L'esperto risponde / Ambiente

Elena Pace

Docente di Chimica nelle Scuole medie Superiori dal 1984 al 2019. Membro della Commissione nazionale di EcoOne ha conseguito nel 2018 il Joint diploma in “Ecologia Integrale”. Premio nazionale FederChimica Giovani per le eccellenze nella Didattica Chimica (Nettuno 1995). Premio Centro Studi Cesare Terranova per l’impegno civile nell’arginare la violenza tra i giovani (Palermo 2006). Premio nazionale Green Scuola del Consorzio interuniversitario di Chimica per l’Ambiente per l’opera di sensibilizzazione svolta con il Progetto “Dare per Salvaguardare l’Ambiente” di cui è autrice.

 

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Ambiente

Ma la carta da forno dove la getto?

Sono in difficoltà, a volte, a decidere dove buttare certi rifiuti. La carta da forno è carta?

 

Una domanda semplice che apre un discorso articolato. La carta da forno non è solo “carta = cellulosa”, ma è carta trattata in vario modo. Quindi non si può riciclare come carta. In genere è siliconata, cioè vi sono uno o due strati di silicone oppure, se è carta pergamena, è trattata con agenti chimici come l’acido solforico.

Dalle istruzioni presenti sulle confezioni di carta da forno (che pochi leggono) si nota che vanno osservati alcuni accorgimenti: evitare che trasbordi e che venga a contatto con le pareti del forno, non utilizzare con il grill acceso, non superare la temperatura di 220°. In pratica evitare che si bruci o comunque raggiunga temperature in cui si possano contaminare gli alimenti. Viene dato anche un ulteriore consiglio e cioè quello di bagnarla e strizzarla, per farla aderire bene. Aggiungerei che, essendo inumidita, in realtà questo è l’unico modo per rallentarne la combustione.

Ma se volessimo, per spirito ecologico, diminuire la quantità di rifiuti non riciclabili (che quindi vanno bruciati con tutte le conseguenze del caso) cosa possiamo fare? A mio parere dovremmo fare delle scelte più sostenibili, scegliendo le carte da forno naturali in fogli, oppure le carte da forno riutilizzabili. Senza escludere il ritorno ai metodi di una volta.

Indirizzare quindi, con le nostre scelte, i produttori a creare articoli che, dopo l’uso, siano riciclabili.

Infatti diminuire i rifiuti indifferenziati è un imperativo perché, come si legge nel rapporto di Legambiente Rifiuti zero, impianti mille (vedi qui) il rapporto tra le discariche e gli impianti di riciclo è assolutamente inadeguato.

Come dice Papa Francesco nella Laudato Sì: «La terra, nostra casa, sembra trasformarsi sempre più in un immenso deposito di immondizia […] Questi problemi sono intimamente legati alla cultura dello scarto, che colpisce tanto gli esseri umani esclusi quanto le cose che si trasformano velocemente in spazzatura. […] Stentiamo a riconoscere che il funzionamento degli ecosistemi naturali è esemplare: le piante sintetizzano sostanze nutritive che alimentano gli erbivori; questi a loro volta alimentano i carnivori, che forniscono importanti quantità di rifiuti organici, i quali danno luogo a una nuova generazione di vegetali.

Al contrario, il sistema industriale, alla fine del ciclo di produzione e di consumo, non ha sviluppato la capacità di assorbire e riutilizzare rifiuti e scorie. Non si è ancora riusciti ad adottare un modello circolare di produzione che assicuri risorse per tutti e per le generazioni future, e che richiede di limitare al massimo l’uso delle risorse non rinnovabili, moderare il consumo, massimizzare l’efficienza dello sfruttamento, riutilizzare e riciclare.

Affrontare tale questione sarebbe un modo di contrastare la cultura dello scarto che finisce per danneggiare il pianeta intero» (LS 21,22).

 

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Ambiente

Moriremo tutti a causa del clima?

