giovani cammini che nascano dal di dentro, senza sostituirci a loro? Cosa possiamo fare per essere un riferimento senza la pretesa da nessuna delle due parti di essere/trovare le sostitute delle mamme? Una Vicaria Generale


I suoi interrogativi sono impegnativi e anche molto concreti, grazie. Il suo scritto, ben più ampio, approfondisce anche l’aspetto dell’incontentabilità dei giovani, nonostante le nuove opportunità. Immagino che ormai possiamo concordare sulla fragilità emotiva e relazionale dell’umanità del nostro tempo, perché tutti risentiamo di un clima sociale e culturale veramente complesso. Se, però, questo si declina nello specifico della vita consacrata, i risvolti sono enormi. Credo che i giovani, nonostante facciano loro stessi la scelta di intraprendere un percorso vocazionale (magari in passato erano le famiglie, o la cultura del tempo a spingerli verso strade simili), abbiano innanzitutto bisogno di maturare, perché, come ricorda il Papa nell’Amoris Letitia, «a volte le persone hanno bisogno di realizzare a quarant’anni una maturazione arretrata che avrebbero dovuto raggiungere alla fine dell’adolescenza» (n. 239). Non bisogna scandalizzarsi, perciò, se, nonostante l’età cronologica non più giovanissima, chi entra nella vita consacrata, o si avvicina al matrimonio, affettivamente viva ancora «un amore egocentrico proprio del bambino, fissato in una fase in cui la realtà si distorce e si vive il capriccio che tutto debba girare intorno al proprio io» (ib.). È indispensabile, allora, un accompagnamento che non si limiti all’ingresso in comunità, perché i processi di maturazione sono lunghi e articolati, e non bastano uno o due anni. La Chiesa deve necessariamente dare indicazioni canoniche minime per le diverse tappe formative, ma nel concreto della vita spesso i tempi di maturazione sono più ampi. Come lei saprà per esperienza, occorre tempo, pazienza, e attesa che la persona entri in contatto con se stessa e prenda coscienza di ciò che c’è da migliorare. Un altro aspetto che mi sembra molto importante è che oggi le persone giovani (soprattutto), ma spesso anche le meno giovani, hanno bisogno di essere continuamente motivate. Il concetto di obbedienza, ad esempio, che un tempo rendeva indiscutibili tutta una serie di regole e comportamenti, oggi manca proprio come categoria interiore. E questo, penso, abbia una ragione: i giovani sono su un’altra lunghezza d’onda rispetto alle generazioni precedenti, si portano dentro una complessità che viene sia da un ambiente familiare (e sociale) molte volte frammentato, conflittuale e diviso, sia dalla loro personale vulnerabilità emotiva ed affettiva. Questo non li rende peggiori, semplicemente sono diversi, più emotivi, più bisognosi di riscontri e di incoraggiamento. Come ha spiegato un autorevole rappresentante della Congregazione per la Vita Consacrata in un recente incontro, oggi chi abbandona la vita in comune non lo fa perché la sente troppo impegnativa, né perché ha problemi comunitari, ma perché non ha trovato lì la propria felicità. È un aspetto estremamente serio. So che il concetto di felicità andrebbe declinato meglio e mi ripropongo di farlo in un altro numero. Può apparire pesante e fastidioso per un formatore sentirsi addosso l’onere di dover sostenere le motivazioni altrui, eppure oggi è indispensabile. I giovani hanno bisogno di potersi esprimere, come lei giustamente dice nel corso del suo scritto, di avere la possibilità di parlare, di confrontarsi, di dialogare, di incontrare degli “attivatori di senso”, dei testimoni appassionati. Non c’è nulla di scontato per loro e con loro. Lei ha anche ragione ad evidenziare che spesso appaiono indolenti rispetto alle responsabilità. Anche questo purtroppo è parte della generazione attuale, poco fiduciosa in se stessa, poco allenata all’impegno in prima persona. È importante, quindi, che fin dai primi passi i giovani abbiano la possibilità di sperimentare dei compiti dentro e fuori la comunità, che possano però portare avanti con un margine di autonomia. Essi spesso lamentano che la fiducia è solo apparente perché non appena provano a mettere in gioco un po’ di creatività personale vengono “richiamati all’ordine”. Certo, non ogni iniziativa originale è giusta, ma osiamo un po’ più di fiducia. Perciò, a conclusione, comprendo bene le sue preoccupazioni. E siccome il carico è gravoso, non rimanga da sola a portarlo: se possibile formi un’équipe di formatori/educatori. Confrontarsi in uno scambio continuo di esperienze, anche tra realtà carismatiche diverse, potrà aiutarla a sviluppare nuove proposte, a confrontare e trovare insieme nuove strategie di accompagnamento e motivazione.  
Vita in comune

Lui, lei e il cuore

Leggi la risposta

A volte subentra il timore che nei rapporti interpersonali tra uomo e donna prevalga la componente “più umana” a scapito di quella soprannaturale. Come mantenere la propria specificità di genere e sviluppare quel “capolavoro” che è ciascuno personalmente nel Dono di sé all’altro, per il Bene della Comunità stessa? Un consacrato


Senza dubbio ha toccato un tema molto caldo. Le scelte celibatarie e quelle matrimoniali, infatti, devono fare i conti con l’alterità dell’altro sesso, non solo negli anni giovanili, quando il cuore e il corpo sono particolarmente sensibili al bisogno di contatto fisico e affettivo, ma anche durante tutto il corso della vita. Pare che il grande teologo canadese, Bernard Lonergan, religioso, si fosse innamorato durante gli anni dell’anzianità, forse quando non si aspettava più che, dopo un lungo e fedele percorso vocazionale, il suo cuore potesse coinvolgersi ancora. Non c’è un’età in cui si è immuni dal vivere l’esperienza del sentirsi profondamente attratti da un altro. Qualche consacrato, a volte, tenta di escludere il contatto con l’altro sesso, circoscrivendolo allo stretto indispensabile, per paura di eventuali coinvolgimenti. Eppure durezza e rigidità non possono essere considerate le vie ottimali di “prevenzione” di cadute. La paura non è mai una buona consigliera. Credo, piuttosto, che debbano entrare in campo innanzitutto le motivazioni di fondo, che vanno rinegoziate continuamente nel corso della vita. Questo vale per i consacrati, come per gli sposi, che durante tutta la vita possono trovarsi nell’occasione di “perdere la testa” e innamorarsi. Purtroppo non ci sono strategie sicure per evitarlo! Però vale la pena rendersi sempre consapevoli – è un impegno costante e non sempre scontato – che se sono una donna sposata e vivo un’unione stabile con mio marito, quando esco e incontro un’altra persona esterna alla coppia siamo sempre in due (mio marito ed io). Anche quando sono di fatto da sola, lavoro, prego, mi ritrovo con gli amici non solo in quanto “io”, ma in quanto “noi”. E questo noi passa sia attraverso le scelte quotidiane, per cui organizzo la mia giornata tenendo conto che ho un partner, sia attraverso il linguaggio, il corpo e perfino l’abbigliamento. Il mio modo di vestire, di parlare, di mettere in gioco il mio corpo rivela chi sono e com’è la mia vita sentimentale di coppia. Oggi queste attenzioni sembrano superate, ma non lo sono affatto. Ugualmente, come persona consacrata mi rapporto con l’altro essendo cosciente che appartengo a una vocazione che mi rende fratello, sorella, amico, amica universale, perché ho scelto Cristo in una fedeltà a lui anche fisica, che comprende la dimensione relazionale-sessuale. Non escludo gli altri, ma ho un “ordine” di amore. Anche questa relazione con Cristo, così profonda e vera sebbene impalpabile ai sensi umani (la fede è spesso una gran fatica), si esprime e passa attraverso la gestualità, il modo di scrivere messaggi – perché non aprano lo spazio ad ambiguità e doppiezze –, il modo di stare insieme all’altro, uomo o donna. Tutto questo dice moltissimo di me e della mia vocazione. Vorrei aggiungere una convinzione: la crisi, quella che ci fa mettere fortemente in dubbio la nostra scelta vocazionale, non arriva all’improvviso. Si “prepara” attraverso micro-fratture, percepite dalla coscienza – come diceva qualcuno l’inconscio non è del tutto muto, anzi ha le sue strade per esprimere che qualcosa in fondo non va come dovrebbe –, ma che tendiamo a rimuovere perché troppo scomode. E spesso, quando decidiamo di prestare attenzione a quei segnali labili, ma allo stesso tempo forti, qualcosa è già successo dentro di noi, il varco interiore è già molto profondo, e il cuore è entrato in confusione. Voglio dire, e non ha nulla di moralistico, che è essenziale formare, curare e consolidare la propria vocazione, in coppia come in comunità, non chiudendosi all’alterità di genere, per cui tutto diventa un tabù o una fonte di tentazione, non lasciandosi sommergere dagli scrupoli e rendendo innaturale la vita, che si nutre e si alimenta di rapporti e di amicizie. Anzi, dobbiamo stare dentro a tutto ciò che ci circonda, saper stare sul serio dentro le relazioni, ma sapendo che tutto di noi dice chi siamo e a chi apparteniamo. Siamo onesti: questo passa anche all’esterno. Perciò, per concludere: quando il rapporto tra due persone rischia di coinvolgere la dimensione affettiva ed erotica, la relazione diventa meravigliosamente piena e insieme meravigliosamente libera solo tenendo conto che dietro ciascuno dei due c’è un marito, una moglie, una comunità, una realtà carismatica, altrimenti è fortemente probabile che l’intimità che nasce tra i due porti fuori strada.
Vita in comune