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Sono preoccupata che moriremo tutti a causa del riscaldamento globale. Mia madre cerca di non usare più plastica, anche se questo le fa perdere molto più tempo, ma non credo che basti. Lucia 12 anni


Carissima Lucia, meno male che tu, pur così giovane, sei preoccupata. Infatti la preoccupazione che voi adolescenti, con Greta in prima fila, state dimostrando di avere, è fondata e richiederebbe una risposta più concreta e immediata da parte dei governanti di tutto il mondo. Quello che stupisce è che le reazioni degli adulti siano così deboli. Lo ha denunciato molto bene papa Francesco già quattro anni fa, in quello storico documento a favore della nostra Casa Comune che è la Laudato Sì. E continua a farlo ancora oggi. Il papa evidenzia che, anche se in alcuni Paesi ci sono esempi di risultati positivi nel migliorare l’ambiente (a conferma che l’essere umano è ancora capace di gesti di generosità, solidarietà e cura), nello stesso tempo, però, «cresce un’ecologia superficiale o apparente che consolida un certo intorpidimento e una spensierata irresponsabilità. Come spesso accade in epoche di profonde crisi, che richiedono decisioni coraggiose, siamo tentati di pensare che quanto sta succedendo non è certo». (LS 59) Non ti sembra un’analisi perfetta dell’atteggiamento di tanti adulti e giovani adulti? Una spensierata irresponsabilità e la scusa di pensare che quanto sta succedendo non è certo, in barba all’evidenza. E questo perché «questo comportamento evasivo ci serve per mantenere i nostri stili di vita, di produzione e di consumo. È il modo in cui l’essere umano si arrangia per alimentare tutti i vizi autodistruttivi: cercando di non vederli, lottando per non riconoscerli, facendo come se nulla fosse. […] Basta però guardare la realtà con sincerità per vedere che c’è un grande deterioramento della nostra casa comune. La speranza ci invita a riconoscere che c’è sempre una via d’uscita, che possiamo sempre cambiare rotta, che possiamo sempre fare qualcosa per risolvere i problemi. Tuttavia sembra di riscontrare i sintomi di un punto di rottura» (LS 59-61) Ora io credo che la via di uscita non la troverà di certo chi è intontito dai consumi e anestetizzato dalle comodità, ma la troveranno proprio quelli che come te si preoccupano sinceramente della situazione e si impegnano a fare qualcosa (anche piccola) nel proprio ambiente. Forse sarà una goccia, ma come diceva Madre Teresa riferendosi alla cura dei poveri moribondi: «Sappiamo bene che ciò che facciamo non è che una goccia nell’oceano. Ma se questa goccia non ci fosse, all’oceano mancherebbe. Importante non è ciò che facciamo, ma quanto amore mettiamo in ciò che facciamo; bisogna fare piccole cose con grande amore».  
Ambiente

Lo slime è inquinante?

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Ciao, sono Viola, una bambina di quasi 10 anni. Io amo molto fare gli slime, ma la mia mamma mi ha detto che non fanno bene all'ambiente perché sono fatti con detersivi inquinanti. È vero? Io adoro fare gli slime, ma ci tengo anche molto a non inquinare. Mi sai aiutare? Grazie


La tua domanda Viola fa capire come ormai i bambini italiani (ma anche europei) siano preoccupati per l'ambiente. Tempo fa nessun bambino si sarebbe posto questo problema! Piuttosto le mamme avrebbero gridato allo spreco di soldi! Oggi invece la più grande azione di sensibilizzazione al problema ambientale è partita proprio da una bambina svedese, Greta, di cui sicuramente avrai sentito parlare e che sta scuotendo le coscienze di molti! Ma ora torniamo allo slime, una sostanza appiccicosa fatta in casa, derivata da un giocattolo di tanti anni fa. Per capire se lo slime è inquinante bisogna vedere con cosa lo si fa. Ho visto che ci sono tanti tutorial su questo (è diventata quasi una mania!). Esiste uno slime con la colla e uno senza, con borace o senza borace, con detersivo o senza, con coloranti per alimenti o senza. Comunque qualcuno di questi ingredienti c'è sempre. Quando si fa un gel, simile allo slime, in un laboratorio di Chimica, si usano guanti e occhiali come per tutte le reazioni chimiche. Mi sembra che nei tutorial questo non avvenga, eppure si manipolano sostanze come i detersivi, coloranti, colla, borace ed altre cose che potrebbero essere dannosi per la pelle o per aspirazione. Pensiamo solo al borace. È tossico per l’ambiente ma soprattutto per l’uomo. Non andrebbe toccato con le mani, né aspirato, tantomeno portato alla bocca o entrare a contatto con gli occhi. Allora penso che prima di vedere se inquinano o meno l'ambiente, dobbiamo sapere se inquinano il nostro corpo. Eh sì Viola, anche noi possediamo una natura da rispettare e curare ed è il nostro corpo. «Imparare ad accogliere il proprio corpo, ad averne cura e rispettare i suoi significati è essenziale per una vera ecologia umana» (LS 155). Cosa vuol dire in questo caso? Se vengo a sapere che qualcosa mi può fare male devo stare attento e non mettermi in pericolo. E manipolare lo slime non è quasi mai consigliabile per i bambini. Leggi con la tua mamma questo articolo, che alla fine dà anche una ricetta sicura per farlo in casa. Ma ora vediamo il problema dall'altro punto di vista: l'inquinamento ambientale. Il borace non va disperso nell’ambiente perché contamina acqua, suolo e vegetazione. La colla con cui si fa lo slime, il vinavil, se viene bruciata (insieme al resto dell'indifferenziato) libera sostanze molto tossiche. Ci sono degli slime fatti in casa con il detersivo. Un anno fa mentre ero in vacanza a Torvaianica si è verificato all'improvviso un fenomeno: l'acqua del mare è diventata marrone. Faceva davvero impressione immergersi. Quel fenomeno, che si era già verificato a Pescara qualche anno prima, è dovuto alla presenza di una micro alga marrone che cresce bene in un'acqua calda (come quella del nostro mare che va aumentando sempre di più la sua temperatura grazie al riscaldamento globale) e in presenza di un eccesso di fertilizzanti e di polifosfati (presente nei detersivi). E allora da quella volta io cerco sempre di usare la minima quantità di detersivo, proprio solo il necessario. Pensa come ci sono rimasta male quando ho visto usare il detersivo per un gioco che poi si butta nella spazzatura e chissà dove va a finire. E, sia che sia bruciato, sia che finisca in mare o nella terra è comunque dannoso. Insieme ad altri insegnanti porto avanti nelle scuole un progetto ambientale e mi è arrivato qualche giorno fa, un Powerpoint di una bambina poco più grande di te, Sara, della provincia di Ferrara, dal titolo “Cosa ho fatto per pulire il mondo”. Sara, quest’estate, si è proposta di fare bene la differenziata e ha coinvolto tutti i familiari, facendo diminuire in poco tempo (fino quasi a zero) l’indifferenziato! Nel suo piccolo ha realizzato il grande progetto che molti cercano di realizzare: “Rifiuti zero”. E, per concludere, per non toglierti il piacere di manipolare la materia vediamo se ci sono delle alternative allo slime. Secondo Federica, una giovane studente di Pedagogia, è necessario prima di tutto, riflettere su alcune cose. Mi spiegava: «Un conto è manipolare una cosa solo per il gusto di manipolarla e un conto è manipolare un materiale per creare qualcosa. Per esempio con il pongo o la pasta di sale puoi creare e ricreare sculture e forme diverse. Le puoi dipingere o colorare o utilizzare per giocare. Si può anche impastare la farina per fare la pizza insieme agli amici e poi mangiarla con loro, provando la soddisfazione di aver fatto qualcosa che dopo non va buttato e inquina, ma anzi fa felici tutti. Saper dare un senso alle nostre azioni, non fermarsi solo al piacere di manipolare la materia può anche aiutare a crescere perché insegna ad utilizzare il proprio tempo, le proprie capacità, le proprie passioni per una finalità che abbia senso, che si possa condividere con altri, che abbia un'utilità per la comunità».    
Ambiente

Ambiente e stili di vita

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Può illustrarci in modo semplice il cambiamento di stile di vita che ognuno di noi potrebbe attuare da subito?  