Giovani consacrate: speranze e delusioni

Leggi la risposta

Oggi la parola GIOVANI è una di quelle più pronunciate. Io sono giovane in comunità e lavoro nel mondo giovanile. Tanti giovani si sentono giudicati, criticati, svalutati dagli adulti. Abbiamo bisogno di figure di riferimento che ci ispirano sicurezza, sulle cui spalle possiamo piangere, figure che si abbassano al nostro livello per insegnarci qualcosa e aiutarci a diventare qualcuno. Abbiamo bisogno di NO ben motivati, di persone che riescano ad aprirci gli occhi. Abbiamo bisogno di alternative, di nuove proposte ed esperienze da vivere di fronte a certi divieti... Tante volte ci manca questo. Il mondo adulto chiede ai giovani ciò che non è capace di donare. Allora sorge la domanda: se gli adulti hanno ricevuto tanto, perché non sono capaci di trasmettere altrettanto? Perché non ci danno la possibilità di una crescita sana come l’hanno avuta loro? In cosa hanno sbagliato nel corso degli anni? Grazie della disponibilità. Una giovane suora


Innanzitutto grazie per questa accorata riflessione di grande spessore antropologico, che qui potrebbe bastare da sola. Però lei, da giovane consacrata, pone domande alle quali volentieri cerco di rispondere. Certamente la società attuale è segnata da «un’adultescenza» senza precedenti: gli adulti non vogliono crescere (una volta si chiamava Sindrome di Peter Pan), mentre i bambini sono costretti, anche grazie alla Rete, a prendere presto contatto con aspetti della vita non ancora alla loro portata, come la sessualità. Questo accade perché lo stile di vita dei nostri giorni rende difficile ai genitori essere presenti e ascoltare i figli, rinunciando così al ruolo adulto che dovrebbe mediare fra innocenza infantile e mondo «dei grandi»; i figli, perciò, si aggiustano per conto proprio. Tempo ridotto, folli corse quotidiane (che riguardano anche la vita consacrata!), rinuncia a trasmettere valori: il genitore/formatore non cresciuto abbastanza vorrebbe recuperare la giovinezza perduta (sic!), oppure si sente impreparato a paternità e maternità, per cui abdica al suo compito naturale di introdurre alla vita, di accogliere e affiancare la crescita dei giovani, oggi davvero complessa. La vita consacrata mi pare viva in parte le stesse dinamiche, ma con un dinamismo proprio. Nelle realtà comunitarie c’è un grosso scarto tra «decani» e nuove generazioni. I primi talvolta hanno conosciuto il fondatore, la fondatrice, o comunque hanno vissuto anni diversi da quelli odierni, e dunque si sentono smarriti dai cambiamenti in corso, per cui cercano di difendere con i denti quello che invece può e deve evolvere. Le nuove generazioni, invece, arrivano piene di entusiasmo, ma anche fragili emotivamente; da una parte vorrebbero vedere le loro idee prese in considerazione nelle riflessioni comunitarie, dall’altra sono carichi di angosce, paure e ricerca di senso. Non è facile il dialogo tra le generazioni, anche perché i grandi non sempre hanno strumenti adeguati per affiancare il mondo giovanile. Nessuna delle due «metà», anziani e giovani, ha la verità globale o le risposte giuste. Da entrambe le parti ci sono paure, timore di inadeguatezza e del giudizio altrui. La paura, però, crea solo «nemici». In questo gli adulti hanno la responsabilità maggiore: sia genitori che formatori devono prendere coscienza del proprio ruolo, per essere non autoritari, ma autorevoli. Quindi presenti, portatori di una parola significativa, capaci di affiancare senza schiacciare e senza imporsi con la forza, senza sostituirsi a chi è in formazione lasciandolo in una condizione perennemente infantile. Infine portatori di speranza, oggi debolissima anche negli adulti. Posso dirle, però, che oggi in genere ci sono una consapevolezza e un’apertura nuova verso l’accompagnamento attento, qualificato e personalizzato, in famiglia come in comunità. Rimane vero che, purtroppo, nella vita consacrata (soprattutto femminile) si tende a dar voce e responsabilità solo agli over 50, come se i giovani non crescessero mai. Ma anche qui qualcosa sta cambiando, c’è voglia di dialogo e confronto inter-generazionale. Il Sinodo dei giovani è stato un esempio in questo senso. Vorrei concludere chiedendole di avere pazienza, perché i processi comunitari richiedono più tempo di quelli personali, ma portano frutti assai più grandi.
Pagina 7/ di 14
Simple Share Buttons