Questa domanda mi è stata posta qualche giorno fa ad Anagni, durante una Incontro Ecumenico in cui erano presenti cristiani di diverse confessioni. Ho già indicato in una precedente rubrica (vedi qui) come acquisire stili di vita sostenibili, ma in quell'occasione ho voluto aggiungere alle 4 R (Riciclo, Riduco, Riuso e Riparo), una quinta: Relazionarsi. Lo scienziato Piero Pasolini (1917-1981), che ha fatto sua la visione dell’universo che scaturisce dal pensiero di Chiara Lubich, è convinto che la scoperta più importante dell’epoca moderna sia la cibernetica, cioè l’aver capito che tutto, ogni cosa, ogni essere, viene all'esistenza e si realizza come conseguenza dell’unità di altri esseri. «Le cose si originano per il rapporto organico e vitale con altre cose che, unendosi, danno origine a una terza cosa che le trascende e non è nessuna di loro. Due atomi di idrogeno e uno di ossigeno uniti insieme diventano acqua; pur rimanendo ciascuno se stesso non restano ossigeno più idrogeno, ma diventano qualcosa di nuovo. Questa scoperta è il meccanismo dell’evoluzione. […] Il Vangelo ci ha rivelato che anche l’uomo progredisce nel rapporto. Se io esisto per gli altri, cioè se sono legato con l’amore ad altri, sono nel piano di Dio e se sono così, rapportato con l’altro, continuamente cresco e mi trasformo, e dò vita a una realtà che mi trascende». (Alfredo Zirondoli, Oltre la scienza, Città Nuova, Roma 1990). Sono convinta che relazionarsi, cercare di tessere rapporti di pace tra noi esseri umani ci dà la luce per risolvere i problemi, anche la crisi ambientale che abbiamo causato. Lo scorso luglio è stato pubblicato un Documento programmatico interconfessionale sulla Laudato si: quasi un manifesto da assumere fuori da appartenenze e schieramenti. In esso si legge: «Non perdere l'opportunità di una parola gentile, di un sorriso, di qualsiasi piccolo gesto che semini pace e amicizia. Un'ecologia integrale è fatta anche di semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell'egoismo. Viceversa, il mondo del consumo esasperato è al tempo stesso il mondo del maltrattamento della vita in ogni sua forma». (LS 230). E ancora: «Non tutti sono chiamati a lavorare in maniera diretta nella politica, ma in seno alla società fiorisce una innumerevole varietà di associazioni che intervengono a favore del bene comune, difendendo l’ambiente naturale e urbano. Per esempio, si preoccupano di un luogo pubblico (un edificio, una fontana, un monumento abbandonato, un paesaggio, una piazza), per proteggere, risanare, migliorare o abbellire qualcosa che è di tutti. Intorno a loro si sviluppano o si recuperano legami e sorge un nuovo tessuto sociale locale. Così una comunità si libera dall’indifferenza consumistica». (LS 232) È l’esperienza della signora Carla, che alla fine dell’incontro ecumenico mi ha raccontato che durante quest'estate a San Felice Circeo, ha raccolto bottiglie di plastica, scatole e buste lasciate sulla spiaggia. Ma dove aveva tolto una bottiglia, ne ritrovava tre il giorno dopo. Dopo due mesi, i primi giorni di settembre si è scoraggiata e ha pensato che fosse una battaglia persa. Ha pregato, chiedendo a Gesù di far capire a chi si comportava così quanto fosse pericoloso il suo menefreghismo. Il giorno dopo, era domenica, si sono presentati sulla spiaggia gruppi di ragazzi volontari che non appartenevano a nessuna associazione, ma che con buste, guanti rastrelli e palette hanno pulito in un attimo alla perfezione la spiaggia e la strada. Si è unita a questi ragazzi felice, ringraziandoli. Per una settimana non ha raccolto più bottiglie, nessuno infatti le ha più buttate. Ormai sono migliaia le iniziative a carattere ecologico, come “#TrashtagChallenge" che, a marzo scorso, ha invitato tutti a recarsi nelle aree coperte da immondizia, raccogliere la spazzatura, e postare sui propri profili social il luogo pulito, prima e dopo l’intervento. In poco tempo sono stati pubblicati su Instagram più di 26.000 post che, utilizzando l’hashtag, hanno documentato la pulizia di parchi, strade, riserve naturali e spiagge. Chissà quante altre idee ci sono e ci verranno se entriamo nella dinamica del dono di sé, del legarci con amore agli altri.
Ambiente sostenibile

L’impegno delle aziende per l’ambiente

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Ho letto la sua rubrica e sono d’accordo che il nostro impegno sia essenziale, ma finora ho visto molta più attenzione da parte dei cittadini che delle amministrazioni e delle imprese, pronte spesso solo a fare cassa. Non crede che sia necessario che chi produce cambi l’imballaggio dei prodotti e li renda riciclabili? Antonio


Sì. Credo che si debba agire da entrambe le parti. I cittadini infatti possono fare molto con le loro scelte, ma vorrei mettere in evidenza che anche le istituzioni si stanno muovendo, soprattutto l'Unione Europea, che in ambito ambientale è all’avanguardia: ha fissato obiettivi concreti già nel gennaio 2018, per i quali tutti gli imballaggi di plastica sul mercato saranno riciclabili entro il 2030, l'utilizzo di sacchetti di plastica monouso sarà ridotto e l’uso intenzionale di microplastiche sarà limitato. A questo poi si è aggiunta a maggio 2019 una nuova direttiva del Consiglio europeo, che introduce restrizioni su determinati prodotti in plastica monouso. Speriamo che l’Italia si adegui alle direttive europee come auspicato dal WWF, che in un dossier stilato prima delle elezioni europee del 2019 dal titolo Italia chiama Europa - L'ambiente ritrovato, ha evidenziato come «l’Italia può e deve sfruttare meglio il vantaggio di stare nell’Unione Europea condividendo con maggiore convinzione le norme e gli standard ambientali comunitari». E ha suggerito alle forze politiche italiane dieci scelte strategiche per sanare le lacune ancora esistenti in tema ambientale. Sono comunque convinta, come suggerisce papa Francesco nella Laudato Si, che «l’esistenza di leggi e norme non è sufficiente a lungo termine per limitare i cattivi comportamenti, anche quando esista un valido controllo. Affinché la norma giuridica produca effetti rilevanti e duraturi è necessario che la maggior parte dei membri della società l’abbia accettata a partire da motivazioni adeguate, e reagisca secondo una trasformazione personale». Il papa invita tutti ad abituarsi a piccole azioni quotidiane, «come evitare l’uso di materiale plastico o di carta, ridurre il consumo di acqua, differenziare i rifiuti, cucinare solo quanto ragionevolmente si potrà mangiare, trattare con cura gli altri esseri viventi, utilizzare il trasporto pubblico o condividere un medesimo veicolo tra varie persone, piantare alberi, spegnere le luci inutili, e così via». Perché, afferma Francesco, «non bisogna pensare che questi sforzi non cambieranno il mondo. Tali azioni diffondono un bene nella società che sempre produce frutti al di là di quanto si possa constatare, perché provocano in seno a questa terra un bene che tende sempre a diffondersi, a volte invisibilmente».
Ambiente

Riciclo, riduco, riuso. E riparo.

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Ma vale davvero la pena riciclare? Specialmente con la plastica non ci capisce mai dove metterla… Giovanni


L'idea del riciclo non l'abbiamo inventata noi. In natura ne abbiamo un esempio stupefacente. Basti pensare al ciclo dell'acqua tra terra, mare e cielo, grazie al quale la massa totale di acqua sulla Terra rimane costante nonostante la continua trasformazione nei suoi tre stati di aggregazione: solido, liquido e gassoso. Se noi riuscissimo ad imitare il modello della natura, che è senza scarto, saremmo salvi. Invece la maggior parte dei rifiuti non vengono recuperati. Soffermiamoci un momento sulla plastica. Prima di gettare l'involucro di un prodotto commerciale siamo abituati a guardare le indicazioni per uno smaltimento corretto? Ci sono delle icone riportate sulla confezione che, se poco chiare o mancanti, possono anche farci preferire un prodotto piuttosto che un altro. Un criterio per scegliere un prodotto rispetto ad un altro, a parità di qualità, è che tutto l’incarto sia riciclabile. Infatti ci sono delle carte plastificate che siamo costretti a gettare nell'indifferenziato, e plastiche non riciclabili che inseriamo nel riciclo, come quelle che (tanto per confonderci) hanno il simbolo delle tre frecce che si inseguono, che indica riciclabile, ma con il numero 7 all'interno che indica che non sono riciclabili! E cosa succede se getto nel riciclabile ciò che non può essere riciclato? Dato che le plastiche non riciclabili richiedono procedure di lavorazione particolari – perché si induriscono con il calore (plastiche termoindurenti) e con un secondo riscaldamento inceneriscono –, bisogna evitare di mescolarle con le altre riciclabili. E se invece getto nell'indifferenziato una plastica riciclabile? La plastica che avrei potuto recuperare, se è clorurata come ad esempio il PVC, incenerita insieme al resto produce, oltre ai prodotti della combustione (gas serra con effetto riscaldante), anche la velenosa diossina che viene immessa nell’aria che respiriamo. Naturalmente è ancora peggio disperdere la plastica nell'ambiente, terrestre e marino, perché tutto finisce negli inceneritori o va in mare a formare quelle zuppe di microplastiche tristemente conosciute con il nome di Isole di Plastica. E non penso solo al lontano Oceano Pacifico: c’è un’isola di plastica anche nel Mediterraneo, tra l'isola d'Elba e la Corsica, lunga decine di km e densa il doppio di quella del Pacifico. Ma se riciclassimo tutta la plastica avremmo risolto il problema? No. Non basta riciclare tutto (magari ci arrivassimo!), dobbiamo ridurre anche i consumi. L’idea di utilizzare tutta la plastica che vogliamo, infatti, potrebbe farci cadere nel paradosso di Jevons: «i miglioramenti tecnologici che aumentano l’efficienza di una risorsa possono far aumentare il consumo di quella risorsa, anziché diminuirlo»! Teniamo conto che la produzione di plastica utilizza acqua ed energia che, attualmente, viene soprattutto dai combustibili fossili, tra i maggiori responsabili del surriscaldamento globale. Quindi il fatto che posso riciclare non mi deve indurre a consumare di più.   In definitiva occorre tenere presente sempre le tre R: non solo la R di Riciclo, ma anche la R di Riduco e la R di Riuso. Quando si fanno circolare i beni riusandoli, contribuiamo a creare un circolo virtuoso di risparmio energetico, e nello stesso tempo ridiamo dignità all’oggetto stesso, allungandogli la vita. È quello che facevano i nostri anziani, che riparavano le cose che si rompevano. In questo modo, oltre a valorizzare l'oggetto con la loro abilità di recupero, compravano anche di meno. Una volta Emanuele, un mio studente, mi ha detto: «È bello perdere tempo nel fare piccoli gesti, sapendo che contribuiscono al benessere del mondo». Sì, piccoli gesti, come osservare dove buttiamo l’involucro, raccogliere una bottiglia di plastica da terra e metterla nell’apposito contenitore, fare durare di più gli oggetti. L’ecologo Simone Franceschini ha dimostrato che se tutti gli studenti italiani facessero durare una settimana in più la loro penna (evitando di rosicchiarla o farla scoppiare) si risparmierebbe una quantità di energia equivalente a quella prodotta in un giorno da una centrale nucleare! Allora vale la pena riciclare? Si, ma solo se, oltre a riciclare, riduco e riuso. Infine, crepi l’avarizia, aggiungerei anche una quarta R: Riparo, tutto quello che si rompe.  
Educazione alla sostenibilità

Spegniamo la luce!

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Tutti parlano di emergenza ambiente, ma che possiamo fare noi cittadini qualunque? Vale la pena spegnere la luce anche per un solo istante?


Il pensiero attuale di molti esperti in campo ambientale è che, a parità di buone tecnologie e di consumo energetico pro-capite, il fatto stesso che la popolazione sia in continuo aumento comporta un aumento dell’inquinamento. Da qui la consapevolezza che è necessario prima di tutto agire sui consumi limitando gli sprechi.  Ma solo cambiando il nostro comportamento è possibile agire in modo significativo sulla diminuzione dei consumi e dell’inquinamento. Ognuno di noi può farlo. I comportamenti individuali positivi, infatti, possono incidere in modo significativo e fare la differenza perché, come afferma Sergio Rondinara – docente di Epistemologia e cosmologia presso l’Istituto Universitario Sophia di Incisa Valdarno (FI) –: «piccole cose fatte da tanti diventano una cosa grande». Ma allora vale davvero la pena spegnere la luce anche per un solo istante? Partiamo dal fatto che in Italia, per produrre un Kwh (l’energia corrispondente alla potenza di un watt mantenuta per un’ora) le centrali termoelettriche ad olio combustibile immettono nell’atmosfera in media 0,5 kg di anidride carbonica, con un prezzo pagato dal consumatore è di circa 0,25 centesimi/Kwh. Calcoliamo adesso quanti Kwh consuma una lampadina da 60 W che rimane accesa per 5 ore, ogni giorno, per un anno. 60 w = 0,060 Kw. In un’ora: 0,060 Kwh. In 5 ore: 0,060 x 5 Kwh=0,3 Kwh. In 365 giorni: 0,3 x 365 = 109,5 Kwh. 109,5 Kwh corrispondono a 54,75 Kg di anidride carbonica emessa, con un costo per il consumatore di 27,37 euro. Quindi se tengo spenta una lampadina da 60 w per 5 ore, ogni giorno, per un anno, risparmio 27,37 euro ed evito di immettere nell’aria 54, 75 Kg di anidride carbonica.  Lo stesso risultato però posso ottenerlo anche se invece di farlo solo io lo facessero con me 6.57 milioni di persone per un solo secondo in un anno. Basterebbe dunque che, per esempio, gli abitanti del Lazio che sono circa sei milioni (5,882 milioni per l’esattezza) spegnessero la luce, lasciata accesa inutilmente, per un solo istante in un anno e si avrebbe il risparmio calcolato prima. Allora coraggio! Anche se usciamo dalla stanza per un momento, spegniamo la luce!  
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